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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TRAVELOGUE

A Canterbury Tales Two

(.. one + one).

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14 minuti

Pubblicato il 04 gennaio 2019 in Viaggi

Tags: #Amanti #Giallo #Humor #Nero #Parenti

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A Canterbury Tales Two, (..one + one).


Che vuoi dire zia? Che quello a cui stai pensando ha un nome e un cognome insostituibili. Non capisco. Vedi mia cara, nessuno può essere altro da ciò che è. Sarei vissuta così tanti anni inutilmente se non sapessi che stai pensando al mio funerale. Tuttavia è la consapevolezza della morte l’elemento che, nel momento in cui ci rende umani, ci trasforma in esseri viventi, e che, nel momento in cui ci rende mortali ci trasforma anche in esseri immortali. Che ne pensa George? Tutt’altro che scema la zia Denise. Senz’altro molto più ferrata dei suoi nipoti in fatto di consapevolezza, anzi della certezza di dover morire. E non è detto che ciò accada molto presto. Piuttosto sono i suoi nipoti che devono fare attenzione e sopravviverle, vista la spericolatezza di entrambi in fatto di guida. Penso.
Tuttavia rispondo alla sua domanda con un’affermazione a livello personale. È precisamente questa la missione della ragione di cui tutti noi condividiamo l’uso, diffondere la nostra opinione affinché la si discuta, la si accetti o la si rifiuti, non soltanto per vederci confermare di avere ragione. Siamo qui per questo, quasi tutto quello che facciamo o diciamo, lo facciamo e lo diciamo per sentirci vivi. Altrimenti ci sarebbe poco da fare e quasi niente su cui riflettere. Incalza la zia. Non lo credi anche tu mia cara Leslie? Oh, io non so più a cosa credo. So solo che voi due sembrate essere d’accordo quasi su tutto, al punto che sembrate parlare la stessa lingua. Non è di lingua che si tratta mia cara, ma di far ragionare il cervello. Tuo cugino Robert ha tutta la mia comprensione, come del resto l’aveva sua madre. La mia povera sorella Martha, che dispiacere mi ha arrecato con la sua infermità. Se ripenso ai suoi sussulti provo ancora i brividi.
Aunt Denise, è passato tanto tempo da che la povera zia Martha ci ha lasciati. Mortale è chi muore, non chi rimane nel nostro cuore, sappilo. Del resto tua zia Martha è rimasta qui con me, io la sento che si aggira per le stanze, che mi chiama, a volte mi sembra di sentire la sua voce. Io stessa parlo con lei qualche volta, nei giorni di vento, quasi che il vento porti il suo respiro e sollevi le tende della mia stanza, quando sono assopita. O quando si avvicina il temporale. È allora che la sua venuta mi da la consapevolezza che mi contiene, quel qualcosa di mortalmente importante per me, che ciò che ci legava emotivamente alla vita si rivela come il sottofondo affettivo del nostro essere sorelle, amiche, e al tempo stesso madre l’una dell’altra. La variabilità è assoluta, imperturbabile, scaturita dall’assenza totale della paura e della solitudine.
Leslie incolla i suoi occhi grandi sui miei, facendomi intendere che è forse meglio cambiare discorso. Non so dove approdare. Mai come in questo caso la paura ha una funzione positiva, come quella di segnalare uno stato di emergenza e di allarme psicologico, preparandomi a una qualche reazione di Leslie che non conosco, ma che potrebbe essere di contrattacco o di fuga. Per mia fortuna sceglie la seconda. Che ne dici di andarcene tutti a dormire, zia Denise? Siamo entrambi stanchi per il viaggio e George domani vuole che lo accompagni a Canterbury, a inebriarsi del fascino altero della nostra famosa cattedrale. Anche se non ho particolarmente sonno, dico che va bene, ne approfitterò per leggere qualcosa. Risponde Lady Denise. E noi faremo lo stesso George, tuttavia non prima di aver predisposto i nostri due cuccioli per la notte. Vieni, George. Buonanotte Lady Denise! Buonanotte George!
Salgo in camera mia! D’accordo aspettami, ma non troppo presto. È possibile che ritardi, del resto hai sentito la zia, non ha sonno. Quand’è così vuole che le legga qualcosa. Di Emily Dickinson? Come posso saperlo? Mi è sembrato di vedere un Dickens sul suo comodino. Non ti sfugge nulla è George? Che vuoi farci, sono fatto così. Buonanotte! Aspetta, un bacio. Le poggio le labbra sulla fronte. È delusa. Ricordi, non siamo soli. Qualcuno ci osserva attraverso le pareti. E tu sei una impudente a comportarti così, davanti a tutti. Dico. Leslie sorride e si allontana lungo il corridoio voltandosi prima che io salga le scale. Rispondo al suo sorriso. Ti aspetto, le dico. Nient’altro. Quale possa essere l’opinione che si ha, non c’è alcun dubbio che chi ha una qualche convinzione ha senz’altro un vantaggio, o almeno una probabilità maggiore di chi non è per niente sicuro di avercela. La convinzione, intendo, di poter raggiungere l’irraggiungibile.
Perché mi dico questo? Adesso che sono da solo, nella stanza color nocciola, ecru o corda che sia, contro il bianco panna delle porte, il soffitto verde acqua, mi sento asettico, impersonale, freddo e privo di determinazione. Per aver sentito certe cose, mi dico, o per aver assistito a certi fatti? Mi trovo d’accordo con quanto affermato dall’anziana signora quando afferma che “avere un’opinione non significa essere dalla parte della ragione”. Che proprio nel voler avere comunque ragione si annidi il veleno del nostro secolo? Quello stesso veleno che spesso ci corrode spingendoci alla fretta, verso l’usura del tempo. Fermare le lancette dell’orologio forse ci aiuterebbe nella corsa contro l’affanno. Chi può dirlo? Si acquisterebbe tempo per scoprire quel che rimane del bello della vita solo se si avesse la piena consapevolezza della morte. Quasi ci sia concessa una vita più lunga. Di sentire nel proprio intimo le avvisaglie di una prima incrinatura verso l’eterno. E tuttavia non ancora verso l’immortalità.
Quando entro, la lampada è accesa, il letto pronto con la riversa alzata per accogliere le spoglie mortali dell’ospite. Mi spoglio e mi distendo sotto le coltri, come in un sudario. Sul comodino da notte c’è un libro delle poesie di Emily Dickinson: “Accendere una lampada e sparire” (*). Che cara, suona come un invito a leggere, prima di addormentarmi. La scelta di una poetessa americana da parte di una Lady inglese non dev’essere poi così comune, anzi, la direi piuttosto insolita. Il tomo consta di milleottocentocinquantacinque pagine. Lo apro a caso, l’occhio mi cade sulla numero otto:


“Esiste una parola / che impugna una spada / potrebbe trapassare un uomo armato / lancia le sue acuminate sillabe / ed è di nuovo muta …”.


Quale che sia questa parola credo d’averla invocata fin troppe volte stasera. Forse è meglio abbandonare l’impresa. Non sento Leslie salire le scale. Forse la zia stenta ancora ad addormentarsi? Mi chiedo. E se per una qualche ragione non dovesse raggiungermi? Pazienza, vado avanti a leggere fino a che il sonno mi prende. Decido di andare oltre. Mi fermo alla numero tredici:


“Gli spiriti normali / ritengono che il sonno / sia solo un chiuder gli occhi. / Il sonno è la frontiera / solenne che, ai due lati / ha schiere di testimoni! / La mattina è creduta / da persone autorevoli / lo spuntare del giorno. / Ma la mattina non è sorta ancora!”


Davvero non può dirsi di buon auspicio. Con un salto mi ritrovo alla numero settantaquattro:

“Una rossa signora sopra il colle / mantiene il suo segreto anche quest’anno! /…/ Dite di grazia, chi è l’ospite prezioso tanto atteso? / Una bianca signora in mezzo ai campi / riposa fra placidi gigli! /…/ I vicini non hanno alcun sospetto! /…/ Eppure, come resta tranquilla la scena! / Che indifferenza mantiene la siepe! / Come se la “resurrezione” / non fosse niente di strano!”.


La rossa signora è indubbiamente aunt Martha, la stessa che Lady Denise mi ha mostrato a tavola in fotografia. Un colle. Forse Canterbury sorge su un colle. Un segreto. Tutto da scoprire. I gigli simbolo della pallida morte, portatori di un profumo che rianima. I vicini presi come testimoni dell’avvenuta resurrezione, come dire, del rifiorire della novella stagione, eterno ritorno, rinascita alla vita, dopo il sonno della morte. Un che di simbolico e contemplativo che aleggia in ogni frase, in ogni parola. Come se una sorta di affettiva presenza, metafisica ed emozionale, si spingesse a cercare nella mistica e nella mitologia le ragioni di un’esistenza. Per meglio dire, di una presenza che medita su un qualcosa che è invece assenza. Tuttavia profonda intima, segreta, ciò nondimeno riflessiva di un messaggio appassionato, invitante, persuasivo, moderno tra i moderni. Non so se riesco a rendere l’idea. Un invito, dunque, a svelare un segreto? O forse, solo a mantenerlo nascosto.

E già le palpebre mi si fanno pesanti. La stanchezza del viaggio e il resto fanno in modo che il sonno mi prenda. Poso una mano sul libro, socchiudo gli occhi per un istante. Devo spegnere la lampada sul comodino - mi dico - non riesco a dormire con la luce accesa. Non trovo il pulsante. Non c’è un pulsante. Forse dipende dall’interruttore principale? Devo alzarmi cazzo. Appena spingo il pulsante, la stanza s’illumina a giorno. Non è possibile, deve pur esserci un modo per spegnerla. Afferro il filo elettrico che scende dalla lampada, lo seguo, guardo dietro il comodino, mi chino fin sotto il letto, mi allungo sul tappeto che ricopre il pavimento. C’è, vedo il pulsante che pende quasi a ridosso della spina, dalla parte opposta del letto. Lo pigio ed è buio pesto. Il silenzio completo lascia spazio al nulla interiore. Penso di poter restare lì. Di dormire sul tappeto. Sotto il grande sarcofago del letto. Ma non c’è il cuscino! Esco strisciando dalla tomba. Mi distendo. Mi ricopro del sudario e infine mi addormento. Non so per quanto, forse ore, giorni, settimane, mesi, anni, un’eternità.
“La rossa signora …” mi osserva ai piedi del letto. È tutta bianca. Di un biancore simile all’opale. Indossa una camicia da notte di mussola con piccoli fiorellini sparsi qua e là. Tiene in mano dei gigli. Aiutami George, mi dice. Aiutami! Ripete e con il braccio teso m’invita a seguirla. Comprendo che ha bisogno di me. Non le faccio domande. Mi alzo dal letto. Ho appena il tempo d’indossare il sopra del pigiama. La seguo lungo il corridoio. Mi sembra interminabile. Scende le scale che portano al piano di sotto. Lei è più veloce. Attraversa il salone e si spinge verso la porta d’ingresso. È aperta. Sparisce oltre la soglia. Ho un attimo d’incertezza. Sono scalzo, perché non ho messo le pantofole? Mi affaccio sulla porta. M’immergo nella nebbia. C’è sempre la nebbia in ogni situazione che non si comprende. Mi dico. È la a pochi passi da me. Mi osserva in silenzio. M’implora di non fermarmi, di seguirla. Faccio per raggiungerla …
Lei si allontana correndo a piedi nudi sull’erba bagnata del giardino. È una corsa folle la sua. La inseguo. Sento salire l’affanno. Non sei più allenato, George. Mi dico. Inciampo. Cado lungo disteso sull’erba, al limite del parco. Sollevo lo sguardo e la vedo dall’altra parte della strada. C’è una staccionata bianca con una scritta di almeno tre parole: St. Mary H, la rossa signora apre il piccolo cancello e scompare. Mi risollevo. Attraverso la strada, apro il piccolo cancello, entro in una costruzione bassa con grandi finestre sulla facciata. Mi viene incontro una nurse vestita di bianco, dall’aria sospettosa. Che ci fa lei qui? Che cosa vuole? Io? Non saprei. Qualcuno ha bisogno di me, mi ha condotto fin qui. Non c’è nessuno qui che può aver bisogno di lei. I malati più gravi sono stati portati all’ospedale centrale. Piuttosto mi dica perché è in quello stato? Se ne vada o chiamo la …
No, aspetti. Mi ascolti please. Non si lasci condizionare dall’apparenza. Un’anziana donna ha chiesto il mio aiuto. Potrebbe essere in pericolo di vita. È appena entrata qui, l’ho vista. Non è entrato nessuno qui, a quest’ora della notte. È un medico lei? No. Sono soltanto un ospite, a quanto pare malcapitato. Mi dica, è sicuro di sentirsi bene? Sì, credo di stare bene. Aspetti, ha bisogno di un calmante. Poi mi prometta che se ne torna da dove è venuto. Anche perché non c’è nessuno qui. Le stanze sono vuote. Ne è sicura? O santo cielo! Faccio il turno di notte da sempre e so perfettamente quali sono le mie competenze. Non si arrabbi, dicevo così, tanto per dire. Perché non se ne accerta? Le dico che è entrata una donna qui, poco fa, che aveva bisogno d’aiuto. Mi creda. La prego. D’accordo, va bene, venga anche lei con me, così se ne accerterà di persona.
La seguo mentre si avvia per un lungo corridoio bianco, con alcune porte chiuse. Le apre una dopo l’altra, sono irrimediabilmente vuote. Non so cosa dire. Sono senza parole. Mi lascia solo, nel mezzo di un’ultima stanza vuota. Penso a come scusarmi con lei quando tornerà, mi dico, ma non torna. La nurse non torna. La rossa signora è la, giace distesa nel letto, coperta da un bianco lenzuolo. Lo sollevo. Ha gli occhi sbarrati. È cerulea nel volto disfatto. I suoi capelli un tempo splendenti, non hanno più la fulgenza del rosso tiziano. Mi appare molto più vecchia di quanto mi fosse sembrata solo qualche momento prima. Riscontro in lei una qualche lontana somiglianza con …


“Nell’assoluto mi sembrava assorta / di splendore e di cielo pensierosa. / L’onore di scrutarla con i miei occhi / fu di breve durata / disinvoltura argentea, la sua / nel volteggiare fuori dalla vista. / …/ ma ero troppo in basso per seguire / l’altissimo suo viaggio / la sua cerulea superiorità”.


George! Esclama Leslie entrando nella stanza illuminata. Che ci fai in piedi a quest’ora? Immagino che non mi aspettavi più. Ho portato Rodolfo fuori in giardino quando ho visto che c’era ancora la luce accesa, così … Ma sei tutto bagnato, cosa ti è successo? Non lo so. Sono appena andato in bagno, ho aperto un rubinetto ed eccomi qua. Già la vecchia rubinetteria della casa, dovevo avvertirti. Aspetta prendo degli asciugamani nell’armadio. Dice uscendo. Mi guardo attorno. La lampada sul comodino è accesa. Il libro della Dickinson è aperto a pagina settecentoquindici. Eccomi George, tieni asciugati con questo. Dice, mentre lei stessa mi asciuga la testa. Scusami sai, ma la zia … Non dire niente ti prego. La interrompo. Che c’è, forse non ti senti bene? Ho avuto qualche disturbo. Mi dispiace, il cibo ieri sera non mi è sembrato male. Non per colpa del cibo. Perché allora? Non dirmi perché ti ho fatto aspettare. Oh caro, caro! Dice abbracciandomi. Leslie scusami. Non adesso. Non posso. Non ce la faccio.
Pensavo saresti stato un po’ più carino con me. Non è colpa mia se mi sono addormentata prima della zia. Credimi, avrei voluto piantarla lì di leggerle quel grottesco racconto “La bottega dell’antiquario” di Dickens. Per quanto io gli preferisca senz’altro “Il Circolo Pickwick”, con i suoi molteplici ed eccentrici personaggi, lo trovo un capolavoro di umorismo. Mi limito a dire. Nient’altro. Non ti dispiace se cerco di dormire un po’, vero? No, ma temo di doverti chiamare tra non molto se vogliamo salutare la zia dopo colazione, raccogliere i bagagli, visitare Canterbury Cathedral, e rimetterci in viaggio per Dover. Davvero? Pensavo si dovesse raggiungere tuo cugino Robert al Golf Club. Mi chiedo come hai potuto pensare a una tale sciocchezza? Solo perché credevo doveste dirvi ancora delle cose. Ci siamo già detti tutto ieri pomeriggio. Del resto non abbiamo molto da dirci. All’occorrenza parleranno i nostri avvocati.
Improvvisamente Leslie mette in atto quel distacco che da sempre la contraddistingue. Strano che lo manifesti con me? Mi chiedo. Oh Kay George! Ti do al massimo due ore, il tempo di accudirti, fare colazione, poi devi essere pronto per la partenza. E la zia? Ti dimentichi della zia. La zia cosa? Sa già che partiamo? No, non glielo ho ancora detto. Ci resterà male. Cosa te lo fa pensare? Oh visto quanto tiene a te, alla tua presenza. Davvero? Sì. Devo farti una confidenza. Quale? Mi ha domandato perché non ti sposo? E tu, cosa le hai risposto? Che ancora non me lo hai chiesto. E se te lo chiedessi adesso? Ti risponderei comunque no. Perché non dirglielo allora? Cosa? Semplice, che non intendi sposarmi. Ti ricordo che per questo tipo di cose bisogna essere in due, non ti pare? Comunque, tanto meglio così. Insolente! Sbam!

È il rumore della porta che si richiude alle sue spalle. Devo ammettere che mi è andata bene, insolente in fondo è un complimento, no? A questo punto però non c’è verso di riprendere il sonno. Tanto vale che mi prepari. Mi dico. Quando la porta torna ad aprirsi Leslie come una furia mi scaraventa sul letto e approfitta di me. Mi usa violenza. La cosa non mi sorprende affatto. Forse è l’unico modo per provare ancora qualcosa per lei dopo una notte come quella appena passata. Sei uno stronzo George. Sì. E anche un vigliacco. Sì. E anche un figlio di puttana. Sì. Un perfetto egoista. Sì. In quanto a essere perfetto lo prendo come un complimento solo perché mi ritengo un perfezionista, diligente, sofistico, scrupoloso, quel che si dice pedante, quindi sì, anche un po’ stronzo. Devo ammettere che hai ragione.


Mentre lei, intanto …


(continua)



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