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Una storia di Massimo.ferraris

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L'attimo in cui...

ho capito che potevo

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25 minuti

Pubblicato il 28 settembre 2018 in Storie d’amore

Tags: #amore #cambiamento #diversi #ragazzi

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Ho perso il conto delle occasioni perdute, quelle che valgono la pena di essere vissute e ricordate. La vita ci insegna ad essere prudenti, a non osare, a fare cose che il momento ci richiede, senza esagerare; ma quando si tratta di compiere quel gesto che potrebbe davvero cambiare la vita, allora la maggior parte delle volte ci fermiamo.

Un rimpianto, una lacrima e via, tutto scorre, pensando che il tempo non abbia mai fine. Invece non ci rendiamo conto di perderlo quel tempo, buttandoci alle spalle valanghe di opportunità solo per pigrizia e mancanza di coraggio.

E i ricordi spaziano, cercano di schivare ciò che può arrecare dolore, portano a galla solo cose positive, sotterrando quelle perdute.

Il 13 di agosto di molti anni fa, un'estate piena di sole, di gente al mare e moto che scorrazzano sulle strade della Riviera Ligure. Sono un ragazzo, posseggo una Vespa PX150 e mi sembra che il mondo sia mio. Un lavoretto che mi permette di mantenerla, una famiglia alle spalle che mi vuole bene e niente che possa turbare quello stato di benessere. Ho pure una ragazza, che si vuole di più, perchè a quei tempi il connubio Vespa e fidanzata significava essere uno tosto.

Gli amici, qualcosa di cui non posso fare a meno, un gruppo affiatato che pensi sia incrollabile. "Che si fa stasera? Dove si va?", semplici frasi, inutili, perchè il divertimento era ovunque noi ci trovassimo.

Mirco ha un anno in più, studia e lavora presso un'azienda di trasporti; il suo sogno è quello di aprire un giorno una ditta tutta sua. Giurisprudenza è il suo ramo, gli mancano otto esami e poi la tesi. E' l'unico tra tutti ad aver preso l'Università sul serio, non come noi che fatichiamo anche solo a seguire le lezioni. Simpatico, un bel ragazzo, non ha problemi a trovare una tipa nuova ogni fine settimana, quando come falchi piombiamo nelle discoteche. Vederlo all'opera è un piacere, grazie alla sua aria da bravo ragazzo e la parlantina sciolta. Punta la preda, si avvicina e dopo dieci minuti lo trovi già sui divanetti avvinghiato a lei. Abbiamo tanto da imparare, noi poveri altri quattro sfigati.

Ognuno ha la sua ragazza, più o meno storica, ma nessuna di loro è amica delle altre. Meglio, questo ci permette di uscire da soli.

Luca è sovrappeso, non in modo esagerato, ma quel tanto che basta a renderlo nervoso ogni qualvolta si deve uscire vestiti bene. Soffre di ansia da prestazione e questo lo spinge a sudare come una pantegana, come dice Michele, altro elemento alquanto bizzarro. Lui invece fa palestra, fissato da quando aveva tredici anni e passava il tempo a sfogliare riviste di settore. Vuole diventare istruttore, magari trasferendosi negli Stati Uniti per intraprendere la carriera. Ogni volta che ne parla lo sotterriamo di insulti. Ma lui ci guarda come se fossimo dei pivelli e dice che solo il tempo ci darà le risposte.

Il filosofo del gruppo, quello, dopo Mirco, con la testa sulle spalle più degli altri. Intanto continua a farsi mantenere dai suoi, facendo finta di studiare lettere e dando un esame all'anno giusto per rinviare il servizio militare.

Dario invece ne è esonerato, per via della miopia e del problema ai polmoni che si trascina sin da bambino. Praticamente l'opposto di Michele.

Due Vespe e un Gilera KZ, quello di Mirco, ereditato dal fratello, un bolide elaborato che gli permette di toccare comodamente i 140 all'ora. Ha il suo fascino, e con lui a bordo ancora di più, grazie alla chioma lunga che svolazza quando sfreccia per la strada. Noi invece arranchiamo, due su ogni Vespa, e cerchiamo di stargli dietro, inutilmente.

La sera è calda, niente vento e il cielo mantiene quella luminosità che rende le nottate estive belle da osservare. La luna, qualche stella, il serbatoio pieno e in tasca ventimila lire che già sappiamo spariranno. Arrivo in piazza, dove trovo Michele e Luca.

-Gli altri?- chiedo, i due fanno spallucce. -Speriamo non si siano persi.-

Mirco passa sempre a prendere Dario, che abita in periferia, per poi mollarlo a me perchè lui deve viaggiare da solo.

"Sia mai che non trovi qualcuna che fa l'autostop" dice sempre, quando glielo faccio notare. "E poi è una questione di equilibrio di pesi, di distribuzione delle masse. Ma non siete fidanzati?"

Tutte belle parole che stanno a significare che la moto libera può essere sempre utile per rimorchiare, che lui e Luisa hanno un rapporto aperto e in fondo l'amicizia è bella, ma due belle labbra lo sono ancora di più.

Gli smartphone sono ancora lontani da arrivare, l'unico contatto è la cabina telefonica. Aspettiamo, sparando le solite cazzate che ci fanno ridere a crepapelle. Non sappiamo nemmeno noi perchè lo facciamo, ma tutto questo ci fa stare bene. Passa mezz'ora, dei due nemmeno l'ombra.

-Che si fa? Andiamo verso casa di Dario?- propone Luca. -Tanto la strada è una sola, mal che vada li incrociamo.-

Il ritardo non è da Mirco, abituato com'è agli impegni lavorativi e scolastici. E nemmeno Dario è uno che ama far aspettare gli altri, nonostante sia senza moto e si affidi ai mezzi di trasporto. Sua madre lo considera un malato terminale, sempre pronto a beccarsi una polmonite non appena si accalda, quindi nemmeno la bici gli è permessa.

Partiamo, la mia Vespa è un orologio e basta mezza pedalata per metterla in moto. Carico Luca e seguo Michele che come al solito fa il cretino zigzagando sulla strada. Tanta gente in giro, musica che esce dalle case e che mette allegria. Sabato sera, il culmine della settimana, il giorno del puro divertimento.

Alcune mani ci salutano e noi rispondiamo, gente per lo più sconosciuta, che al suono dei nostri motori si gira. Marmitta modificata, suono vibrante e difficile da passare inosservato.

-Guarda quelle!- esclama Luca indicando due ragazze sedute a un tavolino. D'istinto suono, ma il risultato è che si girano tutti, meno loro. Rido e accelero, scalando una marcia, cercando di stare dietro a Michele che essendo da solo corre come un fulmine. Raggiungiamo il viale che porta verso casa di Dario, e a metà lo vedo; ha le mani in tasca, la faccia seria.

-E Mirco?- gli domando, frenandogli davanti.

-Non l'ho visto- risponde mogio. -Si sarà rotto di venirmi sempre a prendere.-

-Ma figurati!- esplode Michele, che nel frattempo si è avvicinato. -Non è da lui.-

"Davvero?" penso, rendendomi conto che di lui conosco ben poco. Ci si incontra solo la sera, passando il tempo insieme, ma in fondo, tranne che per Luca, con il quale abbiamo un legame sin dall'infanzia e un corso di architettura da seguire, per gli altri ci sono grandi zone buie. Il gruppo c'è, si sta bene insieme, ma nulla più. Mai una cena a casa degli altri, un incontro al mattino, una gita fuori città.

-Perchè, che tipo è Mirco?- mi trovo a domandare, senza nemmeno rendermene conto.

Gli altri rimangono in silenzio, non riescono a trovare una risposta, facendomi capire che non siamo certi di nulla, nemmeno a vent'anni, quando il mondo è nostro e la vita vera è solo un luogo abitato dagli adulti.

La risposta giunge sotto forma di un rombo di moto ben conosciuto. Arriva lui, a bordo del Gilera e ci guarda.

-Beh, che c'è? Sono solo in ritardo.-

-Si, di tre quarti d'ora- commenta a bassa voce Dario. Lui lo guarda e socchiude gli occhi.

-Hai ancora da lamentarti? Mi sembra che ti va sempre bene quando vengo a prenderti e ti scarrozzo in giro. Mai una volta che hai provato a pagare la benzina.-

-Che discorsi sono?- gli domando, non sembra nemmeno lui.

-Discorsi da uno che si è rotto i coglioni!-

-Se non ti andiamo più bene puoi anche andartene- Michele scende dalla moto; tra tutti è quello di cui Mirco ha più timore, per via dei muscoli che gli guizzano sotto la maglietta.

-Scusa, non volevo- Dario sembra ancora più macilento e cerca di porre fine alla stupida lite.

-Scusa un cazzo!- ringhia Mirco. Michele si avvicina a lui e lo guarda dritto negli occhi.

-Chiedigli scusa- gli ordina, e per tutta risposta riceve una risata. Il pugno scatta improvviso, il viso di Mirco si sposta di lato con violenza, ma riesce a rimanere in equilibrio in sella.

Vorrei intervenire, ma so che sarebbe inutile; qualcosa si è rotto in quel preciso istante e nessuna colla può rimetterlo insieme. Il Gilera si accende, urla rabbioso e parte, portandosi via con lui Mirco.

Sabato sera, estate piena e tutto sembra perfetto, da lontano giungono le note di un tormentone. Michele e Dario salgono sulla Vespa, non si girano nemmeno e si allontanano.

-Portami a casa- dice amaramente Luca. Io annuisco e parto in direzione opposta a Michele.



Il 14 agosto si affaccia alla mia finestra con la luce del sole. Stiro le braccia e le trovo stanche. La sera prima la tensione nervosa mi ha spinto a scorrazzare per la Riviera, dopo aver accompagnato Luca, senza una meta precisa, ma con una grande rabbia in corpo. Avevo voglia di incontrare Mirco, dirgliene quattro per come si è comportato e scusarmi per conto di Michele. Sono fatto così, non mi piacciono i dissapori, preferisco prendermi la colpa pur di appianare le cose.

Ma ogni mio sforzo è risultato vano: di Mirco nemmeno l'ombra. Rimango sdraiato, pensando al momento in cui ci incontreremo ancora. Ma succederà davvero?

Colazione e poi via, ho voglia di vedere Luca e sentire da lui cosa ne pensa. E' un tipo pragmatico, incline a trovare soluzioni. Lo becco sotto casa, in sella alla bicicletta.

-Ciao, parti?-

-Sto solo provando a vedere se la catena non salta.-

Traffica, evitando di guardarmi.

-A proposito di ieri sera...- inizio.

-Non ne voglio parlare- mi stoppa.

-Perchè?-

-Perchè no!- esclama. Nella voce una nota di rabbia che non è da lui. Evito di ribattere, non servirebbe. Sento sgretolare le certezze, per colpa di uno stupido ritardo. Lo guardo, la fronte imperlata di sudore e il viso rosso. Fa fatica a trattenere l'emozione, sarebbe meglio esplodesse, invece di tenersi tutto dentro.

-Stasera non esco- dice dopo quasi un minuto, -e non so se lo farò nemmeno nelle prossime. Mi dedicherò un po' a Marcella, visto che dice che la considero poco.-

Assorbo il colpo, incredulo che Marcella, la sua ragazza, abbia così tanta voglia di averlo tra i piedi tutte le sere.

-Come credi- rispondo, poi mi avvio lasciandolo solo. Nemmeno un saluto, un semplice ciao che avrebbe stemperato il clima pesante.

L'orologio del campanile segna le dieci e quindici, a quell'ora Michele è di sicuro in palestra, fissato com'è della forma fisica. Il "Gold Gym" è a un centinaio di metri e decido di raggiungerlo. Spero che il suo umore sia meno nero di quello di Luca, di poter parlare di ciò che è successo e studiare una soluzione.

All'interno trovo Mario, uno con cui ho fatto le scuole medie, gli chiedo di Michele e lui mi dice che è venuta la madre a prenderlo per accompagnarlo all'ospedale.

-Non è per lui, forse un parente- mi tranquillizza. Lo saluto ed esco, in testa mille pensieri. Compio a passo veloce il tragitto che mi separa da casa e salto in sella alla Vespa che, come al solito, parte al primo colpo. Devo trovare delle risposte, prima tra tutte al perchè è in ospedale.

La signorina allo sportello non trova nessun paziente con il cognome di Michele, poi mi consiglia di andare al Pronto Soccorso, forse si tratta di un'emergenza. Lo faccio, conscio di fare una cosa sbagliata: entro nella vita di altri senza permesso.

Una ventina di persone, nessun viso noto.

-Cerco Michele Serra- l'infermiere da un'occhiata allo schermo poi scuote la testa. Già, che scemo, non è lui il paziente. Si, ma chi allora? Meglio che me ne torni a casa e la finisca con questo gioco da investigatore fasullo. Eppure le gambe non seguono il ragionamento, e dopo poco mi trovo a vagare per i corridoi. Domenica mattina, orario lungo e una moltitudine di parenti affolla i corridoi. Attraverso il primo, il secondo e quando giungo al terzo, in traumatologia, vedo Michele in sala d'aspetto. Non è solo, con lui ci sono un paio di poliziotti in divisa; uno parla, l'altro scrive, di sicuro sta redigendo un verbale. Rimango di sasso e osservo la scena, capendo al volo che tutto ha a che fare con Mirco. Nonostante l'aria condizionata il caldo si impossessa di me, è agitazione pura.

La mamma di Michele mi vede, fa segno con la mano di aspettare; lui è di spalle, quelle spalle possenti che sono invece curve come se un peso le stesse schiacciando.

Passano dieci lunghi minuti, poi i due si allontanano; quello che interrogava prima di andarsene stringe la mano alla madre e dà un colpo sulla spalla a Michele. Li lascio uscire, poi entro.

-Alessio, hai fatto bene a venire- dice lei, anche se il trovarmi lì è solo il frutto di un caso. -Spiegami tu cosa è successo.-

Michele mi guarda per la prima volta e pronuncia solo un nome: Mirco.

-Ma sta male?- domando.

-Un incidente, ieri sera. E' finito contro un'auto ad un incrocio. Non ha dato la precedenza e nell'impatto è finito a terra, rompendosi un braccio ed incrinandosi il bacino. Per fortuna l'auto che transitava sulla corsia opposta è riuscita a frenare a tempo, altrimenti sarebbe finita peggio- la madre di Michele lo dice, con tanta tristezza dentro. Lo sapevo che era successo qualcosa.

Non capisco perchè si trovano qui, che c'entra Michele?

-E i poliziotti?- domando.

-Una denuncia da parte della famiglia. Mirco ha detto che tutto è iniziato dal pugno che gli ho sferrato. Anche se i dottori hanno escluso un trauma cranico, il fatto che sia partito subito dopo il colpo mi rende responsabile- Michele ha la voce roca.

Sua mamma si asciuga una lacrima, io vorrei poter far qualcosa, ma non ho parole che possano confortare entrambi.

Mirco che denuncia Michele, mi sembra tutta una pazzia. Siamo amici, ci vogliamo bene e nonostante le differenze siamo affini. Altrimenti perchè ci vedremmo così spesso?

-Non ti metteranno certo dentro per un pugno- cerco di sdrammatizzare.

-Questo no, ma la cosa andrà avanti: c'è già un avvocato di mezzo- Michele lo dice con rabbia.

-Hai parlato con Mirco?-

-Non vogliono che lo avvicini.-

-Chi? I suoi?-

-Si, stanza presidiata; o c'è il padre oppure la madre- conclude, sedendosi.

Mirco ha una sorella, Ilaria, più piccola di un paio d'anni; una bella ragazza, piuttosto schiva. Chiedo di lei, tanto per sapere se potrebbe essere il terzo guardiano.

-Non l'ho vista, ma sai che tipo è: ha paura della sua ombra.-

La mamma di Michele guarda l'orologio. -Dobbiamo andare- dice. -Hai bisogno di un passaggio?-

Rispondo che sono in Vespa e li osservo uscire. Mi affaccio al corridoio che si snoda sino ad una balcone, sui lati le stanze. Provo a percorrerlo, stando attento a non farmi notare; ogni volta che transito davanti ad una porta lancio uno sguardo furtivo. Alla terza mi fermo: Mirco è sul letto, l'ultimo accanto alla finestra. E' provato, il colorito pallido e il braccio destro ingessato. Per fortuna non mi vede, perchè tra me e lui c'è la figura del padre. Una persona strana quella, che mi ha sempre intimorito; cliente di mio padre da una vita, ha smesso negli ultimi anni di frequentarlo. Si dice abbia problemi con l'alcool, che viva di espedienti dopo aver perso il lavoro.

Stanno discutendo, Mirco scrolla la testa, ma lui insiste. Non riesco a capire, dovrei avvicinarmi di più. Il coraggio non è mai stato una componente del mio carattere, preferisco non rischiare, ma questa volta sento di dover osare, quindi mi guardo intorno e quando l'infermiera di turno si allontana con il carrello e nessuno sembra badare a me mi acquatto e a quattro zampe entro di nascosto in bagno.



E' passato un altro giorno, Ferragosto è arrivato senza nemmeno accorgermene. Solo ieri iniziava l'estate ed ora ci incamminiamo verso la fine. Nella mia famiglia la tradizione vuole che da oggi in poi si pensi già all'inverno e al Natale. Sorrido, sdraiato nel letto, il ventilatore puntato contro.

Ho rischiato ieri, per poco il padre di Mirco non mi beccava, ma per fortuna ne sono uscito. Ricordo benissimo il discorso fatto al figlio, l'intento di spillare quattrini a Michele. Tutto calcolato, il tipo giusto perchè figlio di un dentista conosciuto e stimato in città. Da lui transita tutta la gente più importante, quindi un obiettivo ghiotto e sicuro.

-Da questo letto ti devi alzare solo quando te lo dirò io!- gli ha intimato il padre. -Vedrai, ne staremo bene tutti, è l'occasione per potermi rimettere in gioco e sistemare quella tua testa marcia.-

-Papà, non so se riesco...-

-Taci, imbecille!- la sua voce quasi un ruggito. -Tu, tua madre e tua sorella non avete mai capito niente nella vita. Le occasioni vanno sfruttare, i soldi possono piovere dal cielo se sai come chiamarli.-

-Michele è mio amico- balbetta Mirco. Sento un colpo, non capisco da cosa è provocato, ma nessuno dei due proferisce parola. Passano un paio di minuti, qualcuno si avvicina: è la madre.

-Sono ancora in sala d'aspetto?- chiede lui.

-No, li ho visti partire in auto- lei sembra sottomessa.

-Ora vado, devo pensare a come muovermi con l'avvocato, fra due giorni ho l'incontro. Vedi di non fare casini e tenere lontano tutti da Mirco. Sai cosa succede se le cose non vanno come desidero- parole dure, taglienti come lama. Si allontana e quando si avvicina alla porta i peli si rizzano sulle braccia. Trattengo un gemito.

-Mamma, è una follia- dice Mirco.

-Lo so, ma non posso farci niente. I genitori di Michele sono ricchi e se questo può servire a far tornare papà...- la interrompe.

-Tornare cosa? Non è più quello di un tempo, i soldi li userà per bere, giocare a carte e scommettere sulle partite...- ma non riesce a terminare la frase. Lei singhiozza, la sento camminare sui tacchi.

-Scusa, mamma...- Mirco cerca di calmarla. -Non volevo...-

Non risponde, apro quel poco la porta che mi permette di vedere la scena e la scorgo in piedi davanti alla finestra, le mani sul viso. Mirco è girato verso di lei, ha il braccio proteso e le stringe la gonna. Non ce la faccio a continuare, esco e torno in corridoio.

I pensieri fluttuano, mentre sul letto cerco di legare insieme gli eventi per trovare una soluzione che possa far uscire Michele dai guai e renda Mirco sereno.

Potrei parlarne con i miei, ma scarto l'idea, per non coinvolgerli in una storia squallida. Papà vanta dei crediti da lui, quindi meglio non gettare benzina sul fuoco. Mi alzo, non faccio colazione e saluto i miei, in procinto di trascorrere una giornata in collina.

-Sicuro di non voler venire?- chiede papà; lo vedo allegro, stringe la mano alla mamma. Sono orgoglioso di averli come genitori.

-Tranquilli, ho già organizzato con gli amici- mento. Un bacio ad entrambi, le chiavi della Vespa in mano e la decisione di affrontare la questione con Luca, anche se il giorno prima mi ha liquidato. Ma le cose sono cambiate, ci sono nuovi elementi e confido nel suo acume.

Suono al campanello, si affaccia il fratello che mi fa segno di salire. Luca è in camera sua, a letto, in mano un fumetto.

-Che vuoi?- mi accoglie. Non me la prendo, capisco che è ancora turbato, quindi per sdrammatizzare mi avvicino e gli do un pugno sulla coscia. D'istinto si alza, ma io lo stoppo.

-Prima di ridurmi ad un budino fuori frigo aspetta: ci sono novità.-

-Devono essere di prima qualità- dice aggrottando le sopracciglia. Racconto tutto d'un fiato e lui assorbe come una spugna le parole, non interrompendomi, quindi torna a sedersi sul letto.

-Cazzo!- esclama.

-Già, cazzo!- mi unisco, ed esplodiamo in una risata liberatoria.

-Quindi Michele è solo un capro espiatorio, quello giusto al momento giusto, visto che ha una famiglia piena di soldi.-

-Si, ma abbiamo Mirco dalla nostra parte- aggiungo, -visto che non è d'accordo col padre.-

-Per me quello che lui pensa non è importante: tutti in quella famiglia sono succubi. Dovremmo riuscire a parlargli, oppure trovare qualcuno che lo faccia al posto nostro.-

E qui scatta l'idea, una di quelle che non sai mai da dove nascono, ma sei sicuro che è quella giusta.

-Lascia fare a me- gli dico, -parlare con te è stato illuminante!- mi guarda senza capire, ma non cerca di fermarmi quando scappo via da casa sua. Salto in Vespa, guido nella pigra e acquosa cappa di umidità che attanaglia la città, in mezzo ad un traffico lento e punto verso un quartiere popolare, fatto di casermoni sorti nel dopoguerra. Vado a colpo sicuro e suono al campanello. Subito dopo mi prende il panico: non so chi effettivamente sia in casa, forse la persona sbagliata. Nel caso sono pronto a restare in silenzio e defilarmi. Invece una voce di ragazza chiede “chi è?”.

-Ilaria?- dico, ben sapendo che è lei. -Sono Alessio, l'amico di Mirco. Sei sola? Ho bisogno di parlarti.-

Con lei non ho mai avuto grandi contatti, solo qualche occasionale incontro in passeggiata. E' una bella ragazza, ma la considero quasi una sorella, visto che Mirco fa parte del gruppo. Rimane in silenzio qualche istante, poi mi chiede se voglio salire. Meglio di no.

-Ok, scendo- e riaggancia. Quando la vedo il cuore ha un sussulto: pantaloncini corti e maglietta bianca, i capelli legati in una treccia ed il sorriso sul viso. Ma non è un'espressione di felicità, perchè dietro di esso scorgo sofferenza.

-Scusa se mi presento così all'improvviso, ma davvero ho bisogno di parlare di Mirco.-

Lei guarda la Vespa, colgo l'occasione al volo; è ancora il tempo in cui si viaggia senza casco. Non dice di no quando glielo propongo, anzi sembra contenta. Partiamo e ci spingiamo fino al mare, lontano da tutto e tutti. La gente gremisce le spiagge, le panchine poste sotto i pini marittimi rilasciano una leggera frescura, dove ci abbandoniamo seduti a parlare.

-Mi sembra strano essere qui con te- dice, avvampando. Non ho mai pensato di poter fare questo effetto su di lei. Prima di cadere in un imbarazzante equivoco, anche se la cosa non mi dispiace, le spiego il perchè l'ho cercata, partendo dalla serata in cui Michele ha sferrato il pugno, del discorso ascoltato nascosto in bagno, le lacrime della madre e il rifiuto di Mirco di assecondare il piano del padre.

-Spero che tu mi possa aiutare, mettere nei casini Michele vuol dire incolparlo di qualcosa che non ha fatto. Non è giusto che i suoi debbano sottostare ad una vera e propria... estorsione- e lo dico quasi con timore.

Ilaria abbassa gli occhi, scorgo in lei la stessa espressione di Mirco quando si sofferma a pensare. Sono molto simili, anche nel modo in cui strofina le mani.

Ha qualcosa che la rode, forse un segreto che ha il timore di raccontare. D'istinto le afferro una mano, lei ha uno scatto, ma non lascia il contatto. Non so se è per questo semplice gesto, per la situazione o la posizione in cui ci troviamo di fronte al mare, ma sento che tra noi c'è affinità.

-Non so da dove cominciare- dice.

-Dall'inizio- propongo, -o almeno dal perchè tuo padre si comporta così.-

-E' arrabbiato, con la vita e per il fatto di non averci potuto dare quello che sognava. E poi c'è un'altra cosa, qualcosa che potrebbe non piacerti...-



Raggiungo l'ospedale la mattina del giorno dopo, caldo insopportabile che incolla i vestiti al corpo. Nemmeno in Vespa riesco a trovare quel refrigerio che speravo. Sono agitato, troppe emozioni rimbalzano nella testa. Ilaria è affacciata alla finestra del terzo piano, mi sorride salutando con la mano, quindi fa segno di salire. Il giorno prima sono stato messo al corrente di una questione familiare molto delicata e giuro che ci ho messo parecchio a digerirla. Non so perchè me ne abbia parlato, forse per liberarsi di un peso, o forse perchè aveva bisogno di una spalla con cui affrontare il problema. Che poi problema in fondo non è.

Salgo al terzo piano, in sala d'aspetto c'è lei insieme ad un ragazzo più o meno della mia età.

-Ciao, questo è Leo- ci stringiamo la mano; è minuto, i capelli neri e folti, ma possiede una stretta vigorosa.

-Sei tu?- chiedo, accorgendomi di star facendo una domanda stupida. Lui ride e annuisce. Non mi sento a disagio, anzi penso che tutto sia normale, come normale è trovarmi qui e fare visita ad un amico.

-Non so come la prenderà papà- dice Ilaria, strofinando le mani in quel modo così delicato che non smetterà mai di piacermi. -Voi state dietro di me, entrerò per prima.-

La seguiamo, ho paura che il battito del mio cuore possa rimbombare nel corridoio tanto è rumoroso. Leo mi è a fianco, visibilmente agitato e il colorito pallido. Sta compiendo un grande passo e di questo gliene sono grato. Michele non si merita di essere incolpato, ma quel pugno è qualcosa di cui si pentirà in futuro.

Dentro ci sono tutti e due, papà e mamma. Quando ci vede, Mirco inizia ad agitarsi.

-Che ci fate qui?- urla lui. -E quello? Lo voglio via da qui subito!- si avventa contro, ma Ilaria si mette in mezzo. La mossa spiazza l'uomo, che si ferma. E' di spalle, ma credo che i suoi occhi esprimano tutti i sentimenti e le delusioni, la fatica di un passato da dimenticare e di un futiro da ricostruire.

-Lascialo stare, lui non ha colpa- gli afferra un braccio e si lascia trasportare sul fondo del letto. Entriamo, il silenzio è solo rotto dal respiro di Mirco.

-Come stai?- gli chiedo. Lui non riesce a staccare gli occhi da Leo. La mamma tiene una mano sulla bocca, ha gli occhi lucidi, il padre imbambolato, svuotato da ogni energia.

Mirco allunga la mano, Leo si avvicina e la stringe; io vivo la scena in modo irreale, quasi si trattasse di uno spezzone di film.

Avrei potuto credere a tutto, che la luna sia quadrata, che la pioggia cada dal basso verso l'alto, ma mai che Mirco sia gay. Tutte le ragazze con cui l'ho visto, la fidanzata storica, il suo essere esuberante e sempre in primo piano, indizi che mi hanno sempre portato a pensare a lui in modo differente.

Invece eccolo, mano nella mano con Leo.

La sera del pugno, quello in cui la compagnia è andata in frantumi, Mirco arrivava da casa di Leo; avevano litigato in modo violento, non si dava pace per il fatto di essere attratto da lui ed era partito sconvolto pronto a riversare la rabbia su chiunque gli fosse capitato a tiro. Dario era stato lo sfortunato.

Ilaria era la sua confidente, la madre comprendeva, ma il padre lo aveva obbligato a troncare la relazione.

-Sei malato!- gli aveva urlato quella sera a cena. -Ti porterò in qualche clinica dove ti faranno il lavaggio del cervello.-

E l'occasione si era presentata, i quattrini potevano arrivare da uno dei più ricchi dentisti in città; con quei soldi Mirco avrebbe iniziato il calvario della ricerca di una identità non sua, attraverso farmaci che lo avrebbe ridotto a pezzi.

-Mi dispiace- Mirco lo dice con un filo di voce. -Hai ragione tu, non possiamo cambiare ciò che siamo, dobbiamo conviverci, trovare la felicità senza darci colpe.-

Ha colto l'occasione, trovato il coraggio di confessarlo ai suoi e più che altro a se stesso, cavalcando quell'attimo che da sempre era sotterrato sotto strati di dubbi e paure.

Rimangono così, sotto il nostro sguardo, mentre la vita fuori dalla stanza va avanti e con essa le nostre storie.



Il caldo non da tregua, sembra di essere tornati indietro negli anni. Mi aggiusto la camicia e osservo la pancia che spinge contro i bottoni. Solo il pensiero della parola dieta basta a rendermi triste; in fondo non si dice che l'uomo con la pancia ha il suo fascino?

-Forza, facciamo tardi!- Ilaria appare alle mie spalle, come al solito quando è in apprensione si frega le mani. E' vestita con un abito color pesca ed è raggiante. Sono passati quasi trent'anni, ma la sua bellezza è immutabile, solo qualche ruga in più, ma portate con eleganza. Marco, nostro figlio, ha già le chiavi dell'auto in mano.

-Dai che Chiara ci aspetta, che lenti che siete- l'esuberanza dei suoi vent'anni mi ricorda noi a quell'età. La fidanzata abita poco distante, anche lei invitata.

Quando partiamo, seduto dietro con Ilaria, ci guardiamo e le mani si intrecciano. Amo questa donna, la amo come se fosse il primo giorno.

Chiara salta sul sedile davanti, lancia un “ciao!” generale e finalmente possiamo raggiungere la piazza del Comune. Poca gente, quella giusta, tra di loro gli amici di una vita. Marco parcheggia e scende, dirigendosi verso due uomini visibilmente agitati.

-Ciao zio Mirco, ciao zio Leo!- e li abbraccia. Accanto a loro Dario, sempre magro e con quell'aria da eterno ragazzo, Michele, che è tornato dagli Stati Uniti solo per l'occasione e Luca, con il quale abbiamo aperto uno studia di architettura.

Ci siamo tutti, pure i suoceri, tutti e due in tiro. Lei è raggiante, si aggrappa al braccio di Mirco e poi lo bacia forte su una guancia. Mio suocero è in disparte, ma sorride, forse un po' imbarazzato ma diverso dall'uomo di un tempo. E' riuscito ad accettare, lo ha fatto per amore della famiglia, trasformandosi sotto agli occhi di tutti.

Mirco e Leo, quanta strada hanno fatto per arrivare sino qui, quanta fatica e quanto amore. Non si sono mai lasciati, sono nati per stare insieme, anche ora, con i capelli bianchi ma con gli occhi sempre uguali a quelli di quei due ragazzi che si stringevano la mano in quella stanza d'ospedale.

Esce una donna con la fascia intorno alla spalla.

-Siete pronti?- chiede loro.

-Da trent'anni- risponde Leo, e insieme a Mirco guardano il Gilera parcheggiato su cui è attaccato un cartello con su scritto “oggi sposi”.



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