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Una storia di mikiefromwine

Questa storia è presente nel magazine Storie di un fisioclown

Guarda mamma, senza mani

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2 minuti

Pubblicato il 18 settembre 2020 in Storie d’amore

Tags: #clown #commozione #esperiene #fisioterapia

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Non ho mai chiamato il Signor Lama per nome. Mi ha sempre dato l’impressione di essere una persona molto elegante e distinta, complici il suo accento mezzo francese e il modo di camminare. Insieme abbiamo portato a termine un percorso riabilitativo durato sessanta giorni in day hospital, con discreti risultati, anche un po’ inaspettati. Circa vent’anni fa, il Signor Lama ha avuto una mielopatia grave, di cui ancora oggi riporta conseguenze, soprattutto nello schema del passo, completamente alterato a causa della spasticità agli arti inferiori. Ebbene, quei sessanta giorni sono scivolati in maniera leggera, a suon di racconti e risate con Patty Pravo e Anna Oxa che ci hanno accompagnato tutte le mattine dalle 8.00 alle 10.00 circa.

Più passava il tempo, più mi accorgevo del suo desiderio di condivisione e compagnia, che relegava l’interesse per i risultati riabilitativi in secondo piano. Non v’era giorno che non mi raccontasse dei due nipotini francesi di Lione, in particolare Lèon (lo ricordo benissimo perché lo associavo al film di Luc Besson), e della moglie, donna per cui nutriva un’ammirazione infinita.

Dopo circa quaranta giorni di riabilitazione, una mattina, finito il lavoro sul lettino, gli chiedo di sedersi su una sedia e, togliendogli il bastone, di alzarsi. Mi guarda: «Sei pazzo?». A quel punto, forse anche un po’ seccato da questa sua continua loquacità e disinteresse per il lavoro fisioterapico mi rivolgo a lui per la prima volta chiamandolo per nome:«Forza Peppe, non perdiamo tempo ja».

La sua espressione cambia improvvisamente, avverto in lui come un senso di colpa, come se avesse letto nelle mie parole un rimprovero.Chissà magari quel “Peppe” quali ricordi d’infanzia aveva rievocato. Abbassa la testa, guarda a terra e prova ad alzarsi in piedi ma non riesce. Mi guarda ma senza dire nulla stavolta, almeno verbalmente, perché il suo viso esprimeva esattamente un«non ce la faccio».Lo capisco e provo ad incitarlo: «Tanto non ce ne andiamo stamattina se non ci alziamo in piedi!». Per facilitarlo gli do alcune indicazioni da seguire, ci riprova. Il viso diventa rosso e assume l’espressione dello sforzo, si alza in piedi e dopo aver fatto un mezzo passo si ferma, china la testa e inizia a piangere, a singhiozzare come un bambino. Era da venti anni che Peppe non si alzava in piedi da solo, senza bastone, senza aggrapparsi, senza chiedere aiuto a qualcuno. Mi ringrazia, mi prende le mani e prova a baciarmele fregandosi delle norme Covid. Per lui quello era un traguardo irraggiungibile, qualcosa di impensabile, eppure ora era lì pieno di entusiasmo come quando per la prima volta riesci ad andare in bici senza mantenere il manubrio e gridi nel cortile sotto casa: «GUARDA MAMMA, SENZA MANI».


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