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Una storia di Sandrale_91

Va bene così

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6 minuti

Pubblicato il 21 febbraio 2019 in Fantasy

Tags: #adult #bea #depression #storie

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Aveva passato quasi tutto il giorno a letto. Sicuramente l’intero pomeriggio. Non aveva propriamente dormito, forse due ore, per il resto aveva sognato. Aveva letto e cercato la possibilità di vivere senza fare niente, si era anche motivata in ciò. Sentiva che aveva bisogno di una libertà infinita, un sentimento di puro egoismo che le facesse dimenticare chiunque avesse attorno e la società. Sapeva che c’era una strada per farlo, l’aveva sempre saputo, prima ancora che imparasse la parola libertà. Temeva che non l’avrebbe mai raggiunta, che fosse impossibile nella vita reale, sociale, relazionale, lavorativa. La società non ammette pesi, non ammette persone improduttive. Bisogna fare qualcosa, servire a qualcosa, piccolo o grande che sia. Lei però non aveva mai voluto fare niente. Anzi, non aveva mai voluto che le fosse imposto di fare niente. Si metteva in azione solo nel momento in cui non le era più richiesto, quando non era pagata, quando non doveva dimostrare qualcosa. La sua era solo ansia da prestazione, temeva davvero che qualcuno capisse che non sapeva fare niente e che diceva solo tante cavolate. Era anche questo il motivo per cui preferiva stare zitta. Ma non era timida, né introversa, tutt’altro. Solo non voleva dimostrare di sapere o non sapere, non voleva partecipare a inutili conversazioni tutte uguali, alle stesse interrogazioni ogni anno, a compiti sempre identici. Non voleva essere classificata, non voleva essere giudicata. Temeva il giudizio, la paralizzava. Erano gli occhi e le parole degli altri a limitarle la libertà. Giudizi che aveva fatto propri prima ancora di sentirli. Forse era la paura che le aveva trasmesso la madre oppure un’ipocrisia incosciente del padre che pensava di essere libero ma era quello più ingabbiato negli schemi. Sapeva solo che i giudizi la bloccavano e che era la prima a farli: su se stessa, sugli altri, sul mondo. Comprendeva tutto ciò che non le piaceva ma non provava neanche a combatterlo, sapendo di perdere in partenza.


Aveva passato quasi tutto il giorno a letto. Alla fine, senza alcun apparente motivo, volse la testa al soffitto, con gli occhi aperti e ricordò un momento della propria vita. I ricordi avvolte riemergono così, per strane associazioni di idee, una pensa a un ragazzo, al suo ex, poi alle sue esperienze e poi così all'improvviso al giudizio del padre. E a quello di uno psichiatra. Ricordava il ricovero nella clinica come una bella vacanza, che avrebbe voluto prolungare se il peso delle responsabilità, dell’essere al mondo, non l’avesse costretta a farla uscire. Non voleva essere un peso né preoccupare la sua famiglia. E dopo un po’ che non si fa niente, ci si aggrappa a qualsiasi impegno per dare un senso alla propria vita. Era stata ricoverata perché aveva tentato il suicidio. Un blando tentativo in realtà, con una lavanda gastrica fu quasi a posto. Ma le sue parole preoccuparono il medico di turno al pronto soccorso che le propose di farsi ricoverare e lei accettò. Quel tentativo avvenne dopo giorni di stasi nel letto, in solitudine e senza vere cose da fare, se non studiare per gli esami all'università. Ora che si era laureata in ritardo capì quanto scegliere di fare l’università, qualunque facoltà, fosse stata la peggiore scelta della sua vita. Alle superiori aveva vissuto anni terribili emozionalmente parlando: ansia del futuro, decisioni da prendere, coscienza di aver sbagliato indirizzo fin dall'inizio, ma non sapere in cosa cambiare. Alla fine l’aveva finita giusto perché si doveva concludere ma era precipitata in un baratro. E l’università era stato un baratro ancora più profondo. Le sue convinzioni sulla vita e il senso erano radicate da anni ormai, fin da bambina. le imposizioni con lei non funzionavano, in nessun modo. Bisognava sempre spiegarle il perché e il per come e, forse, alla fine agiva. Altrimenti non l’accettava, urlava, si disperava. E i suoi non fornivano mai le spiegazioni necessarie. Era sempre stata così. Per questo tentava il suicidio di continuo, per questo passava giorni interi a letto. Nulla aveva senso e non voleva concludere niente, tutto era un’imposizione, si doveva fare per dimostrare di star facendo qualcosa. Di non star sprecando la propria vita. Di riuscire a sfruttare le proprie abilità. Aveva sempre preso le scelte sbagliate. Pazienza, non era più il tempo di rimuginare, la vita un modo per andare avanti lo trova sempre.


Ma su quel letto ricordò quei momenti e non voleva più. Era una persona diversa adesso, che portava a termine i propri compiti e che aveva capito come vivere: senza responsabilità alcuna se non sé stessa. Era questa la vera libertà, fregarsene di un lavoro che le imponeva orari e ritmi, di qualsiasi tipo, lei necessitava del proprio spazio e del proprio tempo. Non voleva occuparsi di nessuno all'infuori di se stessa. Era egoista, certo, ma solo in quel modo era felice e si godeva appieno la vita. Altrimenti aveva paura, altrimenti si sentiva pesante e sentiva un’oppressione addosso che non sapeva sciogliere. E il vero limite in tutto ciò era solo una persona: suo padre. Come avrebbe potuto mollarlo, come avrebbe potuto convivere senza occuparsene, come avrebbe potuto fargli comprendere il proprio stile di vita, le proprie ragioni, la propria felicità. In quella clinica, il medico insisteva perché rimanesse ancora un po’, in un reparto diverso. Lei non ne poteva più, leggeva negli occhi di chi le voleva bene preoccupazione e incomprensione e fatica, perché era lontana da casa, e non voleva leggerla più. Non voleva essere un peso né una preoccupazione. Un’altra cosa che aveva imparato fin da bambina era che non voleva disturbare. Si era sempre sentita un disturbo, non sapeva fare niente e non le si poteva imporre nulla. Tanti giudizi. Dunque, decise di aggrapparsi alla vita, ai corsi universitari, a qualcosa da fare e imparare. Usò parole piene di vita, finse di voler vivere a quel modo, di cercare una molla, una spinta per uscire dalla sua depressione. Che non era poi una vera depressione. Sulla diagnosi il medico scrisse Disturbo di personalità non specificato. Già, difficile davvero categorizzare una personalità egoista, egocentrica che non voleva alcuna responsabilità ma non voleva subire il giudizio altrui. Semplice. Al padre gliel'aveva detto, cercò di parlargliene in quei 5 minuti in cui era venuta a trovarla. Un’ora di viaggio tra andata e ritorno, e lui rimaneva 5 minuti. Stupido. Non poteva capire, lei glielo spiegava che ciò che voleva era una vita inesistente, che non sopportava nulla della vita reale, che nulla aveva senso per lei, che lei stessa non aveva senso e non sarebbe mai voluta nascere. Lui non replicava, eran discorsi troppo complicati per la sua comprensione, discorsi di una ragazza pazza che era comunque sua figlia. ma non avrebbe mai potuto capire. Per uscire da quella clinica serviva il consenso del genitore, nonostante lei fosse già maggiorenne. Si sentì ingannata dal medico, le aveva detto che poteva scegliere di essere dimessa quando voleva. Comunque, il medico si trovò più ingannato di lei: per quanto cercasse di spiegare la situazione dal suo punto di vista, trovava di fronte un interlocutore privo della comprensione necessaria, che si fermava alle parole signora o signorina, alla forma ma non al contenuto. Anzi, non ne vedeva davvero il problema. Sua figlia aveva quella testa e delle idee un po’ così, ma stava bene, quindi se voleva tornare a casa tanto valeva farla tornare. Non sarebbe cambiato niente, lei lo sapeva, il medico lo sapeva, il padre non comprendeva cosa sarebbe dovuto cambiare. Erano passati tre anni ormai, e di quelle due settimane, di quel tentativo di suicidio, della diagnosi del medico e delle convinzioni di lei non ne parlarono mai più. Alla fine andava bene così.

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