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Una storia di BlackBaki

ALTALENA

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5 minuti

Pubblicato il 30 ottobre 2020 in Storie d’amore

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Lei era seduta sull'altalena, dondolando avanti e indietro insieme ai suoi pensieri che si muovevano a tempo senza sosta, spostati da una parte all'altra della stanza, come barche senza remi trascinate al largo dalla corrente impetuosa di un temporale d'estate.

Creava dentro di se una sorta di impasto in cui ogni cosa passata e presente fungeva da ingrediente, dove fermarsi sarebbe stato come far cadere un libro e doverne leggere il lato ormai aperto.

Con lo sguardo rivolto al cielo osservava le nuvole e le montagne danzare al ritmo dei suoi occhi, come in una scuola di ballo, mantenendo il tempo.

Le guance si inarcarono lasciando trasparire un flebile sorriso, forse dovuto ad un accenno di giramento di testa.

Si alzò e corse in casa a prendere un gelato, fuori si alzò il vento e il dondolo riprese a muoversi senza di lei così decise di indossare le scarpe e uscire di nuovo.

Quel dondolo non era solo la sua ancora, era un posto solo suo. Era l'unico luogo in cui lei si sentiva sé stessa, in cui poteva dialogare con i suoi pensieri, in cui poteva vederli chiari e nitidi.

Passava le giornate riempiendole di cose da fare, circondandosi di persone e della loro compagnia. Ma nonostante tutto continuava a sentirsi solo vuota e fredda. Il tempo le scivolava dalle dita, era consapevole del fatto che non riuscisse realmente a godersi ciò che aveva, ma questa stessa consapevolezza la divorava da dentro ed erano vani gli sforzi che faceva per poter riuscire semplicemente a vivere, senza pesi.

La leggerezza con la quale ondeggiava pacifica la aiutava a dimenticarsi di tutto quanto, e per un attimo, un solo brevissimo istante, si amava davvero.

Il sentirsi vuota la rendeva un guscio in cui ogni rumore rimbombava dentro di se, come un eco infinito, senza trovare una porta dalla quale uscire, semplicemente per prendere aria o per scorgere la luce del sole.

Sentirsi come un ramo appeso ad un albero, ancorato forse per miracolo, con il timore di spezzarsi ad una minima folata di vento.

Trovarsi li la faceva sentire al sicuro, come riscaldata dall'acqua del mare alle 7 di sera con quel rumore che l'aiutava a mettere in ordine quella stanza disordinata nella sua testa.

Percorse il viale che portava in paese, il suo sguardo era rivolto al panorama, osservando come la gamma cromatica di uno stesso paesaggio possa cambiare tonalità, nitidezza, contrasto, nell'arco della giornata.

Il modo in cui la luce del sole si infrangeva tra le montagne, come un fan che cerca di farsi spazio tra la folla tendendo la mano al suo artista preferito, cosi il sole si perse dietro le montagne e lei giunse in paese.

Le luci delle case erano accese, come lanterne luminose in attesa del lento passaggio della sera. Era presto, ma sembrava che il buio avesse fretta di inondare quelle strette stradine. Lei camminava ascoltando il rumore dei suoi passi, a volte interrotto bruscamente da una risata o dallo schiamazzo di uno degli abitanti delle piccole case. Provava ad immaginare la vita dei perfetti sconosciuti di cui aveva appena udito la voce, osservava spesso i passanti cercando di capire il motivo delle loro espressioni e dei loro gesti. Entrare anche se immaginariamente nella testa degli altri la distoglieva dall'ingarbugliato labirinto che riempiva la sua.

Arrivata alla piazza si avvicinò allo steccato che dava su un prato immenso incorniciato dal bosco. Quella distesa di alberi scuri non sembrava avere fine e si estendeva a perdita d'occhio, lasciando sullo sfondo il dolce luccichio dell'ultima neve sulla montagna più lontana infondo alla valle.

Iniziò a calare il buio e l'oscurità stava inondando gli alberi, trascinandoli con se nel nulla assoluto, le luci delle finestre illuminavano le strade come piccoli lampioni sparsi qua e la su qualche muro.

"Dovrebbe essere cosi" penso lei, "forse dovrebbe essere proprio cosi, dovrebbe esserci una luce con qualcuno a tenerla accesa per te, per quando entrerai in casa, che mi avvolgerà facendomi sentire al sicuro, con qualcuno a sorridermi".

La stanza nella sua mente inizio a riempirsi di punti interrogativi, continuando a chiedersi il perché della solitudine, l'infrangersi delle onde dentro di lei che portavano con se dubbi, paure, insicurezze.

Abbassò la testa e una goccia si tuffò sul suolo.

Il cielo era sereno, ma le nuvole le riempivano la testa.

Voleva tornare verso casa, ma le sue gambe la condussero altrove, riprese a camminare, mentre nella sua mente prese forma un pensiero più lucido di altri.

Ricercare la felicità é cio che smuove l'essere umano, cio che fa muovere il corpo verso un obbiettivo, un ponte che congiunge testa e realtà.

Il pensiero piu lucido che si possa avere ruota attorno alla felicità e le sue gambe volevano in qualche modo, confusionario, portarla a toccare o intravedere anche da lontano quella figura, senza sapere che forma o che consistenza abbia, continuò a camminare.

"ehi ti sei persa? stai bene?" disse lui, lei si girò spaventata, "tranquilla mi sono solo preoccupato vedendoti da sola in mezzo alla strada, sta per piovere".

Le propose di aspettare l'attenuarsi della pioggia sotto un telone, si sedettero ad un tavolo e lui ordinò da bere.

Presero 2 tisane calde poiché fuori iniziava a far freddo, la ragazza si mostrava timida ma non aveva paura, in qualche modo lui riuscì a farla sorridere, urtò con il gomito una piccola trave e in testa si rovesciò l'acqua piovana stagnata sul telo.

"Oh almeno sono riuscito a farti sorridere".


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