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Una storia di angelaaniello

Non è mai tardi per svegliarsi quando le parole non mordono!

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3 minuti

Pubblicato il 08 luglio 2019 in Recensioni

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"Un uomo scrive perché ha un cuore troppo grande o un cuore completamente assente..."

Molto particolari i sei racconti che compongono la raccolta intitolata "La domenica mattina i pesci si svegliano tardi" pubblicata con Pufa Editore e scritta da Angelo Mansueto con diverse pubblicazioni in attivo e impegnato in progetti di autoproduzione cinematografica e teatrale.

Una scrittura la sua che cala i personaggi in spazi e tempi indefiniti in un'atmosfera sospesa che inquieta e pone domande, sicuramente teatrale.

Il primo personaggio che si incontra è Barbablu, che guarda il cielo e sbircia le stelle, dilatando le ore, il cuore, la fottuta paura che ritorni il se stesso che è andato via.

A contorno le sue vacche con un'identità precisa, un nome, un corpo, un peso, mentre lui sottovoce continua a domandarsi che ragione abbia di esistere.

Nel secondo racconto tutto è al limite dell'impossibilità, ovvero ciò che non è consentito entro i canoni della normalità.

"Normalità, questa aritmica parola, noiosa, asettica, fuori moda, abusata in un concetto così pratico come l'impossibilità."

Il lettore annaspa, si domanda se ci sia un prima o un dopo. Dietro la confessione di un tradimento, tutto pare assorbire una grossa porzione d'aria: la verità, l'eccitazione, un obiettivo che fotografa la gente a sua completa insaputa mentre una grossa blatta solitaria viene ammazzata in uno scatto felino da una vecchia signora delle pulizie.

In "Troppo grassa per essere morta" la scena si sposta in un cimitero. "I morti non avranno neppure spazzato il pavimento, saranno impreparati a ricevere ospiti"

Giovanna è ingrassata per farsi compagnia e ha riso della solitudine degli altri.

"A digiunare troppo il cuore si fa piccolo". Come i ricordi appesi alla punta delle labbra. Come le tenebre chiuse. Come la fretta di un desiderio al contrario.

Qui l'autore gioca con parole che, in realtà, non sono mai state ingerite, gialle, calde e sporche come urina. Lacrime!

Nel quarto racconto, invece, il giovane pensatore solo passeggia, solo pensa, solo sporca e pulisce il mondo con gli occhi, con una vita in prestito che non sia sa quanto basti a se stessa. E se la luce entra dentro per errore, poi, bisogna cacciarla via.

Solo nel buio e nell'assenza di gravità si diventa colpevoli d'inchiostro, un nastro che, a seconda di una virgola può non far mancar nulla o tutto, mollando fogli di carta spogli o pieni nell'afono casino della contemporaneità.

Un vecchio editore, Andrea, può all'improvviso perdere i suoi autori e nessuno più vuole pubblicare sotto l'egida del suo nome.

Cosa accade dunque? La domanda ripetitiva alla devotissima Concetta se qualcuno ha chiamato trasforma il quinto racconto in una riflessione sullo scrivere nell'inferno di un boicottato silenzio.

Si scrive per sentirsi interi? O per dilatare il tempo che pare fermo da chissà quanto? L'orologio scandisce i tempi dell'anima, di un'attesa spasmodica, di un amore che non riesce a collocarsi.

"Va' Concetta, salvati! ... Un uomo scrive per non lasciare andare via le cose, per averle cacciate senza averle abbracciate neppure una volta, perché ha un cuore troppo grande o un cuore completamente assente."

Le rane possono abbaiare?

Noi sappiamo che gracchiano, qui invece abbaiano perché possono cambiare un finale, portare avanti un sogno, ridestare ricordi, evitare che una vita scada in una malinconia di rimpianti, rinfocolare passioni e convertire la bellezza in un'intimità da trattenere laddove la verità è una scommessa da vincere.

Sul palcoscenico di Angelo Mansueto la vita scroscia in flash che, di certo, non arrugginiscono la natura primigenia delle parole: in dialoghi sottesi o espliciti protagonista è il desiderio di esserci in qualche modo in mezzo a scombinate assenze che rimettono in gioco chiunque non voglia arrendersi.

Le cose, le persone iniziano o finiscono ma dentro la loro anima non muore mai!





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