scrivi

Una storia di Flying_dan

L'invenzione del nome

Un giorno nel deserto

22 visualizzazioni

4 minuti

Pubblicato il 29 settembre 2020 in Avventura

0

Le strade sono vuote, pelli di serpenti innocui. Nei pochi negozi rimasti aperti, uomini sudati si affannano nel produrre piccole piramidi di frutta e cereali, mentre fuori brilla un sole grande come il cielo. La sabbia del deserto è immobile, coperta dal caldo tipico di questo diabolico ombelico chiamato Equatore. Sotto un rettangolo d'ombra il pastore guarda le dune immense e vede pace. Viene dallo Yemen, ed è pace tutto ciò che non esplode al tocco.

Un tempo ha pianto, ha riso, ha perfino avuto un nome. Ora, gli sono rimasti solo i cammelli, bestie pacifiche che ha imparato ad amare. Di tanto in tanto uno dei vecchi cammelli chiude gli occhi e tutto ciò che rimane da fare al pastore è di seppellirlo. Gli altri cammelli allora gli si stringono intorno, un fratello senza gobbe che farfuglia in lacrime vecchie litanie.

Ora si alza una nuvola di sabbia e una macchina si ferma poco distante. Il pastore si mette in piedi, in allarme. Tutti pensano che sia muto o sordo, la realtà è che le parole non aiutano a sopravvivere nel deserto. Il pastore sa fin troppo bene di cosa sono capaci gli uomini, pupazzi sadici con preghiere al cielo e promesse all'inferno.

Il primo uomo non è solo, dalla macchina ne esce subito un altro. Il pastore non ricorda più il suo aspetto, altrimenti vedrebbe il suo riflesso venirgli incontro, in un'immagine più pulita e meno impaurita. Quando sono a pochi passi l'uno dall'altro, il riflesso inizia a parlare. Le parole stavolta sembrano sciogliersi dall'intreccio, come note di una canzone conosciuta.

<<Lalala dilala a prenderti.>>

Il pastore si sporge in avanti, come un cammello curioso. Socchiude gli occhi, nello sforzo immane di comprendere una lingua da tempo dimenticata. Una lingua! Ecco cos'è quell'insieme di suoni. Un senso, una magnifica realizzazione, quell'uomo non emette suoni, ma parla.

Come ci si ricorda come parlare?

Si gira a guardare i cammelli, disperato.

<<Un imbecille, è un imbecille ti dico, non ci caverai nulla!>>

Il primo uomo uscito dalla macchina scuote il capo e gesticola, il grosso orologio da polso che tintinna come una campanella, ma l'altro sembra ignorarlo.

<<Ehi, Salimi. Sono io.>>

Stavolta tutte le parole sono chiare, sensate. Non solo capisce le parole, ma ora sente che c'è qualcosa di ancora più profondo da comprendere. Una realtà, un'identità, un nome.

Salimi.

Il viso di una donna, scura, vecchia bambina, lo tiene in braccio mentre canta e sospira il suo nome.

Salimi.

E poi quell'immagine sprofonda dentro il lago oscuro della memoria, colori mimetizzati da sensazioni. Musiche, perfino, nascoste in quell'ombra.

<<Salimi!>>

Lo sta chiamando ancora. Il pastore sa di avere un'identità, di essere parte di una corrente, una particella di polvere, di sabbia, di un deserto abitato chiamato umanità.

<<Sono- sono io?>>

Sente rispondere le sue labbra, la sua voce, l'aria dei polmoni. Non sa nulla di tutto questo, troppo tempo è passato. Le mani si uniscono tremanti e toccano le labbra. Sensazioni, identità, lingua, tutte insieme in quei gesti, in un caleidoscopio impossibile. Il pastore fa un passo indietro e inclina il capo, come fanno i cammelli quando desiderano difendersi.

<<Salimi, sono tuo fratello. Non mi riconosci?>>

La voce del suo riflesso, del piccolo uomo dalla faccia pulita, sembrano chiare come i versi di un cammello in amore. No, gli uomini non sanno comunicare, deve esserci un errore. Il pastore fa un altro passo indietro, le mani in avanti. Le mani! Si guarda le mani come se fosse la prima volta.

Le mani di Salimi.

<<Perché continui a tormentarlo?>>

L'autista parla piano, con le mani aperte, come i sacerdoti quando invocano gli spiriti benevoli. Come le statue nelle chiese. Quest'ultima immagine arriva potente come un abbaglio, un sogno ad occhi aperti che evoca un ricordo. Ma i cammelli sanno sognare?

<<Adeebi?>>

Chiede Salimi, il pastore di cammelli, felice di sapere versi umani, di possedere due lingue. Una molle, tra i denti, e un'altra forte, salda come le lettere di un alfabeto universale.

I due uomini di fronte a lui si girano, confusi. Due gemelli che si osservano per la prima volta.

<<Tu- tu ti ricordi il mio nome?>>

Chiede puntando un dito verso sé stesso.

Salimi guarda quelle dita e vede una piccola strada da seguire, poi un canyon. E rabbia, tanta rabbia.

<<Bevi questo!>>

Dicevano mentre lo bastonavano.

<<Bevi questo!>>

Ripetevano ancora, finché perdeva i sensi.

Ubriaco, spugna di sangue e sabbia persa tra le crepe del mondo. Come è semplice, d'un tratto, diventare un imbecille, un poveraccio, uno zero in una carovana di spiriti.

Due braccia lo cingono e le ultime resistenze si perdono nell'atto più umano dopo il sorriso.

<<Fratello.>>

Ecco un'altra parola dal pozzo della memoria. Salgono in macchina, nessuno è più uno zero, mentre dietro di loro, in una nuvola dorata, tre teste si muovono come grosse mani, come per dirgli addio.

O, almeno, così sembra al pastore.




Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×