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Una storia di MirianaKuntz

Per mano di Amore

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2 minuti

Pubblicato il 04 novembre 2018 in Poesia

Tags: #amore #inverno #lago #morte

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Un tonfo sordo su un lago d’inverno.

Come squarciare il marmoreo velo dell’acqua a mani nude, come un siluro, col corpo ritto e la vestaglia da notte. Coi capelli sciolti, come vespe giunte per mano, cadenti sulla schiena mezza ossuta. Con le mani disgiunte, senza preghiera e Dio, in un saluto per niente chiassoso di chi ha perso l’uso della parola.

Gli alberi si danno spinte su un fianco, il cielo grigio fumo è ormai quasi giunto alla notte. Le erbacce bagnate da gocce passanti non emettono un suono, nemmeno un fiato, ritte sul bordo melmoso.

Quando con un piede lei toccò l’acqua, la pelle le divenne di fuoco. Al contrario di come si potesse pensare, il freddo delle acque non le entrava nel sangue, piuttosto era un alimento corposo per l’animo cocente. Uno spillo negli occhi, quasi una luce rotta. Prima un piede, poi un ginocchio, il braccio a tastarne la profondità oscura. Sotto le dita nient’altro che un niente morte.

Un respiro piccolo, tenue e flebile di chi sta per cavarsi il cuore dal petto. Senza coraggio, senza paura, con un’ incoscienza folle di chi non ha più santi e né più demoni.

Ploof. Nemmeno un salto, nemmeno un trampolino. Un corpo che cade ritto nell’acqua come un ramoscello rinsecchito. Striscia piano sull’acqua, il tempo di un secondo, poi affonda come un relitto.

Lungo la discesa lenta, non esistono porte né varchi, non c’è luce né braccia. Un lungo nero cieco, avvolto intorno al corpo. Come coperte pesanti che però non scaldano né gelano. Una pressione tortuosa, come quando si comprimono le mani alle orecchie, e non si respira. Un vuoto d’aria in cui entra solo il male.

Un buco di tempo senza più fili di pensiero.

Un cosmo liquido senza più il ricordo dei suoi capelli mezzi dorati, delle serate a tenersi per mano, delle suonate sulle onde del mare. Senza quel mezzo metro di mattoni e risate, senza quel mostro di ferro che amarono tutti, senza mazzi di rose, compleanni di panna. Senza il passato che inghiotte il presente. Senza guaito di prole, senza cuscini messi vicini.

Dove il suo tempo era il tempo di tutti. Senza finestre dove il sole cala e arriva prima o dopo. Lo stesso sole, la stessa luna, la stessa aria, che se piove, piove dappertutto, e se c’è il sole c’è il sole in faccia a chiunque.

Discesa lungo gli inferi, perché il Paradiso non perdona la resa.

L’acqua che affonda gli organi vitali, che frigge il cervello con il suo sale, che manda in avaria il cuore, e brucia lentamente ogni grammo di ossa.

Ad occhi aperti, come chi affronta Cerbero e sa già di perire.

I suoi denti affondano feroci nelle membra.

Riduce tutto a brandelli.

Il lago punisce chi non ha retto le intemperie.


E chi non ha sconfitto il male, né capito la fine, muore per mano di Amore.

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