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Una storia di Roberto98

Questa storia è presente nel magazine I frutti del bosco

Anima

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12 minuti

Pubblicato il 18 ottobre 2020 in Storie d’amore

Tags: #amore #anima #destino #tempo #vita

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A. infilò la chiave nella serratura e chiuse l'appartamento.

Ormai tutto ciò che c'era dentro non aveva più senso. Ora che lei se n'era andata quei muri erano soltanto specchi sbiaditi di parole lacere, vecchi sussurri Non voleva più saperne: che continuassero a intrecciarsi fra di loro, là dentro, senza luce, senza nessuno, fino a svanire. La solitudine. A. si voltò e scese le scale, poi uscì alla luce del mattino. La giornata era appena cominciata eppure tutto era già buio. “E' l'autunno, immagino,” si disse, “alla fine arriva sempre, anche se l'estate era apparsa un po' più lunga del solito. Sì, non si scappa.” Il cielo era davvero scuro e faceva molto freddo. Con le mani in tasca, A. si mise in cammino: si forzò di pensare a qualcosa da comprare per aver la scusa di recarsi fino al supermercato. Era a una mezz'oretta di camminata, verso il centro. Sentiva il bisogno di passeggiare prima di decidere dove andare a leccarsi le ferite, dove ammazzare il pomeriggio, la notte, il giorno dopo e quelli che sarebbero venuti. “Chissà fino a quando...” Si chiese. La strada era semideserta, di tanto in tanto passava qualche macchina. Una coppia di ragazzi aveva marinato la scuola e ondeggiava sul marciapiedi facendo scoppiare dei petardi.

A. passò sorridendo affianco ai ragazzi. Nonostante tutte le lacrime versate, continuava a sentirsi un adulto: avrebbe voluto dargli due schiaffi e rispedirli a scuola. Guardandone uno negli occhi avrebbe poi voluto essere lui, lasciare lì in terra i propri vestiti da ragazzo troppo cresciuto, non riprenderli più, tuffarsi nel giovane e tornare piccolo. Lasciandosi alle spalle gli studenti già ripensava alla loro aria stupida e sorrideva, poi il sorriso svaniva e poi il pensiero riprendeva: il marciapiedi, le crepe nell'asfalto, piccole piante che le attraversavano cercando la propria via verso il sole.

A. camminava.

“E' una strada come tante. Una fra le tante del quartiere. Dritta, fino all'incrocio, dove si incontra con le altre che seguono esattamente lo stesso tracciato. E poi oltre l'incrocio continua, prosegue, fino al successivo. Palazzi e negozi. Centinaia di famiglie, migliaia di persone. Alcune famiglie sono semplicemente un uomo solitario e il suo cane, oppure una donna sconosciuta che siede dietro la finestra a leggere un libro, con una tazza di tè in mano, sognando l'amore della sua vita. Magari mi sta guardando proprio adesso e pensa: <<Dove va questo poveraccio?>>”

“Sì, ci sono alcune particolarità. Ad esempio l'alimentari è tenuto davvero bene. E' il migliore della zona. E il viso di Ahmed è particolare, con gli occhi verdi incastonati nel viso scuro, più scuro di quello della moglie, dei bambini e dei suoi amici che la sera passano da lui per tenergli compagnia mentre fa le ore piccole in negozio. Quante sere ci sarò passato? <<Ciao boss>>, quasi iniziava a piacermi quel saluto. Non glie l'ho mai sentito dire a qualcun altro, ma sarà una coincidenza. Sì, qualcosa c'è.” Voltò lo sguardo davanti a sé dopo aver lanciato un'ultima occhiata al negozio chiuso. Ahmed doveva essere in giro da qualche parte. “Il parchetto è semplicemente uno fra i tanti, come uscito da una fabbrica, di quelli disseminati col contagocce di quartiere in quartiere. Ma lì il gruppetto di alberi è cresciuto strano: la panchina d'acciaio è la stessa che c'è in tutti gli altri posti, lì, a bordo della stradina, ma l'abete che gli cresce dietro, facendogli ombra, no... quello non è come gli altri... Nessuno è uguale agli altri. La luce del sole filtra in maniera del tutto particolare attraverso le sue foglie. E a noi, venendo a vivere qui, è capitata questa luce particolare. Senza che la scegliessimo. L'abbiamo dovuta accettare, così com'è, ci piacesse o meno. Ma alla fine ci è piaciuta, no? Quante volte vi siete baciati lì, A.? E tu dove sei... Dove sei ora? Sei triste come me? O sei già felice? Mi hai già dimenticato?”

“Il marciapiedi, le crepe nell'asfalto, piccole piante che le attraversano cercando la propria via verso il sole. E tutto è impregnato di te. La strada scheggiata è intrisa della tua voce, tutto sanguina! E sai qual è la cosa buffa? Forse presto ripasserò di qui. E tu sarai ancora in ogni posto, ma più lontana. I colori saranno opachi. E poi, se ripassassi fra un mese? Ti vederei di tanto in tanto, dietro un angolo, pronta ad attraversare la strada. E attraversandola scompariresti, perché io starei già pensando ad altro. La cosa che fa più male è che sei destinata a svanire. Tutto ciò che ti riguarda è dietro le spalle. E ora mi arrivano i suoi echi, così forti, così grandi per tutto l'amore che abbiamo vissuto. Ma sono soltanto voci che si allontanano sempre di più. E' tutto finito. La discesa è già imboccata, anche se devo ancora iniziare a vederla, a crederci fino in fondo. Debbo solo aspettare che giunga il silenzio. E lentamente arriverà. Un giorno tornerò a passare di qui, e il tuo spettro sarà così lontano da me... come non fossi mai esistita. Poi guarderò all'albero, che dona la propria particolare ombra alla panchina, oppure al negozio di Ahmed, e allora mi si apriranno gli occhi. Mi fermerò per un istante, non più di un istante e dirò: <<Già... Qui c'era la nostra casa.>> Senza ricordare di preciso dove. Poi continuerò a camminare, come se tutto ciò fosse stato soltanto un sogno di bambino. <<Quella casa non può esistere>> mi dirò. Come se io e te, insieme, non fossimo mai stati. Soltanto una goccia di vernice su una tela bianca, che un giorno splendeva così tanto. Che un giorno, oggi... Sembra sia tutto. Ma che presto non esisterà più. Un quadro mandato al macero. Ed era così bello, quel piccolo dipinto. Quanto lo pagherebbero, questi signori, se lo vedessero a un'asta. Ma non c'è più... Lo stanno portando via. Glielo abbiamo lasciato. Cielo, spezzalo in fretta. Devo soltanto aspettare il silenzio...”

A. arrivò al grande parco che separava la periferia da quell'altra strana striscia di case e negozi, più colorati e discreti, che andava ad avvicinarsi al cuore della città. I rumori delle auto riecheggiavano più forti, oltre gli alberi e il grande laghetto. A. ci si avvicinò e si sedette su una panchina. I sentieri erano ancora pieni di pozze cui si specchiava il cielo grigio, che presto avrebbe portato nuova acqua gelida alla terra. Il cielo era davvero in sussulto, ondeggiava lentamente come mescolato da qualcuno, fra iniezioni di buio e sprazzi di luce. Delle rondini saettarono tutt'intorno la panchina, per poi perdersi lontano sopra l'acqua. A. si sentiva lì sopra, lontano da tutto, in volo fra le nubi in guerra, scompigliato dal vento. Ma nonostante non lo volesse, il tutto c'era ancora e non lo lasciava mai: anch'esso volava dovunque, più in alto di qualsiasi sogno. Eppure non riusciva ancora a pensare alla morte. L'avrebbe forse fatto più tardi – la notte sarebbe arrivata soltanto a suon di elemosine. La giornata non voleva passare, nonostante ogni cosa sembrasse già al tramonto; tramonto non vuol dire silenzio, pensò. A volte è proprio di notte che si sentono le grida più forti.

L'uomo si accese una sigaretta. Passò un signore intento a correre, avvolto nella tuta; A. lo seguì con lo sguardo per poi lasciarlo andare, soffermandosi a guardare un anziano che pescava. L'impermeabile nero lo nascondeva completamente alla vista, come fosse un guscio capace di proteggerlo da tutto. Da sotto il cappuccio che gli gettava un'ombra sul volto, si intravedeva soltanto un folto baffo bianco. Così immobile, sulla sua sedia pieghevole, sembrava una statua. Una statua che non si sarebbe mai mossa di lì, continuando a pescare, indifferentemente da tutto, senza curarsi delle auto e delle stupide commedie e dei piccoli drammi che ogni istante andavano consumandosi agli angoli della città. L'uomo, sereno in tutto quel vento, tirò indietro la lenza. Lo fece lentamente. La tenne per un po' dietro le spalle, poi la librò in aria; l'amo andò a conficcarsi nell'acqua, il galleggiante nuotava sulla superficie. Il movimento era finito. Ora l'anziano teneva la canna da pesca salda fra le mani, e non faceva altro che attendere. Così, mite, sotto il grigio del cielo. Una statua immobile sfiorata dal vento. A. tirò un'altra boccata di sigaretta. “Il bello di questo signore,” pensò, “è che dentro a quel guscio è al tempo stesso cattiveria e bontà, gioia e disperazione. A lanciargli uno sguardo nessuno potrà mai sapere che cosa porta dentro. La sua voce potrebbe essere acida, arida, oppure la più dolce e spensierata del mondo. Lui è, non c'è nient'altro. Lui è; fisso, vive proprio grazie alla sua immobilità.”

“Quante persone ti sei lasciato alle spalle, vecchio mio? Quante storie ti hanno ammaccato la testa? Ma ora hai il tuo guscio, ora sei, finalmente. E tutto scorre... Nulla può darti tristezza, forse nulla può più darti gioia, è vero. Ma a pensarci un po' ti invidio. Un po' invidio il tuo esserci e basta. Vorrei così tanto che la vita mi scorresse dentro e tutt'intorno senza muovermi d'un soffio: senza i suoi dolori, e certo, senza le sue gioie... Ma almeno potrei chiudere gli occhi, un giorno, alla fine del cammino, avendo davvero goduto di un pezzo d'acqua che si muove, di un pomeriggio grigio, di minuti di quiete, senza nient'altro. Invece, se io provo a chiudere gli occhi...”

La sigaretta era quasi finita.

“… Se provo a farlo non ho nulla. E' tutto buio. Come non avessi mai vissuto. E invece ho vissuto, sì, e dentro a così tanto dolore: mi cola tutt'intorno. Non è forse la beffa più grande?”

A. riportò alla mente le cose che si era convinto a comprare al supermercato pur di trascorrere in qualche modo la mattinata, poi si alzò. Iniziò a camminare tutt'intorno al laghetto, e passando a fianco dell'anziano provò a carpire nuovamente qualcosa da sotto quel cappuccio che gli nascondeva il volto. Il baffo era più nitido, ora, e vide il luccichio, nei suoi occhi, che fissavano l'amo. Era come guardare due biglie di nebbia, perse dietro una nube nel cielo buio. Due occhi che guardavano senza giudizio al mondo. Due occhi che guardavano... e basta. Con lo stesso luccichio fisso l'anziano fece un abile movimento di mano, scuotendo il galleggiante nell'acqua. A. riprese a camminare a passo sostenuto, con le mani sempre in tasca. Continuò a fiancheggiare il lago, guardando le anatre che scomparivano e riapparivano a fior d'acqua. Nulla aveva più un'ombra, era tutto bagnato dai colori del cielo in lacrime.

A. guardò dall'altra parte, verso un prato che andava a salire fino a diventare una piccola collinetta da dove i bambini erano soliti scendere rotolando, e da dove in inverno arrivavano sfrecciando decine di slittini in festa sopra la neve. L'uomo tornò velocemente a guardare il lago, allontanando ancora ed ancora il passato, ma poi qualcosa lo costrinse a guardare di nuovo nell'altra direzione. Si fermò.

Egli guardava nel vuoto, vicino alla collina, pochi passi più avanti. Strinse gli occhi. Non riusciva a capire: non c'era nulla, ma sentiva di doverlo guardare. Sentiva di dover mantenere lo sguardo ancorato allo spazio d'aria poco davanti alla collinetta, come se degli occhi, sospesi sopra al nulla, lo guardassero. Sentiva di non potergli voltare le spalle, proprio così come si farebbe brutto gesto a ignorare le attenzioni di una persona amata. Sarebbe stato come tapparsi le orecchie e scappare. Sì, ora ne era certo: qualcosa lo chiamava. Stordito, A. camminò lentamente sul prato, e si avvicinò alla collina. Si ritrovò a guardare davanti a sé, nel vuoto, a un palmo di distanza. Sapeva che chiunque fosse passato di lì in quel momento l'avrebbe preso per pazzo, e avrebbe voluto voltarsi per essere sicuro di essere solo, ma non poteva: davanti a sé sentiva delle labbra; sentiva qualcuno che con gli occhi lo chiamava vicino per potergli dare un bacio. A. guardava davanti a sé. E davanti a lui c'era lei. Non ne conosceva il volto, poteva solo immaginarlo; non sapeva il colore dei suoi occhi, sentiva soltanto che gli guardavano dentro, perforandolo nell'anima. Non sapeva se le sue labbra fossero piccole e affusolate oppure carnose, nonostante le immaginasse così, ma era certo di sentirne il respiro, un fiato prolungato desideroso d'un bacio.

A. allungò la mano nel vuoto, aveva gli occhi arrossati. Voleva sfiorarle il viso. Iniziò a scendergli una lacrima lungo la guancia. Sorrideva. Continuò ad allungare la mano, e fu a un istante dal sentire la sua pelle contro il proprio palmo. Era una pelle calda, nonostante potesse avere cento così come mille anni. Lei lo voleva dentro di sé. Lo sentiva. Con i capillari che gli scoppiavano sempre di più tutt'intorno all'iride, A. fermò la mano e la ritrasse come spaventato. Ansimò e gli uscì uno sbuffo di fumo dalla bocca. Lei ora lo supplicava, gli chiedeva di restare, di prenderle la mano. Ma lui iniziò ad indietreggiare, asciugandosi le lacrime. Tornò sul sentiero, si guardò la mano e la rimise in tasca, infine trovò il coraggio di voltarle le spalle; camminò via a passo veloce, allontanandosi dalla collina e fuggendo dal laghetto, cercando l'uscita dal parco.

Lei rimase a guardarlo, sospesa nell'aria. Piangeva.

Lo vide camminare via, senza voltarsi. Lo vide avvicinarsi alla strada e alle strisce pedonali, oltre il verde. A. si intrecciò alle automobili che passavano; ne superò una e poi un'altra che arrivava di corsa. Giunse un camioncino ad oscurarlo. Lei lo vide per un ultimo istante, quando poi svanì ancor più lontano, perdendosi nel viavai dall'altra parte della strada. Ora Lui non c'era più, perso in mezzo alla folla, fra tutte le altre persone. Era lì, con tutti gli altri, e nulla l'avrebbe più fatto tornare.

L'anima iniziò a cantare flebilmente, con la voce spezzata dal pianto. Si alzò in volo e andò a danzare sopra l'acqua del lago, aspettando la pioggia.

L'anziano tirò indietro la lenza, poi tornò a lanciarla lontano. L'amo si conficcò nell'acqua e delle piccole onde iniziarono ad allargarsi verso la riva. L'uomo si mise a guardare il galleggiante aspettando di vederlo ondeggiare. L'anima continuava a sussurrare. Ora teneva la testa fra le mani e continuava a chiedersi il perché.


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