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Una storia di Chrisma

Porca Troia

È freddo

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13 minuti

Pubblicato il 25 dicembre 2019 in Altro

Tags: #ansia #flusso #paranoia #sigaretta

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Giro a destra, mi infilo tra la Smart e la Fiat Croma, spengo. Respiro.

La macchina davanti è parcheggiata di merda, dovremo spostare due auto per farlo uscire; che già lo vedo, che esce dal ristorante correndo, perché diluvia, e io dovrò seguirlo perché è un coglione. Sì… sì, già lo vedo. Entrerà, chiederà se la Peugeot grigia sia di qualcuno e io dovrò uscire.

Certo… non lo farò subito. Dovrò vederlo entrare, chiedere spaesato a tutti, e tutti lo guarderanno come se fosse un matto in cerca di qualcosa nel posto sbagliato. Sì, tutti lo guarderanno così, poi lo richiederà, dicendo una cosa in stile “non è di nessuno, quindi?”, e io mi alzerò, dicendo “è mia…”, e lo guarderò con sufficienza, per fargli capire che comunque ha parcheggiato di merda ma non glielo dirò, lo saprà da solo.

Ovviamente.

La sua Clio è tutta storta, e piove pure. Ma te lo meriti, il bagno che ti farai mentre mi cercherai. Che poi: la Clio… che macchina di merda. Gusti, eh… Che poi ci campo, con questa frase, io. Sono gusti. Ciò che piace a me non piace a te e ciò che piace a te sicuramente non piace a me. E fanculo le vostre opinioni, quando storcete il naso mentre leggete il titolo sulla copertina del libro che ho davanti, o quando sentite ciò che mi urla nelle cuffie.

È roba mia. Non vostra.

Mia.

Non mi guardate come se fossi uno stralunato. Non mi guardate come se fossi strano.

Andate a cagare.

Io sono un individuo mentre voi siete pecore uniformate, che ridono per tutto ciò che fa ridere all’ovino alla vostra destra.

Sbuffo, metto le chiavi della macchina in tasca, prendo il cellulare, faccio lo stesso e poi cambio tasca, perché non voglio che si graffi lo schermo. Poi apro la portiera, metto un piede fuori, respiro forte, mi godo l’odore della pioggia e faccio per alzarmi, ma prima controllo se ho spento i fari. Sì, sono spenti, posso uscire.

Esco.

Sì, sono spenti. Meglio ricontrollare, non voglio rimanere di nuovo a piedi. Mi è venuto a prendere Vincenzo col caricabatterie, che rottura di palle. Stava dormendo, credo, con la camicia chiusa male e il grugno di chi sa che sai che non dovevi chiamarlo. No, forse stava scopando.

No, no, dormiva, non era venerdì. Quello scopa solo di venerdì.

No, era mercoledì, o martedì, perché mio fratello e i suoi tre amici stavano vedendo la Champions League in televisione, a casa mia, e io sono uscito perché del calcio non mi interessa nulla, ma davvero nulla, e quel giorno sono rimasto bloccato.

Schifo, il calcio. Certo, non giudico chiunque lo guardi, ma andiamo… ventidue coglioni che corrono dietro a un pallone… la frase più fatta di sempre, quando si parla di calcio. Anche arbitro cornuto, forse. Oppure rigore per la Juve. Ma poi perché danno sempre rigore alla Juve? Fortuna, no?

Ho spento i fari?

Ricontrollo, sì, sono spenti, chiudo la porta e faccio per entrare nel bar, Loris mi aspetta e deve farmi leggere l’ennesima cazzata. Gli dirò che mi piace, forse andrò avanti a leggere per un po’, poi mi dirà qualcosa e… aspetta, ho dimenticato il cellulare in macchina.

Apro la porta, butto la mano dove metto sempre il telefono, e davvero, lo metto sempre lì, ma davvero sempre sempre, e quando vedo che non c’è sento il panico investirmi. Ho perso il telefono?! Davvero?! Ho troppe cose importanti salvate lì sopra, come le foto che non ho ancora caricato su drive, quei nudi che mi ha inviato Marisa e... e poi quegli altri… che mi hanno inviato i ragazzi sul gruppo. Un gruppo di maiali. Tutti gli uomini hanno un gruppo vietato alle donne, supersegreto, che magari si chiama, cazzo ne so, AFFETTI DI FAMIGLIA. Aprisse la tipa con cui esco i media di quella chat mi chiederebbe se mia cugina faccia la pornostar e perché Mattia, che non è mio parente, sia in quel gruppo. Arrabatterei qualche scusa, mi subirei il cazziatone, poi dovrei farci pace e già mi rompo i coglioni. Che poi manco stiamo assieme, cazzo, calmati. Se avessi voluto questa pesantezza mi sarei legato una palla da carcerato alla caviglia. Metafora del matrimonio, ridacchio divertito, cerco nelle tasche, sento il telefono e lo tiro fuori. Premo il tasto laterale, sono le diciannove e quarantatré, le venti meno qualcosa, non voglio fare il conto rapido a mente, non sono così bravo in matematica. Che poi è semplice, ma non voglio applicarmi.

Voglio un caffè, voglio entrare dentro, sbuffare e impattare sul solito divanetto che ormai ha preso la forma del mio culo.

Oh, merda, devo chiudere la macchina. Mano in tasca, prendo le chiavi, infilo nella serratura e non girano. Mai una volta che le inserisca nel verso giusto.

Giro la chiave, la serratura scatta e chiudo l’auto, poi mi avvio. Piove. Mi piace la pioggia. Certe volte cammino sotto l’acqua come se nulla fosse, senza ombrello, e torno a casa fradicio, ma ultimamente è l’unica cosa che mi fa sentire vivo.

Gli altri se ne sono accorti che c’è qualcosa che non va. Lo sanno. Porca troia, non chiedetemi più cos’ho, sto bene se vi dico che sto bene. Se aveste potuto risolvere i miei problemi sarei venuto io da voi. Invece no, non riuscite a capire che cerco d’isolarmi in mezzo alla gente perché non posso stare da solo, ma se sto in compagnia mi viene l’orticaria.

Dovrei stare dentro una bolla e… ecco la porta. Apro la porta, l’accompagno delicatamente e…

Ho chiuso la macchina? Cazzo, non ricordo mai quando faccio ‘ste cose. Che ansia. Torno indietro, riapro la porta, Loris alza la testa e fa quella faccia strana quando faccio qualcosa che non capisce, cazzo, non capisce mai una minchia. Torno indietro, sta aumentando la pioggia, afferro la maniglia della macchina e tiro, ed è chiusa.

Meglio chiuderla di nuovo, non si sa mai. Lo faccio inserisco la chiave nella serratura, giro e sbaglio di nuovo verso, voglio una sigaretta, devo prima chiudermela. Devo chiudere la macchina, rigiro la chiave, la serratura scatta, controllo che sia chiusa e riguardo il telefono, notifica di Instagram.

Andate a cagare, voi e i social. Vi uniformate soprattutto per colpa loro. Sì, lo so che ci sto anche io lì sopra, ma non è per diventare pecora come voi, dannati e lanuginosi; è per mostrarvi quanto si possa essere diversi da voi anche facendo le vostre stesse fottutissime cose. Dopo vedo chi è e che vuole, che magari Pina mi ha risposto. Boh, poi vedo.

Rifaccio la strada giusta per la seconda volta, Loris è seduto al tavolino, il mio divanetto è libero, da lontano lancio lo zaino e il giubbino, come per dire cazzo, ‘sto posto è mio, poi entro dentro, do un bacio a mia cognata, un altro a Marisa, che lavora qua e lo farà chissà per quanto ancora, poi esco, stringo la mano a Loris, sta sempre con quel telefono in mano, quando non guarda il vuoto con quella faccia da ebete.

Va beh, chiedo un caffè, però voglio anche qualcosa di dolce accanto, prendo due torroncini, aumento il passo, mi siedo, cerco nelle tasche dei pantaloni il cellulare, per attaccarlo alla corrente e non lo trovo.

Cazzo. L’ho davvero dimenticato in macchina?

No, l’avevo preso. Controllo nelle tasche del cappottone, lo trovo, apro lo zaino e prendo il caricabatteria, e lo attacco alla presa. Due percento. Stavolta mi stava per lasciare.

- Come stai? – mi chiede Loris, io lo guardo e sorrido gioviale, nascondo 'sta maschera nera sotto la faccia più di cazzo che riesco a fare e poi annuisco.

- Bene. Tu?

- Oh, giornata pesante… - fa. Risposta standard, ormai. Sempre giornata pesante. Si sveglia presto, sta in ufficio, sta sempre al telefono. Viva la vita, insomma. Mi siedo, prendo il pc e lo apro davanti a me, stavo rivedendo una puntata di Peaky Blinders e, non per dire, io ho cominciato a seguire la serie quando tutti stavano ancora ingrippati con La Casa di Carta, forse anche prima.

Forse con Stranger Things.

No, era più il periodo Gomorra/Narcos. Tiro fuori anche le cuffie, che sono pure rotte, si è scollato il supporto di spugna destro, ma tanto, basta che funzioni. Poi vedrò quando e se cambiarle.

Mi piacciono le cose con quest’aria usurata. Mi rispecchiano.

Mi sento usurato come loro.

Ho chiuso la macchina?

Sì, prima, ho controllato, sono uscito, Loris mi ha guardato male.

- Sai… - fa lui, e cattura la mia attenzione, senza volerlo, anche se dovrebbe saperlo che non voglio rotture di palle, perché se vedi pc, cuffie e torroncini, cazzo, immagina che non voglia avere a che fare col mondo. E tu fai parte del mondo. Comunque, lo guardo, nonostante tutto gli voglio bene.

- Ho scritto una cosa…

- Ah, sì?

Lo sapevo.

- Sì. Parla della crisi del medio oriente, uno spaccato di vita di un ragazzino senza un braccio e una gamba. E un genitore. Che diventa un astronauta. Devo solamente riuscire a capire come catalizzare meglio le cose ed è fatta… - sorride.

Faccio una smorfia sorpresa, non sono convinto dalla cosa ma non voglio che mi spieghi meglio né ho bisogno di ulteriori delucidazioni.

- Poi inviamelo.

- Sì, te lo giro subito…

Merda.

- Quando arrivo a casa. – continua, e io esulto dentro di me. – Che hai fatto oggi? – mi domanda, mentre frugo tra le tasche del giubbino per prendere il pacco col tabacco, che contiene anche i filtri e le cartine. Devo disegnare, non ricordo se ho chiuso la macchina, tocco le chiavi e sospiro, poi tiro tutto fuori e butto sul tavolino.

- Nulla. Sono stato a casa, poi sono uscito.

Generico. Va bene così. Guardo oltre la vetrata, nel ristorante, e cerco di capire chi possa essere il proprietario della Clio, voglio fumare, forse dovevo comprare il tabacco, lo apro, controllo e vedo che sta finendo, cazzo. Ci vado dopo.

- Buono… - fa lui, poi capisce finalmente che la conversazione non andrà lontano ancora per molto e riabbassa gli occhi sul telefono. Dannato, dannato telefono. Prendo la cartina, la apro, prendo il filtro, metto in bocca, recupero il tabacco che è rimasto, lo imprigiono nella cartina, vai col filtro, lecco, chiudo.

Buona. L’ho chiusa bene.

Cerco l’accendino davanti a me, sul tavolino non c’è, e allora via in tasca.

No. L’ho prestato a Gabriella, oggi, e poi non me l’ha più dato. Porca puttana, me li fotte sempre. Sbuffo, guardo Loris e mi lancia un accendino, come se avesse capito.

- Tienitelo – fa.

- Grazie.

- Gabriella, eh?

- Sì.

- Questo l’ho fottuto a lei.

Sono contento, ben le sta, cazzo. Sbuffo, accendo, aspiro, devo andare a comprare il tabacco, devo disegnare, altrimenti che cazzo ci sto a fare in accademia? Ho chiuso la macchina? Mi alzo, aspiro, i polmoni sembrano calmarsi quando si sporcano, espiro, fa freddo. Con la scusa del tabacco esco, controllo di nuovo la macchina, faccio per muovermi, dimentico le chiavi. Porco Dio. Torno indietro, prendo le chiavi, vado avanti, Loris continua a guardarmi. Ma che cazzo guardi? Torna a fissare il telefono, va’.

Ah, il telefono, la notifica. Era Pina?

Non ho visto. Ho dimenticato. Devo disegnare.

Apro la porta, esco, mi devo calmare, porca troia… La chiave entra alla prima botta, stavolta, la giro per aprirla, controllo, si apre, richiudo la porta, poi giro per chiudere, si chiude, sento lo scatto. Provo.

È chiusa.

Va beh, posso andare, vado a comprare il tabacco, allora. Attraverso la strada, guardo a destra, guardo a sinistra, tiro dalla sigaretta. Che poi è un drummino, non è una sigaretta. Va beh, chi cazzo se ne fotte. Poi che importa? Vado avanti, una Seicento verde pisello mi fa attraversare, che macchina di merda. Macchine di merda. La Clio. E se quello dovesse uscire e io non stessi lì?

Porca troia, devo fare presto. Affretto il passo, che poi non se lo merita, quel coglione, e avanzo, entro in tabaccheria, voglio il tabacco.

- Mia dai il tabacco?

Quello annuisce, che ormai sa bene che cosa compro ogni volta, pare si ricordi bene di me.

- Anche le cartine?

- No, solo il tabacco.

- Cinque e novanta.

Glieli do in monete, mi guarda apatico, penso all’apatia, devo disegnare, sto perdendo la voglia e non deve succedere, questo è il mio futuro. Meraviglioso, mi da il tabacco, me ne posso andare, inspiro. Piove forte, merda, infosso il collo, mi irrigidisco, aumento il passo, attraverso la strada correndo, ho chiuso la macchina? Devo controllare, ma senza fare il fatto della chiave, che se poi è chiusa la riapro, e poi rischio di non chiuderla di nuovo. Ma poi, che cazzo dovrebbero prendersi, dalla mia macchina? L’accendisigari? La lancetta del contachilometri? O i quaranta centesimi che stanno attorno al cambio? Pezzenti.

La Clio davanti ha i fari accesi, cazzo, corro, cerco le chiavi nella tasca destra, sento l’accendino, ah, era lì, vado nella sinistra, prendo le chiavi, chiedo scusa.

- Scusa. Esco subito.

Tua madre è una puttana, penso, respiro, metto la sigaretta tra le labbra, è un drummino ma a nessuno fotte un cazzo, infilo le chiavi, sbaglio il verso, non entrano, le giro, non entrano di nuovo, ma come cazzo è possibile, i versi sono due, riprovo il primo verso e poi entra, e allora penso che l’ansia mi sta mangiando, mi devo calmare, ‘sta sigaretta che poi è un drummino non funziona, serve la roba di Fabio, e cazzo, quello viene stasera. Ma poi non ne ho voglia, non ne ho proprio voglia, anche se dovrei averne, che poi mi rilassa. Giro la chiave a destra, alzo la maniglia, la porta è chiusa, porca troia, ancora, io non lo so perché fanno ste cose in questo modo, devo prendere il telecomando coi tasti, che poi apro e chiudo dieci volte da lontano, e già so che andrò a controllare se è chiusa. Fanculo, quello sta per premere il clacson, lo so, giro la chiave dall’altra parte, la serratura si sblocca, la sento, tiro dal drummino, l’ho chiamato bene, entro in macchina, sono tutto bagnato, e vaffanculo, metto in moto, abbasso la frizione, metto la retromarcia, il cambio gratta, la granita al limone, per me, mio padre la dice sempre ‘sta cazzata, ma porca troia, mi giro, c’è traffico, andate a casa e non rompete i coglioni, volevo solo prendere un caffè e se rientro e lo trovo lì freddo giuro che vi maledico. E poi volevo guardare Peaky Blinders, la puntata del pestaggio, mi piace, ma porco Giuda, fatemi passare. Sospiro, tiro dalla sigaretta, è un drummino, ho il telefono al tavolo lì, vabbè, c’è Loris che guarda tutto. Oh, grazie, ‘sto tipo mi fa passare, che bello. Ecco, Clio, esci e va’ a fanculo, che io mi metto al tuo posto. Mi metto al tuo posto, bene, parcheggio bene, spengo la macchina, metto la sigaretta in bocca, sospiro, apro la porta, quanto cazzo piove, esco, è un drummino, infilo la chiave nella serratura, piove forte, una goccia mi ha spento la sigaretta, mi piace la pioggia ma non mi piace fumarla, che ora il tabacco s’è inumidito, faccio volare l’ennesima madonna, butto la sigaretta per terra, è un drummino di merda, prendo la pozzanghera, dieci punti, infilo la chiave nella serratura, al primo colpo, un po’ di culo per fortuna, giro, apro, la macchina è chiusa. Me lo ripeto.

- La macchina è chiusa.

Forse così lo capisco.

Per sicurezza provo, la macchina è aperta, cazzo, ho girato dall’altra parte la chiave, no, la rigiro dalla parte giusta, so che è chiusa ora ma provo lo stesso, ed è chiusa.

Via.

Entro dentro, sono bagnatissimo, Loris mi guarda, il caffè è sul tavolino.

Sarà sicuramente freddo.

Porca troia, è freddo.


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