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Una storia di GioMa46

Bla, bla, bla … Sanremo 2020

“..molto rumore per nulla”.

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8 minuti

Pubblicato il 09 febbraio 2020 in Giornalismo

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Sanremo:  Teatro Aristo 2020
Sanremo:  Teatro Aristo 2020

Bla, bla, bla … Sanremo Canta 2020:

“Molto rumore per nulla”.


Infine le risposte sono arrivate puntuali alle aspettative del pre-festival, anche se non proprio tutto è stato confermato. Sì all’eleganza, con qualche caduta di stile da parte dei partecipanti maschili (vedi i pantaloni strappati di Urso e qualche sciatteria dozzinale). Sì allo charm delle partecipanti donne anche se in qualche caso fin troppo debordante (vedi gli strascichi esagerati, più lunghi dell’altezza di chi li indossava, i trucchi estetici ostentati, ecc.); mentre per gli uomini (?), (forse è meglio dire per i partecipanti di aspetto maschile), si è fatto sfoggio piuttosto di ‘costumi’ che di veri abiti sartoriali. Davvero poco il glamour degli ospiti internazionali (sia maschili che femminili). Per il resto, in conclusione delle debordanti cinque giornate, shakesperianamente parlando, si è fatto ‘molto rumore per nulla’ (tale che in qualche caso sarebbe stato utile l’utilizzo dei sottotitoli per la comprensione blaterata dei testi).

In quanto a raffinatezza (poca) e cordialità (fin troppa) si è assistito all’incontro (leggi ritrovarsi) di due opposti stili (modi) di intrattenimento: più debordante (smaccato) quello di Fiorello (che più volte ha furbescamente rubato la scena al collega); e quello più elegante e misurato di Amadeus, (che si è spesso abbandonato alla prolissità di un mercante di stracci); quegli ‘stracci’ portati in scena dalle maitresse 'da baraccone senza meraviglie' che puntualmente la RAI propina a più non posso da una trasmissione all’altra, e la cui presenza sullo schermo è diventata ormai stantia. Davvero non se ne può più. Bastaaaaaa!!!!!

Amadeus conduttore del 70° Festival della Canzone Italiana
Amadeus conduttore del 70° Festival della Canzone Italiana

Per quanto fin qui non si sia parlato che di modesti dissensi di chi come me segue il Festival da almeno 60 anni (per fortuna c’è anche dell’altro), ciò che va contestato alla RAI è indubbiamente l’uso smodato degli inserimenti pubblicitari (addirittura fra una esibizione canora e l’altra e ad ogni intervento dei presentatori che, in alcuni casi, hanno appena proferito parola. Ora se solo si considerano gli interventi (di Fiorello, il quale con le sue melense battute di spirito ha trascinato “in caciara” quanti hanno preso parte alla gara canora, (per non dire degli ospiti dentro e fuori del palco dell’Ariston), la RAI avrebbe fatto meglio a mettere un freno a entrambe le cose e lasciare che la conduzione vera e propria non fosse disturbata da esternazioni fuori luogo e fuori contesto da un secondo conduttore e da fin troppa pubblicità che, se da una parte è servita agli introiti pro-RAI, ha spezzettato non poco la gara effettiva, creando ulteriore confusione.

Inoltre, e sempre più spesso il giocare con parole tra i due ha generato equivoci. Il tutto, senza preoccuparsi che oltre allo share televisivo, ‘viceversa’, va considerato il fatto che ci sono milioni di spettatori del Festival che hanno diverse aspettative sulle 'qualità dei partecipanti' e che gradirebbero anche qualcosa in maggior misura ‘più entusiasmante’, così come appunto si è detto: di ‘eleganza’ (un linguaggio più forbito, una cordialità più autentica, una capacità colloquiale più accattivante della solita fuffa).

L'ospie più gradito dal pubblico: Tiziano Ferro
L'ospie più gradito dal pubblico: Tiziano Ferro

In tutto questo baillamme (leggi baraonda ma anche confusione di intenti), si è veduto un pubblico più che attento (in special modo nelle prime file) capace di intedere e di badare ai propri interessi dirigenziali che hanno dato man forte negli applausi e nelle standing-ovation, ma che non hanno molto gradito l’intervento estemporaneo di Roberto Benigni che (in verità l’ha fatta un po’ troppo lunga), il quale, travolto dall’andamento generale, si è 'sbragato' fin dall’inizio. Non per altro se non perché i 'dirigenti' erano in contrasto con le battute sulla politica, tant’è che per il comico (stupidamente) non si sono levati all’impiedi. Tuttavia non c’è poi molto altro da dire più di quanto s'è detto, se non ciò che si dice nel titolo del romanzo “Tre uomini in barca (per non parlar del cane)”, che il Festival di Sanremo è ‘un appuntamento assolutamente da non mancare’ anche se c'è chi come me continua a domandarsi: perché? Ché ...

«Per quanto se ne voglia dire, discutere, contestare, rifiutare, parafrasare, non va ignorato che nell’arco fuggevole del tempo le cosiddette ‘canzonette’ hanno scritto pagine di storia, hanno sostenuto le genti alla fatica del lavoro, hanno accompagnato i soldati, hanno inneggiato agli sport, hanno raccontato e favoleggiato i momenti migliori delle nostre vite, quei “migliori anni” della gioventù in cui abbiamo folleggiato negli amori» (*)

Copertina del libro.
Copertina del libro.

"Peccato però che le canzoni ..." ha detto più di qualcuno. Beh, soprassediamo. DI certo non entrerannno nei nostri cuori, né ci resteranno per molto.

In tutto questo baillamme (leggi baraonda ma anche confusione di intenti), si è veduto un pubblico più che attento (in special modo nelle prime file) capace di intedere e di badare ai propri interessi dirigenziali che hanno dato man forte negli applausi e nelle standing-ovation, ma che non hanno molto gradito l’intervento estemporaneo di Roberto Benigni che in verità l’ha fatta un po’ troppo lunga (sbragandosi fin dall’inizio, travolto dall’andamento generale); non per altro se non perché in contrasto con le battute sulla politica, tant’è che per il comico non si sono (stupidamente) levati all’impiedi.

E dire che l’atmosfera era quella giusta, aperta alle nuove tecnologie della ‘visual art’ e della ‘light art’ da Gaetano Castelli che ha curato la scenografia; le maestranze organizzative al massimo della loro preparazione e funzionalità; la conduzione musicale affidata ai più accreditati maestri; la grande orchestra coi suoi migliori strumentisti, che hanno contrassegnato la vera svolta dell'intera manifestazione canora.

Tuttavia non c’è poi molto altro da dire più di quanto già detto se non ricalcare il titolo di un noto romanzo: “Tre uomini in barca (..per non parlar del cane)”, che il Festival di Sanremo è ‘un appuntamento assolutamente da non mancare’ anche se chi come me continua a domandarsi: perché? Ma forse è solo un caritatevole segno di nostalgia verso noi stessi, di quando le canzoni ...

Copertina del cofanetto. - Fratelli Fabbri Editori
Copertina del cofanetto. - Fratelli Fabbri Editori

... erano canzoni da cantare, da fischiettare, da tenere a mente nei successivi mesi e negli anni a venire, da ricordare in un futuro labile quanto spensierato e magari, perché no, ‘da dimenticare’. È questo il punto culmine di questo 70° Festival da prendere in considerazione; cioè che la scelta dei testi che ha preceduto di mesi la gara, non ha saputo scegliere quelli più adatti, (incapacità e/ connivenza con le case discografiche) premiando solo quelli approntati sull'impegno ‘sociale’ (che fa tanto up-to-date), ma che in fine non paga (non ha mai pagato). Ignorando che oggi più che mai c’è bisogno di leggerezza, di parole che inneggino all’amore, all’amicizia; e perché no anche alle diversità, intese come superamento delle tante problematiche (più importanti di una gara canora) che assillano il nostro paese e che, soprattutto, guardino a qualcosa di artisticamente valido, per esempio alla 'bellezza', alla liricità poetica del linguaggio,alla unicità della 'vita'.

D’altro canto il Festival è appena terminato che già si accendono i riflettori sulla canzone vincente che continua il suo viaggio in quel mondo che vede nella canzone italiana una eccellenza affatto trascurabile. Di fatto “Fai rumore” rispecchia perfettamente il ‘rumore’ che si è fatto fin qui sulla kermesse sanremese (per nascondere gli impellenti problemi del paese) e, più in generale per riempire le serate (e le notti) della RAI scarsa di programmazione. Possiamo ben dire che si è fatto sul nuovo “Molto rumore per nulla”, poiché è stata la canzone italiana del passato, recuperata in tutte le serate del festival, a farla da padrona, ad aver ritrovato la sua vena originale, con i duoi testi bellissimi e coerenti con la nostra identità che ci portiamo dentro, ed anche con la risolutezza dell’amore vissuto ogni giorno, la diversità degli approcci con la realtà, tutta la bellezza di cui siamo capaci di dire con le parole che, se non è paragonabile alla poesia, chi saprà mai dirci perché, le è sorella d’istintiva emozione.

È infatti all’emozione che vanno riferite quelle che ‘non sono solo canzonette’ e che il mondo intero spesso riconosce essere frutto di una sensibilità tutta italiana di esprimere i propri sentimenti, le angustie e le paure, le passioni come i desideri, portatrici di un profumo avvolgente e sensuale. Perché, malgrado le problematiche di un Festival così concepito, ciò che è più rilevante è l’aver riscoperto la padronanza di una lingua ricca di espressività, carica di una tradizione che non ci abbandona mai, e che ritroviamo anche nella riscoperta di alcune frasi dialettali che bene si attagliano nel contesto dei propri intenti, così vicini alla gente qualunque, alla tanto detestata lingua parlata d’ogni giorno. Impossibile che siano solo pulsazioni del garbo e della raffinatezza che, seppure non si riscontrano quasi più nei testi, riusciamo però quasi a intravederli negli animi dove questi sono riposti.

No, non sono soltanto le parole, le frasi, la concordanza di note che accompagnano anche il più arrabbiato dei cantanti, ma la corrispondenza degli intenti musicali, nell’armonia che inneggia alla vita e che nelle canzoni del passato ha spesso rasserenato gli animi, ha rallegrato la vita degli italiani. Quella vita che pur rincorriamo a denti stretti e col fiatone che irrompe nei polmoni per la corsa a voler cambiare tutto in una volta. Panta rei, dicevano gli antichi per dire che tutto scorre e tutto resta fermo, mentre siamo solo noi a continuare nella nostra pazza corsa. Di fatto, un Festival così, che a 70anni si sperava sperperasse emozioni a non finire, come fosse in ciò ‘il segreto del tempo’ che passa, non sembra aver portato nulla di veramente nuovo e/o di eclatante, ma solo una maggiore inquietudine negli animi.


Tuttavia (e qui mi ripeto), penso vivamente che ‘custodire’ una tradizione in fondo non sia poi così ‘sbagliato’, ma che in qualche modo ci riscatta dall’esserci sovraccaricati di un bagaglio fin troppo pesante da sostenere e ci invita a cantare per ritrovare un po' di 'leggerezza' e magari ricominciare a (da) 'Volare'.

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Note:

(*) "A Sanremo si nasce e si muore" - in La Canzone Italiana - Fratelli Fabbri Editori 4 volumi.

(*) Ripresa del precedente articolo "Sanremo Canta 2020".


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