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Una storia di QuintoMoro

Quella cosa in casa mia

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12 minuti

Pubblicato il 27 ottobre 2019 in Horror

Tags: #halloween #horror #mostri #paura #thriller

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Una donna si sveglia nel cuore della notte. C'è un rumore di là in cucina. Qualcuno, o qualcosa, annaspa e rosicchia spargendo il suo fetore...


1. In camera da letto

Sentii per prima l’accelerazione, lunga e crescente, come l’aereo al decollo, e nelle orecchie la stessa sensazione d’ovatta che preme tramutandosi in spilli conficcati da un lato all’altro del cranio. Poi l’arresto, il tonfo duro e schiacciante, come un mattone in pieno petto. La schiena, irrigidita in una frustata secca, schioccò con lo stesso suono della plastica con le bollicine, un piccolo scoppio per ogni vertebra strizzata nella violenza dello scatto. L’aria intrappolata nel torace impiegò tre secondi interi e lunghissimi prima di uscire. Qualcosa mi avvolgeva il collo, un cappio che sotto le dita sembrava spugna, e puzzava di cipolle ammuffite. Erano i miei capelli, inzuppati di sudore, come il resto del mio corpo.

Mi ero svegliata di soprassalto, ma non ricordavo d’aver fatto alcun sogno. Se era stato un incubo era svanito. Forse, come nei traumi più violenti, il cervello aveva cancellato tutto per non farmi impazzire.

Le lenzuola mi si attaccavano addosso mentre scendevo dal letto, come un amante lascivo che ti allunga carezze tra le cosce e poi sulle braccia, per tirarti di nuovo a sé. Non c’erano più amanti nel mio letto, era rimasto vuoto abbastanza tempo da rendermi insofferente verso il materasso troppo grande.

Sotto il lenzuolo si vedevano i bitorzoli e le irregolarità del materasso tagliuzzato. L’avevo aperto con la lima per le unghie in una notte di rabbia, e con più calma a colpi di forbici ogni mattina e pomeriggio seguenti. Non bastava ad uccidere i ricordi che lo inzuppavano, né il tessuto strappato li avrebbe fatti evaporare e liberati, ma quel lato del materasso sarebbe ridiventato morbido, un nido di ritagli di stoffa in cui sprofondare e accoccolarmi sprofondando un poco.

L’abatjour fece i capricci, la corrente gracchiò nell’interruttore e fece i suoi singhiozzi sulla lampadina prima d’illuminare il comodino, il letto e la maniglia della porta. Il resto della stanza restava al buio. Era notte fonda. Non c’erano finestre nella mia stanza, né in qualunque altra dell’appartamento. Ma lo sentivo che era notte. Avevo dormito poco, solo due o tre ore. Presi la sveglia dal cassetto, la tenevo avvolta in una vecchia maglietta perché la lancetta dei secondi era troppo rumorosa. Era solo questione di tempo prima che il mio udito abbassasse ancora la sua tolleranza, iniziando a penetrare anche il guscio di stoffa. I primi giorni dopo averla comprata riuscivo a tenerla addirittura sul comodino. Era così con quasi tutte le sveglie, e tutte facevano la stessa fine, quando diventavano troppo rumorose. L’abatjour era un pacchiano residuato anni ’80 con una base di marmo giallo. Una veglia in cassa metallica resisteva tre, quattro colpi. Per quelle di plastica ne bastava uno. Si rompevano come uova. Il rigattiere dall’altro lato della strada ne aveva un intero scaffale. All’inizio pensava che le comprassi per rivenderle, aveva anche aumentato il prezzo. Alla ventesima sveglia non aveva resistito alla curiosità, e chissà perché decisi di raccontargli i miei fastidi.

“La gente normale di solito si abitua” disse proprio così. La gente normale. Razza di stronzo.

2. In cucina

Non erano neanche le tre di notte. Il sudore mi si freddava addosso. Feci per uscire dalla stanza ma la porta non si aprì. Tirai la maniglia con un moto di panico prima di ricordare che la chiudevo sempre a chiave. Ero ancora stordita dal risveglio improvviso. Quasi non ricordavo la disposizione delle stanze. Raggiunsi il bagno infastidita e asfissiata dal mio stesso odore. Le borse sotto gli occhi s’erano gonfiate del loro bagaglio di brutti sogni, bloccati prima di tornare agli occhi e al cervello.

La doccia fece i soliti rutti prima di iniziare a spruzzare acqua e ruggine. Le tubature correvano intorno alla casa come viscere gorgoglianti facendo vibrare le pareti. Ma quello non era il solito rumore. Uno scatto, uno schiocco troppo netto per essere prodotto dall’acqua. Qualcosa era caduto, forse in cucina. Uscii con la doccia che continuava ad alternare spruzzi a vuoti d’aria. Conoscevo il rumore, il ritmo che prendeva fino a normalizzarsi. Non mi avrebbe disturbato. Ero brava a distinguere i suoni normali dagli altri. Dovevo esserlo. Il talento s’era sviluppato come un callo, anno dopo anno, senza che dovessi sforzarmi. C’era una precisa gamma di suoni che avrebbero rivelato un guaio. Cominciavo a sospettare che quel risveglio non fosse venuto per un brutto sogno ma per uno di quei rumori proibiti, quelli per cui il mio corpo sapeva di dover scattare.

Corsi verso il ripostiglio. Il bastone del mop luccicava nonostante fosse nero. L’avevo fatto fare apposta, brunito come la canna di un fucile.

“Non dev’essere molto pratico” aveva detto così il fabbro. “Mia moglie usa un bastone di legno come tutti gli altri. Nei supermercati vendono quelli che si allungano. Lei cosa se ne fa di un bastone di ferro?”

Razza di stronzo. Gli dissi che non ero sua moglie. E che non doveva farci lui le pulizie. Non era per quello che mi serviva, ma questo non lo dissi. Era bello pesante e duro. Per questo mi serviva. Non doveva piegarsi. Non volevo vedere ammaccature sul suo lucido cilindro.

Sentii un altro rumore. Il rumore di uno sportello della credenza, quello difettoso al cardine in basso. Poi un masticare, forse di biscotti, o di cracker.

Spinsi la porta della cucina con la punta del bastone. La luce era spenta ma riuscii comunque a vederlo di sfuggita, rotolare giù dalla credenza e sgattaiolare per nascondersi sotto al tavolo, sbattendo contro le gambe di tutte le sedie e facendone cadere una. Quando accesi la luce fece per alzarsi da sotto il tavolo, e quasi lo rovesciò sbattendoci contro, poi schizzò via tra un angolo e l’altro della cucina. La sua puzza era terribile. Non ne avevo paura. Una donna che vive sola in città si abitua ad aver paura di tutto o a non aver paura di niente.

Quella cosa in casa mia era deforme, più simile a un animale che a un essere umano. Aveva unghie lunghe e arricciate in fuori e la testa asimmetrica, leonina per la criniera unta e sporca che ricadeva in avanti e sulle spalle, in cui le scapole sembravano schizzar fuori con la pelle che sembrava conciata. Le costole erano visibili sul torso asciutto che si gonfiava in grandi respiri. In ventre era arrotondato e gonfio, come nelle foto dei bambini del Biafra, coperto come quasi tutto il corpo da placche di un esoscheletro lercio e maleodorante.

Quella cosa era impaurita, il che la rendeva più pericolosa. Non mi faceva pietà. Se la luce non l’avesse spaventata, e se non avesse riconosciuto la minaccia insita nel bastone mi avrebbe aggredita. Glielo leggevo negli occhi cavernosi e umidicci, scuri e fissi su di me.

Era quasi a portata del bastone, se avessi colpito alla testa con la giusta forza sarebbe finito tutto. Bastava stordirla, e colpendola su quel dorso taurino e gobbo, ancora e ancora, avrei potuto ucciderla. Non era più grossa d’un cane, era circa la metà di me, e benché io stessa fossi magra i miei muscoli erano tesi e ben saldi intorno alle braccia. Tenevo il fiato sospeso. Dovevo, più che per la tensione dello scontro, per il puzzo che spandeva insieme col murmure del suo respiro. Faceva un rumore animalesco, a metà tra il ringhio di un cane e le fusa di un gatto. Sferrai il colpo ma con un’agilità insospettabile la cosa si torse tutta, strisciando via come un’anguilla e agitando gli arti come un insetto, appiattendosi tra il muro e il pavimento.

Fece come un latrato di sdegno, una nota sgraziata e prolungata capace di dare alle orecchie una nausea pari a quella del suo tanfo alle mie narici. Mi scoprii a fare un urlo animalesco, in risposta al suo, più di rabbia per averla mancata che per spaventarla. Sgattaiolò fuori dalla cucina.

3. In corridoio

Nel corridoio, la luce era spenta. Sentii la cosa sbattere contro la scarpiera e il mobiletto del telefono, che cadde giù. Lei lo fece a pezzi come se sapesse a cosa serviva. Non poteva, ma vi si accanì, fracassandolo mentre cercava di liberarsi dal groviglio del filo che s’era impigliato nella sua sozza criniera. Mi avventai brandendo il bastone, ma nella furia l’avevo alzato troppo mandando in pezzi il lampadario del corridoio. I vetri mi caddero sulla testa e uno mi ferì la spalla. Gridai tutta la mia rabbia e colpii alla cieca. Vidi il tappeto cambiare forma e sollevarsi, la cosa gli era scivolata sotto e come certi animali stupidi, che nascosta la testa si credono invisibili, lasciò fuori il resto del corpo. Era a un metro da me, la sentivo respirare, e di nuovo quel rumore, ora più profondo, un muggito misto al russare umano di un ubriaco addormentato.

Mmmh. Mmmhrrrm.

La luce accesa in cucina e l’abatjour nella mia stanza schiarivano il corridoio quanto bastava per disegnare quella sagoma deforme. Tesi il bastone e colpii. Il tappeto attutì il colpo ma non il lamento della creatura, che s’infilò sotto come un insetto sottopelle, zampettando giù fino al portoncino. Sbatté gli artigli e la testa contro la porta, i suoi arti deformi sfiorarono la maniglia e per un momento la vidi appesa al chiavistello. Mi dava le spalle, o almeno quelle che in quel corpo storto sembravano spalle, con le scapole puntute pronte a tagliar la pelle e farne uscire ali di pipistrello. Gli arti inferiori erano avvizziti e scalciavano isterici spandendo un fetore di escrementi e piscio. Feci per avvicinarmi ma una scheggia di vetro del lampadario mi ferì il piede, facendomi urlare e scagliare in modo scomposto verso la creatura, che schizzò via strillando. Caddi a faccia in giù. Mi misi a sedere a fatica, con la schiena contro il portone. Era un portone blindato, ed era chiuso. Nessuno l’aveva forzato. Gli scatti del chiavistello c’erano tutti. Quella cosa non sarebbe uscita di casa mia. Non da viva.

I miei occhi si erano abituati alla penombra e nel misto di angoscia, rabbia e disgusto mi sentii un animale a caccia. Io. Non quella cosa. Non la temevo. Era lei a dovermi temere. Ma fu l’esaltazione di un attimo, uno schizzo di adrenalina che scemava ricacciandomi in un più acuto terrore. Ero a terra, ferita. E avevo fatto tutto da sola. Il taglio sulla spalla non era profondo ma il vetro aveva lasciato il suo lungo segno dal collo alla schiena seminuda. Il frammento nel piede sembrava un coltello da macellaio conficcato su per la caviglia, col riverbero del dolore sino all’inguine. Se la cosa fosse tornata alla carica, non avrei potuto difendermi. Così rannicchiata sul pavimento il bastone era solo d’intralcio.

Dovetti appoggiarmi al portone, con la schiena contro quell’alone viscido lasciato dalla cosa, facendo leva sul piede sano. Afferrai con disgusto la maniglia sporcata da quella cosa e tornai in piedi. Presi un respiro, tremavo. Di freddo adesso. Non di paura. E di rabbia. La mascella scossa dagli spasmi mi faceva ballare i denti. Con la coda dell’occhio vidi una sagoma nera, mi chiusi a riccio con le braccia sulla testa, lasciando cadere il bastone. Stupida. Era solo il cappotto sull’attaccapanni.

Dovevo togliere la maledetta scheggia dal piede. Non serviva guardare, la sentivo benissimo. Uscì senza difficoltà, lubrificata da un fiotto di sangue. Non era neanche tanto grossa, e il dolore divenne presto una sensazione calda e dura, come se la pelle si fosse fatta osso. Infilai il cappotto, frizionandomi il petto e respirando forte. Nella penombra vedevo la nuvoletta del mio fiato.

Presi la cuffia di lana e ci infilai il piede come una calza, avvolgendo l’altro nella sciarpa per non ferirmi con altre schegge. Avanzai nel corridoio, col bastone di ferro diventato sostegno e non più arma. Confidavo che la cosa fosse abbastanza spaventata da non tendermi agguati ma starsene nascosta da qualche parte.

Tra le tasche del cappotto e trovai i miei guanti di lana. Non erano l’ideale per una presa ferma, ma bastava a proteggere le dita dal vetro. Non avrei potuto brandire il bastone con forza, non stando malferma su una gamba. Forse l’adrenalina avrebbe annullato il dolore nel momento del bisogno, ma non potevo rischiare. Raccolsi uno dei frammenti del lampadario, uno lungo e curvo. Se la cosa mi si fosse avventata contro, l’avrei pugnalata a morte tra le scapole, sul collo, in quel suo corpo lercio e deforme, sino a farne poltiglia.

Di nuovo la sentii grattare, e quell’insopportabile murmure digrignato.

Mmmhhmrrrhh. Mmrrhmmhr.

Zoppicando, il corridoio sembrava interminabile. Avanzai piano verso la cucina, ma il suono non veniva da lì. Né dalla mia camera da letto. Era ovvio, là le luci erano accese. La cosa se ne stava più in fondo. Il corridoio faceva ad angolo là in fondo, rientrando tra lo sgabuzzino e il gabinetto, e per un altro metro e mezzo prima dell’ultima stanza.

Il respiro mi si era ingrossato, la ferita al piede non mi rallentava più. Tastavo l’aria col pugnale di vetro stretto nella sinistra. Tenevo il bastone di ferro nella destra, facendolo picchiettare sul battiscopa. Volevo che quella cosa avesse paura, che mi stavo avvicinando per lei, per sbarazzarmene una volta per tutte.

Dietro l’angolo, il disimpegno era una massa di oscurità impenetrabile. La porta dell’ultima stanza non si vedeva. L’interruttore sullo stipite funzionava una volta ogni quattro. Sentivo la cosa muoversi all’interno, il murmure del suo respiro mischiato al grattare dei suoi artigli. Potevo chiudere la porta, e sprangarla col bastone di legno e lasciarla morire di fame. Ma non avrei più rischiato. Non sarebbe venuta fuori un’altra volta.


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