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Una storia di MirianaKuntz

La vita è una stronza

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11 minuti

Pubblicato il 21 ottobre 2018 in Altro

Tags: #crisi #forza #sentimenti #stronza #vita

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Me l’hai insegnato tu che se poco prima sorrido, poi dopo un po’sto morendo dentro, che senza remi non c’è una barca che mi porti a riva. Me l’hai insegnato tu che se mi metto a ballare qualcuno poi potrebbe ridere di me, che se penso di essere -l’essenza- della storia finisco per essere solo nei titoli di coda, di sfuggita. Me l’hai insegnato tu che c’è sempre qualcuna che sia migliore di me, qualcuna che il caffè lo fa ancora a mano con la macchinetta di alluminio e le scorie nere nere sul ripiano della cucina. Che come piccole ma grandi donne di mondo sanno fare tutto, ma proprio tutto, come correre avanti ed indietro, prendere i tram senza chiedere le fermate, fare la spesa in sette supermercati diversi usando sette lingue diverse, passeggiando sotto monumenti senza paura di morire, camminando nel buio pesto delle mattine di inverno con lo zaino e il telefono, senza troppe difficoltà, correndo lontano da mondi conosciuti, ottenendo gran parte delle cose che una persona ottiene in mezza vita ed un quarto. Questo me l’hai insegnato tu, che una di quelle mi supererà sempre. Che la mia bocca non è all’altezza dei baci giusti, delle carezze essenziali, che quando mi sveglio ho i capelli alla rinfusa sulla fronte e sul naso, una non-bellezza che non piacerebbe a nessuno. Che se sono felice è solo plastica in combustione, che non appena te ne accorgi, fai di tutto per mettermi alla prova e farmi -crescere un po’- anche se è da quando lo ricordo che mi spingi a crescere un po’, che alla fine la mia adolescenza nemmeno la ricordo così bene, perché mi sembra di essere stata sempre così. Me l’hai insegnato tu che certi amori sono belli sono nella testa, perché quando escono fuori da te, non ti appartengono più, e quelle variabili incontrollate delle vicende, renderanno tutto il bello, solo un gran casino, perché nella storia ci sono io ed un altro, e tenere due cuori e cervelli in equilibrio è difficile anche per un circense. Allora se crolla, quando crolla, tu punti il dito e ridi sguaiatamente : te l’avevo detto. Anche se non l’avevi chiaramente detto, ti aspettavi solo che accadesse. Me l’hai insegnato tu che dire la verità non sempre paga, che per ogni verità svelata, ti tornano indietro dieci bugie e un’oncia di cattiveria. Che mi ostinavo ad essere buona e brava, ma non funzionava, neanche in quei momenti, perché tu eri severa, e allora mi soffiavi contro un vento freddo freddo che mi faceva ammalare troppo. Con la tosse e il raffreddore tentavo di vivere ancora, poi mi arrendo per brevi periodi e resto a letto a non-dormire.

Me l’hai insegnato tu che come si inizia così si finisce, che la vita è speculare alle cose che hai fatto, che se nasci in crisi, non ti risolverai mai. Non esiste una vera soluzione per un groviglio senza istruzioni di montaggio. Che se ti gridano contro con violenza ed impeto, alzare la voce non basta, non serve nemmeno sedersi in un angolo, nascosti da tutto. Perché sono morta mille volte per forza o per debolezza. Che io mi difendessi o restassi ferma, andavo contro ad un muro certo, che mi spingeva lungo un baratro infinito, senza luce e senza aria. Me l’hai insegnato tu che le canzoni sanno parlare meglio di noi tutti, ma che certi versi sono troppo belli per chi non sa ascoltare il cuore. Che il giradischi gira fino a farti perdere la vista, e il reject dei vecchi stereo non lo batterà mai nessuno.

Me l’hai insegnato tu che la notte può essere fredda e spaventosa, che gli incubi sono fatti da un regista pazzo che ci vive dentro tutto il tempo della corsa. Che anche ad occhi aperti ci si sente soli, che se sei diverso hai compiuto un crimine contro il mondo, ma se sei uguale nessuno si accorgerà mai di te.

Che certe chiamate ti cambiano la giornata, -quella voce- puoi ascoltarla all’infinito senza stancarti mai, che alcuni profumi sono adatti solo ad una cosa, che i vestiti più belli li metti sempre da parte per quella sera speciale. Me l’hai insegnato tu che il silenzio uccide più di cento vaffanculo, ma che se il dolore non viene diluito nel bene, il male ti mangia dentro. Che la rabbia è un leone coi pattini, che ti fa sentire furente, con un ruggito meccanico che sbrana i nemici, ma che se ti distrai un po’, i pattini inciampano nel pavimento, e fai dei grossi ruzzoloni. I lividi di quelle cadute non si risanano mai.

Me l’hai insegnato tu che avere degli amici è difficile, avere degli alleati è quasi impossibile, ma che i nemici non perdono tempo per assistere alle tue disfatte. Che certe scuse vanno fatte, ma esse non rattoppano ogni buco all’infinito. Che certi baci vanno dati, anche se alla razionalità sembrano sbagliati, anche se poi alla fine tutto resta uguale, ma certi baci vanno dati. E allora ho baciato, anche se ha fatto male, anche se dopo mezz’ora bisognava allontanarsi e nascondersi, insabbiare e mentire, cancellare e sparire, anche se ognuno tornava a fare ciò che doveva, anche se c’era da cucinare, rassettare, battere cose al pc, anche se c’era un’altra che mangiava le mie cose, guardava i miei programmi, si addormentava nel mio letto, accanto ad un mucchio di sogni, desideri, speranze e occhi, che pensavo fossero tutte cose mie. Ma quei baci andavano dati.

Me l’hai insegnato tu che il rispetto è una linea sottile tra le cose che è giusto fare e quelle che non si dovrebbero nemmeno pensare. Che se si supera la linea di un millimetro, poi le cose vanno tutte di fila, e tutte male. Che una parola è poco, ma due sono già troppe. Che bisogna parlare con criterio, ma senza stare a pensarci troppo, perché le cose pensate portano guai forse più delle cose improvvise.

Me l’hai insegnato tu che sono nata sbagliata, in una vita che non riconosco, in un tempo che non mi appartiene, che la gente fa sempre troppa fatica a capirmi e starmi accanto, che mentre gli altri scambiano la mia richiesta d’amore come -esigere troppo- io supplico in silenzio un po’ di tregua calda, buona.

Che le cose tiepide non fanno per me, che tutte le cose che ho vissuto o mi hanno ghiacciata o mi hanno bruciata. Che non ho l’età per le vie di mezzo, che non ho il cuore adatto per il grigio smorto. Che non mi piace mai camminare nel mezzo, perché preferisco stare a destra o a sinistra. Che ogni volta ci ho provato ad accontentarmi, ma alla fine mi mancava tutto quello che non avevo. Che voglio baci caldi, ed emozioni che sfiniscono le mie riserve. Notti fredde ad abbracciarsi e morsi sul collo. Tutto. Senza nulla da rimandare.

Me l’hai insegnato tu che la felicità non esiste, che passiamo momenti leggeri e momenti più feroci. Che pendiamo sulla noia, e passiamo all’euforia. Che non esiste un punto fermo su cui costruire tutto, ma infiniti sentieri dove edificare la serenità. Che se semino bene, non sempre raccolgo frutti gustosi. Che la pioggia autunnale magari marcisce tutto, e resterò a digiuno per i mesi a seguire.

Eppure chi semina tempesta, a volte, oserei dire sempre, raccoglie tralci di arcobaleno.

Me l’hai insegnato tu che piangere non sempre serve, ma a volte sradica le condutture di un albero meccanico otturato. Dove non passa linfa né acqua, dove non passano storie. Ma a volte piangere troppo svilisce la testa, i desideri, ti rende arida come una foglia senza ramo.

Morta. E non si rianima più una foglia morta.

Che chi fa finta di nulla e continua – la farsa- sarà vista come buona e giusta, come speciale, perché quelli così non si arrendono, mentre spesso è solo una convenienza spiccia da discount, dove chi resta si accaparra i prodotti in sconto e chi dice la sua, in modo veritiero, torna a casa a mani vuote.

Me l’hai insegnato tu che credere nelle persone è una pessima abitudine. Che le promesse sono solo parole appese al niente, che chi pensa di farti del male ha già comprato pistola e munizioni, e le tiene nel cassetto.

Che certe morti non si vestono di nero, che certi amori si fingono amicizie, che quando c’è da -difendersi- alla fine c’ero solo io con me.

Che certe notti d’amore posso solo sognarle, che la normalità non esiste, che ciò che vedono i miei occhi sono solo immagini falsate di persone torbide e fangose.

Me l’hai insegnato tu che per ogni volta che ho lottato ardentemente per qualcosa, o spesso per qualcuno, quel qualcuno si fermava sulla prima salita, gettava la spugna al primo pugno incassato male, mi tornava indietro un male che non avevo commesso, o avevo dato in dosi minori, a volte quasi per sbaglio.

Che chi si arrende non ti ama, che il contrario di resa non è violenza e imposizione, ma solo amore incondizionato, anni solari impiegati per abbracciarsi un po’ di più, promesse benefiche che profumano di ciliegio, e non morse coi denti e strattonamenti.

Me l’hai insegnato tu che volersi bene non è ricevere e chiedere regali, perché spesso aprivo pacchi lasciati lì a prendere polvere ma non ero felice, perché non c’erano biglietti, perché non c’erano stati baci né sorrisi. Solo cose, messe lì per riempire i miei vuoti. Solo cose, cose e basta. Cose che a volte potevo solo pensare, immaginare, desiderare, cose che non posso avere, cose che sono in vetrina, in mano agli altri, su tutti i giornali, su tutte le bocche, ma che io non ho.

Un diamante è solo una pietra preziosa se non è riposta su un dito, con dolcezza, con amore ed eternità.

Le cose sono solo cose se non sono cose -avute insieme-

Me l’hai insegnato tu che prendere calci sarà più facile di ricevere carezze, perché non c’è abitudine nella dolcezza, tanto che se arriva un bacio, un’ attenzione speciale, una parola carina, il cuore in tumulto innalza le acque e muove le terre. Terremoti e tsunami invadono gli occhi e le piantagioni irreali della parola. Poi arriva il silenzio, o le lacrime, o l’amore. Poi arrivano tutte le cose insieme, slegate e imperfette, ma vere.

Me l’hai insegnato tu che toccarsi fa bene, toccarsi sulla faccia, sulla bocca, sulle spalle, sulle cosce. Toccare l’altro quasi a volerlo imparare. Certe linee fanno bene al cuore.

Che quando desideri ardentemente qualcosa quasi mai si avvera, che certe persone sono più fortunate di altre, solo per una questione casuale. Che l’amore non è una cosa per tutti, che per qualcuno le cose che ho fatto sono infinitamente piccole, eppure per la mia -piccolezza- umana sono infinitamente grandi.

Che quando amo, amo con tutta me stessa, che certi sentimenti ammaccati poi preferisco tenermeli dentro, senza troppe parole, senza sentirmi ancora stupida. Che è meglio tacere per stagioni più grandi, più buone. Per stagioni che siano stagioni di cuore e carezze, di attimi definiti senza fughe e variazioni.

Che una sera può cambiarti la vita, ma che tutta la vita vissuta può cambiarti l’idea di -quella sera- Che esistono posti del cuore che nessuno può strapparti via, ma anche posti irraggiungibili con l’aereo, il treno, la nave. Posti blindati che nessuno può vedere, posti con oceani, palme, profumi ancestrali, posti di sole proficuo e fresco confortante. Posti che non si allacciano a niente, ma che solo -uno- può vedere , dove solo uno può abitare.

E che quel posto non è mai toccato a me, che mi sono sempre beccata una dozzinale città di periferia, con il freddo polare e il sole desertico. Dove o si muore o ci si avvicina alla morte.

Me l’hai insegnato tu che consumarti non è facile, che a volte non ti vorrei con me, e vorrei regalarti a qualcuno che ne farebbe cose più belle. Che vorrei darti a chi ne farebbe un uso migliore, che mi sento indegna di averti nel respiro, e che a volte faccio troppa fatica nel mandarti giù. Sei faticosa per una come me, ingombrante, irrisoria. Sei tremendamente -troppa- sei asciutta quando ho sete e acquosa quando non ho voglia di ingoiare.

Sei un gin alcolico che carbonizza i miei sensi.

Me l’hai insegnato tu che sai essere una stronza, ed io le stronze non le digerisco mai.

Una stronza di vita che non mi sa aspettare, che non mi sa capire. Una vita stronza che non mi ama e non permette a nessuno di amarmi. Che mi vuole senza volermi, che mi tiene senza volermi tenere. Un po’ come altri della mia vita, che non volevano avermi, ma che volevano avermi a tutti i costi.

E tu, che come mi è già successo, mi tieni in una gabbia sbeccata, ridi sadica come nessuna, e giochi un po’ con me.

Io ballo coi tuoi fili, ma non conosco i movimenti.

Sono l’automa delle tue scelte, ma è solo tutto per finta.


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