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Una storia di GaetanoScotto

Questa storia è presente nel magazine La partita del pallone

L'arbitro donna: l'amarezza della triste normalità

La partita del pallone - Volume 1

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5 minuti

Pubblicato il 05 settembre 2019 in Fantasy

Tags: #StoriaLapartitadelpallone

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Caro lettore mi presento, sono il pallone, l’eterno oggetto della contesa negli stadi di calcio di ogni parte del mondo. Quante me ne capitano ogni domenica, tra chi prova in tutti i modi a spedirmi in rete, chi fa di tutto per acchiapparmi e chi invece non vede l’ora di sbarazzarsi di me. Quanta stranezza nei giocatori, prima di tutti il portiere, che lui fa l’impossibile per farmi suo e quando ci riesce mi tiene avvinghiato tra le sue mani quasi come se volesse tenere con sé per sempre. Purtroppo è solo un’impressione, in realtà gli bastano 20, 30 secondi per decidere di lasciarmi andare, e così prima mi posa per terra, con più calma se la sua squadra sta vincendo, e poi, o mi passa al compagno vicino o prende una rincorsa lunghissima e mi lancia lontano, quasi come se mi stesse cacciando. Sì, i portieri sono davvero i più matti, un secondo prima ti tengono stretti fra le loro braccia e un secondo dopo ti scaraventano via con una semplicità disarmante.

Un detto recita che ogni partita è una storia a sé, e quella che sto per raccontarvi ha davvero del pazzesco. Ha come protagonista un arbitro donna. Già, proprio una donna in carne ed ossa, con i capelli lunghi e le sue forme a posarsi nella tipica divisa gialla da direttore di gara. Ve lo sareste mai aspettato che una partita di calcio non venisse arbitrata da un uomo? No eh? A dirvi la verità nemmeno io. Già è difficile trovarne sugli spalti, figuratevi in campo.

Al primo impatto però mi incuriosisce, è molto più sicura di quanto possa sembrare. Al momento del fischio d’inizio, non è per nulla intimorita. Anzi, dimostra di aver carattere. Tiene testa ai calciatori, e non ha neanche paura di usare le maniere forte, tanto da aver già ammonito ben 5 giocatori solo alla fine del primo tempo.

Io non riesco a toglierle gli occhi di dosso. Anzi, ogni qual volta il gioco si ferma, mi emoziono nel guardarla, ha una tranquillità che probabilmente tanti altri uomini non hanno.

Nella ripresa però tutto cambia. Mi accorgo fin da subito che l’aria si fa tesa. In pochi minuti accade l’imponderabile. Sento un "crack"! E poi tante urla, un ragazzo cade a terra rovinosamente dopo l'intervento duro di un ragazzaccio. Due metri per quasi 100 kg, insomma, un mostro in confronto al povero giocatore steso in campo. E nel mentre entrano in campo i sanitari con la barella, l'arbitro estrae il cartellino rosso. Non l'avesse mai fatto! L'energumeno corre verso la donna e inizia a inveire su di lei. molto presuntuoso e dall’aria cattiva, con i quasi 90 kg di muscoli, non esita a protestare e inveire sulla donna. Madonna mia, se solo potessi parlare. Lo farei nero a quel maleducato. Eppure in campo nessuno prende la difesa del direttore di gara, alcuni sostengono il compagno di squadra continuando con la lista di insulti, altri si preoccupano del ragazzo infortunato. E poi, c'è chi decide che io quella conversazione non debba ascoltarla più, così mi scaraventa in rete, nonostante il gioco sia fermo.


Ma è proprio dall'interno della porta che noto uno strano comportamento sugli spalti. Ci sono numerosi fischi che si moltiplicano col passare dei secondi, e non sono indirizzati all'impulso, bensì all'arbitro. Avrei preferito non ascoltare, ma all'improvviso partono cori di cui mi vergogno anche io. C'è chi la invita a tornare a casa per intraprendere il suo vero mestiere, la casalinga. Altri invece promettono un post gara di “fuoco”. Gli speaker dello stadio minacciano la sospensione della partita in caso di nuovi insulti e cori. La risposta è tutt'altro che scontata, perchè l'atteggiamento non muta, anzi peggiora. Ed io, dal campo, non posso che pensare a lei, una povera donna dall'aspetto bello, ma deciso. Che ha avuto come unica sfortuna, quella di capitare in un mondo da sempre maschilista.

Lei, dal canto suo, sembra non risentire di insulti e commenti provocatori. Gestisce la parte finale del match con disinvoltura, non curante di quanto accada intorno. Al fischio finale, quando mi stringe sotto il suo braccio, molti dei calciatori sono visibilmente amareggiati. Alcuni provano a scusarsi, altri invece le stringono la mano, evitando di guardarla negli occhi. Nel tunnel che porta agli spogliatoi, i dirigenti delle due squadre con la coda dell’occhio l’osservano, ma non hanno il coraggio di parlare.

Tutti le hanno “dedicato” almeno un insulto. Lei lo sa, ma decide di tirar dritto, di lasciar correre.

Arrivata nella propria stanza, ci troviamo l’uno dinnanzi all’altro. Le vorrei dire tante cose, ma in quelle quattro mura l’unica cosa a spiccare è il silenzio, tanto assordante da poter parlare da solo.

La tensione accumulata nei novanta minuti, alla fine, viene scaricata nel modo più umano. La donna scoppia in un pianto liberatorio. Quelle lacrime che non hanno distinzione di sesso, colore o nazionalità. Frutto di uno sport sempre avverso al genere femminile, per degli stereotipi tipici di una società arcaica, che più avanza e più regredisce.

Una volta asciugato il viso, nello spogliatoio, non può far altro che prepararsi e uscir fuori. Mi ha portato ancora con sé. Come è brutto sapere che io, l’unico che avrebbe voluto dirle almeno una frase carina, sarò il ricordo indelebile di una giornata che lei vorrebbe solo dimenticare.

Prima di salutarti, caro mio lettore, mi chiedo quale sarà il mio futuro? Sarò ancora l’oggetto della contesa, e che unirà tutti in campo e fuori? O diventerò una semplice arma di guerra fra uomini che tali non si possono definire? Una risposta non ce l’ho, ma spero di poter dartela prima o poi.


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