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Questa storia è presente nel magazine PICCOLI OMICIDI QUOTIDIANI

AS YOU LIKE IT

(..Shakespeare in mutande).

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Pubblicato il 07 dicembre 2019 in Humor

Tags: #Amore #Bullismo #Tradimento #Vintage

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SHAKESPEARE IN LOVE.
SHAKESPEARE IN LOVE.

As You Like It (..Shakespeare in mutande).


Il telefono squilla nella stanza da letto quando è ancora immersa nel buio. C’è sempre un telefono poggiato da qualche parte, ma dove? Basta cercarlo. Rispondo. Una voce: George, sei tu? Posso negarlo? Ah bene, ci si vede al solito posto, intorno alla dodici, sei d’accordo? Quale posto? Volevo dire alla Cafeterie, quella d’angolo? Inutile chiederle di quale angolo. Ciao, un bacio. Clicksdeng! riattacca di colpo. Una pecca di garbo, penso. Potevo anche non essere d’accordo, non vi pare? O forse non potevo non esserlo. Tutto dipende da come ci si pone davanti a questo tipo di incognite. Frase fatta che suona fasulla sul nascere e non è per niente convincente. Del resto quello che penso non ha molta importanza. Importante è esserci, mi dico. L’amo? Non lo so. Forse sì, o forse Victoria è solo un’abitudine. Che parola orrenda! Ciò che amo di lei è senz’altro che è sposata, nel senso che ha un marito, sempre molto impegnato, ma pur sempre un marito. Il che significa che in qualche occasione la tiene occupata, la impiega per rappresentanza nelle cene con gli amici, i social-party, gli inviti irrinunciabili, e chissà quali altre cose che non mi dice, ma tutte polically correct, secondo quelli che sono i nostri accordi di fondo.

Del resto decide sempre tutto lei. Lei mi chiama, mi organizza la vita, pretende che resti in casa ad aspettare la sua disponibilità anche quando non è sicura di poter uscire. Ci vediamo alle dodici, ci vediamo alle venti, ci vediamo alle ventidue, non ci vediamo. Perché? Le chiedo. Mio marito si è liberato da un impegno e ha deciso di passare la serata in casa coi figli. Ah bene, molto bene! - dico. Tu cosa fai? Esco! Come esci, dove vai? Non so, dovrò pur fare qualcosa, non ti pare? Ma, a quest’ora? A quest’ora certo, se è a quest’ora che mi hai chiamato per dirmi che non ci vediamo. Ti richiamo più tardi, magari hai un ripensamento. Non avrò alcun ripensamento, ho detto che esco, quindi esco. Ciao! Anche se poi mi rendo conto come talvolta mi lascio usare senza chiedermi perché? Tutto va secondo una solerte pigrizia, tutta maschile e tutta mia, che è sempre da qualche parte in agguato, che mi vede poltrire in un letto a dosare ore interminabili di piacevole riposo, quello del “guerriero” per intenderci, di cui mi faccio vanto, e di lasciare a lei, ad ogni buon conto, di fare la prima mossa.

Di attivarsi, per così dire, nella scelta del programma della giornata, così come di prendere le decisioni che ci coinvolgono, in un senso o nell’altro, nel letto e fuori del letto. Ancora non mi capacito come, dico mai e poi mai, lei arrivi a decidere esattamente il contrario di quello che è, anche se in forma appena abbozzata, nelle mie intenzioni. Eppure è quanto esattamente avviene, non c’è nulla da fare. La causa, e se vogliamo la ragione, sta nel fatto che siamo due entità del tutto diverse, ancorate per tutto il tempo nei nostri ruoli specifici: lei che fa la donna, io che provo a fare l’uomo. Ma che vuol dire, fare l’uomo, quando è lei a decidere sempre ogni cosa? Che cosa deve fare un uomo per potersi dire tale? Quando se non l’assecondi è capace di tenerti a digiuno, e a romperti i coglioni nel modo più intransigente, più repentino e duraturo, senza concessione di tregua, senza possibilità di riscatto.

Ancor di più l’amo per ciò che mi da, e che dice non dare a suo marito, che è solo mio. Inizialmente un tantino freddo, direi, ma tanto, tanto profondo, che talvolta vorrei che l’uccello mi si staccasse e proseguisse il suo viaggio negli oscuri meandri della sua anima, fino a trovare la fonte primaria della sua perversione. L’immagine è quella di una sonda spaziale che lanciata nel cosmico universo di lei, trasmette imputs, sensazioni da delirio, alla base, a quell’io che incollato dietro di lei spasima per il ritorno della navicella dalla stratosfera. A volte capita che mi chiama fuori orario, come adesso. Eccomi, sto arrivando, in cinque minuti sono da te - dice. Poi arriva, mi scopa, mi lascia come una centrale di pompaggio in disuso. Se ne va dicendo: Oh George, non sai quanto mi dispiace per stasera, credo che dovrò stare in casa con i miei. Come mai, non ti ha dato la libera uscita? No, e tu cosa farai? Credo che me starò a letto a leggere romanzi. Quale è l’ultimo che hai letto? - le chiedo. Non ricordo, ne ho letti tanti, forse uno di Almudena Grandes. Mi sembra un tantino eccessivo - penso. Lei, novella Lulù, che si eccita nel letto, accanto a suo marito, il maliardo Bukowski, mentre legge un romanzo d’appendice. Non che io ne sia geloso, ma adesso capisco dove trova le parole, un tantino inconsuete, che mi rivolge in certi momenti. Soprattutto quando all’apice dell’orgasmo spasima di un sentire autentico - almeno credo - tra risatine interrotte da alterni gridolini di piacere.

Ma che ore sono? Accipicchia, già le undici! Devo fare in fretta. Si fa per dire. Scivolo nella stanza da bagno e m’infilo sotto la doccia. Magari senza bagnarmi i capelli - mi dico. Porca zozza! … il sapone mi schizza via dalle mani e dopo due rimbalzi contro le pareti di cristallo del box, infila l’unica fessura lasciata aperta e si allontana sul pavimento. Non importa, lo shampoo per i capelli va bene lo stesso per tutto il corpo - mi dico. Tanto vale che mi lavi anche i capelli. Non so voi, ma io impiego un’infinità di tempo ad aprire e richiudere i tappi dei flaconi, del tubetto del dentifricio, del talco, dell’acqua di colonia, quanto di più scomodo conosca. Finalmente, pur con le mani bagnate, riesco ad aprire il flacone, ma per la fretta non so dove appoggio il tappo e finisco per non richiuderlo. Chissà dove cazzo è finito? Mi chiedo ogni volta, cioè quasi sempre. Ora considerate le ridotte dimensioni di una doccia, che ovviamente non è Trafalgar Square, dove può essere finito? Stronzo, dove l’hai messo, non è che te lo sei infilato nel culo? - mi chiedo, e finisco per lasciare il flacone aperto.

Il momento del fon è altrettanto drammatico, anche se indubbiamente più accalorante. Devo ammettere che ricordarmi di asciugare le mani prima di adoperarlo è ancora un problema, ma poi, l’aria calda fra i capelli e sui peli del corpo, lì dove la mano s’insinua orgogliosa, mi restituisce il piacere nascosto di un’intimità solleticante. Due gocce di Versace, et voillés, la riuscita è già un preludio di mascolina perversità. Il ricercato effetto “spettinato bene” dei capelli che fa tanto, come dire, “vissuto”; o quello un po’ leccato, per dire degagée, stilisticamente dandy e un po’ fuori moda? Opto per il “vissuto”, visto che non ho tempo di nascondere le vistose occhiaie della notte passata insonne. Il problema della vestizione è legato all’ora e al tempo. Per sapere che tempo fa, guardo fuori della finestra. È bello, c’è il sole. Allora mi vesto sportivo - dico. Un pantalone una camicia e un pull può anche andare bene. Senza giacca? No, magari una blusa portata in mano, o sulle spalle con non-chalance, un paio di Clark acquistate a Bond Street et voillés, vanità di vanità, il gioco è fatto.

Ci sei George? Certo che ci sono, un ultimo sguardo fuggevole - si fa per dire - nello specchio, ed eccomi pronto, quello che si dice un pezzo d’uomo da guardarsi per intero. Chiamatemi pure come volete: l’eroe di tanta fumettistica moderna, che rifà il verso - secondo il caso e la convenienza - al dinamico Bond o al sensuale Corto Maltese, la cui fatale attrazione serve al solo scopo di fare propria la preda che ha adocchiato e che brama il desiderio folle di scoparla, anche se non lo dimostrerebbe mai. Quell’io convinto, anfitrione e magnate, un po’ narcisista un po’ leccaculo, malato di protagonismo, unico spettatore di se stesso, che si lascia ammirare con un pizzico di sorprendente candore, come un cane di razza portato al guinzaglio a un dog-show dalla gente antropologicamente differenziata: un po’ pingue e un po’ pennuta, certamente bovina e mammifera, che calca le vie dello zoo metropolitano. Quella stessa gente spietata e concia che raramente lo mette in imbarazzo, che lui trova molto affascinante, soprattutto quando riesce a cogliere uno spacco osé, una falcata arrapante, o una minigonna audace e sfrontata che dà libero sfogo alla sua immaginazione. Per così dire, che eccita il suo orgasmo giornaliero.

Così, pronto per uscire, faccio i cosiddetti quattro passi di rito, tanto per farmi vedere in giro, una puntata dal tabaccaio: Marlboro morbide, grazie! E dal giornalaio, The Times please! tanto per sapere che succede nel mondo. Non che me ne freghi gran che, però è bene tenersi informati, non si sa mai. Mi avvio verso il bar, quello d’angolo con River Street da cui si gode un’ottima visuale del Tamigi. Mi siedo all’aperto, ordino un caffè. Gradisce dei croissant? Sì, grazie. L’aria è tiepida, il caffè amaro. Accendo una sigaretta. Il fumo aromatizza l’alito di un ché d’incredibilmente sensuale. Il Vasceron-Constantine che ho al polso, una patacca ovviamente, segna mezzogiorno e venti precise. Di Victoria neppure l’ombra. Del resto non è mai puntuale - penso. Lei, come tutte le donne, ama farsi attendere. Potrei citare una fitta letteratura sul ritardo delle donne in genere, ma non mi sembra questo il caso. Lei arriva tardi per professione, oserei dire per ricercatezza, per sdegno di arrivare in orario, d’essere in qualche modo legata al tempo che passa, cosa che la spaventa moltissimo, quasi come la paura che ha d’invecchiare.

Uno sguardo disinteressato alla pagina degli spettacoli a teatro. Come si dice: per mantenere un minimo di conversazione. Non si sa mai, che voglia occuparmi anche la serata. Con Victoria c’è da aspettarsi di tutto. Vediamo: Ibsen, Pirandello, Schnitzler, no troppo impegnativi - dico tra me. Toh guarda, c’è una commedia di Noel Coward, forse si può, ma solo se non c’è nient’altro da fare. A meno che non optiamo per 'As You Like It' e mi ritrovo in mutande. È colpa mia, per quanto io faccia Shakespeare proprio non lo digerisco. Intanto l’orologio segna le tredici e di Victoria ancora neppure l’ombra. All’improvviso mi si para davanti uno stacco di ragazza da far impallidire il sole. Posso sedermi? Chiede. Come dirle di no? Inutile, non ne sono capace. Lo so che sta per arrivare Victoria. Mi ha telefonato, ha fissato l’ora dell’appuntamento. Di certo ha in mente qualcosa. Che figura ci faccio se arriva e mi trova seduto al bar con un’altra donna? Non posso farlo.

E che cosa le dico? È un’amica! Una parente, magari una cugina, una nipote? Come si fa ad avere una cugina così? Uno che ha una cugina così e non se la scopa, o è uno stronzo, o è gay, o che altro … non saprei in che modo definirlo. Penso tutto questo nell’abbaglio di un attimo, quando lei, molto sicura di sé, si siede sulla poltroncina vuota accanto alla mia, e con un sorriso luminosissimo, mi dice: You must be George, ant you? My name is Caroline, how do you do! Oh Carol, credimi, il piacere è tutto mio, vieni, siediti! Di dove sei? Studio a Oxford, ma attualmente sono in vacanza qui a Londra, ospite della zia Victoria. Ah, dimenticavo, la zia manda a dirti che ha avuto un contrattempo, che improvvisamente non può liberarsi.

Spiacente per la zia - penso. Che faccio? Le lascio intendere che mi dispiace? Faccio il muso imbronciato? O meglio, incazzato nero? Magari facciamo grigio, altrimenti pensa chissà che c’è fra me e sua zia. Non importa Carol, dovevamo solo fare colazione insieme – dico mostrandomi indifferente. Credo che dovrò comunque ringraziarla per avermi mandato te, uno scopo che si rinnova, dalla zia alla nipote. Carol ride, anzi sorride emettendo piccoli gridolini da Lolita in vacanza, che sicuramente vogliono dire qualcosa. La curiosità è un’attrazione che non sono mai riuscito a frenare e che sempre mi induce a voler constatare di fatto, in me e negli altri, talvolta non senza sorprese. Del resto Carol è già una sorpresa, diciamo che è la mia sorpresa di oggi. Glielo dico. Lei acconsente. Ti va di fare un giro in auto? Sì, dove andiamo? Dai, ti compro un lecca-lecca e andiamo a casa mia, dove altro?

Entriamo, the living rom è nel disordine più totale, pile di libri ovunque, Hi-fi dimenticato acceso, bottiglie semivuote e bicchieri usati poggiati dappertutto; coi posacenere colmi di cicche che per la fretta di uscire ho lasciato in bella vista. L’aria è pressoché irrespirabile. Apro una finestra, la situazione migliora. Carol, accomodati. Dalla porta aperta s’intravede la stanza da letto, dove indumenti lasciati qua e là fanno bella mostra di sé. La lampada sul mobile lungo che fa da comodino è accesa, illumina il grande letto poggiato sul tappeto a livello del pavimento che sembra una piazza d’armi con molti cuscini. L’odore è quello delle scarpe portate e di calzini smessi, dimenticati da qualche parte. C’è stata una festa? - chiede. Sì la notte scorsa, e tutto è rimasto così. Uhm, vedo che hai molti Cd, posso ascoltarne qualcuno. Tutti quelli che vuoi. Sfido chiunque sia capace di ricavare un che minimo di spazio dove posare i piedi e ballare. Carol vi riesce saltando scalza sul letto disfatto, quando a un tratto, mi dice che ha fame. Non hai qualcosa da mangiare? Nemmeno a pensarlo di farla entrare in cucina. Piuttosto le preparo qualcosa e glielo porto qui - mi dico.

Ingoio la saliva che m’intasa la gola, prima di andare di là a prepararle qualcosa. Ci sono! Riappaio con della frutta fresca e dei biscotti da tè. Può essere sufficiente? Più che sufficiente. Sai, non volevo mica disturbarti, ma è che quando siamo entrati mi è venuta una fame. A chi lo dici! E mentre sono lì a guardarla che mangia e cambia i Cd nel lettore, e mi rompo il capo su cosa dirle, lei candida, esclama: non essere preoccupato su cosa dirmi, tanto lo so che scopi con la zia! Le sorrido cercando di nascondere l’imbarazzo. Te l’ha detto lei? No, l’ho capito quando ti ho visto. Sveglia la ragazzina, dico tra me. Mi piacerebbe andare a ballare! - dice. È un’idea, ma a quest’ora credo sia impossibile trovare una discoteca aperta. Certo che no, intendevo questa sera. Da qui a stasera mancano un numero incalcolabile di ore da colmare, hai un’idea? Vediamo. Basta una radio portatile, una spiaggia, oppure una terrazza. Non siamo a Miami. All’occorrenza va bene anche questa stanza, un impianto Hi-fi, un certo numero di Cd, qualcosa da bere che non mi hai ancora offerto. Oppure George, vuoi farmi credere che manchi di qualsiasi iniziativa? Carol, che fai, mi parli come tua zia. Cazzo, perché Victoria non mi ha avvisato prima? Già, prima di quando?, mi chiedo.

Che mi stia mettendo alla prova, oppure devo pensare che Carol sia uno dei suoi regali più originali? Indubbiamente lei è la donna più formidabile mi sia mai capitato di avere. Sua zia Victoria, intendo, che quando meno te lo aspetti, ti stravolge l’esistenza con un gesto estemporaneo di generosità, facendomi sentire un emerito cretino, per via delle colpe che poi mi assumo, ogni volta che... stavo quasi per dire che la tradisco. È un’ammissione che un uomo non dovrebbe mai fare, neppure davanti all’evidenza. Lo so perfettamente, la mia è solo un’illusione. In verità il cretino che è in ogni uomo difficilmente si mette in disparte, neppure quando sarebbe necessario, per rivelarsi, senza attenuanti, quando si è colti di sorpresa. E lei novella Lolita, che fa? Spudoratamente non si lascia sfuggire l’occasione, coglie l’attimo per dirmi che sto facendo la figura di quello lì, del cretino, che non sa come ci si comporta con una ragazzina viziata. A me? Sì, dico a te, vieni a ballare! Dove, sul letto? Mi prende per la cintola e mi tira verso di sé, m’invita a ballare. Mi chiedo se non sono un vero cretino, potevo almeno togliermi le scarpe.

Sai George, ciò che più mi piace di te sono le tue labbra, la tua bocca, dal primo momento che ti ho visto ho provato un desiderio sfrenato di baciarti. Ti offendi se ti do un bacio? Che dici, non saprei, non credo, non posso, sei la nipote di Victoria - risponde il cretino. Senza farla tanto lunga, lei mi chiude la bocca unendo le sue labbra alle mie, il suo ardore al mio. Al fuoco, al fuoco! - sento gridare nelle mie orecchie, mentre - penso - necessiti un estintore per spegnere tutto quanto brucia intorno a noi. È invece la sua sigaretta finita non so come fra le lenzuola ammucchiate del letto. Carol con uno scatto di prontezza afferra la caraffa dell’acqua sul comodino e ve la versa sopra.

Ecco fatto! - esclama la stronza, come se avesse salvato Gerusalemme dopo aver creato una pozzanghera nel letto. Diciamo che le concedo il mio perdono solo perché è la nipote di Victoria, mentre è il pensiero di farmela che conduce il mio acre sentimento. Non hai del ghiaccio? - chiede improvvisamente. Che vuoi farne? - dico a mia volta pregustando chissà quale gioco erotico abbia in mente. Semplicemente per metterlo nel Ballantines, tu ne vuoi? Lo trovi di là, in frigo, ma non ne sono poi così sicuro. Il cretino, alla fine l’ha lasciata entrare in cucina. Si affaccia allibita dallo stipite della porta, sei sicuro di non avere bisogno di qualcuno che ti dia una mano?

Anche due - penso, ma non glielo dico. Quando torna, mi faccio trovare in mutande, disteso sul letto con le braccia sotto la nuca. Un errore incancellabile nella vita di un amatore. Meglio nudo. Lei ride e la sua risata prolungata mi mette per un attimo in imbarazzo. Devo ammetterlo, noi uomini maturi in fondo, intimamente temiamo ogni confronto, la concorrenza spietata di chi è più giovane di noi. Una cazzata questa che non vuol dire niente, anche perché non sempre chi è più giovane può dirsi capace di amare una donna, farla sentire importante. Altra cazzata infinita. L’importante non è esserci, come ho detto qualche pagina fa, è scopare duro, lasciarla distrutta nel letto, con le ossa rotte. Non è il mio caso, per quello ci vuole la tenacia e il vigore della gioventù. Perché ridi? Altra gaffe madornale che nessun uomo dovrebbe mai commettere. È come darle il là, offrirle il fianco e lasciarle prendere in mano la situazione. Lei, infatti, risponde, non te lo dico! Non importa, dico io, volendo tentare un recupero impossibile. Macché, lei continua a ridere.

Per usare un eufemismo ammetto che già mi sto incazzando, ho voglia di prenderla e sbatterla sul letto come faccio con la zia. Non so perché, non lo faccio. Lascio che sia l’amatore a prendere il sopravvento. Non credo che continuerà a ridere, quando accuserà l’affondo - dico tra me. Prendo a spogliarla dolcemente come si fa con una caramella al miele, pregustandone il sapore, il tatto zuccherino. Il letto segreto ha più miele di quello conosciuto. In breve mi ergo sopra di lei come un Titano, mi sembra esagerato, facciamo come un Trimalcione del sesso, che prende parte a un banchetto interminabile e sontuoso d’ogni delizia e d’ogni libertà. Nudo contro nudo, il suo giovane petto unito al mio e di nuovo le sue labbra contro le mie, che si baciano, le nostre lingue che si cercano, si trovano, si avvolgono, mescolano spremute d’uve saporose, asprigne e gaie. Siamo in ginocchio adesso, il suo seno caldo è una fonte inesauribile di delizie, quanto di più godibile un corpo di donna può offrire all’arsura di un fauno in calore.

Meravigliosamente lei, con la grazia di una danzatrice del ventre, si distende davanti a me intrecciando le sue gambe intorno ai miei fianchi. Quale architetto dei miei sogni, senza bisogno d’ingegnosi calcoli e misurazioni, si erge il mio cazzo in tutto il suo splendore, come un obelisco finito e lucente che chiede soltanto di splendere al sole. Lei è pronta a riceverlo, si bagna, m’invita a distendermi sopra l’aiuola fiorita cosparsa di profumi allettanti, quando squilla il telefono, una, due, tre, cinque volte senza interruzione. C’è sempre un telefono che squilla da qualche parte! Il cretino non l’ha spento, non ha strappato i fili, non si è isolato da questo mondo di merda. Imperdonabile. Che fai non rispondi? È sicuramente la zia, stavo aspettando la sua chiamata. Ha scelto il momento giusto, ma che brava! Rispondo. Hallo George, sei tu? No, è Babbo Natale! Perché mi rispondi così, sei forse arrabbiato per il mio ritardo? Nooo!, che dici mai. Quando non ti ho visto arrivare ho pensato che… Hai pensato male. Perché c’è un altro modo di pensare? Certo che c’è, potresti almeno dirmi che sei dispiaciuto. Beh, se proprio vuoi saperlo, non lo sono affatto. Sei un cretino!

Credimi Vic sentivo proprio il bisogno di sentirmelo dire. Ebbene sì, sono un cretino, perché sto qui a parlare con te, quando potevo stare… Stare dove, con chi? A sbattermi in qualche altro posto, con qualcun'altra che non fosse… Perché dici questo? Dimmi tu piuttosto, perché non eri all’appuntamento. Perché improvvisamente, mentre ero sotto la doccia che mi stavo preparando, mia nipote, tu sai che ieri è arrivata mia nipote da Oxford e che sarà mia ospite per una settimana, vero George? No, non lo sapevo. Beh, lei mi ha detto di aver ricevuto una telefonata da suo padre, mio fratello John che abita a Glasgow, che si trovava in serie difficoltà all’aeroporto di Heathrow, che mi chiedeva di andarlo a prendere. Così, sono uscita in tutta fretta lasciandola in casa, dicendole che se tu avessi chiamato ti avrebbe detto che sarei arrivata in ritardo. Tu, in ritardo, quando mai! Ascolta George, torno appena adesso dall’aeroporto, di mio fratello neppure l’ombra, la polizia aeroportuale non ne sa niente. Allora mi hanno lasciato telefonare a Glasgow, e lui era a casa. Ti ho detto tutto.

Devi credermi, ho provato a chiamarti dall’aeroporto, ma probabilmente tu eri già uscito. Okay Vic, e come si chiama questa tua nipote? Samantha. No, perché vedi, c’è qui da me un’altra tua nipote che mi sta facendo… Cooosa? Si, Caroline è qui, deve averti preso alla lettera, è venuta a dirmi di persona che tu saresti arrivata in ritardo, molto carino da parte sua, non trovi? Cosa ti sta facendo, cosa? Mi sta facendo impazzire Vic. Oh non ascoltarla George, è Samantha, una menagramo, è capace di mandarti a fuoco la casa. Già fatto, grazie! Fai attenzione, è una mantide, una tendenziale assassina di uomini soli. Trattienila, prendo un taxi e in un istante sono da te. Fai pure con comodo, mi raccomando. Inutile dire che mi si è ammosciato l’uccello. Mi rivesto. Qualcosa non va, George? Oh no, no. Ti ha mollato subito, perché? – dice Caroline/Samantha con sottile ironia. Che cosa le hai detto? Nulla, semplicemente che sei qui. Già, che stupida sono! E adesso, immagino, stia venendo a prendermi? È un fatto – dico, cercando di mostrare uno strano senso dell’humour. Fatto è che mi è scoppiato un mal di testa che mi sfonda i calzoni, mentre Vic tarda ancora ad arrivare.









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