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Una storia di Katzanzakis

Da qualche parte, insieme ad un amico,in un tempo lontano

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3 minuti

Pubblicato il 08 dicembre 2018 in Spiritualità

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C’erano…la musica dell’acqua ed improvvisi silenzi, ad interrompere, inattesi, le grida allegre dei bambini.

Dopo le cascatelle e la nuotata di prammatica in piscina, con un’occhiata all’affascinante fiorire di bolle trasparenti sul fondo, avevamo trovato una vasca un po’ isolata, disertata dagli altri perché priva di particolari attrattive: solo un levigato sedile in pietra, immerso nel tepore avvolgente dell’acqua sulfurea.

Ci eravamo seduti vicino, la faccia rivolta verso il sole, generoso in quell’aprile di un anno lontano.

“Una vasca da meditazione”, avevamo convenuto, tu col cappellino, a proteggere la calvizie da chemioterapia, io con gli occhi chiusi, per assaporare meglio quella sensazione di estraneità condivisa.

C’era stato un prolungato silenzio, forse un insolito pudore, come se la malattia in qualche misura condizionasse le nostre prospettive, poi la lunga consuetudine alla conversazione, alle battute,alla rivisitazione dei ricordi, ci aveva restituito all’abituale naturalezza, al collaudato piacere della reciproca compagnia.

Ed era stato come ritrovarsi sul mio piccolo gommone, di rientro a Mytikas, sul mare bizzoso del primo pomeriggio, io alla barra del motore, tu aggrappato alle cime dei parabordi, le risate pronte ad accendersi ad ogni sobbalzo violento sul paiolato; o nell’ascesa tra gli aridi cespugli sopravvissuti alle capre, verso il piccolo monastero isolato, in alto, già meta ripetuta del tuo peregrinare solitario mattutino; o tra i fornelli della spartana cucina di Teodoro, mentre cuocevi in vecchie padelle greche, i friggitelli con le uova; a tavola, con gli occhi rivolti verso le luci di Kalamos, come sospese sul nulla, in mano i bicchieri col profumato vino cretese, in basso la leggera carezza serale delle onde sugli scogli; o a Ricadi, nell’acqua appena scottata dal tramonto, dopo la partita di palla a volo sulla spiaggia, mentre già l’animarsi delle cucine e lo scontrarsi delle stoviglie preannunciava l’imminente piacere della cena…

Ma non avevamo parlato del passato, forse per non arrenderci ad una memoria che sarebbe parsa abdicazione nei confronti del futuro.

C’eravamo ritrovati a fantasticare una volta ancora dei viaggi da fare insieme, dei sapori di piatti vecchi e nuovi da provare in ristorantini sui canali o tra gli ulivi, dei libri appena letti (ti ricordi dei discorsi su Maurensig “c’è ancora qualche italiano che sa scrivere, dopo tutto”?), di quando, sconfitto il tumore, avresti potuto rifarti della prolungata astinenza, dimenticando brodini e yogurt, vera offesa alla tua cultura gastronomica…


Quella sera abbiamo ritrovato le lucciole, a Montemerano, non so più da quante decine di anni sia tu che io non vedevamo una lucciola…


Nemmeno quando sei dovuto passare alle sacche, per alimentarti, hai voluto rinunciare al piacere della cucina e della compagnia: non so quanti altri sarebbero stati capaci della generosità e dell’altruismo (dell’amore?) indispensabili per continuare ad invitare gli amici, per far degustare loro sempre nuovi piatti, che preparavi con la consueta sapienza, e dei quali potevi condividere soltanto il profumo…


Questo racconto non è che un piccolo tributo all’amicizia che ci ha legato, l’ideale continuazione di un viaggio prematuramente interrotto, un filo sottile ma tenace, come il guinzaglio del lupo Fenris, che valga a tenerci uniti, nella consapevolezza del valore “testimoniale” della tua vita, per tutti quelli che ti hanno conosciuto.




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