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Una storia di Sarapeverini

Ho chiuso gli occhi e ho atteso la morte

(a chi avrà la pazienza di leggere)

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53 minuti

Pubblicato il 09 settembre 2019 in Altro

Tags: #incidente #introspezione #morte #paura #realt

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L’impatto è arrivato troppo presto perché fosse l’asfalto, la botta violenta ti ha completamente rintronata. Hai sentito il colpo duro del montante dello sportello contro la testa, il viso che si girava contro il vetro del finestrino e l’esplosione dei vetri sul volto, lo hai sentito ma ancora non lo hai capito cosa è successo. Riapri gli occhi e lo scenario che hai davanti non è quello che ti aspettavi, anche se in fondo non ti aspettavi più nulla. Istintivamente porti le mani alla testa, che senti dolente, inizi a singhiozzare e senti le lacrime che gonfiano gli occhi, ti guardi intorno: la macchina distrutta, il fumo che esce dal motore, sangue, tanto sangue sulle mani, e poi riavvicini la mano sinistra al volto cercando di capire cosa hai in faccia. Dolore, sangue e vetri è quanto percepisci e sbotti a piangere. Vedi parzialmente offuscato e non riesci a capire se stai guardando con due occhi o uno solo ed è allora che noti lo specchietto retrovisore e decidi che devi vedere se hai gli occhi aperti. Fai leva sul volante con la mano sinistra sporca di sangue e aggiusti lo specchietto con la destra e ti guardi solo gli occhi, un istante, tanto ti basta. Hai gli occhi aperti era tutto quel che volevi sapere e anche se nella tua testa per un istante passa l’idea di guardare il resto, ti dici che non ce la puoi fare e per una volta la tua proverbiale curiosità ha la peggio. Riabbassi lo sguardo e ti decidi a rispondere a una signora che già da qualche secondo ti chiama dal ciglio della strada chiedendoti se è tutto a posto. Non sai cosa risponderle e così decidi di tirare fuori dal finestrino la mano sinistra, solo per farle capire che non hai perso i sensi. Inizi a guardarti intorno in cerca del cellulare per chiamare tuo marito, avvertirlo di quel che è successo e noti che la borsa, che fino a pochi istanti prima dell’impatto era sul sedile del passeggero, è finita ai piedi del sedile e anche se non ti sembra che il cellulare fosse lì, pensi che magari è finito in terra anche lui.

Pensi che devi scendere dall’auto e allora guardi il tuo sportello: è completamente piegato e sporgendoti leggermente fuori del finestrino esploso capisci che da quella parte non puoi scendere, sei finita a cavallo della cunetta, ci finiresti dentro in pieno, posto che riuscissi a scendere da quel lato.

A quel punto guardi lo sportello del passeggero e capisci che quella è la tua uscita. Torni a osservarti intorno in cerca del cellulare, provi anche a guardare vicino ai tuoi piedi ma non vedi nulla. Ti fa male tutto, ma sopra ogni altra cosa il dolore del ginocchio destro è lancinante, ti rendi conto che le tue gambe non rispondono come dovrebbero, non si muovono come vorresti e capisci che non puoi scavalcare da un sedile all’altro come se niente fosse, quindi decidi di trascinarti sull’altro sedile con la forza delle braccia e allora ti getti sull’altra seduta aggrappandoti con le braccia per far forza e, mentre tiri giù la testa per raggiungere il lato opposto del sedile con le mani, senti come se ti dessero uno schiaffo sulla tempia sinistra, sulla guancia e sull’occhio, quasi che questo ti schizzi fuori dall’orbita, e il sedile sotto di te si riempie di sangue con uno sbratto modello palloncino che scoppia a terra. Capirai solo molte ore dopo cosa è stato davvero, ma in quel momento realizzi appieno che qualcosa di grave non va sul tuo viso.

Stai piangendo e singhiozzando ma cerchi di restare lucida, come fai sempre, anche se non sempre ti riesce. Afferri tutto quel che hai a portata di mano e con un gesto quasi abituale sbatti tutto nella borsa che afferri da terra. Apri lo sportello e trascini sedere e gambe sul sedile. Le due signore che si sono fermate a soccorrerti ti dicono di non muoverti, che non è il caso di scendere in questi casi ma, mentre tiri fuori le gambe dallo sportello aiutandoti con le mani e ancora ti guardi intorno per cercare di capire se il cellulare è da qualche parte e speri che sia in borsa anche se non lo hai visto, rispondi loro che la macchina fa fumo e che non vuoi rimanere lì.

Una delle due signore ti dice di spegnere il quadro della macchina e tu pensi che ha ragione, che te lo dimentichi sempre. Ti giri, e anche se nella tua mente per un istante passa il pensiero che salterà in aria, giri il quadro, sfili le chiavi e le infili in borsa, chissà poi perché, certo seppure le avessi lasciate lì non sarebbero servite per rubare l’auto ma qualcosa, forse l’abitudine, nella tua testolina ti suggerisce che non si lasciano le chiavi in auto e le togli. Torni a guardare le signore e quando alzi la testa per la prima volta nella loro direzione, la seconda signora incrocia il tuo sguardo e la vedi sgranare gli occhi terrorizzata. Per un attimo si ferma, con quell’espressione sul volto, quella di una che pensa: “e a questa che gli faccio?”. Prova a suggerirti ancora di non muoverti, e tu che insisti che vuoi scendere così raccogli tutte le forze che ti ritrovi e poggi le gambe a terra, fai leva sulle braccia e scendi dall’auto. Le gambe cedono, in particolare la destra, ti appoggi alla macchina provando ad andare verso l’altro lato della strada. La signora di fronte a te ferma le auto che stanno scendendo per quella discesa su cui pochi istanti prima hai perso completamente il controllo della tua auto. Tu neanche le hai viste arrivare, sei sotto shock, tremi, ti gira la testa e, non sai bene come, zoppicando arrivi all’altro lato della strada e ti getti a terra. È l’ultimo sforzo, non ti rialzerai di lì da sola, non ce la farai.

Guardi il terreno e hai solo voglia di sdraiarti, ma a terra è bagnato e pensi che non sia il caso, così resti seduta sul ciglio della strada, mentre continui a grondare sangue e il tuo maglione si tinge sempre più di rosso. La signora che poco prima ti ha guardata atterrita, ti si avvicina e ti dà un fazzoletto di carta per tamponare un po’ il sangue, ti guarda perplessa, non sapendo bene che deve dirti, prova a tranquillizzarti un po’ e poi si allontana. Provi a cercare ancora il cellulare in borsa, imbrattandola di sangue, cosa che ti infastidisce perché è il tuo sangue, e ti accorgi che non c’è. Senti il sapore denso del sangue in bocca, lo sputi, lo guardi sull’asfalto e per un attimo pensi ancora che non la racconterai questa storia. Ti viene da piangere e sei letteralmente terrorizzata, ma continui a tentare di mantenere la calma. Senti che la signora dice a qualcuno che ha già chiamato l’ambulanza e che sta per chiamare i carabinieri e a te l’unica cosa che viene in mente è: carroattrezzi. Sì, non sei pazza, ma troppo pragmatica: ci sei già passata e sai che se lo chiamano le forze dell’ordine poi dovrai pagarlo tu e che l’ultima volta che ti è capitato ha fatto più male della botta: cornuta e mazziata. No, stavolta no. Pensi che i documenti per chiamarlo sono sull’auto, ma tu non ce la fai a tornare lì per cercarli e non puoi certo chiedere alla signora di cercarli per te, come minimo ti prenderebbe per matta, lo pensi persino tu di te stessa e allora provi a chiedere alla prima signora che hai visto e che si sta allontanando se può prenderti il cellulare in auto, ma mentre ancora provi a insistere con lei che per qualche ragione è reticente, ti accorgi che la signora che sta chiamando i carabinieri, mentre è ancora al telefono, è andata in auto a prendertelo e te lo porta pochi istanti dopo. Le sei grata, più di quanto riuscirai a dirle, pensi che ci siano ancora persone gentili e che almeno per questo ti dice bene ogni volta. Prendi il cellulare e decidi che la prima telefonata a quel punto non puoi più farla a tuo marito ma ai tuoi genitori: la macchina è loro e sai che tua madre ha il numero del carroattrezzi per cui possono chiamarlo loro. Fai la chiamata mentre le mani tremano, ti avverte che hai meno di tre euro, e tu pensi che succede sempre quando hai davvero bisogno del cellulare, mai quando ne puoi fare a meno. Tua madre non è raggiungibile, sai che lei ti avrebbe richiamato, ma non puoi rimandare la telefonata, chiami tuo padre, sai che ti risponderà che hai poco credito e che sono a quattrocento chilometri di distanza, per cui per tornare dovranno fare un bel viaggio e pensi che devi spiegargli la cosa cercando di fargli capire subito che è una cosa seria ma che non è così grave da scapicollarsi per strada per tornare in fretta. Risponde tuo padre e tu:

- Papà chiama il carroattrezzi, ho fatto un incidente sulla discesa da Palombara a casa e ho distrutto la macchina.

Attimo di silenzio, hai cercato, probabilmente inutilmente, di mantenere una voce ferma e speri che non ti chieda nulla, ma ovviamente arriva la domanda di rito.

- Tu che ti sei fatta?

I tuoi occhi scorrono velocemente prima le mani ancora coperte di sangue, poi il sangue a terra, le gambe che tremano quanto la voce che però tenti di mantenere ferma, respiri e cerchi di essere il più asettica possibile:

- Non lo so, mi sono tagliata, ora vado in pronto soccorso e poi ti faccio sapere.

E in quel momento lo pensi, pensi che forse stai mentendo, che forse non potrai richiamare, perché non sai che ne sarà di te, ma lo tieni per te, è solo il terrore e lo spavento che si sta impadronendo della tua mente.

Tuo padre ti chiede qualche altra cosa, e tu continui a ripetere le stesse cose, ma poi cade la linea e tu pensi di dover chiamare tuo marito. Ci provi. Credito esaurito, provi ad addebitargli la chiamata mentre le mani ti tremano e il telefono non collabora non mostrandoti la tastiera. La signora torna da te e ti dice gentilmente di stare tranquilla che non ti lascerà finché non arriverà l’ambulanza e ti dà un altro fazzoletto. La ringrazi, almeno ti sembra di averlo fatto. Stai ancora provando a comporre il numero di tuo marito sul cellulare, quando arriva l’ambulanza.

Gli infermieri tirano giù la barella e ti aiutano a salirci sopra, dici qualcosa su come è accaduto, che la macchina se ne è andata da sola e l’infermiere afferma che sente odore di nafta. Sì, a terra c’era una mistura di nafta e acqua della brina mattutina, la prima mattina che non gelò.

Ti caricano dentro e mentre stanno richiudendo gli sportelli ti dicono che sono arrivati i carabinieri. Chiedi all’infermiere di dir loro che il carroattrezzi è già stato chiamato, sì forse è diventata una fissazione, gli vuoi anche lasciare il numero di tua madre, ma l’infermiere dice che non serve, che in caso chiameranno loro in ospedale, ma allora insisti chiedendo ancora di dirgli che il carroattrezzi è stato chiamato, lo dici così arrabbiata che l’infermiere si gira verso il carabiniere e gli ripete quanto gli hai detto. Ti chiedono i tuoi dati e quelli dell’intestatario dell’auto, qualche altra informazione e poi si va via mentre l’infermiere ti mette un tampone sul viso e copre tutto con delle garze. Lo lasci fare e poco dopo, ripensando al sangue che hai sputato, ti viene in mente di dirgli che sei contraria alle trasfusioni di sangue ed è a quel punto che arriva la prima notizia che riesce a confortarti leggermente:

- Non credo che ne avrà bisogno signora, ha un brutto taglio e sulla guancia probabilmente le lascerà un brutto ricordo ma non ha bisogno del sangue.

Nel tuo cervello si accavallano mille pensieri ed emozioni diverse, ma finalmente realizzi che il sangue che hai sputato probabilmente veniva solo dalla ferita e che la racconterai anche stavolta. Continui a sentirti completamente rintontita e frastornata, pensi che forse hai qualcosa di rotto, ma non ti ci soffermi e torni col pensiero ai tuoi programmi. Riprendi il cellulare e finalmente chiami tuo marito. Ti risponde nervoso, ti dice che lo ha chiamato tua madre, che non devi preoccuparti dell’auto perché sta andando lui, capisci che non ha capito realmente come stai e non vuoi preoccuparlo, sai che passeranno ore prima che ti vedrà e che deve andare prima sul luogo dell’incidente e poi venire da te, deve guidare e l’ultima cosa che desideri è che per raggiungerti abbia un incidente e in quel momento arriva la sua domanda.

- Tu che ti sei fatta?

Stessa risposta formale:

- Mi sono tagliata, vado in ospedale e ti faccio sapere.

E poi cominci con le tue paranoie:

- Avverti tua madre, che i bambini stavano con lei e se non mi vede tornare si preoccupa, e Miriana sta a scuola, manda qualcuno a prenderla e…

E quel sant’uomo di tuo marito ti dice di non preoccuparti che ci pensa lui a tutto, di pensare solo a star bene. Ti viene da piangere ma cerchi di trattenerti per non farlo preoccupare. In tutte le tue raccomandazioni, per tutto quello che si è stravolto nei tuoi programmi per il giorno, ti sfugge solo un piccolo ma gigantesco dettaglio: tuo marito vedrà l’auto prima di vedere te. Ti dirà solo molte ore dopo che quando l’ha vista ha dedotto che tu non gliel’avessi raccontata tutta.

Ti portano in ospedale, il più vicino, e al solo nominarlo preghi che Dio te la mandi buona, perché non ha certo una gran reputazione. Arrivi e ti posteggiano ancora sulla barella in una stanza di passaggio con altri pazienti. Il dolore al ginocchio è lancinante e ti tiri su il pantalone per cercare di capire cos’hai: se lo pieghi, se riesci a muoverlo e ritrovi le tue mani ancora sporche di sangue ormai raffermo. La sola vista della cosa continua a infastidirti e così cerchi se hai in borsa un fazzoletto, ma ottieni solo di sporcare ancor di più anche quella. Non tornerà mai più pulita nonostante i lavaggi, e ti accorgi di aver imbrattato anche il cellulare, che continui a tenere in mano da quando la signora te lo ha ridato. Appena passa un’infermiera le chiedi se gentilmente può darti qualcosa per pulirti le mani, pochi istanti dopo ti porta un mucchietto di garze inumidite, ma hai un sangue indelebile che raffermo è anche peggio e non riesci a tirarlo via completamente dalle mani nonostante tutti i tuoi sforzi e questo ti disturba ancora di più. Sei lì in attesa quando a un certo punto ti portano dentro e la dottoressa scansa la garza e ti guarda, poi ti rimette in corridoio e attendi che ti portino a fare la tac. Mentre attendi inizi a chiederti cosa c’è sul tuo viso. Provi a scostare leggermente le garze, ma non hai il coraggio di fotografare e ti limiti a guardare il riflesso sullo schermo nero: non è abbastanza per capire. Mentre sei lì a un certo punto senti la dottoressa che chiede ad un’altra persona di dare un’occhiata alla ragazza in corridoio, se la può ricucire lui. Vedi un uomo che fa capolino sulla tua barella da sinistra, scosta le garze e poi richiude senza quasi dirti nulla, poi sparisce letteralmente nel nulla.

Arriva poi tua cognata, la fanno passare, le spieghi sommariamente cosa è successo, come ti senti: stupida, impotente, frustrata e arrabbiata. Poi alla fine lei deve uscire e ti portano a fare la tac, ti aiutano nei movimenti, l’infermiere durante il tragitto ti dice qualcosa per sdrammatizzare un po’, ma continui a sentirti uno schifo: è solo l’inizio di un lungo tunnel che durerà un tempo interminabile.

Fai la tac e poi ti lasciano di nuovo in corridoio in attesa che ti vengano a riprendere, non sai dire quanto tempo stia passando, guardi il cellulare di tanto in tanto per renderti conto, ma ti sembra di vivere fuori dalla realtà. Alla fine ti riportano in pronto soccorso e ti lasciano ancora in corridoio. Vorresti sapere cos’hai sul viso, ma non hai il coraggio di guardarti, forse non lo ritroverai mai davvero quel coraggio, ma più passa e più la tua morbosa curiosità e il bisogno di capire inizia a spingerti verso il desiderio di sapere, anche se sei una codarda e quel viso non lo guarderai mai. Alla fine la dottoressa esce di nuovo e ti dice che deve metterti i punti… e così la guardi e cerchi di sdrammatizzare, ma in realtà vuoi solo capire quanto è grave senza sentirtelo dire brutalmente e così alla fine le chiedi:

- Ma non è che si può mettere la colla che io ho paura dei punti?

Lei ti guarda e scoppia in una finta risata isterica rispondendoti:

- Aha la colla! Ah sì, ci mettiamo la colla qui! Aha aha aha…

Quella risata e quella frase ti gela dentro e ti dà la conferma che cercavi… il tuo viso non esiste più. Da quel momento in avanti ogni frase te lo confermerà nonostante la speranza dentro di te rimarrà ancora per anni ancorata al tuo cuore e infranta ogni volta. Un pezzetto di te è appena morto, ma ancora una volta fai leva su te stessa e ancora tentando di sdrammatizzare, dici alla dottoressa:

- No, perché io cicatrizzo malissimo.

- Ah, ecco, giusto per non mettermi pressione…

Non le rispondi… ma sì, vuoi metterle pressione, perché quello è il tuo viso, l’unico che conosci, che vedi ogni mattina da 33 anni e che riconosci come tuo, bello o brutto che sia non ti importa, è il tuo, o almeno lo era.

Ti porta dentro la stanza e continua a fare la spola tra te e la scrivania, e alla fine sancisce che ha bisogno di un consulto oculistico. Chiama in ambulatorio e chiede specificatamente di un medico, le dicono che non c’è, o almeno così deduci, perché a quel punto chiede di un’altra dottoressa, ma poi credo che le abbiano confermato che invece il primo c’era e allora chiede che le mandino proprio lui.

Nell’attesa che lui arrivi, si rimette alla scrivania a compilare scartoffie, mentre una signora anziana che è alla tua sinistra, ma più indietro rispetto alla tua lettiga continua a lamentarsi al telefono perché non le permettono di fumare, e nessuno la visita. La dottoressa stanca delle lagne protratte le dice che deve smettere di fumare, che ha un alito di vita e non può fumare, ma lei continua a borbottare dicendo di voler andare a casa.

Alla fine arriva l’oculista del tuo consulto e così, ti spostano di nuovo le bende e ti visita. Ti fa alcune domande, ti chiede di seguire il dito e alla fine decreta che a livello visivo non c’è danno nonostante l’occhio sia esposto e anche la palpebra sia lievemente tagliata.

Avevo il dottore alla mia sinistra mentre mi visitava e la dottoressa alla mia destra, alla fine della visita lui dice che non c’è danno e posso essere richiusa, lei senza molte spiegazioni gli dice:

- La ricuci tu?

Lui la guarda lievemente perplesso e afferma:

- Ma non c’è niente a livello oculare, per me la puoi ricucire tranquillamente tu, prendi un filo 10 zeri (almeno così io ricordo) e la richiudi.

Lei lo guarda e poi aggiunge:

- Io oculistica l’ho sempre odiata, ho preso 22 e un filo 10 zeri non so neanche come è fatto, la cuci tu?

Lui sgrana lievemente gli occhi, se la guarda decisamente perplesso, poi ti guarda, riguarda lei che fa cenno di sì con la testa, poi si volta nuovamente verso di te, ti chiede l’età e dopo la tua risposta, afferma:

- La ricucio io.

Ricordo quei momenti come tra i più lunghi della mia vita. Il dottore con gli occhialini sopra gli occhiali da vista, in evidente tensione che si lamentava per la scomodità di dover operare in quelle condizioni, del fatto che non poteva portarmi in sala operatoria perché non gliel’avrebbero autorizzato, e che se mi avesse fatta trasferire sarebbero trascorse ancora diverse ore prima che qualcuno mi sistemasse e che questo non sarebbe stato un bene, ma che non c’era sufficiente luce, perché il filo era praticamente grande quanto un capello. Mentre la signora del letto alla mia sinistra continuava a lamentarsi. A un certo punto il dottore sbottò nei confronti della signora, chiedendo silenzio perché lui stava operando. Non so per quanto tempo cucirono e non so quanti punti misero, ma tentavo di rimanere immobile nella speranza che questo potesse semplificar loro il lavoro. A un certo punto persino la dottoressa mi disse:

- Non so come fa a rimanere così ferma.

- Cerco di semplificarvi il lavoro.

Fu la mia risposta, ma era il terrore ad avermi immobilizzata. Ancora oggi avere le mani di qualcuno vicino al mio viso, su quell’occhio mi crea agitazione e paura… ritraggo la testa indietro e chiudo gli occhi. È un riflesso condizionato che non riesco a controllare.

Durante quei momenti il dottore più volte mi ripeté che stava cercando di fare del suo meglio, che però le condizioni non erano le migliori e che alla fine di tutta questa storia forse sarei comunque dovuta andare da un chirurgo plastico per fargli dare una sistemata, perché mancava materia, e che loro stavano provando a riaccostare tutto quel che potevano, e che c’era tutta la loro buona volontà, ma che probabilmente almeno per un bel po’ di tempo non sarebbe bastato. Tentavo di convincermi di ogni parola, ma continuavo a sperare aggrappandomi a quell’unica frase che continuava a ripetere:

- Anche se alle volte la natura ti sorprende e fa anche più di quanto immaginiamo.

Tentavo di prendere coscienza che quella che ero non sarei tornata ad esserlo, ma speravo ancora si sbagliasse, ed è stata una sensazione dolorosa che mi son portata dietro ancora per anni e che forse ancora mi porto dietro.

Quando ebbe finito erano le due passate e solo allora permisero a mio marito di entrare in pronto soccorso. Non volevo mi vedesse, ma avevo bisogno che qualcuno di cui potevo fidarmi e che mi conosceva davvero mi guardasse per rendermi conto di quanto fosse orribile. Era bianco cadaverico quando entrò in sala, aveva atteso per ore lì fuori senza informazioni, e solo poi compresi che la vista dell’auto lo aveva profondamente scosso. Il dottore e la dottoressa gli spiegarono quanto avevano fatto, la necessità successiva di una visita dal chirurgo plastico… gli diedi una mezza battuta sul fatto di essere inguardabile, fece cenno di no con il capo, con quell’espressione di chi ti ama troppo per pensare che tu lo sia, ma è così che mi sentivo: un mostro che non può nascondersi. Nascondermi… un desiderio che per mesi mi ha accompagnato e che ancora oggi riaffiora ogni qualvolta qualcuno mi guarda con malcelata curiosità il viso, o ogniqualvolta guardandomi allo specchio non riesco a ritrovare il mio viso.

Dopo poco chiesero a mio marito di uscire nuovamente mentre l’oculista mi salutò ribadendo ancora una volta di avercela messa tutta e di sperare che la natura facesse il resto… non lo ha fatto… o almeno non per come la vedo io.

Ti richiudono la ferita e ti parcheggiano nuovamente in corridoio, poi ti portano in ortopedia e finalmente ti guardano anche il ginocchio che ormai è grande quanto un pallone da calcio, esattamente come il tuo viso, ma quello ancora non lo vedi.

Spieghi anche lì per l’ennesima volta quanto è successo, provano ad aspirarti il ginocchio ma non ci riescono e desistono. Dopo averti visitata, te lo fasciano, ti consigliano tanto ghiaccio, e nient’altro oltre a segnarti la visita di controllo dopo qualche giorno. Dopo le quattro di pomeriggio ti dimettono, la dottoressa permette a tuo marito di entrare, ti chiede di alzarti dalla barella lentamente, perché potrebbe girarti la testa, ti danno una sedia a rotelle, dato che non riesci a poggiare la gamba, ti fa ancora qualche raccomandazione, ti ribadisce che espellerai ancora vetri dal viso, non sarà doloroso, ma è normale. Alla fine ti manda via. Fuori trovi qualcuno dei tuoi amici e parenti. Ti riporta a casa tua cognata, ti metti sul sedile posteriore per poter allungare la gamba e tutto il tempo in macchina hai solo voglia di gridare e piangere, ma trattieni tutto dentro, come fai sempre. Continui a guardarti le mani e il maglione che da rosa ormai sembra essere più che altro rosso… quel maglione che impiegherai almeno due anni per rimettertelo addosso e con un certo grado di disagio. Tua cognata chiama tuo nipote a casa per avvertire che state tornando e gli chiede di portarti fuori le stampelle quando arriverete perché non riesci a poggiare la gamba destra, le chiedi di farti portare anche un maglione pulito: non vuoi che i bambini ti vedano così imbrattata di sangue, sono piccoli e hai paura che si impressionino, tutto quel sangue in fondo impressiona anche te. Tua cognata cerca di tranquillizzarti, tu stessa provi a stare tranquilla, ma dentro ti senti morire, tutto il tempo in macchina ti senti come un morto che cammina, un condannato al patibolo e pensi che sei dentro una trappola mortale da cui prima o poi non scenderai con le tue gambe. Quando arrivate a casa, vedi i bambini che si accalcano davanti alla finestra del salone per vederti e tu tenti di evitare il loro sguardo mentre tuo nipote esce fuori e ti cambi il maglione in macchina. Poi prendi le stampelle e scendi. Varchi la portafinestra ed è allora che ti guardano in viso tra il preoccupato e il dubbioso: metà è completamente coperto dalle garze, la gamba non la appoggi, forse non sanno bene se quella che è appena entrata è la loro mamma o un robot che le somiglia.

Ancora oggi non so cosa abbiano pensato, ma ricordo che si ritrassero indietro per paura di farmi male. Provai a sdrammatizzare, dicendo che mi ero solo tagliata, ma che stavo bene, anche se realmente non era vero, non è mai più stato vero.

Arrivai in camera e mi misi sul letto, Miriana mi chiese come stavo, cosa avevo, le spiegai che mi ero tagliata ma che non poteva vedere per il momento, e che avevo sbattuto il ginocchio, era curiosa e dubbiosa ma si accontentò delle mie spiegazioni. Lei fu quella che si avvicinò di più a me, mentre Cristian rimase ai piedi del letto e Alex addirittura quasi non varcò la porta, dovevo sembrargli proprio strana. Li guardai con una strana angoscia sul petto e tanta voglia di urlare, ma ovviamente non lo feci.

Nell’arco di poco tempo arrivarono a casa mio marito e poi i miei genitori, e mi ritrovai lì con loro a parlare dell’accaduto, mentre i bambini avevano ripreso a giocare in salone: un po’ mi giravano alla larga, ma ad un certo punto entrarono correndo in camera, Miriana corse sino alla finestra dove il padre la fermò, Cristian si fermò a un metro da lei e Alex si fermò sulla porta ancora una volta avvicinandosi lentamente lungo l’armadio, ma rimanendo sempre ad almeno un paio di metri di distanza. Li guardai e per la prima volta da quella mattina riuscii a pensare a qualcosa di positivo: “I bambini li hai rivisti”. Unico pensiero che ancora oggi torno a ripetermi ogni volta sale il nervoso, la rabbia, il desiderio di sbattere la testa al muro e prende il sopravvento l’incapacità di accettare il cambiamento.

Ricordo il via vai di amici accorsi nell’arco di poco, le parole che tentavano di essere di conforto, i dubbi e il dolore, il ripetere la stessa storia ogni volta. Ricordo mia madre al telefono per parlare con un chirurgo plastico importante. L’appuntamento un mese dopo. Ricordo i ragionamenti nel tentativo di capire se era meglio aspettare o avere ulteriori pareri. Alla fine ci consigliarono di andare al San Camillo, perché lì il reparto maxillofacciale/chirurgia plastica era molto buono. Ricordo le parole dette, le ricordo tutte, la promessa di riavere il mio viso, il pensiero inespresso ma realistico che questo non sarebbe accaduto.

L’indomani mattina stampelle al braccio salii in macchina con i miei per andare all’ospedale. La sensazione di ansia e il pianto che non si fermava, come se da quell’auto non sarei scesa viva. Mio padre ad un certo punto frenò d’improvviso e allora il pianto che ancora trattenevo sgorgò prepotente in singhiozzi e sussulti. Quella carezza fredda gelata che si impadronisce ancora una volta di te, come se stesse giocando come il gatto con il topo, solo per spaventarti ancora e poi lasciarti andare ancora, dopo averti fatto sentire la sua presenza costante, sempre.

Fai la visita, il medico ti dice che hanno fatto un buon lavoro, ti medica, ti controlla, ti mette le steril strips e poi ti dice che se te la senti puoi andare in giro anche così. Te lo guardi come se avesse detto un’eresia, gli spieghi che non vuoi guardarti, che non hai lo stomaco abbastanza forte per digerire tagli, sangue o quanto di simile. Ti guarda come se stessi esagerando e poi per tranquillizzarti ti dice di guardarti e che se poi non te la senti di uscire così ci rimetterà un cerotto per coprire, magari lasciando libero l’occhio, così almeno potrai vedere bene. Gli chiedi se secondo lui sono in una condizione tale da guardarmi senza farmi venire gli scompensi e lui forse un po’ per sdrammatizzare, o per prepararti a quel che vedrai ti dice:

- Ma non è niente che non abbia già visto, ha presente Rocky dopo l’incontro? Ecco, lei sta più o meno come lui.

Se doveva essere di incoraggiamento a dire il vero non lo fu affatto, ma mi decisi ad arrivare allo specchio. Ciò che vidi non mi fece bene. Gli chiesi di rimettermi il cerotto, non fui in grado di toglierlo per almeno altri nove mesi. Oh certo, a qualcuno mi mostrai senza benda sul viso, ma poche, pochissime persone mi videro. Il problema non era il giudizio degli altri, non lo è mai stato, ma io non ero pronta ad accettarlo, a guardarlo ogni giorno, a far finta che fosse a posto e a sentirmi gli occhi curiosi addosso dovendo dare spiegazioni. Forse a questo ancora oggi non sono pronta, perché ancora oggi domande e sguardi insistenti mi mettono a disagio.

Alla fine andammo via, ci dissero di tornare dopo una settimana per il controllo, mi diedero indicazioni per disinfettare le secrezioni, sul come trattare la situazione e che comunque non si sarebbe potuto far nulla prima di nove mesi o un anno. Mi sembrò un tempo interminabile e inaccettabile.

Mentre aspettavo con mia madre che mio padre prendesse la macchina mi arrivò un messaggio di mio marito, una canzone, “straordinario” di Chiara, e subito dopo una sola frase: “straordinario è starti vicino”. Anche quando mi sento a pezzi lui riesce a trovare le parole giuste per rimettere insieme i pezzi e in quel momento avevo davvero bisogno di avere il suo sostegno. Anche se a volte l’effetto non dura a lungo: troppe paranoie, troppe insicurezze, troppi pensieri, comunque almeno sul momento mi fa star bene, e a volte, come in quell’occasione, mi rimane dentro per darmi la forza di affrontare le cose, quando forza non ho.

Quel pomeriggio ricevetti ulteriori visite e durante una di queste, mia figlia vide il mio viso in un istante in cui scostai il cerotto. Ci fu un attimo di paura e incertezza: avevo paura che potesse spaventarsi, ma lei reagì tranquilla, aveva solo sei anni e non sapevo quanto potesse prenderla bene. Avevo un viso che era una volta e mezza il normale, livido e pieno di punti, certo c’erano le steril strips a impedire un po’ la vista, ma lei era piccola e io temevo che non sarebbe riuscita a metabolizzare la cosa. Oggi credo che erano maggiori le mie preoccupazioni delle sue, o di quelle dei gemelli, ma quanto mi era accaduto mi aveva destabilizzata profondamente: era la strada che percorrevo tutti i giorni, che più volte avevo fatto camminando anche più del dovuto, senza che mai fosse successo nulla e proprio quella mattina, che andavo piano, che ero legata, che non avevo sbagliato nulla, era successa quasi una tragedia, forse il mio cervello ancora oggi si rifiuta di accettarlo davvero e allora non ero sicuramente pronta.

I giorni che seguirono furono dolorosi, non tanto fisicamente, perché non sentii mai dolore sul viso, mentre il ginocchio continuava a darmi numerosi fastidi, ma ogni medicazione era una sofferenza psicologica: far scorrere il cotton fioc bagnato di acqua ossigenata sulla rima dell’occhio e lungo le cicatrici a portar via secrezioni e sangue, o non riuscire a dormire sul mio lato preferito perché non potevo poggiare il viso da quella parte, o ancora, le emicranie feroci e il disagio di ritrovare schegge di vetro sulla mano ogni volta che la facevo scorrere lungo la fronte erano sensazioni che difficilmente si riescono a comprendere se non le si ha provate. Il metter creme sul ginocchio la notte prima di dormire, dopo averci tenuto per ore il ghiaccio durante il giorno, la gamba sollevata perché giù faceva più male e il non trovare una posizione per riuscire a dormire perché a sinistra non poggiavo il volto e a destra la gamba dovendo star sollevata non mi permetteva di girarmi e alla fine cercavo un compromesso tentando di dormire a metà tra il lato sinistro e il dormire a pancia in su, io che lo avevo sempre odiato anche quando ero in gravidanza dei gemelli e mi ritrovavo a dormire seduta perché nessuno dei due lati era praticabile.

Tutto in quei giorni era fonte di nervosismo e rabbia… frustrazione e impotenza… se solo fossi stata capace di trovare un mio errore, mi sarei potuta crogiolare nel pensiero che non ripetendolo non sarebbe riaccaduto lo stesso evento, ma ancora oggi non penso di aver sbagliato nulla, non riesco a trovare nulla che fatto in modo diverso mi potrebbe dare la certezza che non accadrà ancora, non in quelle medesime condizioni e questo senso di impotenza è più destabilizzante di qualsiasi errore consapevole.

Quando andai al controllo per il ginocchio mi dissero di continuare con il ghiaccio, ma solo successivamente mi segnarono la fisioterapia, mentre l’ennesimo schiaffo emotivo arrivò quando andai a far controllare la ferita sul viso dall’oculista che mi aveva ricucita in pronto soccorso e mi disse che un paio di punti avevano ceduto ma che lui in ambulatorio non poteva rimetterli, e così a distanza di una settimana dall’incidente mi ritrovai di nuovo al San Camillo nella speranza che almeno loro potessero rimetterci le mani e così fu, anche se non trovai lo stesso dottore di qualche giorno prima. La dottoressa mi fece un’anestesia locale e poi rimise i punti: fu decisamente spiacevole avere di nuovo le mani di qualcuno sul viso, tentando di rimanere immobile e guardare altrove mentre mi ricucivano proprio un punto sulla rima inferiore dell’occhio e forse fu ancor più doloroso sentire frasi del tipo “rendiamo un po’ più accettabile una situazione comunque disgraziata”. La consapevolezza che chi guardava con occhio clinico sapesse già che non sarebbe tornato a posto mi faceva male, che per quanto sarebbe migliorato, non sarebbe più stato uguale. Certo mi rincuoravano sul fatto che l’oculista del pronto soccorso aveva fatto un ottimo lavoro considerando la situazione, che comunque era un buon risultato di partenza, ma ognuna di quelle parole dilaniava e strappava via da me un pezzetto della speranza di ritrovarmi allo specchio almeno un giorno, magari lontano, eppure nonostante ne fossi sempre più consapevole quella speranza ancora oggi stenta a tacere, anche oggi che non esiste più se non per fiducia verso Dio.

Poi fu anche la volta della visita in privato da un professorone… attendevo in sala il mio turno pensando che in vita mia, considerando la mia bassa autostima e il pessimo rapporto con il mio corpo avrei potuto immaginare di finire dal chirurgo plastico per moltissimi altri motivi, ma mai avrei pensato di andarci per fargli sistemare uno zigomo, io poi che gli zigomi rifatti li ho sempre detestati. Varcai la porta dello studio mentre lui era lì a tenerla e per un istante mi sentii squadrare dalla testa ai piedi, entrai con i miei genitori, e credo che quando lui si sedette alla sua scrivania fosse convinto che il motivo della mia presenza lì fosse quello di rigonfiare gli airbag frontali visto che continuava ad alternare lo sguardo da lì al viso, ma non sembrava considerare seriamente l’ipotesi che sotto al cerotto ci fosse qualcosa degno di interesse professionale. Quando gli spiegai il motivo per cui ero lì e tolsi il cerotto dal viso lo vidi cambiare espressione e per tre volte ripeté un’espressione volgare riguardante il membro maschile.

La mia risposta fu un semplice:

- Eh.

Ma la voglia di urlare e piangere era quasi incontenibile: lui, un professore che sicuramente di casi come il mio, forse più gravi, ne aveva visti tanti, non era stato in grado di trattenere un’esclamazione a dir poco non professionale e io dovevo convivere con quell’immagine ogni giorno, ogniqualvolta alzavo lo sguardo per lavarmi i denti, il viso, truccarmi, pettinarmi, medicarmi, metter creme, controllare il vestito, l’abbinamento di scarpe e borse, e ogni volta in cui passavo in una stanza con specchi anche solo accidentalmente mentre tentavo di non guardarmi. No, non ero pronta a convivere con questo, con me. E lo sono ora? Vorrei saperlo, lo vorrei tanto.

I mesi seguenti furono una tortura di resistenza psicologica all’autodistruzione: ogni medicazione, ogni ora passata in bagno chiusa, affinché i bambini non mi vedessero, per lavarmi, medicarmi, impomatarmi con qualunque genere di crema che mi fu consigliata, cerotti a coprire, per non vedere io per prima, e anche a distanza di tempo quando tornai a truccarmi, dolore e pianti, stando attenta che nulla finisse nell’occhio per evitare di disperarmi e ritrovarmi con un occhio completamente rosso. Tutto era fonte di stress psicologico e anche dormire era faticoso: anche quando riuscivo a trovare una posizione e a prender sonno, poi quasi sempre mi risvegliavo ad una certa ora di soprassalto, le emicranie feroci, il viso che tirava e dava prurito, l’insensibilità su quasi tutta la parte sinistra, la rabbia quando le lacrime uscivano dal mio occhio senza che me ne accorgessi prima che raggiungessero la guancia all’altezza della bocca perché tutto nel mezzo era insensibile, lacrimazione incontrollata, chiusura oculare imperfetta e la fronte che per metà non aveva più sensibilità e neanche le normali rughe di espressioni, perché il sopracciglio non si aggrottava più e il nervoso scaturito dal dover indossare anche di notte occhiali larghi che mi parassero dal vento, in modo che non mi irritasse l’occhio. Erano tante piccole cose, che però diventavano fonte di nervoso e pressione continua, il ginocchio che mi impediva anche di sfogarmi ballando come mille altre volte avevo fatto e come ancora avevo bisogno di fare senza potere. Neanche ci provavo ad accennare due passi e anche quando sono tornata a farlo all’inizio è stato fonte di rabbia e frustrazione perché un semplice accenno era motivo di forte dolore. Anche rifare cose semplici come camminare, mangiare, infilare di nuovo un paio di tacchi, fare le scale, correre, andare in bicicletta, fare l’amore e sopra ogni altra cosa ballare fu motivo di fatica e mi costò fatica, una lunga riconquista che ancora oggi in realtà non si è completamente conclusa. Il livido sul ginocchio rimase per più di un anno e i fastidi, almeno alcuni, ancora oggi me li porto dietro, come per il viso la sensibilità non è mai tornata normale e ancora oggi a volte, quando arriva repentinamente il freddo ed è umido il viso tira a sinistra e la tempia batte e formicola tutto dando pruriti e fastidi ma soprattutto rendendomi nervosa e suscettibile.

Dopo circa quattro mesi mi decisi a mostrare ai miei figli il mio viso. Avevo sempre gli stessi timori: paura che non ritrovassero sul mio viso la loro mamma, ma alla fine la loro continua insistenza mi convinse che non potevo celare loro chi ero, o ero diventata, in eterno e così, dopo aver parlato a lungo con loro tentando di prepararli, e forse preparare anche me stessa, a cosa avrebbero visto, decisi di fargli vedere, anche se quel cerotto mi dava la stupida sensazione di poter ignorare quanto era accaduto. Cristian non si scompose, Alex, dapprima disse di non voler vedere, ma alla fine anche lui volle capire. Il disagio fu maggiormente mio. Era come rendere reale un cambiamento che avevo ancora bisogno di negare soprattutto con me stessa. La sensazione peggiore era il non riconoscere il mio viso allo specchio, come se l’immagine che mi veniva restituita non mi appartenesse, e se da vicino quella cicatrice era fonte di rabbia e voglia di spaccare lo specchio, da lontano diventava addirittura l’unica cosa che riuscivo a percepire del mio viso, tanto da sentirmi estranea a me stessa perché quella che vedevo non ero io.

Quando a settembre andai in visita al Policlinico trovai un dottore che non mi diede molte speranze di essere valutata ed eventualmente operata lì perché le liste d’attesa erano lunghe e loro si adoperavano per casi ben peggiori rispetto al mio, ma che se volevo potevo provare a riprendere appuntamento col primario e sentire il suo parere. Uscii di lì piuttosto demoralizzata e per qualche settimana non pensai neanche di riprendere appuntamento, ma alla fine mi decisi. Non prima del due di gennaio. Sarebbe stato quasi un anno. Andai a visita piuttosto demotivata, ma anche carica di tensione.

Quando entrai trovai un dottore che di certo non poteva essere il primario, mi fece delle domande, gli spiegai quanto era accaduto, gli dissi che avevo anche la tac del pronto soccorso, ma sul momento non volle vederla perché la riteneva ormai superata essendo di quasi un anno prima. Quando poi arrivò il primario, a malapena salutò entrando, e la prima cosa che chiese al dottore era se aveva visto la tac, e alla risposta negativa, lo redarguì dicendogli che non doveva neanche chiamarlo se prima non aveva visto la tac e se ne riandò. Sia io che i miei genitori rimanemmo di sasso e il dottore si trovò in un evidente imbarazzo. Dopo aver osservato la tac richiamò il primario. Lui entrò, mi guardò e dopo meno di un minuto aveva chiaro il da farsi. Si mise seduto alla scrivania per vedere la tac, si confrontò col dottore e poi gli chiese:

- Che vogliamo fare?

Il dottore gli provò a dire che sostanzialmente non era una cosa così grave da essere di interesse per loro, e mentre io già ero pronta a scoraggiarmi, la risposta mi sorprese:

- Sì, ma noi siamo la sua ultima spiaggia, se non lo facciamo noi da chi la dobbiamo mandare questa povera ragazza?

Aveva deciso già di metterlo a posto. Mi chiese di fare una nuova tac e poi di tornare da lui. Un mese dopo ero di nuovo lì. Prima mi visitò e mostrò il da farsi a tutti i dottori del suo entourage, poi fece chiamare un altro chirurgo che faceva sempre parte della sua equipe e quando poi arrivò mi disse:

- Lui è il dottor X, e sarà il suo chirurgo, si occupa prettamente della zona oculare…

Discussero per qualche minuto sulle varie ipotesi, mi proposero persino di ritoccare anche l’altro zigomo o l’altra metà della fronte con qualche punturina, ma in fondo l’unica cosa che avrei voluto non me la poterono dare. Il primario mi disse che dopo la visita sarei dovuta ripassare nell’altro ambulatorio per parlare con il chirurgo che mi avrebbe operato, e così, dopo aver aspettato che scrivessero tutto il necessario e mi inserissero tra gli interventi in programma andai all’altro ambulatorio. Il dottore concluse tutte le visite in programma prima di farmi entrare. Gli chiesi di spiegarmi quanto avrebbe fatto visto che comunque si trattava del mio viso e avevo bisogno di capire. Trattenevo a stento le lacrime, mi capì al volo, mi fece accomodare e mi spiegò tutto quello che avrebbe fatto: dalla ricostruzione dell’angolo del mio occhio con relativo riposizionamento della rima oculare, all’ancoraggio del mio zigomo che se ne era sceso perché era stato reciso durante l’incidente. Per la prima volta dopo mesi mi trovai davanti una persona che mi faceva un discorso complessivo e non concentrato solo su uno dei due aspetti. Tutti i chirurghi che avevo consultato sino a quel momento avevano preso in considerazione soltanto uno dei due aspetti: o l’occhio o lo zigomo, minimizzando l’altro. Io non riconoscevo il mio sguardo, e il fatto che l’occhio non chiudesse a dovere mi innervosiva terribilmente, ed era fonte di malessere e fastidio continuo, ma anche il fatto di sentirmi a disagio ogniqualvolta sorridevo, perché lo zigomo si gonfiava in maniera innaturale era fonte di stress. Avevo bisogno di qualcuno che capisse che avevo bisogno di risolvere entrambe le cose e per la prima volta da un anno avevo trovato qualcuno pronto ad affrontare i vari aspetti complessivamente. Inoltre mi spiegò le cose senza promettermi qualcosa che non avrei potuto ottenere, mi disse schiettamente che come prima non sarebbe mai tornato ma aggiunse che comunque partivo da una buona base e che ottenere un ottanta percento da un buon punto di partenza non era poco, che rispetto a chi aveva sul viso veramente delle situazioni drammatiche, la mia poteva essere un ottimo risultato di cui essere soddisfatti.

Quando uscii da lì avevo bisogno di piangere, ancora ce l’ho, ma era difficile per me accettare che non avrei mai più visto il mio viso, almeno non in questo sistema di cose. Non lo era, non lo è, non lo sarà mai. Per la prima volta avevo trovato qualcuno che mi faceva un discorso complessivo, ma allo stesso tempo aveva distrutto definitivamente la speranza di rivedermi allo specchio. Non sarei più stata la stessa, quello non sarebbe più stato il mio viso, la mia impronta digitale, la mia identità. Non aveva e non esiste una gomma da cancellare che possa restituirmi ciò che ero. Per la prima volta ne fui consapevole, ma questa certezza non mi permise comunque di accettare ciò che ero diventata. Era come se il mio viso, la mia identità, fosse temporanea, transitoria e quindi non necessariamente avevo bisogno di accettarla. Non ci provai nemmeno, quella comunque non sarei rimasta io. Quella non ero io, quella non sono io… ancora oggi sento di non essere io e allora finisco col nasconderla dietro a un ciuffo di capelli che mi coprono parte del viso perché questo mi permette di vedere solo la metà che riconosco sempre. In quei momenti ripenso alla dottoressa del pronto soccorso che mi disse che per un bel po’ di tempo avrei dovuto coprire la cicatrice con i capelli… aveva ragione… Dio solo sa quanto aveva ragione, dentro di me, prima ancora che fuori. Mi sento così stupida nel pensarlo, ma le emozioni irrazionali dentro me dettano leggi che la razionalità non riesce ancora oggi a controllare. Sono folle forse? O è solo il lungo percorso riabilitativo di una mente traumatizzata più di quanto non sappia spiegare? Continuo a scrivere come una pazza che non sa spiegare ma soprattutto capire cosa le accade e le passa per la mente. Continuo a scrivere nella speranza di ritrovarmi almeno qui, di capire cosa si è rotto dentro di me e non riesce a risanarsi e blocca mente e speranze. Qualcosa si è alterato in me e vorrei tanto capire cos’è per poter risanare il tutto. Stasera che la testa è pesante e confusa, stasera che vado errando dentro di me in cerca di non so ché.

La sera che tornai dalla visita piansi… ne avevo bisogno, piansi tra le braccia di mio marito, continuava a dirmi che lui mi vedeva bella “lo stesso”, “lo stesso”, eppure quanto facevano e fanno ancora male quelle due parole anche se io bella non mi ci son mai sentita, forse neanche quando lo ero… se lo ero… e tanto meno oggi riesco a pensarlo neanche quando sono truccata o sistemata, quel senso di disagio c’è sempre. Sempre rimarrà, temo, perché il disagio con me è più forte di qualsiasi altra cosa. È che quelle due paroline sottolineavano un prima e un dopo, un cambiamento che la mia mente vorrebbe poter ignorare ancora oggi, senza riuscirci mai. Ignorare una cicatrice sul cuore prima ancora che sul viso. Folle, sì, devo esserlo davvero. Una volta mi fu spiegato che la mente inizia a guarire solo tempo dopo che il fisico è completamente guarito… e così non provai neanche a reagire dopo il primo intervento, anche se questo mi aveva permesso di ritrovare almeno parzialmente il mio sguardo… lo stesso sguardo che una volta mio marito mi disse che lo faceva sciogliere. Non so se è autolesionismo il mio o se è il bisogno di attaccarsi a certezze passate che mi rende più vulnerabile e insicura, ma ogni cosa mi fa credere che quanto ho perso, è più di quanto posso accettare di aver perduto. Devo essere pazza, almeno stanotte penso di esserlo.

Tre mesi dopo fui operata all’occhio. Quando il dottore mi chiese se preferivo l’anestesia totale o no, non ebbi dubbi… gli dissi che ciò che preferiva per me andava bene, ma sapevo che volevo dormire e svegliarmi solo dopo. Non volevo rivivere la sensazione delle mani sul viso: anche solo per le visite mi sentivo a disagio, durante tutto un intervento penso che sarei stata davvero male, ma lui scelse l’anestesia totale e di questo gli fui grata, infatti quando lui disse che pensava fosse meglio quell’ipotesi io feci cenno di sì con la testa e lui non se lo fece ripetere due volte. Feci l’intervento in day hospital, quando mi portarono in sala operatoria ero tesa, nervosa e non a mio agio, ma non ho grandi ricordi, solo l’anestesista che dopo avermi messo la mascherina sul viso mi chiese di contare fino a dieci, ma non arrivai a tre… ricordo il dottore che mi risvegliava dopo l’intervento, già in stanza. Ricordo il ghiaccio, tanto… ricordo di aver dormito a lungo, di essermi risvegliata a più riprese, ma continuavo a sentirmi frastornata e assonnata. Ricordo la sensazione di fastidio quando mi guardai allo specchio: il vedermi di nuovo livida, gonfia, mi innervosiva molto, mi sembrava di essere tornata a un anno prima. Quando mi alzai e andai in bagno mi guardai bene da vicino e per la prima volta dopo un anno ritrovai il mio sguardo. Non esattamente come prima, ma molto simile… fu un sollievo ma anche fonte di pianto. Pensavo che non mi sarei più riconosciuta in assoluto e il fatto di riuscire a rivedere un occhio pressoché finito, vero e che chiudeva correttamente mi sembrava una conquista incredibile. Bastasse solo questo nei giorni no.

Durante l’intervento avevano estratto un vetro di circa sette millimetri, me lo diedero… ancora lo tengo modello reliquia a ricordarmi quello che ancora c’è lì dentro. Dissero di aver trovato anche tanto tessuto cicatriziale e che quello non se ne sarebbe andato.

Tolsi i punti a meno di una settimana ma il gonfiore era ancora evidente, continuammo con le visite di controllo fino a settembre e poi il dottore disse che era disposto a ritoccare anche lo zigomo così da ancorarlo al suo posto. Mi spiegò che non avrebbe scollato tutta la parte perché avrebbe comportato la formazione di ulteriore tessuto cicatriziale che avrebbe potuto peggiorare la situazione annullando i benefici del riposizionamento dello zigomo e che quindi lo avrebbero ripreso e tirato su.

Passarono alcuni mesi senza che chiamassero per mettermi in lista e così alla fine richiamai io e poi a distanza di quasi un anno dall’ultimo intervento mi ritrovai di nuovo in ospedale, stavolta ricoverata. Entrai convinta di dover uscire in giornata, o al massimo il giorno seguente e invece mi dissero che era un ricovero ordinario. Non ero organizzata per questo, ma forse psicologicamente mi aiutò ad arrivarci meno tesa. Il giorno dell’intervento mi portarono in sala e mentre mi preparavano, venne il dottore: mi guardò ancora e mi chiese come la vedevo se ritoccava anche la cicatrice. Gli risposi che fosse stato per me avrei cancellato tutto con una gomma, e quindi qualunque cosa volesse fare per migliorare la situazione, io lo avrei accettato pur di vedere quel segno il meno possibile. Ma poi lui disse che l’esperienza gli aveva insegnato che non sempre meglio vuol dire bene. Mi veniva e ancora mi viene da piangere, ma trattenni le lacrime, come ancora oggi tendo a trattenerle. Il risveglio fu strano perché mi ritrovai letteralmente con una sorta di fiocchetto sopra lo zigomo che doveva riassorbirsi nel tempo, ma che del tutto non si è ancora appianato a più di un anno dall’intervento. Tutto sul mio viso è un po’ strano, ma diciamo che nei giorni buoni ho iniziato a farci l’abitudine, ma solo in quelli buoni. Ancora oggi aspetto il giorno che sciacquandomi il viso e rialzando lo sguardo sullo specchio mi accorgerò che quel segno e quel gonfiore sono spariti, e che anche il mio occhio è tornato esattamente quello che era.

Sono passati tre anni e mezzo da quel giorno che comunque ha cambiato drasticamente quella che sono, e dopo decine di tubetti di creme, chili di ghiaccio, scatole e scatole di cerotti per cicatrici e non, anche solo per non vedere e coprire, notti insonni, pianti disperati, sentirsi uno schifo, un mostro (il paragone che spesso facevo era quello con la bestia di un telefilm di quand’ero piccola), due cicli di fisioterapia per il ginocchio, una lunga chiacchierata con una psicoterapeuta, consulti con almeno sette chirurghi maxillofacciali o plastici, un anno di visite specialistiche anche col chirurgo oculista, decine di attacchi di ansia soprattutto in auto, dopo frenate improvvise o situazioni di difficile controllo, ma non solo, due interventi maxillofacciali che mi hanno ricostruito prima il canto dell’occhio e poi riposizionato lo zigomo, nella speranza di ritrovare il mio viso, alla fine rimango io e quel che vedo, come mi vedo. Ringrazio profondamente il chirurgo che mi ha ridato un viso, anche se non lo sento ancora mio. Anche se ancora oggi guardandomi allo specchio osservo più le asimmetrie che le cose belle, anche se ancora mi nascondo dietro un trucco pesante per sentirmi più decente e anche se ancora oggi non riesco a far minimamente pace con le foto, nonostante mi ci impegni. Ci sono ancora giorni bui, in cui non riesco a guardarmi allo specchio senza ferirmi, senza detestarmi abbastanza, ma ci sono anche giorni migliori in cui mi riconosco un viso, non quello di prima, ma comunque un viso che posso imparare a sentire mio, magari con molto tempo. Non mi sono sentita felice quando il chirurgo durante l’ultima visita di controllo mi ha detto che pensava non fosse più opportuno rimetterci le mani, perché in quel momento anche l’ultima speranza di ritrovarmi allo specchio si è frantumata, almeno in questo sistema di cose, perché l’unica cosa che avrei voluto davvero non avevo potuto averla: il mio viso, bello o brutto che fosse era il mio; no, non sono stata felice, ma continuo ad avere fiducia nel suo giudizio e sapevo sin dall’inizio di questa storia che sarebbe finita così, anche se questo non mi rende più facile accettarlo. All’indomani di quell’ultima visita mi sono sentita distrutta e sollevata al contempo: sollevata che comunque tutto si era concluso con un viso che potessi riconoscere almeno nei giorni buoni, ma anche disperata perché non era quello che avrei voluto.

Intendiamoci, sono una complicata da soddisfare: quando mi capitava di vedere quei programmi di chirurgia plastica dove sistemano situazioni complesse, quasi mai mi son sentita di condividere l’entusiasmo delle pazienti nel vedere i risultati, perché in qualche grado il problema era rimasto e per me il risultato non era certo accettabile, per cui ho sempre saputo che qualunque risultato al di sotto del cento per cento non sarebbe stato sufficiente per me, ma speravo di potermi ricredere. In realtà così non è stato, ma non penso affatto che sia incapacità del chirurgo, piuttosto è la mia incapacità di accettare una realtà che in verità non mi piace e non riesco a farmi piacere. So che ogni volta che a questa storia si aggiunge un aspetto anche solo tecnico burocratico ci sto male e il mio cervello lascia che scatti in me una sorta di desiderio di autolesionismo, che non riesco a controllare, o almeno a capire. Dicono che la comprensione di un problema è alla base della guarigione, ecco, se è così allora forse non l’ho ancora capito perché non riesco ancora a farmela passare nonostante vorrei, ma ogniqualvolta c’è qualcosa che riporta alla mente quel pensiero ecco che sul mio viso cala un velo di tristezza e il mio cuore si incupisce. Chissà che non sia quel delirio di morte che quel giorno avvertii.

Alla fine mi trovo qui, dopo anni, dopo aver buttato giù fogli e fogli sull’argomento a concludere questo sproloquio di emozioni e deliri, ripercorrendo tutto quel che ricordo di quel giorno, sperando che le idee confuse che ancora continuano a rimbalzare nella mia testa alla fine trovino la giusta collocazione per ritrovare infine un po’ di pace.

Era il 27 gennaio 2016, quella data non la dimenticherò per il resto dei miei giorni penso, lasciai Miriana a scuola, mentre Alex e Cristian erano rimasti a casa per un’influenza, non andavo di corsa, pensai di passare in banca per richiedere l’addebito di una bolletta direttamente sul conto corrente. Entrai in banca e andai dal consulente, gli spiegai ciò di cui avevo bisogno, e lui provò a registrare subito la richiesta, ma il terminale era bloccato, provò per alcuni minuti, e alla fine mi disse di lasciargli la bolletta e di tornare a riprenderla quando risalivo per prendere la bambina a scuola. Non mi andava molto di ritornare più tardi, ma pensai che fosse una buona idea considerando che avevo lasciato i bambini con mia suocera e non volevo farla attendere troppo. Ringraziai il consulente e tornai in macchina.

Mille volte mi son chiesta come sarebbe andata se quel terminale avesse funzionato, se non mi fossi fermata in banca, o se invece avessi atteso che il terminale tornasse a funzionare… domande inutili.

Misi in moto e infilai la marcia indietro per uscire dal parcheggio. Pensai che era inutile allacciare la cintura di sicurezza, in fondo si trattava di pochi chilometri, ma poi mi dissi che erano comunque “un po’” di chilometri e l’allacciai, ricordo il gesto e ancora oggi mi si gela il sangue ripensando a quel pensiero. Uscii dal parcheggio e partii, imboccai quella maledetta discesa che porta a casa mia, la stessa su cui due anni più tardi mi si rispense la macchina e per un attimo pensai che avrei rivissuto tutto daccapo, ma andò meglio, la macchina mi diede problemi poche decine di metri prima rispetto a quel giorno e riuscii a fermarla nell’unico punto di fuga, ma comunque passai giorni nel panico totale. Comunque tornando a quel giorno… passai il fontanile, avevo il cappotto che mi tirava e così spostai il corpo verso il volante per riuscire a spostare il cappotto, ho ancora addosso la sensazione della cinta contro il petto che tirava indietro, e l’incedere della strada lenta sotto il muso dell’auto. Guardavo la strada scorrere lenta, quando d’improvviso l’auto sul rettilineo sterzò bruscamente a destra, come se avesse preso una buca, ma io quella buca non l’ho mai vista, neanche dopo, e questo pensiero ancora mi fa impazzire, perché non riesco a trovare un mio errore che possa giustificare tutto quel che è successo, tutto il dolore che ne è scaturito. L’auto iniziò a sbandare con tutto il posteriore, modello pendolo, da destra a sinistra ripetutamente e sempre più velocemente. Riuscii a tenerla in strada per decine di metri. Nel momento in cui iniziò a sbandare salivano tre auto, pensai che se avessi tirato il freno a mano, la macchina sarebbe andata in testacoda e con ogni probabilità avrei sventrato anche le auto che salivano, così pensai che non fosse la scelta giusta, e anche il freno temevo che avrebbe causato la stessa reazione, considerando che non riuscivo a tenere dritto lo sterzo nonostante continuassi a provarci con tutte le forze. Sperai che l’auto ritrovasse aderenza a terra, ma non accadde. Vidi la curva a sinistra, pensai che non sarei riuscita a farla senza andare addosso alla montagna e invece arrivai sulla curva col sedere che andava a sinistra e quindi riuscii a tenerla persino in curva, ma quando uscii, l’auto sbandò a destra e con la gomma posteriore presi la terra. A quel punto non riuscii più a tenerla in strada. L’auto slittò letteralmente contro la montagna appoggiandosi a un cumulo di terra e foglie e mettendosi sulle sole due ruote di sinistra, andai giù col corpo verso la mia destra e credo, stando ai lividi che mi ritrovai addosso nei giorni seguenti, che in quel momento impattai la spalla contro il sedile del passeggero e il gomito contro il gancio della cinta che penso si sganciò in quel momento, ma non lo ricordo con chiarezza. Alzai lo sguardo verso il finestrino del passeggero, guardai fuori e vidi la montagna, mi fece rabbia e pensai: “ho fatto il danno alla macchina, pace”. Mi scocciava soprattutto perché l’auto non era la mia, ma pensai: “si ripaga”. Ecco se l’auto si fosse fermata lì io non mi sarei fatta neanche un graffio e sarebbe stata solo una scocciatura, solo che l’istante dopo schizzò via, almeno stando ai rilevamenti fatti in strada. Non ricordo cosa accadde in quegli istanti, non so se l’ho rimosso o se effettivamente è passato un solo istante tra quell’impatto e quello seguente, so solo che un attimo dopo sentii l’urto violento a sinistra. L’auto letteralmente volò, tra il primo e il secondo luogo di scontro, perché a terra non c’erano frenate e nessun segno di ruote sporche, solo detriti di terra e arbusti. Quando sentii l’impatto a sinistra mi sentii scaraventare fuori del finestrino, sentii il sedere staccarsi dal sedile e pensai che non desideravo vedere il volo che mi avrebbe fatto finire sull’asfalto, morta. Non volevo vedere e chiusi gli occhi.

C’è chi dice che quando vedi la morte in faccia ti passa davanti agli occhi tutta la tua vita. Non so dire a cosa avrei pensato se fossi davvero volata fuori dal finestrino, ma so che un istante prima ho pensato a un’unica cosa: “è finita, i bambini non li vedo più”, e così, ho chiuso gli occhi, per non vedere il volo, e ho atteso la morte.

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