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Una storia di Ireth93

Un ultimo ti amo

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5 minuti

Pubblicato il 09 novembre 2018 in Storie d’amore

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Una luce fioca si posa sul mio viso e lentamente apro gli occhi, le palpebre vibrano per il bagliore. Per qualche secondo perdo la cognizione di ogni cosa.

Amo questo momento della mattina. Il non ricordare nulla. Il dolore sopito, nascosto sotto le coperte.

Ma poi…

Tutto torna.

Il dolore, l’ansia, la preoccupazione, insieme a mille altri pensieri iniziano a girovagare nella mia mente, come un uragano che porta solo devastazione.

Cerco di occupare la mattina tra le faccende di casa, mentre il mio occhio non fa che guardare l’orologio a pendolo attaccato alla parete.

Sono in attesa.

Sono in ansia.

Fremo all’arrivo del pomeriggio.

Passano le ore e l’orologio scocca le due del pomeriggio e come ogni sempre mi dirigo nella mia bella radura: una distesa di colori scintillanti, alcuni fiori, i più vanitosi, conservavano alcune gocce di rugiada per sembrare più belli. M’incamminai tra loro raggiungendo il mio albero, quello con cui condividevo insieme al mio amato, prima della sua scomparsa, dopo la guerra.

Ci ritornavo sempre nella speranza di vederlo.

Quante volte la mente ha mi ha ingannata, facendomelo trovare lì steso sull’erba ad aspettarmi.

Ma ogni volta che correvo felice, mi ritrovavo in ginocchio disperata. Delusa da questa mia immaginazione.

Quei ricordi mi riempivano sempre gli occhi di lacrime, ma dovevo cercare di essere forte, anche se da allora erano passati pochi giorni. Pochi si, ma a me sembrava essere passata un’eternità.

La guerra era finita, ma i dispersi non erano ancora stati tutti trovati.

Pregavo tutti i giorni che nessuno venisse a bussare alla mia porta per porgermi quella dannata lettera.

Mi sdraiai sulla soffice erba, ai piedi della vecchia quercia, con gli occhi chiusi, lasciandomi accarezzare da quella leggera brezza che asciugava le mie lacrime, immaginando che fosse lui; e se fosse davvero lui? Mi alzai con il busto in modo da rimanere seduta, il vento sembrava farsi più insistente, tanto che pareva volesse che lo seguissi. Decisi di seguire, fiduciosa, la direzione del vento, che ogni tanto mi lambiva il viso.

Si! Non poteva essere che lui.

Dopo qualche metro, in lontananza, vidi una lunghissima muraglia che sembrava avere migliaia di anni, ricoperta da erba rampicante. Capii che ero giunta a destinazione solo quando il vento cessò.

Incerta continuai a camminare verso la muraglia, quando notai una crepa attraversarla, forandola; avevo la tentazione di guardare, ma era troppo tardi, era quasi passato il tramonto e avrei dovuto affrettarmi a rincasare, prima che il coprifuoco scattasse e quelli dell’esercito mi trovassero a bighellonare, tra i rischi che ancora potevo correre fuori, a quell’ora, anziché restarmene al sicuro tra le mura di casa mia.

Mi affrettai a rincasare.

Passai tutta la notte a pensare cosa potesse celarsi dietro quella crepa, mi adagiai sul divano posizionato di fronte al camino, accoccolandomi in una coperta. Cominciai ad immaginare di poterci trovare un’antica città di cui nessuno sapeva l’esistenza, oppure, un’altra radura, magari incantata che proteggeva qualcosa di meraviglioso, o addirittura, una dimensione parallela, dove non esisteva alcuna guerra, ma solo infinita paca e serenità, dove avrei potuto essere felice con il mio uomo. Sospirai a quell’ultimo pensiero.

Tante cose potevano celarsi dietro quella crepa.


Un altro giorno è passato e come sempre attendevo con ansia l’arrivo del pomeriggio che sembrava non volesse giungere mai, le ore passavano lente e la curiosità aumentava ad ogni ticchettare dell’orologio a cucù. Non ce la facevo più ad aspettare, allora decisi di uscire prima.

Corsi fino alla muraglia, non nascondendo il palpito incessante del mio cuore eccitato e nello stesso tempo impaurito – Dai coraggio! – Mi dissi. Feci un respiro profondo e guardai dentro quella crepa. La delusione subito si impadronì di me, lasciandomi un senso di amarezza; al di là di quella crepa non c’era quello che tanto speravo ci fosse, ciò che invece si presentò ai miei occhi furono resti di una città bruciata dai bombardamenti della guerra, una desolazione penetrante. Notai, però, poco più in là un cancellino che permetteva l’accesso a quel luogo devastato, decisi di varcarlo ed entrare in quell’orrore. Tutto era ricoperto di cenere, si sentiva un insieme di odori nauseanti, poi, mentre camminavo, notai un corpo che debolmente respirava ancora, non esitai e lo raggiunsi. Mi accovacciai a piedi del corpo ferito e subito lo stupore apparve sul mio volto, non potevo crederci, l’uomo della mia vita era lì sdraiato in fin di vita. A pochi passi da casa.

«Saimon! Saimon! Apri gli occhi!» Lui li aprì lentamente, abbozzò un sorriso una volta riconosciuto il mio volto e faticosamente cercò di parlare.

«Amor mio, s-s-sei realmente tu?”,

«Si sono io, non sforzarti, ora ti porto in salvo!»

«Ooh è troppo tardi ormai, morirò a momenti, ma ora che il mio desiderio è stato esaudito, potrò andarmene felice, perché ti ho vista per l’ultima volta. Porterò con me per sempre il tuo ricordo!» Tossì.

«No! Tu non te ne andrai! No, non puoi abbandonarmi ancora, non ora che ti ho ritrovato»

«Non lo farò angelo mio, veglierò su di te, sarò sempre al tuo fianco, anche se non potrai vedermi, ti proteggerò sempre».

Un debole sorriso.

«Ti amo…»

Queste furono le sue ultime parole, prima di sprofondare in un sonno dalla quale non si sarebbe mai più risvegliato; abbandonandomi a una vita che, da quel momento, sarebbe stata sempre vuota senza di lui.



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