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Una storia di Adaclaudia

Chihuahua

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2 minuti

Pubblicato il 10 marzo 2021 in Avventura

Tags: #viaggi-con-la-fantasia

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Dove andiamo oggi, chiesi a Melina che sonnecchiava sul divano.

Mi rivolse appena lo sguardo ma il suggerimento era chiaro: Chihuahua – Messico.

E’ stata un’ottima idea, penso ammirando gli edifici separati fra loro dal tappeto erboso dell’ hacienda San Josè.

Pergolati su forti colonne di marmo, tetti in tegole rosse, archetti e camminamenti ombrosi per riparare dal sole insolente.

Insolente come lo è forse un lampadario a gocce di cristallo, o sarà di plastica, perché inutile in quel pergolato fuori dal nulla.

Dopo poco il nulla cede il posto agli edifici del centro con l’arcidiocesi simile ad una Notre Dame messicana, un po’ Notre Dame e un po’ Torre di Babele con la torrette che svettano verso il cielo.

Se fossi arrivata qualche minuto prima avrei potuto vedere la tendina d’acqua delle fontane che da terra innalzano gli spruzzi davanti alla facciata della cattedrale, ora posso vedere soltanto i quadrati bagnati del selciato che le fanno da specchio.

La fontana è chiusa rivolgo quindi la mia attenzione alla statua poggiata sul basamento, unico elemento con spigoli, poi tutto il resto è tondeggiante nelle figure che mi fanno pensare a Botero.

Sono tre personaggi aggrappati a catena per reggere un palloncino di pietra per trattenerlo o forse per librarsi in cielo con lui.

Seduta su uno scranno di pietra un’altra figura candida mi ripropone il nome Botero, alle sue spalle il Centro de Desarollo Cultural, elegante nella continuità degli elementi architettonici.

Passato e futuro convivono in armonia nella piazza; a tutta parete su un palazzo moderno l’immagine di un musetto di cane che con la città condivide il nome.

Io dico a Melina :”Canuccia non ti allargare il dipinto non è stato fatto per te, c’era già prima”.

Prendiamo un autobus che mi fa sembrare di essere una pasta nella vetrina di una pasticceria, ampie vetrate ad arco con la struttura in legno ed una striscia a mosaico sul tetto.

Meta: Museo de la Revolucion, ed eccomi qui davanti alla candida facciata, mi sa che i messicani amano il bianco.

Per il ritorno ancora autobus, simile al primo ma questo è camuffato da locomotiva, ruote di ferro dipinte a nascondere quelle vere.

Lasciamo la città perché non possiamo partire senza vedere le Gruta Nombre de Dios: stalagtiti, stalagmiti raggiunte da percorsi tortuosi, fra colori quanto mai cangianti.

E quindi uscimmo a riveder l’arida distesa di cactus e yucche.

Fuori a guardare gli spazi immensi , un cielo implacabile sulla vegetazione che eroica resiste, consolandosi nel riflesso dell’acqua del parco Presa el Rejon.

Melina è contenta, io pure e allora va bene così.


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