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Una storia di EdoP

Ai Morti della Porchera

Testimonianza anonima online di un mondo che non c'è più, sulle rive del Po

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6 minuti

Pubblicato il 28 marzo 2019 in Spiritualità

Tags: #Lodi #Piacenza #Po #Porchera #Storie

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Fino ai primi anni Settanta, forse fine anni Sessanta, tutto il lungo Po Lodigiano, cioè la sponda sinistra del Po, aveva visto l’insediamento di una vera e propria piccola civilizzazione, molto diversa da quella del centro del Lodigiano, perché era tutta gente che viveva in simbiosi con l’acqua, quando l’acqua contava perché ci pescavi, perché andavi nei boschi a portar via la legna, perché c’erano i pescatori di frodo. Era un ambiente non solo culturale, ma di vita: tu ci vivevi. Lì dentro sono maturati modi di vedere la vita, le cose, e poi di relazione con il resto del mondo del tutto originali, di cui resta traccia in una narrazione strepitosa di aneddoti.


Uno dei personaggi più notevoli è stato il Cacìn, che si chiamava Belli di cognome, ma tutti lo chiamavano il Cacìn, che significa guardiacaccia in dialetto, ma era un guardiacaccia molto particolare: accompagnava avvocati e professionisti vari, lodigiani o milanesi, alla caccia delle anatre sul fiume con la spingarda [antica balestra poi divenuta fucile di piccolo calibro con la polvere da sparo, nota dell'autore], un’attività di frodo, perché la spingarda era vietatissima.


Alcuni di questi personaggi poi hanno mantenuto questo stile di vita. Tu andavi ai Morti della Porchera, laddove c’era l’osteria del Cacìn e ti sembrava di entrare in un piccolo mondo molto diverso.


Un personaggio molto importante in questo ambito è stato Tarzan, detto Tarzan, appunto, perché era un gigante. Tra l’altro non era nativo di lì, ma era stato adottato da una famiglia di contadini che abitavano alla Cinta, una cascina proprio a ridosso del Po, sotto l’argine, ma oltre l’argine maestro, fuori dal pericolo alluvionale. Tarzan, tra l’altro, ha mantenuto coi suoi genitori adottivi un rapporto più che filiale, proprio perché adottato è rimasto loro legatissimo. Ecco, Tarzan ha incominciato da ragazzo a vivere del fiume, e come lui tutti quelli che abitavano in quella zona. Ha incominciato facendo il boscaiolo, a 13-14 anni portava i “bic non tan grosi”. Poi ha incominciato a fare il barcaiolo: non ha mai imparato a nuotare, però girava sul fiume con una barca di 12-13 metri, barche particolari, piatte, strette e lunghe, che guidava con maestria.


In genere in quegli anni, quelli della mia generazione (io abitavo in quei luoghi) facevano le vacanze d’estate sul Po, soprattutto ai “Morti della Porchera”. È una chiesetta, una cappelletta dove sono custoditi i resti dei soldati morti in uno scontro del Settecento, penso durante la guerra dei Sette anni [in realtà guerra di Successione austriaca n.a.]. Lì c’era un campo dove pascolavano i porci, che avevano cominciato a mangiarsi i cadaveri e allora la pietà popolare ha edificato questa chiesetta per salvare i poveri resti. Dall’altra parte dell’argine rispetto ai Morti della Porchera c’è una bellissima curva del Po che arriva da Piacenza. Il fiume fa una grande curva da sud verso nord, nel centro della quale c’è l’innesto della Mortizza, che è un canale su cui ci sarebbe una lunga storia da raccontare. Poi, appena passata la Mortizza, quando il Po raddrizza il suo corso, lì c’è l’insediamento del Cacin, che è un posto dove noi si andava da ragazzi. Io ero il più “imbranad ad tüti”, sono andato poche volte, soprattutto ci andavo con mio papà, perché mio papà invece era uno che a 14 anni aveva attraversato a nuoto quel braccio di fiume. Lì il braccio è diviso da un isolotto piuttosto ampio, un’isola, che ai nostri tempi, metà anni Sessanta, era un luogo dove si passava l’estate come se fosse una piccola Rimini. Cosa facevi? Stavi lì tutto il giorno, sotto “un sul dla Madona”, c’erano pochissime frasche, per cui non era proprio divertente, ma io non potevo far altro, perché non sapevo nuotare, ero piccolo, avrò avuto 8-10 anni quando andavo con mio papà. Tutte le estati dal primo di agosto sino alla fine di agosto, gli operai andavano lì, quelli che lavoravano a Milano, le fabbriche erano chiuse, e c’era tantissima gente, per cui si è proprio creato anche una piccola comunità su queste cose, c’erano gare di nuoto e tutte quelle cose lì.


Tarzan era un personaggio di grande rilievo, un piccolo dio, perché era il più grosso, il più forte, conosceva bene il Po, perché era cresciuto sul Po. Ci sono delle foto in cui tu lo vedi gigantesco su questa barca con un palo molto lungo, mentre la guida. A volte si attraversava il Po, si andava a Mortizza, dall’altra parte sulla sponda piacentina e poi si tornava. Guidava solo lui, noi saremo stati sulla barca in 10 o 12. Tarzan era un personaggio, un uomo “bon ‘me ‘lpan”. Era uno che in proporzione alla sua stazza, se fosse stato cattivo chissà che disastri “el feva” Invece era una persona squisita.


Quest’area poi è stata progressivamente abbandonata. Neanche recuperata. È cambiato completamente il mondo da allora ad adesso. Quella civilizzazione non c’è più, adesso al massimo al Po ci vai per andare a mangiare qualcosa dal Cacìn (oggi l’osteria è gestita dal figlio Primino), mentre lì prima si andava a pescare e si pescava veramente. C’erano un sacco di carpe, di tinche, che adesso sono piuttosto rare, c’erano i “pess gatt”. C’era una fauna notevole. Io avevo due cugini, uno ora è morto, che erano abilissimi. Loro e il loro gruppo di amici, erano abilissimi nel pescare, nuotare. Nuotavano soprattutto nei canali, non nel Po, perché il Po era pericoloso. Nel territorio da Caselle Landi fino a San Rocco ci sono tantissimi canali: c’è il Gandiolo, c’è la Mortizza, c’è il canale Tosi. I miei cugini e i loro amici erano bravi a pescare ed erano sempre in guerra con il guardia pesca. Lì il patentino non lo aveva nessuno.


Allora era un mondo selvatico, dove ognuno faceva un po’ quello che voleva e i più arditi, i più coraggiosi, i più svelti se la cavavano sempre e loro erano proprio bravi. Io non c’entravo niente con quel mondo, ero imbranato, non mi piaceva prendere in mano i pesci, ma mi interessava vedere, invece. Era uno scontro tra un mondo selvatico e un tentativo di irreggimentazione e di controllo, però era un tentativo un po’ ridicolo, anche perché i guardia pesca come il Cacìn, anziché curare che nessuno infrangesse le regole, erano loro quelli che facevano le cose più balorde. C’è tutta un’aneddotica sui dispetti che questi ragazzi riuscivano a fare ai guardia pesca e ai guardia caccia.


Ma la selvatichezza riguardava anche la vita quotidiana. C’è un aneddoto che riguarda due nostri amici, soprattutto R …, una storiella che arriva dal passato ed è assolutamente incongrua rispetto alla situazione attuale … questi due, quando erano ragazzi e frequentavano le scuole medie, dovevano fare una ricerca a scuola sullo scheletro umano. Allora cosa hanno fatto? Si ricordavano dei resti della Porchera, sono andati là, hanno spaccato il vetro, hanno portato via un teschio e un paio di tibie. Li hanno portati a scuola tutti orgogliosi e… sono arrivati i carabinieri. Sarà che noi conosciamo i due protagonisti e ci viene da sorridere, ma ci riporta al discorso dell’essere selvatici, perché, allora, le regole civili c’erano e non c’erano. Non le avevamo. Loro ancora meno di me.


Ecco, la storia è andata un poco in questo modo.


Ora di questo mondo non c’è più niente.


Adesso di gente che vive sul Po ce n’è poca, sono i vecchi che hanno mantenuto alcune di queste abitudini e la memoria e la nostalgia. I posti sono cambiati, non dicono più niente perché non si vivono più in questo modo. Il Po non è l’Adda. L’Adda è bellissima da vedere, il Po meno. Per me ha un fascino, ma è molto meno bello dell’Adda.


[Filastorie]

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