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Una storia di MAriaCristinaBenetti

Questa storia è presente nel magazine L'ABBECEDARIO

PERCHÈ SCRIVERE?

Scrivevo, ho scritto, scrivo, scriverò.

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4 minuti

Pubblicato il 08 luglio 2019 in Altro

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Per quanto mi riguarda, scrivere ha assunto un significato diverso nel tempo.


Scrivevo.

Da bambina, mi piaceva comporre temi. Narrare, esplorare un mondo tutto mio, mi faceva sentire libera, e anche se presumevo che sarebbe stato letto in classe – la nostra maestra ci premiava così – non ero consapevole di quello che riuscivo a descrivere.

Raccontare era come andare per luoghi sconosciuti.

Un tema che ancora oggi ricordo, parlava di me stesa in un prato che guardavo le nuvole, e del vento che me le portava via. Nella mia mente figuravo scenari fantastici, dove draghi e imprese epiche riempivano parte del mio mondo. Non era poi difficile trovare le parole. Riuscivo a riempire fogli con la semplicità con cui l’acqua di un fiume scorre.

Chissà perché a un certo punto l’acqua di quel fiume non ha scorso più.


Ho scritto.

Dovevo riprendere il contatto con la realtà.

Quei draghi di quando ero bambina si sono manifestati nella vita reale: ho dovuto affrontare due diverse patologie tumorali. Da qualche anno le incombenze delle nostre famiglie ricadevano sulle nostre spalle e una prima diagnosi oncologica è parsa come una montagna invalicabile. Alla seconda quella montagna mi è franata addosso e i pensieri mi si sono aggrovigliati in testa. Erano così tanti, come un vortice che confondeva tutto, da rendere difficili anche le azioni semplici che si svolgono nel quotidiano.

Chi ha fatto il mio stesso percorso sa bene a cosa alludo.

È come se si attivasse la modalità rallentatore.

Tutto intorno procedeva allo stesso ritmo ma mi ritrovavo ad annaspare, come se qualcuno o qualcosa mi impedisse di andare avanti. Gestire il mio quotidiano era diventata un’impresa titanica e la mente si riempiva di mostri che niente avevano a che vedere con il mondo fantastico di quando nulla mi faceva paura, perché credevo di poter affrontare ogni cosa. Come una sorta di invincibilità.


Rendermi conto di essere vulnerabile ha fatto sì che mi rinchiudessi in uno spazio-tempo tutto mio. Le emozioni erano amplificate, impegnavo le energie per non fare preoccupare chi mi stava intorno, rifiutavo di parlare della mia malattia, a fatica pronunciavo la parola tumore. Fino a che non ho retto più ed esprimere quello che mi opprimeva mi costava gran fatica. Ho scritto perché era il mio modo di parlare e di spiegarmi le cose. Così facendo lasciavo sulla carta le paure e mi prendevo cura delle mie ferite. Le parole, quelle giuste da usare, riempivano la mia testa, ma questa volta stavo parlando a me stessa.

Mi raccontavo quello che non riuscivo a capire. E farlo rendeva tutto un po’ più chiaro, più comprensibile. Normale.

Comprendere la normalità di situazioni che sembravano contorte, togliere il peso di sensazioni inespresse, trovare il modo di canalizzare le emozioni, metterle su un pezzo di carta, ha assunto il significato di consapevolezza.

E mi ha aiutato a vedere una cosa che dovevo imparare a dominare.

Non mi piace che sia la rabbia a prendere il sopravvento.


Scrivo.

È una passione che avevo sin da bambina, anche se per quarant’anni non sono andata più in là della lista per la spesa. Scrivo a fatica, ricercando parola dopo parola, litigando con i tempi dei verbi.

Non so cosa darei per tornare a quel tempo in cui i miei genitori hanno messo un veto.

-Se vuoi continuare a studiare devi mollare tutto.

Quel tutto erano gli amici, lo sport, la mia vita di allora, di quando ero ragazza e non sapevo cosa fosse meglio per il mio futuro. Loro non credevano che sarei riuscita a mantenere gli impegni. Di certo quelli non erano tempi da dialoghi in famiglia, e sei bocche da sfamare erano la loro priorità.

Magari non sarebbe cambiato niente, chi può prevedere il proprio destino, ma quando riconosco negli altri il buon uso delle parole, vorrei poter tornare nel passato e lottare per continuare gli studi.

Di certo mi sarebbe tornato utile, visto che amo, che vorrei… visto che scrivo.


La scrittura è cullare me stessa, raccontare delle storie, inventarne di nuove, descrivere istanti come li vedo attraverso i miei occhi.

Scrivere è prendersi cura di sé.

È andare in montagna a raccogliere fragoline di bosco, è descrivere il sapore del mare, è parlare a se stessi, è spiegarsi delle cose.

È un gelato con la granella di nocciole, sopra alla panna montata.

È la torta di mele della nonna.

Scrivere è come essere in campagna, quando scende la sera, e rincorrere le lucciole.


Scrivendo posso andare dove voglio, ricavarmi spazi sereni.

Nei momenti bui è la mia isola felice. Posso essere ammalata, non riuscire a fare un passo, essere chiusa in una stanza d’ospedale, non avere soldi per viaggiare.

La scrittura mi porta lontano da tutto questo.

Posso scrivere una storia, rivederla, correggerla, riprenderla allo sfinimento, e farlo mi soddisfa perché ho composto una cosa tutta mia.

Quando mi rileggo vedo quello che ho scritto come un viaggio introspettivo che mi ha portato in luoghi inesplorati facendomi scorgere piccoli, nuovi pezzi di me che non credevo di possedere.

Lo so, è strano, cercherò di spiegarmi meglio.


È come quando si intraprende un viaggio non programmato. Sai da dove parti ma non conosci la destinazione. Se poi come me, ami viaggiare, non servono molte cose: quattro stracci in valigia e via. Ogni volta che inizio un racconto è questo che succede.

Perché scrivere è come viaggiare senza la seccatura dei bagagli.


C’è bisogno che dica perché scriverò?


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