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Una storia di Napcoder

Il bagno di Sara

Un amore improbabile

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10 minuti

Pubblicato il 04 marzo 2019 in Storie d’amore

Tags: #amore #bizzarro #erotismo #gelosia #scaldabagno

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«Nessuno si metterà mai più tra me e te amore mio! Nessuno! Sarò al tuo fianco tutto il tempo, anche se questa tua agonia dovesse durare per sempre!»

Sara singhiozzava, la testa poggiata contro lo scaldabagno, i piedi bagnati. Pur cosciente dell'inutilità di un gesto tanto rozzo, con la mano destra chiusa a pugno colpiva l'apparecchio di fronte a lei per sfogare la sua frustrazione, il suo senso di impotenza. Si lasciò cadere a terra, sfinita. Gli slip, a contatto con il pavimento, si inzupparono dell'acqua gelida che aveva formato una pozza per terra. Le sue lacrime si mescolarono con le gocce che ora le cadevano sul viso dalle tubature dell'apparecchio, come sangue del suo amante morente. Con gli occhi serrati, tremando per il freddo, non riusciva a non pensare a lui.

Non si era resa conto subito delle sue attenzioni.

La sera prima c'era stato quello che, si era detta, sarebbe stato l'ultimo di una serie di appuntamenti al buio. Carlo, un trentenne tutt'altro che bello, l'aveva accolta al tavolo del ristorante con uno sguardo che nemmeno per un attimo aveva provato a dissimulare la delusione. Per tutta la cena lui non aveva quasi aperto bocca, rispondendo con dei monosillabi alle sue domande. Appena Sara aveva ingoiato l'ultimo pezzo di petto d'anatra, si era alzato per andare a pagare e l'aveva riaccompagnata a casa, salutandola in maniera sbrigativa.

E non era stato nemmeno il suo più brutto appuntamento.

Con gli uomini per lei era sempre andata così: bocciata al primo sguardo. Sara non ne aveva mai capito il motivo, e la cosa la faceva sentire stupida oltre che inadeguata. Aveva provato a ravvivare un po' il look dal parrucchiere, seguito una lezione di makeup, si era anche sforzata di imparare a camminare con un tacco più alto e a mettere vestiti che in esaltassero meglio la sua figura troppo magra. Ma era inutile. Tutti gli sguardi degli uomini si fermavano al suo viso, e lì moriva ogni loro voglia di andare oltre.

Aveva ispezionato la sua faccia mille volte, misurato ogni tratto con i mezzi più disparati, dal suo pollice al compasso. Aveva anche letto un libro di fisiognomica. Tanto che si era convinta che il suo volto incarnasse un qualche tipo di proporzione che andava in conflitto con il cervello umano. Una sorta di anti-sezione aurea: così come le misure della proporzione divina rappresentavano il canone di bellezza estetica, le misura con cui invece erano distribuiti i tratti del suo volto, forse, generavano una sorta di repulsione nelle persone. O quantomeno disinteresse. Lo confermava anche il fatto che, al di fuori di Facebook, non riuscisse ad allacciare praticamente nessuna amicizia. E anche lì aveva dovuto togliere i selfie dalle immagini del profilo.


Quella mattina, entrando per fare un bagno, Sara trovò la stanza stranamente calda e accogliente, con alcune note di vapore che veleggiavano a mezza altezza e lo specchio appannato, cosa che le evitò la fastidiosa vista del suo viso. Quando aprì il rubinetto, l'acqua risultò già perfetta, un filo oltre quella soglia che ne faceva avvertire la presenza, senza però scottare la pelle. Mentre riempiva la vasca, piegata ad armeggiare con i sali, sentì la fiamma dello scaldabagno accendersi e aumentare di intensità. Fece arrivare l'acqua fin quasi al bordo prima di chiudere il rubinetto. Con una mano disperse i sali rossi che si erano concentrati tutti in un punto e si immerse. L'acqua traboccò, andando a bagnare il tappeto. La vasca, con il suo liquido abbraccio, la cingeva in ogni punto, fino sotto il mento. Dopo tanto tempo si sentiva avvolta e protetta, quasi coccolata.


Non fu un caso che da allora il bagno fosse diventato il suo dolce rifugio. Mai una volta quella stanza l'aveva tradita. Nemmeno col sopraggiungere dell'inverno, quando la mattina regala bruschi risvegli di acqua gelata sul viso. No, in quel bagno la temperatura dell'acqua era inesorabilmente giusta, senza inutili attese, e il contatto con il legno e la ceramica dell'arredamento regalavano alla pelle un caldo sollievo, anziché freddi sobbalzi.


Sara iniziò a passare in bagno molto più tempo di quanto avesse mai fatto prima. Lo decorava con oggetti ricercati, perlopiù in bambù, regalandogli un nuovo stile. Con le piante arrivò il primo punto di svolta. Sarà ne comprò tre: uno scenografico Pothos, sospeso sopra la vasca, una grossa felce verde, posizionata a terra vicino alla finestra, ma soprattutto un'orchidea bianca con striature viola, poggiata al lato del lavandino. Con quest'ultima, che delle tre era l'unica ad aver bisogno di cure giornaliere, Sara iniziò anche a parlare, a raccontare le sue ansie e paure, quando non semplicemente la giornata appena vissuta. Tanto che la chiacchierata ormai era diventata una specie di rito, e non la faceva più ripiombare nella solitudine che l'aveva sempre accompagnata in precedenza. Presto, però, si rese conto che la delicata piantina era solo un tramite: Sara in realtà parlava al suo bagno, a quella stanza che l'aveva protetta e aiutata quando la società l'aveva abbandonata, quando i suoi simili l'avevano rinnegata. A volte, addirittura, le sembrava di sentire rumori di tubi nell'intercapedine, come di risposta a ciò che lei diceva.

Era un sabato sera. Il cellulare, abbandonato da qualche parte nella casa, era rimasto silenzioso come al solito. Sara aveva abbandonato perfino i social network, voleva godersi sé stessa, senza illusioni, sola con la sua stanza del piacere. Immersa nella vasca ricoperta di schiuma, il piccolo stereo che aveva installato su una mensolina suonava "Young Lady, You're Scaring Me" di Ron Gallo. Si versò un sorso di Passerina spumantizzata nel flûte e ne assaporò un sorso, prima di tornare a poggiarlo sul vassoietto dirimpetto alla vasca. Il vapore esalato dall'acqua calda le entrava dentro le narici donandole un senso di tepore che formava uno strano mix con il frizzante del palato. Risalendo, mentre si accarezzava la gamba, indugiò con la mano sul suo sesso, cominciando lentamente a massaggiarlo. Proprio in quel momento una goccia d'acqua fredda, rimasta sospesa sulla cornetta da chissà quanto, decise di baciarle la spalla. Un brivido la pervase. Prese la cornetta della doccia e se la posizionò tra le gambe, aprendo il flusso d'acqua. Il piacere provocato dal getto le fece sfuggire un gemito di soddisfazione. L'alternanza tra acqua fredda e acqua calda, con l'aiuto della dita che allargavano le sue labbra, le donavano l'illusione di una penetrazione. Il ritmo aumentava, costantemente. Il getto d'acqua incrementava di potenza con esso. Sara si ritrovò presto a urlare il piacere del suo orgasmo inarcando indietro la testa e allontanando la cornetta che, instancabile, sembrava voler continuare la sua cavalcata immaginaria. Soddisfatta, mentre riprendeva fiato, Sara si concesse un altro sorso di vino. Fu in quel momento che si rese conto che in tutto ciò che era successo, non era stata lei a regolare il flusso dell'acqua.

Si rimise bruscamente a sedere, spense lo stereo e si guardò intorno allarmata.

«Che cosa sta succedendo qui?»

La domanda cadde nel vuoto.

Il tempo di due corti respiri e un gorgoglio nei tubi dell'intercapedine intervenne a spezzare il silenzio.

Sara si precipitò fuori dalla vasca, rovesciando vino e vassoio. Si aggrappò all'accappatoio e istintivamente si coprì, guardando terrorizzata nella direzione da cui era arrivato il rumore. La bottiglia rotolava lentamente e si fermò contro la base del lavandino. Tutta la stanza ritornò nell'assoluto silenzio. Sara rimase immobile, continuando a guardare ora a destra ora a sinistra.

Dopo un tempo che le parve un'eternità si infilò l'accappatoio e raccolse i cocci del flûte che si era infranto contro il pavimento.

«Che stupida sono, per un attimo...»

Dentro il termosifone, l'aria che passava nelle tubature emise tre distinti ticchettii.

Sara si bloccò, fissando il calorifero.

Fece un profondo respiro.

«Sei un fantasma?»

Silenzio.

Il dorso della mano appoggiato sulla fronte, gli occhi chiusi. Si era sentita ridicola nel momento stesso in cui aveva pronunciato quelle parole. Eppure aveva paura di una risposta.

«Chi... che cosa sei?» volle tentare di nuovo.

Un'eco lontana, poi sempre più forte. Il gas iniziò a pompare attraverso i tubi, la candela di accensione cominciò a schioccare scintille, e in un crescendo rossiniano, la fiamma dello scaldabagno bruciò alla massima potenza, creando un trambusto infernale. Pochi attimi, e ogni rumore cessò.

Sara si avvicinò all'apparecchio.

«Ma cosa...»

Uno rumore metallico le rispose.

«Sei tu? Uno scaldabagno? Voglio dire, eri tu, in queste settimane. Sei stato tu a prenderti cura di me?»

Una fiammata glielo confermò.

«Nella cornetta della doccia. Eri tu anche lì?»

Stavolta la fiamma fu bassa, quasi timida.

«Tutto questo è assurdo» disse mentre allungava una mano a toccare il rivestimento dello scaldabagno.

Dentro di sé sapeva che c'era qualcosa di particolare in quel bagno, che c'era qualcosa di anomalo nel suo rapporto morboso con una stanza priva di vita. Non capiva la natura di ciò che stava succedendo. Eppure trovarsi con qualcuno, o meglio con qualcosa, in grado di prendersi cura di lei, che ne aveva saputo assecondare ogni desiderio... non le era mai capitato con le persone.

Si ritrovò a fissare i due indicatori di temperatura e pressione proprio all'altezza dei suoi occhi. Poco più in basso la manopola di accensione. Più sotto, la targhetta orizzontale.

Sembrava quasi un volto. Sembrava familiare.

Con l'indice seguì il contorno cromato dell'indicatore della pressione e vide le lancette impazzire. Si paralizzò nel momento in cui lo sguardo le cadde sul suo pollice, che rimanendo rilassato, andava a coprire la distanza fino alla manopola di accensione.

Misurò, come aveva fatto mille volte sul suo volto, la distanza tra gli indicatori e la manopola, e poi tra questa e la targhetta. Con la mano cercò di pulire velocemente lo specchio appannato e il suo pollice ripercorse le stesse distanze tra occhi e naso e tra questo e la sua bocca. Non c'era ombra di dubbio: le proporzioni erano le stesse del suo scaldabagno.


«Signorina, non si preoccupi eh, che io qui c'ho da lavorare un po' ma glielo rimetto a posto in pochi minuti.»

Sara non staccava gli occhi di dosso al tecnico che armeggiava con il rivestimento del suo scaldabagno.

«Che cosa ha intenzione di fare con quel cacciavite?»

«Eh, ma signorina... devo smontare la copertura, sennò come faccio a ripararlo?»

Sara non lo guardava nemmeno, gli occhi fissi sul SUO scaldabagno, mentre veniva messo a nudo, mentre reagiva agli stimoli di mani che lo toccavano là dove lei non era mai arrivata.

«Ecco, lo vede il problema? Qui le cambio la guarnizione e la perdita si dovrebbe fermare.»

La serratubi rossa, laccata, girava intorno al giunto, prima lentamente, poi veloce, sempre più veloce e ad un tratto il giunto cedette e tutta l'acqua del tubo eruppe fuori impetuosa, inondando la mano di quell'estraneo. Come mai aveva fatto con Sara.

E quella mano, la mano di un altro, ora lo rivestiva con sicurezza, come se lo avesse già fatto un milione di volte.

«Ecco fatto signorina, ora dovrebbe reggere.»

Mai più.

«È stato semplice. Le faccio pagare solo la chiamata.»

Mai più la mano di un estraneo dovrà toccarti.

«Dovrebbe essere sufficiente questo, ma se vede che c'è di nuovo una perdita mi chiami, può anche darsi che sia uscita difettosa la scheda.»


Non durò nemmeno una settimana l'illusione. Le temperature tornarono fuori controllo e poi le perdite ricominciarono. Sara ci aveva provato, in tutti i modi. Ma senza gli strumenti adatti si era solo spellata le dita. E le perdite erano peggiorate.

Lanciò il libretto d'istruzioni dello scaldabagno contro la vasca, disperata.

«Sarò al tuo fianco tutto il tempo, anche se questa tua agonia dovesse durare per sempre!»

Con gli occhi chiusi, seduta su una pozza d'acqua gelida, Sara si lasciò colpire dagli ultimi spasmi di vita del suo amante morente. Quando l'ultima goccia cadde, le sue lacrime non si fermarono, e lei si lasciò soverchiare dalla disperazione di aver perso tutto.

Poi l'ultima lacrima fu pianta, e Sara riaprì gli occhi. Prese il telefono mentre andava in cucina.

«Sono Sara Colussi. Lo scaldabagno ha di nuovo grosse perdite, è urgente... Potete mandare il tecnico della settimana scorsa? Sì, grazie, lo aspetto.»

Aprì il cassetto e prese il coltello trinciante. Girò la punta della lama sul polpastrello dell'indice curato dall'acqua.

Sì, lo aspetto.



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