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Una storia di CinziaMarchese

A volte fa male

il buco nero che risucchia....

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6 minuti

Pubblicato il 06 febbraio 2019 in Spiritualità

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Ancora tentenno dinnanzi al PC…mi accingo a raccontare un qualcosa che non potrei cominciare con il classico “C’era una volta..” perché in ogni istante della mia vita ,in ogni azione quotidiana, nei volti della gente che incontro,lei c’è ancora, il suo ricordo,i suoi occhi colmi di gratitudine e la sua voce ormai persa nel mutismo di un mostro chiamato “ Alzheimer “. Mia madre…La penna ed il foglio di carta bianco, sono, abitualmente i grimaldelli della mia fantasia ma in questo frangente, l’affare diventa più complicato: la dura realtà mi inibisce facendomi compiere un enorme sforzo nel condividere con altri esperienze così private, ma più forte è il desiderio di far conoscere quale lezione di vita può regalarti un dolore. Non sarò ne la prima ne l’ultima persona ad aver passato momenti così bui ma, vi assicuro la sensazione provata è di unicità assoluta : il senso di impotenza e di inadeguatezza mi ha accompagnato per ben sei lunghi anni, il decorso della sua malattia. Uscivamo appena dalla perdita di mio padre,stroncato dal male del secolo, ed entrambe cercavamo disperatamente di ristabilire un nuovo equilibrio: e seppur io, avendo una famiglia con dei bambini piccoli a cui provvedere, vivevo il mio dolore introverso dandomi alla stesura di versi poetici, lei cadde in depressione…Era venuto meno non solo il suo compagno di una vita, ma molto di più: e per me un padre, un fratello, un complice amico. Ancora sento nelle orecchie la sua voce che mi canzonava quando facevamo acquisti all'insaputa della mamma: “Non dirle niente, mi raccomando….”. Il trio perfetto. Ecco!Così ci vedevo fin da piccola, e quando mi chiedevano con malizia “ a chi vuoi più bene, a mamma o papà?”, io giudiziosa rispondevo “a tutti e due”. Sì, il trio perfetto era venuto meno, io ero una donna adulta ormai e dovevo rassegnarmi che niente dura in eterno, niente di terreno… ovvio. Per fortuna c’è l’anima, sennò a che servirebbe il nostro peregrinare sulla terra? Ed è per questo che ho deciso di condividere con voi queste righe dove poi, in seguito vi chiarirò…La depressione della mamma sfociò palesemente in sintomi che furono classificati dai dottori come Sindrome dell’Alzheimer: a farle compagnia ci fu anche il Parkinson e la sottoscritta vide la terra venir meno sotto i suoi piedi. Cominciai a farle da infermiera notte e giorno ( vivevamo insieme ) e mai avrei pensato di metterla in un istituto in mano ad estranei senza scrupoli. Avete mai visto in TV quei filmati con telecamere nascoste in luoghi dove assistono malati di Alzheimer? Io purtroppo sì: è successo due anni fa, era l’ora del TG di pranzo, rimasi sconvolta. Una donna assunta per badare ad una malata, inerme nel suo letto-prigione, la picchiava violentemente perché non voleva mangiare, la strattonava perché non aveva intenzione di pulire le sue feci. Piansi tutto il resto della giornata a quella scena, e la notte i miei fantasmi mi vennero a cercare: rivissi il tanto dolore, le angosce e l’abbandono patito da chi mi circondava in quei sei anni. Io che amorevolmente la sollevavo dal suo letto per cambiarle le lenzuola, la portavo su una sedia a rotelle fin in bagno per lavarle i capelli (non con uno shampoo a secco) ma con l’acqua e la schiuma perché profumassero ancora di buono, di mamma… di lei. Ci sono stati momenti in cui parlavo solo con Dio, ed erano i momenti più cupi: non riuscivo a capacitarmi, a capire il perché di un macigno così grande, tutto sulle mie spalle. Avere la responsabilità di un figlio piccolo è diverso, la sua strada è solo in salita: l’Alzheimer è un combattere con il tempo e con i tuoi nervi. Sapete chi, tra il malato e colui che l’assiste , soffre di più? Ovvio, ero io perché la malattia non perdona, ti fa sprofondare nell'oblio più assoluto: la mamma cominciò a non parlare, a non mangiare più tradizionalmente;i suoi occhi rimasero vitrei, fissi nel vuoto su di un punto indefinito della stanza. Escogitai l’idea dei frullati (come facevo ai miei figli da piccoli) e di un siringone dove poterci riempire il cibo e pian piano farlo affluire nell'angolo della bocca(le sue mascelle si erano ormai contratte). Credetemi, sudavo freddo: spesso il tutto fuoriusciva sulla bavetta che le mettevo a protezione degli abiti, ma con tanta pazienza cercavo disperatamente di parlarle e farle capire che mi doveva venire incontro collaborando…le volevo bene. Mi illudevo che potesse recepire, ma i suoi occhi raramente davano cenni di coscienza: mi riconosceva ancora, sapeva che ero io lì davanti a lei? Non mancarono in quegli anni,le mie notti bianche con le cuffiette nelle orecchie per addormentarmi, le crisi di pianto nel bel mezzo di un discorso tra conoscenti, gli attacchi di panico e tutti i disturbi concernenti un inizio di depressione: fui più forte di tutto, mi confortò la fede in Dio, la speranza che tutto ciò avesse un significato ben più grande, poiché in due stavamo pagando un prezzo ben più alto. Qualche giorno prima che morisse le lavai i piedi in una bacinella, mentre era seduta sulla sua sedia a rotelle: era di settembre, faceva ancora caldo e lei certamente era contenta che glieli rinfrescassi perché stranamente mi sorrideva…e nei suoi occhi c’era una luce che non potrò più scordare. Una luce amorevole che mi diceva sommessa “ Grazie, grazie..” Al ricordo sento le lacrime salirmi su negli occhi e credetemi, in quel preciso istante,mi parve di rivivere il lavaggio dei piedi dei discepoli a Gesù…L’anima ci distingue da ogni essere vivente: quella mattina, pur non potendomi confrontare verbalmente con lei le nostre anime erano unite, intorno a noi il dolore si stemperava in una profonda unione fatta d’amore. Qualche istante prima che spirasse le vidi scorrere una lacrima sul viso illuminato da un sorriso bellissimo verso qualcosa che non potrò mai capire: sono convinta che riuscì, in un barlume di coscienza, ad intravedere qualche suo caro estinto, forse il mio stesso papà venirle incontro. Meglio ancora quella luce quel tunnel caldo e materno tanto agognato, descritto da chi ,sperimentando il coma, è ritornato in vita per raccontarlo. In quel preciso gesto, io ho avuto la certezza che il dolore avesse un significato, mi aveva tolto un bene prezioso ma mi aveva indicato come proseguire il mio cammino terreno. Da allora cerco di sorridere al mondo, al prossimo, godendo delle semplici cose, soprattutto in questi ultimi giorni di profonde incertezze e miserie umane : a volte fa male ricordare, ma con un bagaglio di sensibilità così grande, dona un bene indescrivibile per la condivisione di un abbraccio, un saluto sincero, un gesto caritatevole verso i più deboli; in particolare gli anziani, perché in loro io vedo anche me stessa un domani. Non c’è cosa più bella nel continuare a farli sentire necessari ,e vedere i loro volti rugosi ancora una volta sorridere alla vita…



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