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Una storia di IBonamiciFredducci

Questa storia è presente nel magazine I 7 - Racconto ad episodi

I 7 -parte 32

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11 minuti

Pubblicato il 11 maggio 2020 in Fantascienza

Tags: #amore #avventura #giovani #supereroi #superpoteri

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Era il primo pomeriggio di Martedì 20 Marzo 1990. Il quartiere di Rieth, nella periferia di Erfurt, non era così affollato di gente. George scese da una vettura tranviaria della linea 6, una Tatra cecoslovacca. Si guardò attorno: la zona brulicava di palazzoni prefabbricati in stile sovietico, i cosiddetti “PH16”. Non avrebbe saputo spiegare il perché, ma quell’atmosfera gli piaceva. La sua Nazione lo reputava troppo prezioso e non era mai stato nei territori dell’URSS, al contrario di tante sue colleghe spie che vi si trovavano sotto copertura da anni.

Mentre si avviava verso uno di quegli alti edifici ragionò tra sé e sé su quanto fosse ridicolo che la sua Nazione non lo avesse mai mandato “oltre cortina” fino ad allora poiché lo riteneva prezioso e non voleva che finisse in mano al nemico: pur avendo un potere molto forte, fisicamente era poco più di un essere umano potenziato e da decenni la CIA aveva la certezza che i Russi possedessero esseri indistruttibili, immortali...quasi divini. Molto spesso si era chiesto come mai, avendo a disposizione simili creature, i Sovietici non li avessero usati per sottomettere gli Stati Uniti.

Diversi palazzoni prefabbricati “PH16” (che è una sigla che in tedesco sta per “grattacieli di 16 piani”) erano dipinti con tenui colori pastello come giallo, verde, azzurro, rossiccio…ma quello dove George si stava dirigendo conservava il suo grigio naturale.

Si fermò un attimo ad osservarlo per bene dall’alto in basso: l'architettura brutalista lo aveva sempre attratto.

Premette il tasto accanto al cognome “Krause” e trovò affascinante anche la pulsantiera. Dopo qualche secondo una voce femminile chiese “chi è?” (ovviamente in tedesco) e George rispose: -Sono Walter Shilts, ho appuntamento con suo marito per un’intervista- -Ah, certo: siamo al quattordicesimo piano-.

L’elettroserratura scattò e Lansing entrò e si diresse ad uno degli ascensori: scelse quello di sinistra perché gli sembrò più in tema col posto dove si trovava.

George, già all’epoca, parlava correntemente (oltre all’inglese) il russo, il tedesco e l’italiano; quella del giornalista Walter Shilts era l’identità fittizia che il Governo Americano gli aveva “costruito” per il suo viaggio nella DDR.

Sulla porta di casa l’aspettava una signora dall’aspetto piuttosto curato: George sapeva che si trattava di Klara ovvero la moglie di Giselmar da ben 3 decadi, che aveva 10 anni in meno di lui.

Si strinsero la mano e lei lo invitò ad entrare.

L’ingresso dava su uno stretto corridoio: sulla destra c’erano le porte di ripostiglio e cucina, sulla sinistra quella della camera da letto. I due lo attraversarono e quello finiva su un bel soggiorno, mentre sulla sinistra c’era l’ultima porta, che era quella della cucina. Arredamento e carta da parati erano anni ‘70: entrare in quella abitazione era stato come tornare indietro di una ventina di anni. C’erano varie foto attaccate alle pareti e ritraevano naturalmente i padroni di casa nel giorno del loro matrimonio (erano davvero entrambi molto belli), poi una di un viaggio a Firenze con Klara e Giselmar in posa sorridente e abbracciati a Piazzale Michelangelo, con alle loro spalle la vista dall’alto della città Toscana, a Roma con la Basilica di San Pietro e in un posto molto moderno che a prima vista al sintetico dai poteri illusori parve una città americana, ma questo era abbastanza impossibile visto che le Frontiere con l’Occidente erano appena state aperte. C’erano anche foto della loro figlia, di cui ovviamente George sapeva ogni cosa: si chiamava Elsa, a quei tempi aveva 35 anni e nelle foto visibili in salotto appariva di pochi mesi in braccio ad una raggiante Klara, sui 5 anni in sella ad una graziosa bici con le rotelle, da ragazzina con l’uniforme dei “Giovani Pionieri” ovvero camicia bianca, gonna blu e fazzoletto triangolare blu al collo, nel giorno della laurea… George ipotizzò che i coniugi Krause si fossero trasferiti in quell’appartamento quando Elsa si era sistemata, perché c’era solo una camera da letto e di certo non l’avevano cresciuta lì.

Un divano con struttura in cuoio (compresi i braccioli) ma seduta e schienali in tessuto sfoderabile marroncino, di una improbabile fantasia a quadretti, era addossato alla parete di destra ed aveva alla sua sinistra un mobiletto porta liquori e davanti un tavolino da fumo e due poltrone coordinate. Giselmar era seduto proprio su quel sofà di dubbio gusto. L’uomo si alzò in piedi per salutare George: portava bene i suoi 75 anni e la sua stazza metteva soggezione. Non si era nemmeno molto incurvato. Indossava un paio di pantaloni di cotone grigio scuro ed una camicia celeste: non aveva nemmeno molta pancia…

-Buongiorno, signor Krause- -Buongiorno a lei, signor Shilts: benvenuto! Si accomodi pure: gradisce qualcosa da bere? Abbiamo vodka e diversi liquori alle erbe...-

Pochi istanti dopo George consegnò il suo soprabito a Klara, che si congedò da loro dicendo che sarebbe andata a fare delle commissioni.

Sorseggiando del liquore alla ciliegia il sintetico americano appoggiò la ventiquattrore che portava con sé sul tavolino da fumo, la aprì e prese taccuino e penna. All’interno c’erano anche dei documenti in inglese ed una busta in cartoncino, formato A4, ma lui richiuse la valigetta e la appoggiò nuovamente per terra. Decise di essere sincero e scoprire subito le sue carte: -Signor Krause, io le ho detto che vorrei farle un’intervista perché stiamo raccogliendo le testimonianze dei tedeschi che hanno vissuto il Nazismo, la Seconda Guerra Mondiale, l’occupazione Russa, la DDR e adesso l’apertura delle Frontiere verso l’Occidente...-

Quell’anziano gigante non lo fece neppure finire: -Proprio perché ho vissuto tutte le cose che lei ha appena detto non sono un ingenuo: ho capito fin da subito che la storia dell’intervista era una baggianata, e ovviamente so che lei non è un giornalista e di certo il suo nome non è Walter Shilts. Avanti: di che cosa vuole parlare? Sono sicuro anche di sapere quale sarà la sua risposta, comunque-

George infatti fu chiaro e, trangugiando il resto del liquore contenuto nel suo bicchiere, rispose: -21 Luglio 1945: l’incidente a Fischmarkt...-

Giselmar sorrise, si versò una generosa quantità di vodka in un bicchiere piuttosto capiente e buttò giù un bel sorso. Tenendo quel bicchiere tra le mani raggiunse la finestra e, guardando fuori (la vista era splendida perché la visuale era sgombra e si poteva ammirare l’incantevole Centro storico) tirò giù un bel sorso e sussurrò: -Valeria...-.

Quella fu la prima volta che Lansing (allora giovanissimo) sentì quel nome, che poi per tanti anni avrebbe conosciuto nella più aggressiva forma di “Valiera”: se lo appuntò subito sul taccuino, sottolineandolo.

-Era ovvio che volesse parlare di lei: dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ho avuto una vita tranquilla, felice e senza grandi problemi, per fortuna. L’unico episodio particolare e degno di nota che ho vissuto è stato proprio quel 21 Luglio… Sono passati 45 anni e non ne ho mai parlato con nessuno, tranne ovviamente che con Dietlind che era presente e che però se n’è andata ormai da parecchio...-

-Davvero non ne ha mai fatto parola con altre persone?-

-Con i Russi, e poi con la Stasi? Non era proprio il caso. L’abbiamo vista salire su quella macchina e da allora abbiamo fatto finta che non fosse mai esistita, per paura che i Russi portassero via anche noi...e così è stato per tutti i testimoni di quell’incidente: ci conoscevamo un po’ tutti anche perché eravamo perlopiù bottegai della zona o clienti fedeli; ma quando Valeria è salita su quella macchina non è solo apparentemente svanita dalla faccia della Terra, ma anche dai nostri ricordi...sempre “apparentemente”, però, perché è impossibile dimenticarla...-

- “Salita su quella macchina e poi svanita dalla faccia della Terra”? Mi può dire com’è andata di preciso?-. A quei tempi, basandosi solo su quel risicato articolo di Das Volk, George e gli States sapevano che quella ragazza era stata portata d’urgenza dai militari sovietici in ospedale, per accertamenti...

Il padrone di casa fece un resoconto dettagliato, raccontando in pratica quello che una trentina di anni dopo George avrebbe sentito da Valeria, quando sarebbe spuntata nella mensa della base per la sua prima colazione.

Tra l’altro il primo storico spasimante di Valeria descrisse il balzo incredibile che la Prima aveva fatto per raggiungere la signora Sauer, definendolo “come quello di un gatto: fece due passi in avanti e in pratica quasi volò nella piazza!”.

-E’ davvero stata investita dalla macchina, senza farsi niente?-

Il viso solcato dalle rughe dell’anziano dal fisico ancora imponente mostrò un’espressione stupita, come se stesse rivedendo la scena davanti ai propri occhi. Esclamò: -Certamente!!! Non lo dimenticherò mai: quella Gaz l’ha centrata in pieno e poi le è passata sopra sia con l’anteriore che con la posteriore del lato sinistro! Ed era una macchina a 4 ruote motrici, con pneumatici piuttosto grandi e con un peso superiore a 1500kg più quello dei quattro soldati a bordo!!! Le è passata sul busto da davanti, poi il corpo si è girato e la ruota posteriore le è passata sulla schiena...e Valeria era piccola: la larghezza del battistrada le prendeva gran parte del busto!!-

George si appuntava ogni parola, fogatissimo.

-E non si fece davvero niente? Solo qualche graffio?- -Ma quali graffi??? Nessun graffio! Io corsi da lei, convinto che fosse morta perché quella macchina avrebbe dovuto frantumarle la spina dorsale, tutte le costole e spappolarle tutti gli organi interni ma, ancor prima che la raggiungessi, si rialzò tutta tranquilla e si preoccupò di recuperare da terra la rosa che le avevo regalato!-

-Era...era incolume???-

-Giuro su mia figlia: sul bel vestito color pesca che indossava c’erano chiarissimi i segni degli pneumatici ed era spettinata ed un po’ sporca per essere stata trascinata, ma non aveva un graffio...-

-Cavolo...ehm...Posso servirmi un po’ di vodka pure io?- -Ma certo!-

George riempì di vodka il suo bicchiere vuoto, buttandola giù tutta d’un fiato e trovandola piacevolmente aromatizzata alla ciliegia per via del liquore che c’era stato prima. Era emozionatissimo perché la storia che gli stava raccontando quel vecchio tedesco dalla stazza fuori dal comune corroborava le voci riportate dall’intelligence: i Sovietici avevano davvero tra le loro fila degli esseri immortali!!

La passione di Giselmar era contagiosa e George voleva saperne ancora di più: -Ma com’era Valeria? Lei l’ha conosciuta bene?-

Il tedesco si rattristò per un istante e ammise: -Il più grande rimpianto della mia intera esistenza è proprio aver trovato il coraggio di parlarle seriamente soltanto quel 21 Luglio. Lei stava con Dietlind, che l’aveva accolta come una figlia… Loro due venivano praticamente ogni giorno a fare compere in Centro, ed io ne rimasi affascinato fin da subito: aveva un aspetto che non passa inosservato...era diversa…- -Diversa???-

-Ho 75 anni e, come ho già detto, sono passati praticamente 45 anni dall’ultima volta che l’ho vista: ma posso affermare con certezza che Valeria è ancora di gran lunga la più bella creatura che io abbia mai visto. Non voglio mancare di rispetto a mia moglie Klara, ovviamente; ma Valeria era meravigliosa, sembrava quasi non provenire da questo mondo… Era molto giovane, piccola di statura e molto snella: secondo me non raggiungeva il metro e 60. Aveva una pelle bianchissima, capelli rossi davvero molto lunghi e pieni di boccoli, grandissimi occhi di un verde molto acceso, un nasino con la punta un po’ all’insù ed efelidi sul viso che sembravano disposte con attenzione… Avresti detto che fosse fragilissima, ma è evidente che fosse solo apparenza. Caratterialmente era difficile da descrivere: a volte molto fredda e distaccata, a volte timida e sentimentale. Era molto educata, ma a volte ti spiazzava per la sua estrema sincerità. Sapeva parlare bene il tedesco ma ignorava il significato di parole basilari: Dietlind mi raccontò che una volta le disse “Sto ancora imparando, ma io lo faccio in fretta!”...Valeria la conquistò subito, come conquistò subito me-

-Dietlind, quindi la Signora Sauer, l’ha accolta come una figlia; ma da dove veniva quella ragazza?- -Dal Campo di Ohrdruf, ma non era come tutti gli altri prigionieri: era in perfetta salute e non si stancava mai. In realtà sia a me che a Dietlind disse che veniva dall’SIII, che io non so nemmeno che cosa sia; ma non scorderò mai la frase precisa che rispose al soldato russo che sapeva il tedesco, quel giorno, appena prima che la portassero via. Lui continuava a chiederle se fosse prigioniera in questo SIII, se lavorasse lì come scienziata...lei rispose semplicemente, con quel suo modo di fare sincero e ingenuo: “mi hanno fatta lì”… Io ancora mi chiedo che cosa volesse dire, francamente...-. George sapeva benissimo che cosa avesse voluto dire quella misteriosa piccola rossa di cui sentiva parlare per la prima volta da una persona che l’avesse conosciuta: quella era la prova definitiva, per lui...Quella e la descrizione che l’uomo aveva appena fatto. George sapeva anche benissimo che cosa fosse l’SIII visto che erano stati proprio gli americani a scoprirlo. L’area di Jonastal dove si trovava il complesso sotterraneo nazista era sempre stata off limits per i civili: lo era anche in quel 1990, lo sarebbe rimasta dopo la riunificazione della Germania e lo è tutt’ora, nonostante gli ingressi siano stati cementati o fatti esplodere e adesso la natura li abbia cancellati alla vista.

George a quel punto ebbe la certezza che I NAZISTI AVEVANO DAVVERO CREATO UN ESSERE IMMORTALE...LORO SE L’ERANO INCREDIBILMENTE FATTO SCAPPARE, E QUELLA RAGAZZA ERA FINITA IN MANO AI RUSSI.


CONTINUA...


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