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Una storia di Elena97

Come una farfalla

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16 minuti

Pubblicato il 06 aprile 2021 in Thriller/Noir

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Non erano frequenti le volte in cui Serena si sentiva bella per davvero.

Sua madre glielo diceva, sì. Ma sua madre aveva sessant’anni e si sa che per i propri genitori, i figli sono sempre gli esseri più speciali sulla faccia della terra.

A volte, glielo diceva anche Thomas, ma sempre in maniera velata, timida, quasi come se si sentisse in colpa nel pronunciare quelle parole – certo, non lo si poteva biasimare.

Nonostante tutto, in quel momento, davanti all’ampio specchio del suo camerino, illuminato da una piccola luce sulla parte alta, Serena si sentiva stupenda.

I capelli scurissimi raccolti in uno chignon basso sulla nuca, perfettamente ordinati ai lati, con due ciuffi ondulati dietro le orecchie; gli occhi azzurri messi in risalto da un trucco scuro, le ciglia allungate dal mascara.

Ma quello che più la ammaliava della sua immagine riflessa erano le labbra. Quelle labbra che a lei non erano mai piaciute. Troppo grosse, pensava.

Invece, ora, guardando la propria bocca color rosso fuoco, si chiese come mai non le avesse mai apprezzate prima d’ora.

Serena, in quel momento, si sentiva la donna più bella del mondo.

Si alzò in piedi e si sistemò il vestito color argento, lungo fino al pavimento, per togliere le piccole pieghe che si erano formate mentre era seduta.

La scollatura profonda lasciava scoperta la sua pelle chiara, quasi bianca, e le maniche corte plissettate si posavano sulle sue braccia leggere come un velo da sposa.

Sì, era decisamente la donna più bella del mondo.

Serena si avvicinò alla porta del camerino, in attesa che arrivasse Thomas.

Le aveva promesso che sarebbe passato ad augurarle buona fortuna.

Si stropicciò piano le mani, un po’ nervosa.

Il nervosismo e l’ansia avevano sempre fatto parte della sua vita.

Nonostante il suo nome significasse l’esatto opposto, Serena era sempre stata una donna piuttosto ansiosa e insicura.

Durante il periodo universitario, dopo aver studiato giorno e notte per settimane, aveva accettato dei mediocri 21 e 22, solamente perché, per quanto si sentisse preparata, davanti ai professori si bloccava completamente, la bocca le diventata secca e il cervello non rispondeva ai suoi comandi.

«Mi parli del rapporto tra domanda e offerta, all’interno di un sistema economico», le aveva chiesto il professor Di Stefano, docente del corso di “Gestione e struttura delle imprese”, al secondo anno.

Era una domanda semplicissima, l’argomento chiave dell’intero corso, a lezione ne parlavano costantemente. Non aveva avuto nemmeno bisogno di ripassarlo a casa da quanto ce l’aveva chiaro nella mente. Ma, nonostante questo, Serena era riuscita a malapena a spiccicare due parole in croce, confuse e imprecise, e il voto con cui se n’era tornata a casa era stato un misero 22.

L’unico contesto in cui Serena rispettava il poetico significato del suo nome era il palco.

Quando cantava, si sentiva libera, come poteva sentirsi una farfalla che spicca il volo.

E poco importa se alla fine dell’esibizione, tornando alla sua solita vita, tutto sarebbe finito – proprio come la farfalla, che si dice viva solo un giorno. Quando avesse ricominciato a cantare, davanti a un pubblico incantato e adorante, avrebbe sempre ricominciato a volare.

«Serena?»

La voce, appena udibile, fu accompagnata da due leggeri colpi alla porta.

Serena tornò bruscamente alla realtà e, con un sussulto, andò ad aprire.

Thomas, in piedi davanti a lei, con addosso una camicia bianca pulita profumata alla lavanda, le sorrideva emozionato.

Gli sorrise anche lei.

«Ciao, Thomas», disse timidamente.

La loro relazione era nata da poco, e tra di loro c’era ancora un sottile velo di imbarazzo e riservatezza, soprattutto da parte di Serena. La donna, però, si sentiva sempre bene in compagnia di Thomas, e la cosa la spaventava leggermente.

Non si era mai innamorata davvero, prima d’ora.

Aveva avuto un ragazzo alle superiori, che si era accontentato di qualche bacio con la lingua dato di nascosto, in macchina oppure al cinema, nell’ultima fila.

Quando studiava all’università, aveva avuto un’altra relazione – se così si può definire – con un ragazzo più grande di lei di sei anni, che l’aveva portata a cena fuori qualche sera, senza mai offrirle quello che ordinava, e che aveva cercato in tutti i modi di portarsela a letto, anche se invano. Dopo l’ennesimo rifiuto da parte di lei, lui si era finalmente arreso, e non le aveva più telefonato.

Ora Serena aveva trent’anni e Thomas era il suo primo vero compagno, da sempre.

«Sei nervosa?» le chiese lui, entrando nella stanza e accarezzandole il braccio nudo con la mano ruvida.

Lei alzò le spalle e fece una smorfia.

«Sono sicuro che sarai splendida… Io ti guarderò dalla platea.»

Serena annuì.

Lui la osservò per qualche secondo e poi le disse: «Sei davvero bellissima».

Era la prima volta che glielo diceva in quel modo, così esplicito e così sentito.

In quel momento, Serena pensò che Thomas fosse l’uomo della sua vita.

Doveva smetterla di crearsi mille paure e mille timori; doveva imparare a lasciarsi andare, a godersi le cose belle della vita, perché, purtroppo, molto spesso sono proprie queste a venire sottovalutate.

In quel momento, Serena decise che avrebbe lottato per la sua storia con Thomas, nonostante le difficoltà, che non erano poche – affatto.

«Voglio stare con te per tutta la vita, Thomas.»

Lui le sorrise e le diede un dolce bacio.

«Anche io, Serena. Ti prometto che sarà così.»

Lei gli appoggiò una mano sul petto, e lo guardò negli occhi intensamente.

La richiesta che doveva fargli non era semplice, ma non aveva forse deciso di lottare per quello che voleva?

Prese un respiro profondo, sempre in maniera più che discreta, e deglutì.

«Thomas, devo chiederti una cosa.»

Aspettò una risposta da parte di lui, ma dal momento che questa non si decideva ad arrivare, Serena continuò.

«Tu… Tu potresti… Saresti disposto a…»

«Serena», la interruppe qualcuno, «tra dieci minuti tocca a te.»

Era Gladys, l’assistente personale di Margaret, coordinatrice dello spettacolo, che si era affacciata al camerino per darle la comunicazione. Gliel’aveva detto, che sarebbe passata a chiamarla in camerino, quando George, il cantante che si esibiva prima di lei, fosse stato sul punto di terminare la sua performance.

E così aveva fatto.

«Va bene, grazie Gladys», aveva risposto Serena con un debole sorriso.

Sperò che Gladys non avesse fatto troppo caso alla presenza di Thomas, ma in quel momento non aveva molto tempo per pensarci.

Doveva sbrigarsi.

«Thomas, prendi il tuo posto in platea. Tra poco tocca a me.»

Mentre pronunciava queste parole, Serena tornò allo specchio dietro di lei e si controllò il trucco e i capelli.

«Sei perfetta», le confermò Thomas, e lei si voltò verso di lui sorridendo.

«Grazie», disse avvicinandosigli.

Lui, un po’ più timoroso dopo aver visto Gladys, chiuse leggermente la porta dietro di sé prima di dare un ultimo bacio a Serena.

«Questo è per augurarti buona fortuna.»

Lei si sentì grata, e orgogliosa, per la prima volta in vita sua, dell’uomo che aveva al suo fianco.

E in meno di un istante, si dimenticò di quello che stava per chiedergli.


Serena cantò meravigliosamente, davanti a un pubblico di circa cinquecento persone, che, alla fine dello spettacolo, la applaudirono con vigore. Qualcuno si alzò persino in piedi.

Tra questi, c’era Thomas, che sbatteva le mani l’una contro l’altra come se avesse voluto rompersele, e urlava in segno di approvazione.

E c’era anche Margaret, la coordinatrice della serata, che le applaudiva energicamente, ma non sorrideva.

Serena si inchinò delicatamente e unì le mani in segno di ringraziamento.

Indietreggiò per raggiungere il dietro le quinte e, mentre camminava all’indietro, fece un altro piccolo inchino.

Tornando nel suo camerino, incontrò i vari amici e colleghi dello spettacolo, che le fecero i complimenti, abbracciandola e baciandola.

Serena non si era mai sentita così felice.

Se avesse saputo che cantare era la sua strada, quella che la rendeva davvero felice e che la faceva sentire a tre metri da terra, avrebbe cominciato molto prima.

Al settimo cielo, entrò nel suo camerino, chiudendo la porta dietro di sé.

Fece una giravolta tenendosi la testa tra le mani e ridendo, come in preda a un effetto stupefacente.

Si guardò allo specchio e notò che qualche ciuffo sbarazzino si era liberato dalla pettinatura stretta e svolazzava libero sulla sua testa.

Non le importò.

Si sentiva bella come si era sentita prima dell’esibizione.

Anzi, forse ancora di più.

Dei colpetti alla porta le fecero scostare lo sguardo dalla sua immagine riflessa.

Doveva essere Thomas.

Serena volò alla porta e la aprì di scatto, senza chiedere chi fosse, senza premurarsi di socchiuderla, prima di aprirla del tutto, senza porsi alcun problema.

«Tho…»

Il suo volto divenne improvvisamente serio e il suo corpo si irrigidì come un blocco di ghiaccio.

Davanti a lei, sorridente e provocatrice, c’era Margaret.


«Ciao, Serena. Complimenti vivissimi, eh, eri splendida lassù.»

Serena indietreggiò istintivamente di un passo.

«Grazie», disse con un filo di voce.

«Posso?»

Prima ancora di aver pronunciato quell’unica parola per chiedere permesso, Margaret era già entrata nel camerino.

Serena si scostò per farla passare.

La donna avanzò lentamente, guardandosi intorno. La sua espressione era ambigua, sembrava che qualunque cosa vedesse la disgustasse; ma, allo stesso tempo, sembrava esserci nei suoi occhi uno zampillo di bramosia.

«Posso?» ripeté Margaret con una mano appoggiata allo schienale della sedia davanti allo specchio, ma, nuovamente, prima che Serena potesse rispondere, lei si era già seduta.

Cominciò a toccare gli oggetti sulla scrivania davanti a lei: un rossetto – quello che Serena si era messa sulle labbra appena poco tempo prima, con molto orgoglio –, un pettine di plastica trasparente, un paio di orecchini pendenti che, alla fine, Serena aveva deciso di non indossare.

«Devi sentirti una regina», le disse Margaret, voltandosi verso di lei, reggendo nella mano destra un kit per la manicure.

Serena allargò le braccia, e compiendo questo gesto, da sotto le ascelle seminude scaturì un odore sgradevole, che le arrivò direttamente al naso e le fece corrugare le sopracciglia.

Stava sudando.

Al pensiero che anche Margaret potesse percepire il puzzo disgustoso, si sentì talmente in imbarazzo che, probabilmente, cominciò a sudare ancora di più.

Ma Margaret non fece una piega.

Restò immobile sulla sedia dov’era seduta con le gambe accavallate; sul suo viso, un’espressione indecifrabile.

Serena decise che doveva porre fine a quella sceneggiata.

«Margaret, dimmi, cosa posso fare per te?»

«Be’», cominciò a rispondere Margaret con fare indifferente, alzandosi dalla sedia e avvicinandosi a Serena, e rigirandosi il kit tra le mani, «ad esempio, potresti smetterla di scoparti mio marito.»

Se fino a un secondo prima Serena si era sentita paralizzata, dopo quelle parole si sentì quasi mummificata.

Pensò seriamente che il suo cuore avesse smesso di battere e il suo cervello di funzionare, dal momento che, nonostante stesse cercando disperatamente di aprire la bocca per rispondere, le labbra non rispondevano ai suoi comandi.

Margaret incrociò le labbra sul petto abbondante.

Era sempre stata una donna bella.

Anche sei mesi prima, quando si era unita al coro che Margaret dirigeva, Serena aveva subito pensato che la donna di fronte a sé fosse stupenda: senza molto trucco, solo del correttore e un filo di mascara, vestita in maniera semplice, un paio di jeans e un maglioncino di cotone, aveva un fisico spettacolare.

Quando un mese dopo aveva conosciuto anche suo marito, Thomas, aveva pensato che fosse un uomo molto fortunato.

Ma, evidentemente, Thomas non se ne rendeva conto, e Serena lo capì quando le si avvicinò, una sera, mentre lei suonava al pianoforte nel teatro dove si tenevano le lezioni di canto serali, per ingannare l’attesa, mentre aspettava che i compagni arrivassero – Serena era sempre, costantemente, in anticipo di qualche minuto a tutti i suoi appuntamenti o impegni.

Thomas si trovava lì per recuperare dei documenti che Margaret gli aveva chiesto di andarle a prendere.

Mentre suonava il brano Hallelujah, di Leonard Cohen, Serena aveva scostato leggermente lo sguardo dai tasti e, in parte a sé, non molto distante, aveva visto Thomas, che la ascoltava incantato.

Allora, si era fermata.

«No, continua, ti prego», l’aveva supplicata lui, facendo un passo in avanti.

Erano state le prime parole che le avesse mai rivolto.

Quella sera, non successe nulla tra lei e Thomas, per quanto suonare per lui potesse essere niente, almeno dal punto di vista di Serena, inesperta, timida e profondamente – visceralmente – romantica.

Ma nei giorni e nei mesi successivi, invece, successe molto.

Successe che Serena si innamorò, e successe che Thomas, nonostante fosse un uomo sposato, si innamorò a sua volta.

Successe che si baciarono e che fecero l’amore.

Successe che cominciarono a fantasticare su un utopico futuro insieme.

In quel momento, nel camerino semi buio, con la moglie dell’uomo che amava di fronte a sé, tutto sembrava molto lontano.

Serena deglutì rumorosamente, cercando di spiccicare parola, senza sapere bene che cosa dire o da dove cominciare, mentre Margaret la guardava fisso negli occhi.

«M-Margaret… Lascia che ti spieghi.»

Margaret inclinò la testa di scattò come un pappagallino, le sopracciglia corrugate in un’espressione sorpresa.

«Davvero puoi spiegare?» domandò con tono ironico, tirando fuori dal kit per la manicure, che ancora teneva tra le mani, una limetta, e cominciando a passarsela sulle unghie con indifferenza. «Sono veramente curiosa.»

Serena indietreggiò di un passo, mentre Margaret, al contrario, le si avvicinava.

«Sì… N-no, cioè…»

Non riusciva a fare nient’altro che balbettare, mentre le guance le si riempivano di lacrime.

Margaret le rise in faccia.

«Sei davvero ridicola.»

Mentre il gioco di movimenti tra le due donne continuava – Margaret che avanzava e Serena che retrocedeva, fino ad arrivare con le spalle al muro –, Margaret continuava a curarsi le unghie, già perfette e smaltate di rosso fuoco.

«Lascia che parli io, invece di continuare a tartagliare con un’idiota», disse.

Tirando fuori le forbicine dal piccolo astuccio bianco, se le rigirò tra le mani, rischiando anche di tagliarsi.

«Prima di tutto, non ho idea di come mio marito possa trovarti desiderabile.»

Squadrò Serena, abbandonata contro la parete retrostante, dalla testa ai piedi.

«Sei… Insulsa. E ho pensato molto a come vendicarmi. Thomas lo sa, che sono vendicativa, ma con lui me la vedrò più avanti.»

Appoggiò il palmo della mano destra al muro color tortora dietro Serena.

«Ora voglio occuparmi di te», le disse, con le labbra sensuali a pochi centimetri dal suo viso. «E non mi interessa umiliarti, dire a tutti che ti sei comportata da troia, sta’ tranquilla. Non voglio questo.»

Serena, improvvisamente e insensatamente, ridacchiò.

Come avrebbe dovuto sentirsi, secondo Margaret, dopo quelle parole? Sollevata?

«E quindi… Cosa vuoi che faccia?»

Margaret, più alta di Serena di almeno cinque centimetri, la sovrastava, non solo in termini di statura.

E le parole che pronunciò rispecchiarono fedelmente il suo atteggiamento.

«Voglio solo che tu soffra.»

A Serena tremavano le labbra.

Il muco le colava dal naso in maniera copiosa, esattamente come dagli occhi le colavano le lacrime.

I capelli – prima ordinati e impeccabili – erano, ora, un ammasso indefinito di ciuffi scomposti.

Il trucco, completamente colato.

Sul volto di Margaret comparve una smorfia di disgusto.

«E mio marito davvero preferirebbe te a me? Che smacco terribile…»

«M-Margaret, ti prego… Mi dispiace. Ti chiedo perdo…»

Margaret le tappò la bocca macchiata di rossetto con violenza.

«Sta’ zitta! Non mi interessano le tue suppliche!»

Mentre la mano le si bagnava di lacrime, Margaret sollevò le forbicine per unghie ad altezza viso e si voltò a guardarle, come se non le avesse mai viste prima, come se le fossero comparse in mano per caso.

«Tu adori cantare, non è vero, Serena?»

Serena non rispose.

Si sentiva impotente, sconfitta, ma la cosa peggiore era che sentiva di meritarselo.

Era lei che aveva deciso di andare a letto con Thomas.

Si era sempre sentita sporca per questo, ma in quel momento si sentiva addirittura disgustata da sé stessa.

Lei, che aveva sempre decantato una purezza quasi immacolata, ora era complice di adulterio. Quante volte ci aveva riflettuto, quante volta si era detta di smetterla, di farla finita. E ognuna di queste volte era stata spazzata via brutalmente da un orgasmo ottenebrante, procuratole dalle mani esperte di quell’uomo, che, tuttavia, non appartenevano a lei.

Sì, puniscimi, avrebbe voluto dire a Margaret, buttami fuori dal coro, me lo merito!

«Cos’hai detto?»

Non si rese conto di aver effettivamente pronunciato – o quantomeno, di aver provato a prununciare – quelle parole di implorazione fino a quando sentì la domanda da parte di Margaret, che le tolse la mano da davanti la bocca per permetterle di ripetere.

«Me lo merito. Fallo, buttami fuori dal coro. È giusto così.»

Margaret scoppiò a ridere.

Fu una risata isterica, cattiva.

Una risata da persona instabile.

«Tu pensi davvero che sia tutto qui?» disse, sgranando gli occhi. «Mi dispiace, Serena, ma non hai idea…»

A quel punto, l’ultima cosa che Serena vide fu il pugno chiuso di Margaret calarsi con forza sul proprio viso.

E poi, fu il buio.


Aprì gli occhi con difficoltà, nella penombra della stanza.

Era stesa a terra, in una posizione scomposta.

Dolore.

Le girava la testa, faceva fatica a tirarsi su.

Quando finalmente ci riuscì, si mise in posizione semi seduta.

Tanto. Dolore.

Margaret non c’era più.

Era completamente sola.

Sangue.

Il colore argento del vestito era cosparso di chiazze rosso scuro.

Le toccò.

Erano vischiose e umide.

È sangue.

Per quanto tempo era rimasta incosciente?

Minuti? Ore?

Giorni?

Urlò.

Le faceva male, le faceva male la faccia, le faceva male la bocca.

Un dolore lancinante.

Urlò di nuovo.

Si accorse che quello che le fuoriuscì dalle labbra non fu un urlo normale.

Le parve sgraziato, irregolare, un suono gutturale, senza nessuna tonalità.

Tanto. Tantissimo. Dolore.

Si portò le mani alla bocca.

Le si riempirono immediatamente di sangue.

Qualcosa non andava.

Si tastò le labbra.

Si tastò la lingua.

La lingua.

La lingua non c’era più.

Aveva le mani cosparse di sangue, il bianco della sua pelle non era più visibile.

Con fatica, si mise in ginocchio, appoggiandosi con tutto il peso alla sedia davanti allo specchio, e si guardò.

Aprì la bocca.

La sua lingua non c’era più.

Di nuovo, urlò, e di nuovo, le uscì dalla gola quel suono anormale.

Provò a parlare, ma non ci riuscì.

Aiuto, provò a dire, ma non ci riuscì.

Nella disperazione più pura, nel terrore totale, Serena si accasciò a terra, facendo cadere la sedia nel tentativo di aggraparcisi.

Le forbicine del suo kit per la manicure erano lì a terra, semi aperte e fradicie di sangue.

Aiuto…

Serena strisciò come un verme fino alla porta e cominciò a battere sul legno levigato con tutta la forza che aveva in corpo, mentre quell’urlo che non le apparteneva, simile al verso analfabeta di un uomo primitivo, continuava a sgorgarle dalla gola.

Mentre continuava a fare rumore, nella speranza che qualcuno potesse sentirla e accorrere ad aiutarla, Serena pensò che non avrebbe mai più avuto una vita normale.

Non avrebbe mai più potuto chiedere a Thomas se fosse disposto a lasciare sua moglie per stare con lei.

Sentì dei passi in lontananza e, mentre lentamente capiva di essere sul punto di svenire, fece un ultimo, agghiacciante, pensiero.

Serena non avrebbe mai più cantato.

La porta venne aperta di scatto e qualcuno urlò.

Serena non si mosse – non ci riuscì.

Tenne gli occhi chiusi, e pianse.

Si sentiva come una farfalla a cui erano state strappate le ali.


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