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Una storia di Mrhappy

LA PARTITA DECISIVA

"La chimica per Federico è sempre stata come l'amore: un composto reagisce con l'altro solo se tra i due c'è attrazione"

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13 minuti

Pubblicato il 11 ottobre 2018 in Storie d’amore

Tags: #calcio #rischi #scelte #sentimenti #viaggimentali

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A Federico piaceva Mariateresa e anche a lei non dispiaceva lui. Era dicembre, gelido periodo invernale, Natale alle porte, fine dei corsi. Studiavano chimica. La chimica per Federico è sempre stata come l’amore: un composto reagisce con l’altro solo se tra i due c’è attrazione e, a volte, un buon catalizzatore; solo in quel caso si formeranno i prodotti. Che ci piaccia o no è e sarà sempre così, Federico lo ha scoperto prima degli altri. Così doveva essere con Mariateresa, era semplice, si piacevano, i composti giusti per formare il prodotto. Federico aveva un’altra passione, il calcio, ma non tutto, lui amava il Napoli più di qualsiasi altra cosa. Dicembre per alcuni è la fine di tutto, per altri l’inizio di qualcosa. Per il Napoli era la prova del nove: tre punti ed una differenza di tre reti sul Borussia Dortmund per raggiungere gli ottavi di Champions League. Ovviamente si giocava contro l’Arsenal in casa, Federico aveva i biglietti da almeno un mese; curva B superiore. Valevano oro. Quel giorno di dicembre era ordinario, come tanti giorni, soliti amici (alcuni di loro pronti ad andare allo stadio con lui), Federico che guarda Mariateresa ma non si fa avanti e tanto tanto freddo. Mancavano solo due giorni alla fine dei corsi quindi la leggerezza dei professori e degli alunni rendeva il clima molto disteso tra i corridoi della facoltà di chimica. “Posso sedermi qui o è occupato?”. Federico alzò gli occhi e non ebbe il tempo nemmeno di accorgersi che quei lunghi capelli castani e quegli occhi neri lo stavano fissando, o meglio ancora gli stavano rivolgendo la parola. “Certo, è libero!”, rispose prontamente lui, “Meglio così. Mi chiamo Mariateresa!”. Che stupida pensò lui, come se non sapesse già il suo nome, il paese in cui viveva e le sue abitudini. Fine della lezione, il professore congeda tutti con un: “Ci vediamo dopo le feste. Studiate!”. Il lungo corridoio che separa le aule era quasi giunto al termine e Mariateresa lo percorreva con le solite amiche, Federico era dietro, come se seguisse una processione, come se non osasse nemmeno avvicinarsi a quella ragazza, per lui era troppo anche solo il fatto che gli avesse rivolto la parola durante la lezione per chiedere se il posto fosse occupato. Rallenta -pensò lui- non un passo più avanti, non raggiungerla, esci dalla facoltà e vai allo stadio che molte persone vorrebbero essere al posto tuo tra qualche ora, poi, finita la partita torna alla tua vita di merda, alla tua solitudine. Giunti al bar stranamente lei si gira e guardando indietro trova Federico, sorride, e gli si avvicina aprendo la bocca come per iniziare a parlare: “Noiosa la lezione di oggi vero?”, “Bè, un po’, mi spaventa l’idea di ricordare tutti questi nomi botanici più che altro”, “Diciamo che tra le cose spaventose è la meno spaventosa se pensiamo a ciò che ci aspetterà”, “Si, hai ragione, però l’abbiamo voluto noi”, “Già! Cosa fai stasera? Io ho il pullman notturno per Benevento, pensavo di farmi un giro nel pomeriggio. Se non hai di meglio da fare dato che sono sola qui potremmo prendere un caffè. Non farti strane idee però, è tra amici, anzi, tra colleghi!”. In quell’istante il cuore di Federico era un tamburo, non capiva più nulla, come se la sua anima fosse uscita fuori dal corpo, era in una dimensione parallela. “Scusami Mariateresa ma stasera devo andare allo stadio e non posso dare buca all’ultimo minuto. Sono desolato. Magari possiamo sentirci durante le vacanze e vederci appena torni, a gennaio”. Sono un coglione, ma quando mi capiterà più un’occasione del genere, insomma, per una volta che sembra che la cosa sia corrisposta ed è anche lei a fare la prima mossa (perché nessuno crede alla storia del caffè tra colleghi, nemmeno lei che l’ha detto) scappo, pensò lui. Una partita come tante non vale quanto una donna come lei, nulla è equiparabile a lei. Insomma, la testa di Federico era troppo confusa, eppure avrebbe potuto rinunciare per stare con Mariateresa, in effetti era lei che voleva, non vedere una stupida partita. Ma qualcosa continuava a turbarlo, non era forse pronto per lei? Era incerto? Sembrerebbero tutte cazzate e lo sono, lui la vuole sul serio più di qualsiasi altra cosa. E allora perché non va a quel merdoso caffè? “Tranquillo, ti capisco sarà per gennaio allora. Buone vacanze e buona partita”. Mariateresa andò via girandosi con un movimento quasi perfetto di spalle, i suoi capelli castani fecero un mezzo giro volteggiando nel freddo vento di dicembre.


“Pronti ragazzi? Ci siete tutti?”, esordì uno degli amici dello stadio, “No! Io non ci sono, non vengo più. Ho avuto un imprevisto. Mi dispiace, vendete il biglietto o regalatelo a qualcuno fuori lo stadio”, “Fede ma sei impazzito oh, è Napoli-Arsenal. Riprenditi!”, “No. Non posso, inutile che insistete”, “Mah! Sono cazzi tuoi, fai come ti pare. Sei una delusione sappilo”, “Non importa, ho le mie ragioni. Scusate tutti ragazzi”. Alcuni dissero in coro: “Dai Fede, vieni con noi!”, altri invece: “Stai tranquillo, non è successo niente, ci sentiamo appena finisce o domani”. Alcuni stavano zitti, osservavano, ma appena Federico andò via si espressero: “Chissà che cazzo tiene da fare. In ogni caso non ci si comporta così”. Ipocriti, non avevano mai perso la testa per una ragazza. Federico corse disperatamente verso la metro sperando di trovarci Mariateresa, e la trovò; era fuori, sola, a fumare una sigaretta. Appena lo vide sembrava quasi incredula, quasi sorpresa, infatti non esitò a chiedere: “Ma non dovevi andare alla partita tu?”. Lui era reduce da una corsa e rispose con tutta la calma del mondo: “Si, dici bene, dovevo!”, “Come mai non ci sei andato?”, “Non volevo deludere una mia collega, a volte si fanno stronzate anche solo per un caffè”, “Forse una stronzata è quella che mi hai appena detto. Vai allo stadio, sei ancora in tempo, noi ci vedremo dopo le vacanze”, “Troppo tardi. I miei amici già sono partiti e temo che se resterai ancora qui a dirmi di raggiungerli perderai il pullman e sarà colpa mia. Quindi, andiamo a farci un giro in attesa del tuo pullman per Benevento”, “Ascoltami bene però, io non mi ritengo responsabile di nulla, hai fatto tutto tu”, “So prendere le mie responsabilità”. Mariateresa spense quella sigaretta che durante la loro conversazione iniziò a fumare molto nervosamente e andò incontro a Federico. Era perplessa, davvero aveva rinunciato a tutto per lei? Rinunciare a quello a cui più tieni per una sconosciuta di Benevento. Eppure, era lì con lei, e quindi, quella perplessità diventò certezza come quell’interrogativo diventò affermazione e convinzione. I due non erano molto loquaci, si sentivano un po’ in imbarazzo, era la prima volta che si osservavano fuori dalle mura universitarie, si sentivano strani. Federico aveva una modesta macchina blu, non troppo grande, ideale per due persone ma anche per quattro; in quel momento la macchina andava verso la zona residenziale di Napoli. Quella zona era fin troppo caotica ma piena di vita, l’opposto di quei quartieri snob che facevano vanto di una vista spettacolare ma poco pratici. Dove voleva andare Mariateresa? Lei era una tipa abbastanza complessa e sofisticata, non era molto semplice da capire, per molti la tipica borghese ma era più semplice di quanto credessero; in quel momento importava poco il luogo, le bastava stare con Federico, le poteva in quel caso andare bene anche la periferia peggiore della città. Si fermarono in un lounge bar, Federico aveva fame ma non poteva prendere i panini che aveva già pronti per andare allo stadio, già era troppo il suo abbigliamento: felpa verde con cappuccio e tuta grigia. Lei invece era ben vestita, quel tardo pomeriggio erano gli opposti in tutto e per tutto ma erano anche il reagente giusto per formare il prodotto di cui parlavo prima e lo sapevano benissimo. In effetti in chimica non è necessario appartenere alla stessa classe di composti o avere le stesse proprietà, a volte si reagisce e basta, la maggior parte delle volte proprio i reagenti che meno si somigliano reagiscono, e gli stessi alcune volte senza l’altro sono anche incompleti. Anche Mariateresa alla fine optò per un panino, le si era aperto lo stomaco, la coincidenza era che in quel bar trasmettevano anche la partita. Dopotutto lei glielo perdonò perché riconobbe il gesto di rinunciare ad essa solo per lei. Parlavano poco, il loro discorso era limitato a qualche frase e qualche battuta, niente di particolare, passavano il tempo a studiarsi, ad osservarsi, a scrutarsi, a volte si rivolgevano la parola. Sembravano due pugili. Intanto sugli spalti del San Paolo c’era un’atmosfera indescrivibile, stadio pieno e le curve che supportavano fino all’ultimo fiato la squadra, erano sessantamila spettatori, sessantamila meno uno. La partita va avanti, il Napoli fa un bel gioco, molto possesso palla e qualche azione, l’Arsenal ormai qualificato non aveva più nulla da perdere. Fine primo tempo 0-0, stesso risultato anche nel bar dove c’era Federico. Sta per iniziare il secondo tempo ma Federico decide di andare a fare una passeggiata, i due si alzano e lui paga il conto, lei non gli ha mai staccato gli occhi di dosso e sembra soddisfatta del loro appuntamento, in effetti come si può non essere soddisfatti anche solo del gesto fatto da lui? Fatto sta che Federico prende coraggio e dice dopo quasi un quarto d’ora che camminavano a vuoto e senza meta (come due ragazzini di quindici anni che cercano di prendere tempo per dire poi qualcosa): “Ti accompagno io a casa!”, lei non sapeva che dire ed esitando un po’ gli rispose: “Ma sei sicuro?!”, “Certo che lo sono, è presto e non ho nulla da fare”, “E la partita?”, “Si fotta la partita, il Napoli ormai è spacciato”, “Fede davvero, non devi, non sentirti in obbligo. Sono stata bene e sicuro ci rivedremo dopo le vacanze”, “Non posso aspettare ancora, ho già aspettato troppo”, “Ma troppo per cosa?”. Fu allora che Federico non esitò, come il suo amato Napoli anche lui non aveva più niente da perdere, o la va o la spacca. La baciò, un bacio lungo, lei gli stinse i fianchi mentre lui aveva le braccia intorno al collo di lei, improvvisamente tutto si spense, non esisteva la partita, non esisteva la chimica, non esisteva quel viale alberato e deserto, non esistevano i palazzi, le panchine e i negozi. Non esisteva più niente. Era durante il 73’ quando i due si sono baciati, in quel minuto il Napoli passò in vantaggio: Napoli 1-0 Arsenal, goal anche per Federico. Lei aveva accettato l’invito e i due si trovano in auto sulla strada per Benevento, correva come un matto lui ed improvvisamente si trovarono all’uscita autostradale di Benevento. Casa sua non era troppo distante infatti arrivarono subito. “Sono stata bene stasera”, “Anche io! Ascolta Mariateresa, mi farebbe piacere rivederti o anche risentirti durante queste feste, mi daresti il tuo numero?”, “Vedo che sei diretto. Vai, segnatelo, è questo!”, “Va bene cara. Grazie ancora per la serata. A presto”. I due si baciarono di nuovo e lei scese dall’auto. Intanto al San Paolo scocca il 90’, il Napoli è sempre in Vantaggio, a Marsiglia il Dortmund pareggia e così il Napoli è agli ottavi.


“Fede, Fede! Porca puttana ha segnato il Dortmund!”. Improvvisamente quei sessantamila meno uno erano di nuovo sessantamila, il dodicesimo uomo in campo: Federico. Lui si girò come se fosse estraneo a tutto, come se non fosse mai stato su quegli spalti, come non avesse visto nemmeno un secondo di quella partita, invece era lì, era sempre stato lì, ma la sua mente era assente, si era immaginato tutto. Si trovava in quella bolgia, in quella calca che lo spingeva avanti e indietro e bestemmiava. Era tutta un’illusione, non era mai stato con Mariateresa, l’ultima volta che era stato con lei era quando le aveva detto di non poter stare con lei, di dover andare alla partita con gli amici. Tutto vano adesso per Federico e per il Napoli, scendete dalla giostra, è stato bello sognare per un attimo, ma poi arriva la doccia fredda, solo che Federico avrebbe potuto fare qualcosa, tutti possono fare qualcosa, tutti possono scegliere il loro destino. La paura di Federico divenne delusione, amarezza, era ciò che desiderava, ciò che voleva davvero e allora perché non l’ha fatto? Lei avrebbe voluto che lo facesse. L’essere umano è tormentato dall’incertezza, è tormentato da cosa potrebbe accadere, ha paura di rischiare! Federico non è l’unica persona ad aver avuto paura di rischiare ad aver avuto paura di seguire l’istinto o ad aver avuto paura di vedere cosa sarebbe successo se… Federico non è la prima ne l’ultima, insieme a lui forse ci sono tutte le sessantamila persone presenti a quella partita, compresi anche i suoi amici che aveva immaginato mentre lo criticavano per il suo atto di coraggio, atto di coraggio poi, essere felici e fare ciò che si vuole non è un atto di coraggio, è solo seguire un sogno, seguire una passione o ciò che l’istinto detta in quel momento, la scelta meno razionale o improvvisata a volte è la scelta migliore. In fondo, solo chi non ha paura di perdersi scopre strade nuove, Federico non l’ha fatto, non lo farà e avrà sempre quel dubbio durante la notte, quel dubbio che lo terrà sveglio e gli farà dire: “Come sarei adesso, se quel giorno di dicembre le avessi detto si?”, non se lo perdonerà mai, lo ricorderà per sempre. 90’, l’arbitro assegna il recupero e il Napoli raddoppia: Napoli 2-0 Arsenal, partita finita, tutti a casa. Il Napoli è fuori dalla Champions League. Federico e gli altri danno le spalle agli spalti dopo il fischio finale con alcuni tifosi delusi e tristi come loro, scendono quella gradinata che conoscono ormai a memoria e in silenzio si recano al parcheggio tra i commenti dei vari tifosi. La modesta macchina blu è lì, non è mai andata nel quartiere residenziale del Vomero o quello lussuoso di Posillipo, è rimasta sempre lì, in quella strada di periferia tra Agnano e Fuorigrotta custodita da un parcheggiatore abusivo. Superato il traffico i ragazzi mettono un po’ di musica senza alzare troppo il volume così possono parlare del più e del meno, Federico guida e non partecipa a quei discorsi, è solo tormentato dai pensieri e sta zitto, guidando si lascia il paesaggio dietro, si lascia le luci dietro e macina chilometri nel buio della notte; sulla strada parallela, alla stessa velocità viaggia Mariateresa in pullman e come la macchina di Federico, si lascia tutto dietro, nel buio della notte, mentre i due sempre più distanti e separati hanno gli stessi pensieri e le stesse preoccupazioni, ma viaggiando su due strade parallele non si possono incontrare di nuovo per dirselo, non possono incrociarsi, dovranno incontrarsi a gennaio e sperare che i sentimenti siano gli stessi da parte di entrambi. Alla fine, quella di oggi era una prova, una specie di treno, uno di quelli che passa una volta nella vita. Un attimo però, non mi fraintendete, non intendo che è l’unico treno, intendo che è l’unico treno per quella destinazione. Di solito è raro che ne passi un altro di treno per una specifica destinazione; soprattutto se è stato lui a dire: “Eccomi, sono qui, sali prima che riparto, ti ho anche atteso troppo”. Avrebbe dovuto cogliere l’attimo Federico, carpe diem, ormai lo sapeva ma era troppo tardi.

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