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Una storia di utente_cancellato

Questa storia è presente nel magazine Mille volte morta

Giorno 168 - Perfetta imperfezione

116 visualizzazioni

12 minuti

Pubblicato il 09 novembre 2020 in Horror

Tags: #Romanzoapuntate #Splatter #Morte #Introspezione

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Quel giorno, il mio risveglio fu allegro.


Sì, avete capito bene: allegro. Gioioso. Entusiasta.


Aver colto quel pezzetto di verità che fino al giorno precedente mi era sfuggito mi aveva riempita di felicità e nuovi stimoli: il mio patire non era inutile, non ero soltanto una marionetta inerme nelle mani di un’entità più grande. Tutto quel soffrire, quell’infinito ripetersi di uno stesso orrore mi stava portando qualcosa: le risposte alle domande che da anni mi ponevo, e una conoscenza ancora maggiore dell’essere umano. Stavo ottenendo ciò che intellettualmente avevo desiderato più di ogni altra cosa – stavo penetrando nei misteri più grandi dell’uomo.


Mi alzai con rinnovato vigore. Mentre ero sotto la doccia, mentre facevo colazione e più tardi mentre passeggiavo per la città, la mia mente era concentrata su ciò che avevo compreso meno di ventiquattro ore prima: scorgevo un frammento di Universo di cui non avevo mai sospettato l’esistenza e non potevo non rilevarne l’armonia, la simmetricità, la perfezione. C’era una bellezza limpida e spietata in quella struttura lineare, dal funzionamento preciso e implacabile simile a quello di un meccanismo ben oliato: un pendolo dall’oscillazione calibrata al millimetro, dal moto infinito e immutabile. Ora avevo una consapevolezza capace di mitigare persino il mio proverbiale cinismo: per quanto avessi sofferto, adesso sapevo che prima o poi il pendolo avrebbe invertito il suo moto fino a giungere all’estremo opposto. Capivo, finalmente, che dopo la notte più oscura sarebbe sempre giunto il giorno più luminoso, e che alla sofferenza più atroce sarebbe seguita la gioia più intensa.


Ben presto l’esaltazione lasciò il posto alla tristezza. Non c’era gloria in quella conoscenza, non se ero bloccata in quel limbo creato apposta per me; così come era privo di senso vagare per la città alla ricerca di Roger, pensarlo, desiderarlo, volerlo, se ogni giorno lui mi avrebbe vista e poi dimenticata. Lui andava avanti, io ero incatenata a un unico momento, intrappolata in un loop senza via d’uscita: perché cercarlo, perché incontrarlo, se sapevo già che l’avrei perso in ogni caso e che – ancora peggio – lui di me non avrebbe serbato nessun ricordo? Per Roger io non ero che un fantasma, un sogno dimenticato nel momento stesso del risveglio, un’apparizione evanescente e priva di corpo: perché illudermi che quei momenti rubati contassero qualcosa? Contavano per me; mi facevano rimpiangere la situazione in cui mi trovavo mio malgrado e su cui non avevo nessun potere; ma per Roger non erano che una fantasia passeggera, uno scherzo della mente prontamente cancellato dai suoi ricordi.


D’un tratto mi balzò alla mente la mia vita com’era stata fino a quella dannata sera al pub e provai vergogna. I miei genitori, i miei amici, insomma tutte le persone a cui volevo bene, le avevo dimenticate: non solo non le avevo più viste né cercate, ma non mi ero mai neanche soffermata a pensare a loro. Troppo presa da me stessa, avevo cancellato le persone che mi avevano resa ciò che ero, che mi erano state accanto nel bene e nel male, che avevano condiviso i giorni, i mesi, gli anni della mia vita.


Decisi in un lampo che dovevo rimediare. Ero bloccata in quell’unico giorno, è vero, e per tutti valeva lo stesso ragionamento fatto per Roger – cioè che al terminare del giorno avrebbero dimenticato tutto ciò che mi aveva riguardata in quelle ventiquattro ore – ma potevo almeno sperare che restasse in loro un’ombra, un’impressione, una sensazione dei nostri incontri: che le mie parole e le mie azioni, anche se inghiottite dalle nebbie dell’oblio, potessero riscoprire ricordi precedenti, richiamarmi alla loro memoria, risvegliare l’amore e l’affetto che c’era stato. Dal giorno seguente, avrei cominciato a fare visita alle persone più importanti della mia vita.


Quelle riflessioni, sebbene all’inizio fossero state deprimenti, alla fine ebbero il potere di tirarmi su il morale: l’idea di vedere i miei genitori, mia sorella, i miei amici – compresi quelli con cui avevo trascorso quell’ultima vera serata al pub – agivano sul mio spirito come un balsamo, lenendo la frustrazione che ormai mi accompagnava in ogni momento.


Per un fugace attimo avevo pensato di cominciare immediatamente: mi stavo chiedendo a chi avrebbe dovuto essere dedicata la prima di quella mia serie di visite quando la Signora delle Perle decise – almeno per quel giorno – di mandare in fumo sul nascere i miei piani.


Stavo camminando sul marciapiede, costeggiando un altissimo palazzo pieno di uffici, a distanza di sicurezza dalle auto in corsa. Il cielo era luminoso e terso, spazzato com’era da un vento molto più forte del solito, e il sole splendeva con tutto l’ardore dell’estate, sebbene fossimo ancora ben lontani dall’arrivare a quella stagione.


In momenti come quello, col vento che mi attorcigliava i capelli e il sole che mi scaldava la pelle, l’idea della morte era quasi inconcepibile, per me: pur sapendo quanto fosse vicina – letteralmente dietro l’angolo, per quanto mi riguardava – mi appariva lontana, una minaccia indefinita e impalpabile.


Era ovvio che non poteva durare.


Una folata di vento più forte delle altre – molto, molto più forte – scosse ogni cosa con violenza inaudita: un intenso cigolio e delle urla precedettero un boato indescrivibile mentre la piattaforma dei lavavetri sospesa all’altezza del quindicesimo piano oscillava come un germoglio nella tempesta e si schiantava contro la facciata, facendo implodere i vetri di parecchie finestre.


Avevo sempre amato la pioggia. Sempre. Questo, forse, perché non mi ero mai trovata inerme sotto una cascata di affilatissimi frammenti di vetro.


Feci appena in tempo a guardare in alto che un nugolo di scaglie più e meno grandi mi trapassò come avrebbero potuto fare delle pallottole.


Mi ritrovai stesa sul marciapiede, con lunghe scaglie di vetro che mi spuntavano dal petto, dal collo e dalle spalle e gli occhi rivolti al cielo turchino. O meglio, uno dei miei occhi, perché l’altro era stato centrato con precisione da un pezzo di vetro.


Delizioso, davvero.


Non accennai a muovermi né mi sforzai di pensare ad alcunché, mentre il sangue colava in rivoli lenti ma copiosi dalle ferite: lo sentivo scorrermi sulla pelle, appiccicandola, e impregnare i vestiti rendendoli sgradevolmente umidicci.


Odiavo la sensazione del sangue che mi si incollava addosso. Dico sul serio. Il modo in cui si attaccava, diventando dapprima una sorta di pasta molliccia e poi seccandosi in una crosta fastidiosa, era assolutamente detestabile. Io lo trovavo assolutamente detestabile.


E adesso ne ero ricoperta: quasi peggio che morire saltando in aria. Quasi.


«Cos’è questa, Rose? Una nuova tecnica di agopuntura?» disse una voce nota.


Oho, bene. Ecco la vecchia arpia, pensai infastidita. E mi ruba anche la scena adesso. Le battute sarcastiche sono mio appannaggio!


«Nessuna risposta, Rose?» insisté la Signora delle Perle in tono ironico.


Digrignai i denti. Era impossibile parlare con una scheggia di vetro larga tre dita conficcata nella trachea: girai gli occhi a destra e a sinistra nel vano tentativo di scorgere la Signora delle Perle, e sentii il frammento infilato nell’occhio muoversi insieme a loro.


Bleah.


«Oggi siamo in vena di grandi ragionamenti, Rose cara, non è così?» proseguì con leggerezza la Signora delle Perle, girandomi intorno col suo passo altero e misurato. La detestai di cuore: come poteva essere così elegante e leggiadra in ogni movenza, lei che mi riduceva a brandelli ogni giorno ormai da quasi un mese? «Ho seguito i tuoi pensieri, e secondo me ci sono segni promettenti di una depressione nascente: tutti quegli sbalzi d’umore, quel rapido passare da un sentimento all’altro… facciamo passi avanti, oh sì!»


La Signora delle Perle era decisamente raggiante. Troppo, per i miei gusti.


Non ci sperare, sibilai nella mia mente. Non ho nessuna intenzione di cambiare modo di ragionare: ormai neanche le morti schifose che mi riservi hanno effetto su di me! aggiunsi trionfante.


Osservai con un piacere quasi indecente la faccia della Signora delle Perle torcersi in una smorfia rabbiosa e scontenta.


Oh, sì: questa è vita! pensai gongolante.


«Non reggerai ancora a lungo» mormorò feroce, scoccandomi un’occhiata incendiaria che non mi toccò minimamente. «I tuoi pensieri erano chiari: rimpiangi quello che hai perso, ti mancano la tua vita, la tua famiglia, i tuoi amici. Inizi a patire la mancanza di ogni tipo di legame…»


Io ce li ho, i legami, replicai piccata. Non posso più godermeli come prima, ma sono sempre lì. E poi ho tutti i miei ricordi, proseguii. Quelli non puoi strapparmeli. Mi ricordano ciò che sono, in che modo sono diventata la Rose che ti diverti a tormentare e le persone che mi hanno resa tale. E visto che non puoi sottrarmeli né cancellarli, io resterò sempre la stessa; ogni prova a cui mi sottoporrai si scontrerà con loro, e si sbriciolerà nell’impatto con l’educazione che mi hanno dato i miei genitori, con la cultura, l’intelligenza, la forza scaturite dagli anni, gli studi, le amicizie sincere con persone a me affini. Puoi cercare di piegarmi, di spezzarmi, di ridurmi in mille pezzi; ma il motivo per cui ti affatichi tanto contro di me è lo stesso che ti impedisce di vincermi. Essere quella che sono è al tempo stesso la mia condanna e la mia salvezza: e poiché sono fiera della persona che sono diventata, non voglio né posso cambiare. Il silenzio inghiottì entrambe per un momento. È per questo che combatti una battaglia persa in partenza. E io sono stanca di spiegartelo.


La Signora delle Perle tacque per un tempo lunghissimo.


«Avere a che fare con te è come scontrarsi di continuo con un muro di gomma» disse infine, stizzita. «Un ostinato, cocciuto muro di gomma!»


Finalmente l’hai capito! esultai.


«Non illuderti, Rose: questo non cambia nulla» scattò lei, irritata dal senso di trionfo che mi invadeva. «Tu sei sempre una minaccia per la giusta evoluzione umana: hai anticipato di troppo i tempi. Una persona come te non sarebbe dovuta nascere ancora per parecchi secoli, se non addirittura un paio di millenni: e invece sei spuntata fuori contro ogni previsione, rischiando di scombinare tutto il lavoro fatto e di mandare all’aria l’intero genere umano. Tu sei ciò che quelli come me chiamano letteralmente “scherzo della Natura”».


Digrignai i denti per la seconda volta. Gentile, non c’è che dire!


«Non si tratta di essere gentili oppure no» ribatté la Signora delle Perle. «Ogni tanto la Natura crea qualcosa di assurdo e stonato come te per mettere alla prova il mondo, il grado di intelligenza sociale raggiunta dalle masse, la tolleranza umana e tante altre cose del genere: non sei la prima e non sarai l’ultima. Diciamo che è una specie di meccanismo evolutivo ad alto rischio: se le cose vanno bene gli umani progrediscono, se vanno male l’intera specie implode e si ricomincia da capo».


Se sono un “meccanismo” creato dalla Natura per far evolvere la mia specie, perché vuoi farmi regredire? berciai mentalmente. Non ha senso! Se le cose stanno così, sei tu che vai contro i progetti della Natura, che cerchi di deviare il corso del mondo da quello che dovrebbe essere!


La Signora delle Perle aggrottò la fronte. «Troppo, troppo intelligente per questa epoca, Rose» decretò. «Ogni volta che parli, mi convinco sempre più della necessità di farti regredire». Alzò una mano, bloccando il mio pensiero nascente. «Una persona, per spingere il resto degli umani a progredire, deve essere sì più evoluta della massa, ma non di molto: l’evoluzione deve essere un processo graduale, molto graduale, spalmato nell’arco di millenni. Tu, invece, nella tua concezione della morte – di me – lo sei fin troppo: le tue idee possono avere presa su una parte degli umani predisposti a evolversi più rapidamente degli altri, lasciando questi ultimi indietro: in un caso simile, su un argomento tanto delicato, si creerebbe una frattura insanabile che spingerebbe le due fazioni una contro l’altra». Mi fissò con serietà, senza rabbia, risentimento o irritazione: era la primissima volta che mi gratificava di uno sguardo privo di qualsiasi sentimento negativo. «Si scatenerebbero faide che porterebbero inevitabilmente a versare fiumi di sangue: da cosa credi che siano nate, le guerre? Da quelli come te» proseguì prima che potessi formulare una risposta. «Dagli Scherzi della Natura che oltre a essere, per un verso o l’altro, più evoluti degli altri, abbiano anche un’indole crudele».


Be’, grazie, pensai sarcastica. Scherzo della Natura, bomba a orologeria per il genere umano e pure d’indole crudele? Meno male che non ti diverti a maltrattarmi e insultarmi, eh!


La Signora delle Perle incrociò le braccia sul petto e mi guardò ancora, stavolta stringendo le labbra in una linea dura.


«La tua stessa concezione della morte ti espone al rischio di diventare crudele nei confronti della vita, che si tratti della tua o di quella degli altri» rispose. «Tu non mi temi, non temi ciò che viene dopo la vita; comprendi perfettamente che non c’è di che avere paura nella morte, che non riserva dolore o incertezza ma pace. Per questo trovi meno drammatico, meno definitivo e spaventoso lo spegnersi di una vita: la consideri sacra più di tanti altri, ma sapere che la morte non porta sofferenza ti consente di osservarne la fine con un sereno distacco molto simile all’indifferenza».


Stavolta fui io a tacere. Era la prima volta che la Signora delle Perle si degnava di parlarmi senza astio, di fornirmi una spiegazione vera e articolata sui motivi per cui mi trovavo in quella situazione: mi aveva appena dato una briciola di quello che bramavo e per cui tanto l’avevo tormentata in quei giorni.


Va bene, pensai infine. Ho capito. Mandami nell’Ostrica, adesso: voglio riposare. Ricominceremo domani.


La Signora delle Perle mi rivolse uno sguardo interdetto. «Per quale motivo sei così arrendevole? Perché non contesti, non ti opponi più?»


Perché ho capito, ripetei.


La sua espressione si trasfigurò. Non sapevo dire cosa provasse: furia, disappunto, incredulità, erano così tante cose mescolate che non riuscivo a distinguerle. Aveva capito anche lei: di aver commesso un errore madornale. Appagando, anche se solo in minima parte, la mia curiosità, e dandomi spiegazioni, non aveva fatto altro che rendermi più salda che mai nelle mie convinzioni. Neanche la possibilità di scatenare la Terza Guerra Mondiale mi avrebbe fatta recedere.


«Oh, Rose cara, così proprio non va» sussurrò. Di nuovo, mi colpì come la sua voce all’improvviso non suonasse più maligna e sarcastica ma soltanto, per un breve istante, svuotata di tutto: era come se non sapesse in che modo comportarsi con me. «E per quanto mi dispiaccia, sarò costretta a prendere delle misure drastiche».


Misure drastiche? pensai sprezzante. Peggio di così?


«Molto peggio di così» mormorò la Signora delle Perle. «E quando arriverà quel momento, ricorda che è soltanto colpa tua».


Non avevo dubbi su questo. Non ce li avevo mai avuti. Ma non per questo avrei cambiato idea: neanche vedere l’oscurità richiudersi su di me dopo le minacce della Signora delle Perle poteva riuscirci.


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