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Una storia di LucaNesler

Perfetto

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10 minuti

Pubblicato il 16 dicembre 2018 in Humor

Tags: #frustrazione #ricchezza #successo

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Un espresso corto e amaro, un croissant sfornato da 5 minuti con un velo di burro, una fetta biscottata con uno spicchio di mela cosparso di miele e una spremuta di pompelmo. La colazione era perfetta, l'aveva ordinata lui così e Carmela la preparava e la serviva con la precisione di un orologiaio e l'amore di un artista. Anche Carmela l'aveva scelta lui, dopo aver fatto otto colloqui con le migliori governanti del quartiere. Tutto ciò che poteva controllare direttamente era perfetto, perché lui era un vincente. Auto da corsa nel garage, bionda mozzafiato addormentata nell'enorme letto del piano di sopra, pigiama di seta e vista sull'oceano.

La finestra era aperta per fargli gustare l'aria fresca e salmastra del mattino estivo, perché lui sapeva riconoscere e gustare le cose belle della vita. Aveva chiesto a Carmela di aprire quella precisa finestra ogni mattino da metà giugno fino a metà agosto alle 7:00, mezz'ora prima della sua sveglia, in modo che la cucina si arieggiasse nella giusta misura. Già, perché la colazione amava farla in cucina, come una persona qualunque, giusto per ricordarsi da dove era partito e per regalarsi un momento “alla buona” in una giornata altrimenti costellata da raffinatezze, lussi e ostentazione.

E così, come ogni mattina, Henry Achilles Morton Junior, stava di fronte a tutta quella perfezione con la bocca piegata e lo sguardo mesto. Il caffè si freddava. Mangiava il croissant, ma lasciava intonsa la fetta col miele. Beveva metà spremuta e andava a lavarsi in bagno con la sensazione di essere malato. Doveva trattarsi di qualcosa di storto nel corpo. Forse il metabolismo o gli ormoni. Lo yoga del weekend non bastava, come non sembravano servire i Fiori di Bach e la musicoterapia un'ora prima di dormire. Aveva sempre la costante sensazione che qualcosa non stesse funzionando. Dov'era il difetto in tutta quella perfezione? Aveva cercato fino alla paranoia, ma non vedeva dove fosse quella macchiolina che, senza farsi notare, riusciva a renderlo infelice.

Si mise di fronte allo specchio per radersi, a petto nudo, come nelle pubblicità. Quel viso non aveva nemmeno bisogno di una rasatura, ma i veri uomini lo fanno ogni mattino, come ripeteva sempre il nonno. Spalmò la schiuma da barba al mentolo e prese il rasoio. Nello specchio c'era un bell'uomo di quarant'anni. Robusto, ma affascinante, leggermente brizzolato, col mento pronunciato e con occhi nocciola chiaro, quasi dorati. I soldi non c'entravano col sesso che faceva, ne era sicuro. Era abbastanza bello e desiderabile per avere successo con le donne.

Ma allora cos'era? Cosa gli mancava?

In quel momento un pensiero nuovo lo colpì, mentre fissava il proprio sguardo magnetico nel vetro argentato: e se fosse dipeso dagli altri?

Era una soluzione logica: se in lui tutto era ai massimi livelli, la sua insoddisfazione doveva dipendere dalle altre persone.

Si sciacquò il viso e aprì l'armadietto dove teneva il dopobarba.

«Buffo» pensò «appena penso a persone problematiche, mi compare l'immagine dei miei sottoposti.»

Non era affatto buffo, anzi, probabilmente era la prova che erano loro il problema. Provò a pensare ad altre persone, agli amici, ai parenti. Suo padre si faceva vivo solo alle feste e mandava un biglietto per il compleanno, anche se probabilmente non era lui a scriverlo, tuttavia lui era a posto. Aveva stile. Sua madre lo adorava e non avrebbe potuto dire nulla su di lei. Gli amici del golf e quelli del poligono erano gente a posto.

Solo pensando ai suoi dipendenti provava quella vaga sensazione di astio sepolto. Ma perché?

Percorrendo i corridoi per raggiungere l'ufficio aveva modo di passare lo sguardo su tutti, tutti i cubicoli, tutte le scrivanie. Non ci perdeva mai tempo, ovviamente, ma sapeva di avere quarantasei dipendenti. E tutte le mattine quelli lo salutavano. Lo salutavano col loro sorrisetto di circostanza o le loro frasette fatte da due spiccioli. Lo trattavano come avrebbero trattato... la loro gente.

Questo era il problema! Come facevano quelle persone tanto mediocri a non rendersi conto della differente levatura, della disparità tra loro e lui, del divario qualitativo che c'era tra Henry Achilles Morton Junior (che loro chiamavano solo “signor Morton”) e la loro svantaggiata esistenza?

Suonava forse un po' presuntuoso, ma poteva Gesù Cristo definirsi peccatore solo per compiacere i suoi discepoli?

Henry aveva abbastanza senso critico da essere obiettivo. Quello era ciò che poteva averlo infastidito a tal punto da diventare un problema. Reiteratamente, giorno dopo giorno, si era circondato di un mondo che non era nemmeno in grado di riconoscere la sua grandezza. Questo inquinava la sua giornata.

Poteva essere colpa sua? Che fosse stato lui ad emanare un'immagine di sé che non ispirava la giusta reverenza?

Si spogliò e rimase nudo. Stette un momento ad osservare la sua immagine riflessa compiacendosi del proprio stato fisico, poi spense la luce del bagno e salì al piano superiore.

Aver trovato il problema era un ottima cosa, ma ora avrebbe dovuto trovare anche una soluzione. Non poteva certo entrare in ufficio chiedendo di essere riverito come meritava. No certo. Sarebbe stata una terribile caduta di stile, specie visto che quelle persone non gli riconoscevano il rispetto dovuto. E il problema era proprio quello. Come avrebbe dovuto fare? Loro non erano in grado di capire, non erano mai stati abituati a riconoscere ciò che vale e ciò che non vale, o avrebbero dovuto disapprovare la loro vita pur conoscendo le scarse possibilità che avevano di migliorarla.

Anche se lui ce l'aveva fatta, perché possedeva l'intelligenza che gli aveva permesso di capirlo, il coraggio di porsi delle mete elevate e la perseveranza per riuscire a raggiungerle.

Gandhi diceva “sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” e quel tizio pelato sapeva ciò che diceva. Significava che avrebbe dovuto educarli lui. Avrebbe dovuto indicare loro il modo giusto di comportarsi. Ma come fare una cosa così delicata, così sottile?

In quel momento ricordò di avere acquistato dei video motivazionali online. Un pittore filosofo che aveva studiato in oriente e che aveva fondato un monastero per i manager dell'alta finanza in Australia, aveva deciso di aiutare il popolo occidentale a ritrovare se stesso attraverso quella che lui chiamava “conoscenza olistica del proprio universo”.

Henry tornò rapidamente in cucina, prese il telefono e mandò un messaggio vocale a Ester dicendo che avrebbe ritardato di quaranta minuti, poi spostò la roba della colazione con l'avambraccio e aprì il portatile sul ripiano. I video erano in memoria, in una cartella chiamata “materiale per riflessioni”.

Ne aprì uno a caso da trenta minuti. Il santone consigliava un esercizio per emanare il proprio “io” in modo che comunicasse con l'”io” sepolto delle altre persone e le rendesse consapevoli della propria presenza nell'universo in modo omni-comprensivo. Sembrava esattamente la soluzione al problema e questo non era un caso: Dio, o forse le energie del cosmo, stavano approvando il suo percorso.

Finito il video si sdraiò sul divano e fece le respirazioni, poi cominciò con le frasi suggerite e con la trance autoindotta. Visualizzò i dipendenti, tutti quanti, e inviò loro dei messaggi emotivi. Aprì gli occhi e sentì che il problema era risolto. Si alzò dal divano. Erano quasi le nove! Aveva impiegato ben più di quaranta minuti!

Salì le scale e si ricordò di Kyla, la modella ventiseienne che dormiva ancora nel suo letto. La notte prima, un po' sbronzi, avevano fatto tardi, avevano guardato mezzo film sul maxischermo in camera da letto, rintanati sotto il piumone rosso, poi avevano lanciato i pigiami e si erano dati alla pazza gioia. Il tempo di farsi una doccia e mettere un pigiama pulito e Kyla stava già dormendo nuda sotto le coperte. Era molto bella e non voleva trattarla male. Questa gli sarebbe piaciuto rivederla.

Entrò silenziosamente. Le tapparelle erano abbassate completamente e il buio era quasi totale, fatta eccezione per un minuscolo spiraglio di luce fredda che penetrava dalla porta socchiusa.

Henry pensò di mettere gli abiti della sera prima: non aveva tempo per cercarne di nuovi nella cabina armadio, specie a tentoni nel buio. Così afferrò i pantaloni e li mise, la camicia e la indossò. Sbagliò a chiudere i bottoni e ricominciò da capo. Poi prese il maglione girocollo e lo infilò. Senza lo scollo a V niente cravatta. Sistemò i polsini e infilò le scarpe sopra i calzini al tallone. Per ultimo si avvicinò al comò e, dal cestino, raccolse le chiavi di casa e dell'auto, poi prese la giacca e uscì.

In auto ripeteva le parole del video e visualizzava se stesso in mezzo ai dipendenti. Si vedeva esattamente come gli altri avrebbero dovuto vederlo: affascinante, rassicurante, imponente. Poi visualizzava i loro sguardi, ammirati, sorpresi e leggermente intimiditi, ma felici della sua presenza. Sentiva che stava funzionando.

Parcheggiò l'auto di fronte all'ingresso del palazzo e, come scese, sentì l'aria calda ghermirlo come gli artigli di un rapace. Rimpianse il climatizzatore dell'auto e si sfilò la giacca appendendola, rilassata, sull'avambraccio sinistro. Un gesto semplice che, però, poteva trasmettere stile.

Pigiò il pulsante di chiamata dell'ascensore. Non c'era nessuno per le scale, erano tutti al lavoro.

In ascensore ripeté le parole per l'ultima volta. Era emozionato. L'idea di stare per colpire con la sua reale grandezza tutta quella gente, per bene, ma comunque mediocre, lo galvanizzava. Finalmente si sarebbe sentito a suo agio, finalmente...

Le porte si aprirono con un “ding”. Henry Achilles Morton Junior prese un lungo respiro ed entrò, attraversò il corridoio e incrociò lo sguardo della receptionist, ma solo per un momento.

La ragazza, infatti, arrossì e chinò il capo.

«Buongiorno signor Morton.» balbettò lei.

«Buongiorno, Helen.» rispose Henry con tono sicuro.

Stava funzionando proprio come promesso! Ci stava riuscendo.

Henry Achilles Morton Junior stava pensando di non poter escludere che la receptionist fosse addirittura eccitata sessualmente, quando incrociò due uomini con un caffè in mano.

«Buongiorno.» disse lui.

I due dipendenti si allargarono per farlo passare, ammutoliti. Erano ammirati e, forse, felici. Avevano uno sguardo solare, con occhi spalancati e un sorriso accennato sul volto.

Mentre passava attraverso gli uffici le teste si sollevavano dal cubicolo per ammirarlo, per scrutarlo e, con la coda dell'occhio, Henry Achilles Morton Junior si accorse che molti sguardi lo seguivano anche dopo il suo passaggio.

Il metodo di quel guru stava funzionando in modo tanto potente da essere sbalorditivo, ma il merito era suo. Lui non era certo un principiante di certe tecniche. Anzi, aveva sempre tenuto in alta considerazione ogni aspetto di se stesso. Corpo, mente e spirito. Era certo che quel metodo non avrebbe funzionato altrettanto bene con chiunque. Pensò di scrivere al santone. Probabilmente sarebbe stato felice di conoscerlo. Forse l'avrebbe intervistato per avere una buona testimonianza. Senz'altro gli sarebbe convenuto.

«Buongiorno, signor Morton.» disse Ester a bocca aperta.

«Buongiorno, Ester.»

«I rappresentanti del consiglio d'amministrazione della Cybertonic research la stanno aspettando nel suo ufficio.»

«Ottimo. Perdonami se non ti ho avvisato. Avevo detto quaranta minuti, ma...»

Non finì la frase. L'espressione della donna lasciava intendere che non ce ne fosse bisogno. Era palese il pensiero di Ester: lui era come un dio: poteva fare ciò che riteneva più opportuno senza doversi giustificare.

Finalmente! Ecco! Quello era ciò che mancava alla sua vita perfetta: il riconoscimento.

Henry Achilles Morton Junior superò la segretaria, aprì la porta del suo ufficio e salutò i tre uomini seduti sul divanetto di fronte alla vetrata, ascoltò appena le loro parole attonite, quasi sussurrate, appese la giacca, girò attorno alla scrivania e si sedette nella poltrona di pelle bianca. Sollevò lo sguardo sui suoi ospiti che lo guardavano a bocca aperta e trovò lo specchio che copriva l'intera parete di fronte al suo tavolo per dare profondità all'ambiente.

E lo vide.

Vide che, nel buio, al posto del maglione, aveva infilato il pigiama di Kyla. Quello rosa, morbido, col gattino vestito alla marinara che sorride birichino e fa la lingua. Era perfetto come pigiama.



FINE




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