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Una storia di Acewriter

Il pianeta solitario parte 1

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33 minuti

Pubblicato il 12 ottobre 2018 in Fantascienza

Tags: #alieni #avventura #azione

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Ginley si svegliò dal sonno indotto dalla sua tuta interplanetaria da un allarme per carenza ossigeno interno. Si tirò su sui gomiti. La terra era dura e bluastra. Si tastò leggermente ovunque e constatò che non fortunatamente non aveva niente di rotto. Mise mano all'analizzatore d'aria. Lo avviò e questo emise un bip; dopo un paio di secondi il risultato fu che l'aria era respirabile. Ginley girò il casco sulla ghiera lo tirò verso l'alto, dall'intercapedine venne fuori un sibilo d'aria, mentre la pressione dell'aria si equalizzava. Finalmente tolse il casco e riuscì a respirare l'aria fresca anche attraverso le branchie poste alla base del collo. Appena in tempo, perché prima si era sentito leggermente svenire.

Finalmente riuscì a superare il cerchio alla testa che aveva da quando si era svegliato e si mise in piedi. Attorno a lui c'era ancora il cerchio provocato dal teletrasporto. Era la prima volta che lo usava e sentiva lo stomaco al posto dei piedi. Se non fosse stato per quella meteora che era entrata in collisione con la sua astronave cargo, sarebbe già arrivato al sistema di Betelgeuse e avrebbe consegnato il carico di polvere di Unaturbutanio al pianeta 250-Amds7.

Gli venne leggermente da piangere. Pensò a tutto le persone che per anni avevano lavorato con lui, e le cui salme adesso giacevano congelate nello spazio profondo. Si asciugò gli occhi e si mise in piedi, guardandosi attorno. Vide in lontananza le montagne nude, precedute dalla brulla prateria, solcata da striature e dirupi, e alternata con pozze di liquido che da quella distanza parevano essere di acqua, ma avrebbe dovuto fare dei test prima di poterne bere. Controllò la sua attrezzatura, consistente in un kit di primo soccorso, una confezione di razioni di emergenza bastante per una settimana e una serie di micro attrezzi per la manutenzione dell'astronave. Dopo aver finito di controllare, decise di dirigersi verso le montagne. Verso la salvezza o verso la morte.


Ginley camminava faticosamente sulla roccia nuda. La prateria sembrava irraggiungibile ed egli si sentiva costantemente in pericolo. Nell'aria c'erano poco azoto e molto ossigeno. Le sue branchie potevano regolare il flusso di ossigeno, ma il trauma del teletrasporto e la fatica eccessiva stavano minando la sua fisiologia.

Ginley non si sentiva bene, imprecava contro i sapientoni della compagnia per quel piano di volo sciagurato. L'unaturbutanio era merce rara, perciò niente percorsi diretti. Per evitare ladri e scocciature burocratiche sulle rotte ufficiali lo avevano costretto su un tragitto che s'inoltrava all'interno della cintura di Orione. Da lì avrebbe dovuto puntare verso una stella chiamata Sole con la esse maiuscola. Più o meno a metà strada avrebbe incrociato l'orbita galattica di Betelgeuse e finalmente avrebbe potuto deviare verso l'obbiettivo.

Ginley si fermò e si accasciò al suolo. Blu, bluastro, tutto era blu, o quasi. L'associazione stellare OB1 doveva essere vicina. Indossò di nuovo il casco, non voleva assorbire troppa radiazione ultravioletta. La vista di quei pericolosi soli era offuscata da un'atmosfera pesante e umida. Doveva esserci molta acqua su quel pianeta, acqua che evaporava e che la radiazione stellare scindeva in idrogeno e ossigeno.

L'astronauta si rialzò e riprese a camminare. Non vedeva l'ora di raggiungere le montagne, trovare un riparo, riposarsi e riflettere. La sua mente rifiutava qualsiasi considerazione semplice sulla situazione, semplice come fare 2+2.

L'erba, finalmente. Un'erba rossastra e rigogliosa. Ginley aveva visto tante stranezze in vita sua, durante i suoi viaggi avventurosi, perfino pianeti con erba verde, immense distese d'acqua e cieli azzurri e splendenti. Quello doveva essere un pianeta giovane, non ancora inaridito da tutti quei soli blu che gli sottraevano idrogeno. Oppure era un pianeta orfano, solitario, che solo da qualche millennio si trovava ad attraversare quello zona di Orione. Un pianeta tanto fortunato da trovare sempre una stella che avrebbe permesso la conservazione della vita sviluppatasi in tempi remoti intorno ad un progenitore che forse non esisteva più.

Ecco il semplice calcolo che la mente di Ginley si rifiutava di fare. Se egli si trovava su un pianeta non legato ad alcuna stella... addio carico. Forse, nell'urto con l'asteroide, la stiva si era salvata, ma chissà dov'era diretta senza un sole che avrebbe potuto stabilizzarne la traiettoria su un'orbita. E addio soccorsi. Chi avrebbe cercato un pianeta vagabondo, quasi certamente non catalogato, per cercare un naufrago ?

Com'era tranquillo e accogliente quel pianeta dove si estraeva l'unaturbutanio, un pianeta che orbitava intorno ad un'antichissima nana rossa in uno spazio vuoto, desolato, circa a metà strada tra le nebulose di Orione e Rosetta. Un sole che pochi conoscevano benché la polvere di unaturbutanio fosse molto richiesta.

Maledetti predoni, maledetti burocrati, maledetta compagnia. << Forza, Ginley, qui la notte sembra non arrivare mai. Hai tutto il tempo che ti serve per raggiungere le montagne. >>


I piedi palmati avevano cominciato a dolergli dopo circa un chilometro, camminando su quella terra così dura. Era abituato alle vaste profondità degli oceani o le delicate superfici erbose della superficie del suo pianeta natale, Arbol, in cui da bambino si era divertito in continuazione con gli altri bambini. L'aria non era troppo secca, quindi la sua pelle non ne avrebbe risentito se non dopo un mese e sperava di riuscire ad andarsene da quel pianeta prima o di idratarsi prima. Non c'era stato molto tempo per reagire quando quel meteorite era entrato in collisione con il suo cargo. Aveva impostato un teletrasporto di emergenza, l'unico caso di cui era ammesso l'uso, sul pianeta più vicino. Nel frattempo la scansione rapida orbitale aveva evidenziato che c'erano degli edifici abbandonati sulla superficie. Senza avere la minima conoscenza della della destinazione d'uso di questi edifici o la loro datazione, aveva puntato tutto su quell'unica carta per la sua sopravvivenza. Un posto sperduto sulle montagne. Un avamposto di frontiera, una tana Era riuscito a trasferire le coordinate sull'olo-palmare della sua tuta, prima di dover attivare il dispositivo di trasferimento.

Camminava e sentiva la eccessiva quantità di ossigeno nell'aria dargli un leggero senso di euforia. Per il momento si sentiva pieno di energia, ma sapeva che ad un certo punto l'ossigeno gli avrebbe dato dei problemi nella capacità di concentrazione. Erano tutti piccoli problemi, ma sarebbero diventati grandi fra un po' di tempo. Le montagne parevano distanti come pianeti esterni di un sistema planetario orbitante intorno ad una stella. Vedeva il riverbero della rifrazione dei raggi ultravioletti sulla ionosfera che producevano delle stupende aurore arancioni sull'orizzonte, dietro il profilo delle montagne.

Gli facevano venire in mente le eruzioni vulcaniche sottomarine, specialmente sulle faglie, che producevano "vibrazioni" arancioni per chilometri. Sul suo pianeta assieme alla gente della sua tribù ci era andato ogni Turbitennio, una ricorrenza molto importante che rendeva fertili le colture di alghe per via del terreno vulcanico. E gli ricordavano anche gli splendidi tramonti delle quattro lune, Leigas, Utur, Sawan e Teiora, che tutte allineate allo zenit riflettevano sul pelo dell'acqua tutti i "colori dell'Universo", così gli aveva detto suo padre. Ed era stato molto fortunato, visto che le lune si allineavano solo una volta ogni 682 anni. Pensava a queste cose, Ginley, e sperava con tutto il cuore di poterci tornare, ignaro di ciò che lo attendeva.


Una astronave, chiamata "Great Blast" dai suoi occupanti si stava avvicinando al luogo di impatto del cargo di Ginley con il meteorite, in orbita attorno alla stella Raavar- 823. I detriti della collisione stazionavano attorno alla carcassa ormai fuori uso dell'astronave da carico Ipertoop20 che una volta era stata di proprietà di Ginley Daarmoyeey, un Arboliano che operava come primo ufficiale e come operatore di sicurezza sulla sua stessa nave nei viaggi particolari, come quelli del trasporto dell'Unaturbutanio, un superconduttore. Quello in questione era un minerale che veniva utilizzato nelle navi da guerra di ultima generazione della classe Feng/8, Le quali montavano un motore a curvatura, che facevano andare quelle navi fra i dodici e i venti anni-luce al minuto. Era una delle ultime scoperte che aveva ridefinito il sistema degli spostamenti interstellari, ma per poter compiere questi balzi il motore poteva funzionare soltanto con l'apporto di energia fornito da cavi di una lega di argento- unaturbutanio. Per questo controllare l'estrazione e la distribuzione di questa sostanza era di fondamentale importanza per l'economia dell'intera Galassia.

Questa era una cosa di cui il capitano Wurk Barktuk, un furiano, era ben a conoscenza. Dopo diversi mesi di cyber-attacchi ai server della Interstellar Cargos, la compagnia che per prima aveva scoperto l'Unaturbutanio, e infiniti appostamenti per attaccare un cargo, senza un singolo successo avevano finalmente dato i loro frutti. La difficoltà era rappresentata soprattutto dal fatto che non si aveva neanche idea da dove fosse estratto il prezioso metallo, perciò si trattava di una ricerca alla cieca. Ma con questo trasporto erano infine riusciti a intercettare la rotta che avrebbe effettuato la nave di Ginley.

Una volta messe le mani sul computer di bordo o su uno dei responsabili del trasporto, riuscire a risalire al punto di partenza sarebbe stato un gioco da ragazzi. Il difficile sarebbe stato attaccare la base sul pianeta, ma ogni cosa sarebbe venuta a suo tempo. La "Great Blast" si avvicinò evitando i detriti, che avrebbero potuto bucare la carlinga e si accosto di dritta al relitto della Raavionsteer, spezzata a metà dalla collisione con l'asteroide. Tutti i sistemi di sicurezza, i circuiti elettrici e cibernetici erano scollegati, secondo la scansione. Rayborn, un gardiano del sistema di Sirius, uscì dal portello di manutenzione della "Great Blast", armato di sonda cibernetica e indossando una tuta interstellare ridotta. I gardiani erano alti soltanto 46 centimetri, e avevano un fisico magro ma muscoloso. Erano perfetti per infilarsi in cunicoli, così come in relitti alla deriva accartocciati. Passando tra le macerie che fluttuavano attorno alla carcassa della Raavionsteer, Rayborn arrivò alla fusoliera e attivò le scarpe magnetiche, aderendo così all'astronave devastata. Fece qualche metro ed entrò nel primo varco disponibile senza rischiare di dover lacerare la tuta. Si ritrovò in un corridoio completamente immerso nel buio, con cavi che correvano lungo tutta la paratia interna e si perdevano nei meandri dell'astronave. Intravedeva delle aperture laterali, corrispondenti ad altrettanti corridoi.

Il gardiano si guardò intorno ancora per qualche istante prima di mettere mano alla radio.

-'Capitano? Passo.'

-'Ci sono Rayborn. Tu mi confermi di essere all'interno dell'obiettivo? Passo.'

-'Confermato. Mi dica dove devo andare, passo.'

-'Vai a destra. Segui il gruppo di fili verdi che si trovano nella canalina sopra alla tua testa. Devi seguirli per tutta la loro lunghezza, fino alla fine del corridoio. Passo.'

Rayborn accese la luce che era posizionata accanto alla visiera del casco e procedette fino alla fine del corridoio che terminava a "T".

-'Capitano, devo andare a destra o a sinistra? Passo.'

-'Vai a sinistra. Poi svolta a destra al prossimo corridoio. Percorrilo tutto per il lungo e arriverai ad una porta. E' quella che da' accesso alla Sala di controllo della astronave. Passo.'

Qualche minuto di sospensione, cadenzato dai passi metallici regolari, poi la comunicazione riprese.

-'Sono alla porta. Sembrava bloccata, ma era soltanto per la mancanza di energia. Ho fatto un lieve pressione e il blocco elettro-meccanico si è scollegato, aprendo la porta.Passo.'

-'Risparmiati i dettagli per la prossima volta. Ora, in mezzo alla sala c'è il Banco di Rotta. Oltre quello, sulla destra, c'è la un monitor. E' la Memoria Centrale di Viaggio. Da lì si possono estrapolare i dati che ci servono per la nostra prossima meta. Passo.' Un sorriso crudele comparve sul viso leggermente da lupo del furiano, che già assaporava la morte e la distruzione che avrebbe portato nella base. I furiani erano da sempre famosi per la loro propensione alla violenza, ma per la loro grande lealtà, erano anche i più adatti ad assumere il ruolo di guardia o di agente dell'ordine.

-'Capitano, le devo dire una cosa che non le piacerà.' La voce era molto incerta ed esitante diedero sui nervi a Wurk, ma solo per un attimo.

-'Che c'è?'

-'Non trovo la MCV.'

Un ringhio arrivò all'orecchio di Rayborn. -'Che significa che non la trovi, Ray?'

-'Il fatto è che non è presente fisicamente su questo piano.'

Wurk sentiva la collera risalire lentamente dallo stomaco. -'CHE-COSA- VUOL-DIRE?' Scandiva le parole nel tentativo di non stritolare il microfono che teneva tra le mani.

-'Signore, dove dovrebbe esserci la plancia del piano di volo c'è un enorme cratere, provocato dal meteorite, che ha portato via tutte le apparecchiature presenti nella stanza.'

Una imprecazione. Il capitano Wurk rifletteva sul da farsi.

-'Vai alla plancia di comando. Controlla il contenuto della scatola nera.'

Ci fu qualche minuto di silenzio radio, cadenzato dal suono degli stivaletti magnetici a dal respiro del gardiano, poi finalmente la sua voce ritornò alle cuffie di Wurk.

-'Ho trovato capitano. Dalla piattaforma sono riuscito ad estrapolare le informazioni soltanto degli ultimi dieci minuti.'

-'Dieci minuti bastano. Guarda chiunque si sia salvato con delle navette di salvataggio.'

-'Il sistema di rilascio delle capsule di emergenza sembra che sia diventato non operativo immediatamente dopo l'impatto.'

Le speranze di Wurk si stavano assottigliando molto rapidamente. -'E non ci sono altre attività?'

Sentì Rayborn borbottare qualcosa di indistinguibile. -'Ho trovato Capitano! Qui c'è scritto che qualcuno ha effettuato un teletrasporto di emergenza. Sembra sia il primo ufficiale. Sto già inviando le coordinate alla CPU della "Great Blast".

Un ghigno ricomparve sul muso irsuto del furiano. -'Allora si va a caccia!'


Era ormai calata la luce in una sorta di prolungato crepuscolo che allungava le ombre e continuare a procedere non era sembrato raccomandabile, quindi Ginley decise di accamparsi in una conca leggermente coperta nella roccia, che avrebbe offerto un riparo per la notte, se tale si poteva definire. Accovacciato in quel riparo improvvisato, consumò il suo frugale pasto e si addormentò poco dopo. La camminata di quella giornata era stata molto sfibrante.

Si svegliò con l'alba riposato, ma con le membra intorpidite dal contatto con il terreno duro e impervio. Dopo che si ebbe sistemato, riprese la marcia sul duro terreno irregolare. Ginley arrancava su una spelonca molto ripida che andava di traverso per la gora che si era presentata improvvisamente sul suo cammino. Le pozze d'acqua erano ancora molto lontane e sentiva la pelle fremere per la mancanza di idratazione. Un altro passo lo portò un po' più vicino alla cresta della superficie. Quella deviazione lo aveva non poco affaticato. Dopo dieci minuti era finalmente arrivato in cima, a rimirare il paesaggio caratterizzato dalle montagne viola innevate sui picchi più alti. Era soprattutto quella neve a fargli ben sparare sulla natura del liquido presente nelle pozze. Gli dei delle stelle solo sapevano quanto desiderasse una immersione. Dalla terra avevano cominciato a spuntare i primi fili di erba rossa. Era molto simile all'Erba Terio presente sulle poche terre emerse sul suo pianeta. Era famosa perché, avendo poteri anestetizzanti, veniva largamente usata in medicina sul suo pianeta. Questa però era dura e ispida al tatto e secerneva un liquido scivoloso che risultava quasi oleoso al tatto. Ginley decise di evitarle, se non altro per evitare di scivolare.

In lontananza vide che si avvicinava ad un'altra gola, ma questa pareva essere larga solo una decina di metri. Ce l'avrebbe fatta in una ventina di minuti, pensava. Purtroppo la gola si rivelò molto più profonda a larga sotto la superficie di quanto non si aspettasse e il superamento di essa gli portò via un'ora, prima di poter essere di nuovo in superficie. Stava arrampicandosi su una serie di massi dalla superficie liscia, che garantivano ben pochi appigli, quando una mano perse la presa e lui precipitò per cinque metri sulla terra sottostante, coperta di quell'erba rossa, che gli attutì la caduta rovinosa. Si tirò ancora una volta su coi gomiti, frastornato dalla caduta. Era preoccupato, perché aveva sentito distintamente il rumore di qualcosa che si rompeva nello schianto, ma non sembrava dolergli nessuna parte del corpo. Ancora una volta si tastò il corpo, senza trovare nulla di rotto, a parte l'Analizzatore Istantaneo dei liquidi (AIL), che non era granché sopravvissuto alla caduta. Armeggiò per qualche attimo intorno alla macchina, cercando di metterla a posto in maniera sommaria, date le circostanze avverse. Si riattaccò alle rocce infauste, superando l'erta e arrivando infine alla agognata superficie. Fortunatamente, le gole sembravano essere finite e davanti a sé si presentava ancora allo sguardo una prateria brulla disseminata di pozze di liquido limpido e di cespugli color del mare.

I piedi non erano più un tormento. Magari anche l'erba rossa che aveva calpestato, sebbene con qualche differenza, aveva lo stesso effetto di quella che viveva sul suo pianeta ed i sui piedi erano stati anestetizzati. Oppure i suoi piedi si erano abituati alla durezza di quella terra, su cui ogni passo rimbalzava su tutte le ossa delle pinne rigide inferiori. In effetti non è che si potessero esattamente chiamare i piedi, quelli di Ginley. Tutti quelli della sua razza potevano muoversi restando eretti, ma non era una operazione che facevano ripetutamente, abituati come erano a muoversi sostentati dall'acqua, per cui non avevano mai sviluppato dei veri e propri supporti agli arti inferiori che gli permettessero di ergersi in piedi. Avevano invece delle pinne, con dentro delle ossa che gli permettevano di aumentare la propulsione in acqua o di restare in posizione eretta se si muovevano su una superficie emersa. Il risultato era che comunque adesso procedeva più spedito di prima e percorreva con più sicurezza i terreni brulli di quelle terre selvatiche e pressoché inesplorate.

Passarono circa due ore, mentre la fatica e la eccessiva sudorazione si facevano sentire, facendogli tremare in maniera spasmodica le gambe. Già un paio di volte aveva rischiato di cadere, soprattutto quando si trattava di arrampicarsi per impervi sentieri naturali nelle diverse gole che attraversavano la piana. Ancora non aveva osato immergersi nelle pozze, così invitanti a vedersi e tuttavia così rischiose, anche in considerazione del fatto che il suo analizzatore dei liquidi era ampiamente compromesso. Tuttavia non aveva molte possibilità o alternative, perché adesso il suo bisogno di idratare il proprio corpo si era fatto tanto necessario quanto impellente. Sentiva inoltre il bisogno di diminuire l'ossigeno dentro di lui, perché aveva cominciato a percepire una lieve euforia, che gli dava l'impressione di essere nella stessa condizione di quando ci si sente ubriachi. Si diresse deciso verso la prima pozza visibile, deciso di fare almeno un tentativo con l'analizzatore, altrimenti non sarebbe riuscito a raggiungere le montagne, senza assumere dei liquidi.

Arrivato ai margini della pozza, si sdraiò prono, le braccia tese al pelo dell'acqua. Tirò fuori dalla tasca sulla spalla il minuscolo apparecchio e lo immerse nel fluido, stando ben attento a non toccarlo con la pelle squamosa delle mani. L'apparecchio subito emise un trillo e aspirò un po' di liquido. <Tutto bene.>, pensò con un sospiro di sollievo. Proprio mentre lo pensava l'apparecchio vibrò nelle sue mani, emettendo fumo attraverso la fenditura ermetica dove c'erano le componenti elettroniche. Poi una scarica elettrica lo percorse partendo dalla mano che reggeva il marchingegno e Ginley si ritrovò schiena a terra a un paio di metri dalla riva, con la mandibola indolenzita, neanche gli avessero dato un pugno al mento.

Per la terza volta si rialzò da terra, stordito e dolorante. Si massaggiò la mandibola, ancora incredulo che da una macchina così piccola potesse scaturire così tanta potenza.

Ormai non aveva scelta. Si tolse la tuta, rivelando il corpo muscoloso e definito, frutto di anni di addestramento militare e di esercizi di meditazione Yuusatur, una religione del suo pianeta che venerava gli dei delle profondità. Poi immerse lentamente un piede in acqua. Il contatto con il liquido simile ad acqua era piacevole, ma le insidie insite in anche solo quel contatto erano molteplici. Nelle pozze potevano esserci delle creature voraci, dei cianobatteri o dei cocchi. Una volta, su un pianeta in un sistema solare binario aveva contratto un virus che quasi lo aveva ammazzato. Oppure tra le sostanze disciolte nel liquido potevano esserci degli agenti tossici per la sua specie. Ma se non si fosse immerso, non sarebbe andato tanto distante. Prese coraggio e si immerse "nell'acqua". Diede un paio di pinnate e si portò iù a fondo. Nonostante dall'esterno paresse limpida come cristallo di rocca, anche a solo un paio di metri di profondità già non filtrava più tanta luce. Ma in quel momento a Ginley non interessava granché tutto ciò. Si sentiva magnificamente in quel liquidi tiepido che lo avvolgeva nel suo abbraccio. Tuttavia non voleva farlo passare attraverso le branchie, per cui per il momento stava nuotando in apnea. L'acqua era un po' più densa di quella a cui era abituato, ma non gli dava molto fastidio fino a quel momento. Si sentiva sostenuto da quel fluido che lo avvolgeva completamente. E tuttavia stava provando una sensazione strana sulla pelle, come se essa si fosse ritratta ed egli facesse fatica a distenderla. forse si era disidratato maggiormente di quanto non credesse. Cercò di ignorare la sensazione e di concentrarsi sul nuoto, facendo piroette e volteggi nell'acqua e facendosi trasportare dalla sensazione. A quel punto non seppe resistere alla tentazione e inalò un fiotto di acqua dalla bocca, che gli inondò la cavità della bocca e del naso, per fluire in un unico movimento attraverso le branchie. In quel preciso istante avvennero due cose nella ente di Ginley.

La prima fu che finalmente non si sentiva più così ebbro come si era sentito fino ad un attimo prima, rendendogli la mente più lucida e ricettiva che mai. Ma la seconda fu che in quel momento egli seppe con certezza che in quelle acque vi era qualcosa che non andava. con due colpi di pinna saltò fuori dall'acqua e mentre atterrava sulla riva sputò il liquido che ancora gli era rimasto all'interno. I recettori nella gola avevano rilevato sostanze pericolose nell'acqua e per questo lui era scappato dall'immersione. Ma sapeva che ormai era tardi. qualunque cosa avesse aspirato, ormai era entrata nel suo circolo sanguigno, Non potea farci assolutamente niente, Maledisse la propria avventatezza, che lo aveva portato a compiere un gesto tanto sconsiderato. fosse stato sul suo pianeta avrebbe fatto un bagno depurante, per eliminare le tossine presenti nell'organismo, ma il suo pianeta si trovava a 4,000,000 anni luce da quel luogo dimenticato da tutti. Avrebbe dovuto arrangiarsi.

Si rimise la tuta. Un senso di pesantezza pervase tutto il suo corpo. Aprì una taschina della tuta, ove vi trovò diverse pastiglie. Alcune erano dei farmaci antivirali generici, alcuni degli integratori e altri venivano chiamati "tonici", ma ti dopavano pesantemente, permettendoti di restare sveglio anche per tre giorni. Finalmente si riprese e ricominciò a camminare verso le montagne, l'agognata meta.


Wurk sapeva che la ricerca del primo ufficiale della Raavionsteer sarebbe stata una cosa difficile da compiere. Ma non era diventato uno dei principali boss criminali del pianeta A938-tera, uno dei più ricchi del sistema Gladius per un mero caso. Avrebbe perseguito il suo obiettivo con la stessa tenacia e ferocia che lo avevano contraddistinto. Il problema era che il teletrasporto di emergenza emetteva un impulso lineare che spediva istantaneamente il soggetto in linea retta fino al punto in cui il fascio incontrava un ostacolo di qualche tipo, fosse anche dall'altro capo della galassia. Inizialmente, quando avevano sviluppato il teletrasporto, valeva qualsiasi tipo di ostacolo, fosse anche una stella, un meteorite o una cometa. Poi con il tempo riuscirono a creare dei discrimini, tipo la massa dell'ostacolo o la temperatura di superficie. Tuttavia la pericolosità di questo sistema di trasporto resta ancora molto alto e ne viene raccomandato l'uso solo nei casi in cui per la propria sopravvivenza non ci fossero altre alternative. In alcuni paesi era addirittura proibito l'uso.

Quindi la "Great Blast" avrebbe dovuto seguire "traiettoria di lancio" del teletrasporto, fino a che non avessero ritrovato la traccia vitale di Ginley Daarmoyeey. Cosa tuttavia che non si sarebbe rivelata facile, se il pianeta su cui fosse atterrato era altamente popolato. Persino il più potente bioscanner a proiezione orbitale, in uso presso la Polizia Interplanetaria Governativa non sarebbe stata in gradi di riconoscere il DNA di Ginley se non nel giro di qualche ora, se fosse stato in mezzo a qualche altro milione di persone sul pianeta. L'alternativa sarebbe stati altri infiniti appostamenti e intercettazioni, ricominciando tutto da capo. Il capitano Wurk non rimase a ragionarci nemmeno per un secondo. Avrebbe attraversato anche mezzo Universo se voleva dire essere un passo più vicini alla dominazione economica di ogni sistema planetario conosciuto.

Dalla sua postazione di comando diede ordine al timoniere di tracciare una rotta che seguisse la direzione di Ginley, ovunque ciò avrebbe portato.


Ginley percepiva nella propria mente la pesantezza dovuta alla tossina che adesso circolava nel suo corpo e che lui aveva permesso di penetrare all'interno. Ogni tanto la vista si offuscava e lui doveva fermarsi per poter rimettere a fuoco, in modo da non mettere un piede in fallo e prendersi così anche una bella storta. Sarebbe stata veramente la fine, così lontano da tutto, su quel pezzo di roccia disperso in una parte dell'universo ancora poco conosciuto. continuò a camminare, se tale si poteva definire il suo incedere incerto e zoppicante, su quel terreno che era diventato così impervio e accidentato. Difatti, mano a mano che si avvicinava a quelle montagne che da lontano parevano così distanti e irraggiungibili, il terreno si era fatto più scosceso e impervio, con grandi canaloni e crepacci, retaggio di antichi ghiacciai ormai totalmente scomparsi. Adesso il suolo aveva cominciato a prendere pendenza e avanzare si era fatto maggiormente difficoltoso. Le rocce sbrecciavano e rotolavano a valle sotto i passi dei suoi stivali da astronauta. In un paio di punti, durante la salita, sarebbe precipitato sulle rocce sottostanti se non fosse riuscito a trovare un appiglio solido appena in tempo. La salita cominciava a rivelarsi difficoltosa e impervia, ma Ginley fu facilitato, nella sua scalata, dalla rarefazione e dal raffreddamento dell'aria, che gli avevano almeno tolto quel senso di ebrezza e di alterazione che aveva provato fino a quel momento e finalmente riusciva a pensare e a ragionare in maniera limpida e chiara. Era lieto di constatare questo fatto, perché aveva bisogno di tutta la chiarezza possibile di cui fosse capace per sfuggire a quella situazione potenzialmente pericolosa.


Con la "Great Blast" si erano avvicinati lentamente al prima pianeta che avevano incontrato sul tragitto era una gigante gassosa, fino ad entrare in "tangente di orbita". Era un vecchio trucco usato dai navigatori più esperti. Se si entrava con una certa incidenza nell'orbita del pianeta sfruttandone la forza gravitazionale e angolare per superare il pianeta. Poi bastava una leggera accelerazione per portarsi oltre e ritrovarsi nello spazio esterno. Questo sistema permetteva, nei viaggi intra-sistema di risparmiare fino a dodici milioni di litri di carburante all'anno. Era un sistema molto comodo ma anche molto pericoloso, se il pilota non era abbastanza abile da calcolare in maniera corretta l'uscita dal pianeta, poteva venire catturato dall'attrazione del pianeta e se non aveva abbastanza propulsione, l'astronave poteva rimanere intrappolata all'interno del campo gravitazionale planetario, senza nessuna possibilità di scampo. Comunque la "Great Blast" aveva al timone un pilota molto in gamba, Berjth,un giovane astariano di 608 anni che ne aveva viste abbastanza da sapere il fatto suo.

La nave superò senza problemi il problema, mentre il bioscan non aveva rilevato alcunchè che rivelasse la presenza di Ginley. Avevano fatto il primo buco nell'acqua.

-'Allora si continuerà a cercare.', si limitò a replicare Wurk alle obiezioni del suo secondo circa le possibilità che trovassero diversi pianeti vicino alla "traiettoria di trasporto" senza trovare il loro uomo.

Poi entrò in plancia di comando. Berjth gli comunicò che si stavano preparando al "salto".

-'Molto bene.'

Si sedette alla sua postazione, di fronte al tavolo delle mappe e tracciò la rotta da seguire fino al prossimo sistema di pianeti della stella Tau Alfa. Il suo secondo entrò nella stanza dopo di lui. Era un Botrese, un guerriero del pianeta Botr, famosi per l'epidermide squamata simile ai rettili e il temperamento duro e severo. Si sedette accanto al capitano. Dopo che tutto il personale si fu assicurato, il timoniere poté far partire la nave per il "salto".

La nave allora parve immobilizzarsi nel mezzo del vuoto cosmico e le stelle scomparire dal firmamento, mentre il personale non percepì pressoché nessuna accelerazione o variazione di velocità, mentre percorrevano centinaia di anni luce nell'arco di pochi secondi. Quando finalmente il computer registro di essere arrivato alle coordinate inserite, le stelle ricominciarono ad apparire sugli schermi e dai vetri della plancia mille colori riapparvero nel firmamento come mille lucciole su un prato fiorito e il vettore si trovò proiettato esattamente in mezzo ad uno sciame di asteroidi. La cosa prese un attimo alla sprovvista Berjth, ma si riebbe subito. Procedendo a zig-zag continuò a passare attraverso i proiettili che si dirigevano in direzione contraria, fino a portarsi all'esterno dello sciame, al sicuro da possibili impatti letali. Il timoniere tirò un sospiro di sollievo e si volse verso gli uomini alle sue spalle, che non sembravano aver battuto il minimo ciglio.

-'Destinazione raggiunta, capitano. Siamo nel sistema della stella Rohjertjoi.'

Poi si volse allo schermo che aveva alla sua destra. 'Sembra che la "traiettoria di trasporto" sia passata accanto a questo pianeta qua.' Batté un paio di volte sullo schermo e una proiezione olografica di un pianeta apparve sul tavolo delle mappe davanti al capitano.

Era un pianeta roccioso, sferico con alcuni grandi rilievi posti nella zona equatoriale. Le dimensioni erano piuttosto ridotte, quasi 0,7 masse terrestri, e orbitava in un sistema di soli binario, percorrendo una rivoluzione ellittica allungata. Aveva due satelliti, grandi un decimo del pianeta attorno al quale orbitavano. A parte alcune zone con presenza di pozze d'acqua, il pianeta era quasi totalmente arido, ma non desertico, tanto che presentava una gran varietà di vegetazione per la maggior parte della sua superficie.

-"Non è affatto male come pianeta.", disse Garath, il botrese da squame purpuree. "Potrebbe essere benissimo un candidato per una colonizzazione di sfruttamento. Credo possa avere una quantità significativa di terre rare."

"Credo possa avere ragione, signore. Lo scanner geologico dà un segnale di riflesso molto interessante.", disse il timoniere, che ancora armeggiava con il monitor alla sua destra.

Wurk si lisciò la peluria sul mento, pensoso. Prima di fare progetti di colonizzazione, il suo scopo primario e l'unico motivo per cui era entrato in un sistema lontano decine di anni luce da qualsiasi pianeta abitato era di rintracciare il fuggiasco. Quello era l'unico motivo e la sola cosa che gli importasse veramente al momento.

"Molto bene. Segnalo sulla mappa. E del nostro uomo? Si sa niente?"

Berjth consultò un uomo alla sua sinistra, poi poté dare una risposta. "L'abbiamo trovato. Il punto di atterraggio dovrebbe essere all'incirca in questo settore." Diede altri due colpi allo schermo e un puntino luminoso comparve sulla proiezione del pianeta.

-"Come sono le condizioni del terreno?"

-"Il terreno si presenta solido e compatto, con diverse asperità e crepacci lungo tutto il percorso. E' roccia granitica.

-"E la gravità?"

-"Relativamente bassa per un Botrese. A me schiaccerebbe al terreno."

-"Capisco. Allora nella squadra di caccia ci metteremo Rayborn, Axall, Trycut e me. All'incirca sono questi che si muovono in maniera migliore con questo tipo di terreno e con un'atmosfera come quella."

I quattro uomini prima andarono in armeria, a recuperare armi non letali, come il fucile elettrico, lo spara-reti statiche e la pistola a proiettili tranquillanti. Tutti vennero dotati di queste armi, perché in questa particolare caccia questi uomini, uniti dal desiderio di vivere una vita all'insegna della barbarie, la distruzione e la violenza, avrebbero dovuto fare qualsiasi cosa per catturare questa preda viva, a qualsiasi costo. Bardati di tutto punto, salirono sull'Unita Movimento su Pianeti, per atterrare su quel pianeta desolato e assolato, disperso nella vastità dell'Universo.

La navicella chiuse le doppie porte e i sistemi di ancoraggio sibilarono, rilasciando il trasporto, che si diresse al pianeta a gran velocità.


La salita si stava rivelando in ogni modo impegnativa per Ginley, affaticato e confuso, mentre sentiva la tossina che aveva assorbito circolargli nel sangue e spandersi per il suo organismo. Avrebbe dovuto stare fermo, ma la situazione non lo permetteva. Se non fosse riuscito a mandare quel messaggio sarebbe morto su quel pianeta, sia che fosse per l'intossicazione, per inedia o per vecchiaia. Le probabilità che casualmente passasse una astronave e che casualmente entrasse nell'atmosfera abbastanza da percepire il segnale a Onde Corte della radio della sua tuta erano pressoché nulle e questo Ginley lo sapeva fin troppo bene.

Le palme delle pinne inferiori tornarono ancora una volta a dolergli. Gli provocavano dell fitte tali che di tanto in tanto aveva necessità di fermarsi e massaggiarsele.

Tutta colpa di queste maledette rocce e sporgenze. Mi costringono a fare il doppio della fatica.

Aveva appena superato una cresta stretta, in cui le rocce si erano rivelate affilate e appuntite, rendendo la salita ancora più difficoltosa. Malediva se stesso per aver ceduto così facilmente a quella boccata di "acqua" fresca. Malediva quello sputo di roccia disperso in quell'angolo di Galassia, che tanto lo stava facendo penare.

Malediva quel meteorite, che lo aveva costretto ad abbandonare la sua astronave in tutta fretta, lasciando al lor destino così tante persone, che conosceva da così tanto tempo da aver iniziato a considerarli come la sua famiglia. In realtà non esisteva per gli Alboriani la struttura della famiglia, perché le covate erano spesso composto da alcune decine, se non centinaia di uova. Era difficile considerarsi una famiglia. I piccoli finivano per diventare i figli di tutti, una enorme comunità in cui tutti si guardavano le spalle a vicenda e tutti si aiutavano fraternamente.

Era su quel pianeta solo da ieri e già lo odiava con la più profonda veemenza. Finalmente arrivò in cima alla cresta di roccia stretta e si presentò alla sua vista un'altipiano e in mezzo ad esso vi stava una casupola fatta con quella che pareva argilla. Proprio accanto appena vagamente arrugginita, stava una antenna per la trasmissione interplanetaria.

Sia ringraziato Jh'Quanti per questo dono, pensò Ginley, mentre finiva di arrampicarsi. Si sdraiò sulla schiena, sfinito dalla scalata e dalla tossina. Si sentiva la mente intorpidita e pesante.

Adesso devo solo regolare l'antenna verso le coordinate di soccorso e aspettare che vengano a prendermi e tutto questo incubo finalmente avrà raggiunto il suo epilogo.

Si tirò su a fatica ed entrò nella casupola. L'ingresso era stretto e disseminato di quei ciuffi di erba rossi che aveva già incontrato e che gli diedero qualche difficoltà ad entrare senza scivolare. Quando finalmente le ebbe superate si ritrovò di fronte ad una porta in acciaio, che fortunatamente non era chiusa a chiave, ma bastò un paio di spallate ben assestate per riuscire ad aprirla quanto bastasse per passare, perché sembrava non intenzionata ad aprirsi maggiormente.

Tuttavia ebbe accesso alla scala, che non era come si aspettava. Era in ferro. Poteva sentire il duro metallo sotto alle sue scarpe fargli vibrare la gamba ad ogni passo. Ne fece una decina, prima di inciampare su qualcosa. Si tirò su carponi, dolorante per l'impatto. Tastò un attimo l'ostacolo, ma non riuscì a comprendere di cosa si trattasse, nel buio della sala. Mise mano alla tasca alta della tuta, estraendone un oggetto metallico, che si accese con un sonoro click ed emise un raggio luminoso, illuminando l'oggetto a terra. Era un cadavere. Non riusciva a capire a che popolo appartenesse, ma aveva il cranio leggermente bislungo, le fosse orbitali piccole e allungate. Non era molto alto. Sembrava quasi mummificato. Non riusciva a stabilire da quando era morto, ma doveva essere successo molto tempo addietro. Alzò il raggio della sua torcia e illuminò una scatola metallica attaccata alla parete; pareva quasi un armadietto. Si guardò in giro , osservando i vari macchinari che venivano investiti dal raggio di luce, fino a che non trovò quello che trovava. L'esperienza gli aveva insegnato che la tecnologia arcaica era pressoché uguale in tutte le civiltà in cui si era imbattuto. Si avvicinò al gruppo elettrogeno, aprendone il coperchio ricoperto di polvere e maneggiando un po' con fili e pulsanti, fino a che non si avviò con un stridio acuto, fino a che non si abbassò, a diventare un ronzio sordo. Tornò all'entrata e mise mano all'interruttore, girandolo.

Si udì un lieve tonfo, forse dovuto all'intervento di un salvavita, e la luce sfarfallò un paio di volte, poi finalmente illuminò a pieno il locale. Era senza dubbio una sala di trasmissione radio, forse per un avamposto posizionato più a valle. Andò a quella che sembrava la consolle principale della trasmissione. Le valvole facevano ancora il loro dovere e anche la meccanica dell'antenna funzionava a dovere, per cui non fu difficile posizionare l'antenna. Ma aveva bisogno di tutta la potenza di cui quella postazione fosse disponibile. Si alzò dalla sedia e andò nella stanza adiacente, dove c'era il magazzino e gli alloggi dell'equipaggio. Anche qui trovò una "mummia", che trascinò e portò nella sala radio, accanto all'altra salma. Proprio in fondo, trovò finalmente il generatore supplementare, che avrebbe attaccato alla rete principale, magari oltrepassando la resistenza garantita dai blocchi di controllo.

Ci mise un'ora a mettere a posto il tutto, ma alla fine riuscì nell'intento. Con la focalizzazione del segnale e la raddoppiata potenza, si sarebbe assicurato un felice e rapido recupero. Si pose davanti al trasmettitore e cominciò a inviare i codici galattici di soccorso, con una cadenza di mezz'ora una dall'altra, fino a che non riuscì più a tenere gli occhi aperti e allora andò a coricarsi in una delle cuccette sul retro, dopo averle dato una pulita.


La discesa verso la superficie del pianeta non si rivelò semplice, a causa delle correnti ascensionali improvvise e violente, che un paio di volte minacciarono di mandare in stallo la navicella. Inoltre, nonostante la discesa fosse controllata, ci fu un notevole attrito con l'aria dell'atmosfera, che causò la perdita parziale dello scudo termico. Garath riuscì tuttavia a portare la navicella fino a quota di sicurezza e intraprese le manovre di atterraggio, portando la navicella a terra. Scesero tutti e quattro.

-'Questo sarà il punto zero. Chiunque, per un qualsiasi motivo, restasse indietro o si perdesse, deve tornare in questo punto.' Tutti misero mano al dispositivo elettronico molto vario. Radio, telefono, computer portatile, radar, gps, aveva le funzioni più varie e si chiamava Omniwrist. Appuntarono tutti quelle coordinate sul loro gps quasi in simultanea.

-'Vi ricordo che il punto centrale di tutta l'operazione è recuperare il Primo Ufficiale Ginley Daarmoyeey ANCORA VIVO! Mi riferisco soprattutto a te, Trycut.'

Lo sguardo arcigno, della pupilla verticale di Garath incontrò quello della pupilla orizzontale di Trycut, un Archibatracita del pianeta Batrax. Spuntarono un paio di vene sulla fronte viola dell'alieno anfibio, poi si calmarono.

-'Morte dopo rapito Ammiraglio Dortigo essere stato incidiente. Io no c'entra con isso.'

-'Raccontala a qualcun altro. Ci potrei credere se non ti avessi trovato mentre lo scuoiavi vivo. Ti avevo detto di torturarlo per farti dire i codici di accesso al sistema di comunicazione Ateriota. Invece l'hai ucciso.'

Trycut rise. 'Nessuno vivere dopo avere fatto conoscenza con mio coltello.'

-'Prova a fare lo stesso errore e sarò io a farti la pelle, Trycut. E' una promessa.'

-'Okay, okay. Io però non promettere niente. Fare mio lavoro a top di mie abilità, questo sì.'

-'Si parte. direzione montagne.'

Si incamminarono, mentre i pesanti scarponi chiodati colpivano la roccia con implacabile determinazione. Garath si chiese se fosse riuscito a parlare con Ginley prima di portarlo alla "Great Blast". Ci sarebbe voluto tutta la sua astuzia e abilità per riuscire a farla sotto il naso di Wurk; ma se ci fosse riuscito, magari portandosi via Ginley con sè, sarebbe riuscito a completare la missione senza che quel tipo ci finisse in mezzo. E forse si sarebbero ribaltate le sorti e le vite di miliardi di individui.

Con il cuore appesantito da questa incombenza, continuò a marciare; dritto verso le montagne.


Fine parte 1



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