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Una storia di GianlucaCostarelli

Scoprire l'amore

Un viaggio di volontariato che cambierà per sempre la vita di Chiara

8 minuti

Pubblicato il 16 settembre 2020 in Viaggi

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16 Settembre 2018

Nairobi, Kenya


Non riuscivo a dormire.

Da quando ero arrivata non riuscivo a prendere sonno.

Il mio cervello non era in grado di assimilare tutte le cose che erano successe nel corso dei giorni; così trascorrevo interminabili minuti a trovare una posizione comoda sopra un consumato materassino in gomma piuma.

Guardai l’orologio illuminato da una flebile luce, emanata da una piccola lampada pendente dal soffitto. Erano le 5:02.

La mia compagna di stanza russava dolcemente, persa nei suoi sogni.

Mi alzai cercando di far meno rumore possibile, mi avvicinai ad una sedia e presi una delle felpe che erano ammucchiate lì sopra.

Appena misi piede fuori dalla piccola abitazione un leggero vento mi colpì il viso, rinfrescandomi.

Chiusi gli occhi, inspirai profondamente ed espirai tutta l’aria che avevo accumulato.

Non ci credevo ancora.

Ero davvero in Kenya.

Mi trovavo davvero nella terra degli elefanti e dei leoni.

Lì non faceva quasi mai freddo, ma verso il mattino presto e verso sera un flusso d’aria attraversava la valle.

In lontananza due esemplari di Martin pescatore dalla testa grigia iniziarono a cinguettare con un lieve fru fru.

Ero riuscita a riconoscerli per merito di Sally, un’altra volontaria del campo molto simpatica, amante di ogni specie animale. Era strepitosa: conosceva ogni insetto, mammifero o uccello che vedesse.

Estrassi il mio binocolo dalla custodia in pelle e lo portai agli occhi.

Uno dei Martin stava appollaiato su un ramo di un altissimo albero: si guardava attorno in cerca di qualche preda che saziasse il suo stomaco.

Sarei rimasta a osservarlo per ore, così incantevole e affascinante.

Camminando tra terre aride, mentre vedevo gli animali risvegliarsi e le donne anziane che iniziavano una lunga giornata di lavoro, avevo perso la cognizione del tempo.

Erano le 6:11 e il sole iniziava a sorgere illuminando le abitazioni in legno e le foglie degli alberi.


<< Buongiorno Chiara >> mi disse Angelica, mentre sbadigliava e apriva le braccia verso il cielo.

<< Ciao Angi >> la salutai. Mi avvicinai e le diedi un forte abbraccio.

Una delle cose che mi stava insegnando l’Africa in quei giorni era l’amore, sotto qualsiasi forma.

Abituata all’Italia dove si viene giudicati se si saluta uno sconosciuto, dove ogni scusa è lecita per attaccare il prossimo e l’invidia e l’ignoranza sono all’ordine del giorno, vedere numerosi bambini abbracciarti in qualsiasi momento, giovani donne che si aiutano e insegnano se hai bisogno, ti riempe il cuore di gioia.

<< Pronta per un nuovo giorno? >> le domandai, ancora abbracciata a lei.

<< Mai stata così carica >> mi disse e ci avviammo verso il cuore della comunità.

Stavamo camminando, la sabbia fine entrava nelle scarpe e, mentre fissavo il colore rossastro delle nuvole, pensavo a quattro o cinque mesi fa quando tutto era iniziato.




24 Aprile 2018

Arese, Italia


La primavera era in pieno corso, un sole accecante picchiava sulla città di Arese ed io sorseggiavo una tazza di caffè riscaldato.

Poco prima mi ero gustata un delizioso piatto di risotto alla milanese, delicato come mi aveva insegnato a cucinare la nonna ed ora vagavo su internet.

Ero alla ricerca di nuovi capi estivi che cambiassero il mio solito look, quando sullo schermo comparve una pubblicità insolita:


VOLONTARIATO IN KENYA

“ Aiuta le comunità svantaggiate e fai un’esperienza circondata dalla savana africana”


Il cursore stava per premere sulla “x” eliminandola, quando mi fermai un attimo a pensare.

Non mi ero mai interessata davvero al volontariato in Africa, al cercare in qualche modo di aiutare le persone più bisognose, ma nella mia città aiutavo chi ne aveva bisogno con piccoli gesti concreti.

Improvvisamente venni invasa da un’emozione fortissima, una di quelle che non si riessce a spiegare a parole, ma sapevo una cosa: volevo partire.

Rimasi per venti minuti a ripensare alla scelta, ma non avevo più dubbi. Volevo andarci.

Iniziai, così, a compilare il modulo di iscrizione. Impiegai tutto il pomeriggio per scegliere al meglio la destinazione precisa, la durata di permanenza, le attività che avrei dovuto svolgere.

Trascorsero circa due ore e, quando non rimase più una goccia di caffè, potei dire di aver finito.

Mi sdraiai sul divano e chiusi gli occhi.

Avevo prenotato per davvero un viaggio di volontariato in Africa.


Passarono i giorni, poi settimane e il desiderio di volare verso quella terra cresceva sempre di più.

Alla sera, prima di andare a dormire, restavo ore a sfogliare riviste sul Kenya, le sue località ed esperienze da volontario; posavo gli occhiali e la rivista sul comodino, spegnevo l’abat jour e chiudevo gli occhi immaginandomi proprio lì, in mezzo ai bambini, felice che stringevo la mano ad ognuno di loro.



15 Agosto 2018, Ferragosto


Come da tradizione Ferragosto si festeggiò a casa Ravelli.

Non poterono mancare gli zii, i nonni e i cuginetti per rendere quella giornata in famiglia a dir poco speciale.

Stavo addentando una bruschetta con i pomodorini quando mi ricordai di non aver ancora detto alla mia famiglia del viaggio che avrei dovuto compiere di lì a poco.

<< Mamma, papà, nonna, nonno, insomma, tutti >> iniziai a parlare alzandomi in piedi << avrei una cosa importante da dirvi >>

<< Raccontaci tutto >> intervenne mia madre curiosa.

Non volevo perdermi in giri di parole e fare un discorso lungo, così dissi << A metà Settembre parto per l’Africa per viaggio di volontariato >> tutto d’un fiato.

Trascorsero parecchi secondi e l’unico rumore che si sentiva era la carne che cuoceva sul barbecue di papà.

<< Ma è fantastico >> urlò nonna venendo ad abbracciarmi.

Poco dopo si avvicinò mia sorella. La sua espressione mi lasciò dubbiosa, non capivo se fosse felice o se la notizia l’avesse lasciata perplessa.

<< Avresti potuto dircelo il giorno stesso già che c’eri >> disse ironicamente << sono fiera di te Chia. Mi mancherai davvero tanto >>

<< Anche tu mia piccola Vale >>. Valeria era la mia sorella minore, che avevo protetto fin dal giorno in cui era venuta alla luce. Farei qualsiasi cosa per lei

<< Figliola >> sentii una voce provenire da dietro. Mi girai e vidi mia madre abbracciata a mio padre.

<< Chiara… >>

<< Lo so mamma, ho sbagliato, ho sbagliato ad organizzare tutto all’improvviso, a non dirvi nulla >>

<< Chiaretta siamo felicissimi. Sarei stata più contenta se l’avessi saputo prima, avrei potuto aiutarti ad organizzare il viaggio, ma va bene così. Qualsiasi cosa tu voglia, che venga dal profondo del cuore, non lasciarla scappare, inseguila perché non ci sarà un’altra volta >>

<< Ti voglio tanto bene piccola mia >> aggiunse mio padre, stretto a mia madre commosso.

Li abbracciai più forte che potei.



14 Settembre 2018, il giorno della partenza

Malpensa, Milano


Non ero mai stata tanto agitata come in quell’istante.

Stavo per imbarcarmi, una decina di gradini mi separavano dalla mia quotidianità ad Arese per portarmi dall’altra parte del mondo.

Sentii un vuoto dentro di me e per un attimo pensai di tornare indietro e abbandonare tutto, ma poi mi ricordai le parole di mamma: “non lasciar scappare i tuoi sogni, inseguili”.



17 Settembre 2018

Nairobi, Kenya


Quella mattina per la prima volta raggiunsi insieme ad altre ragazze la scuola della comunità.

Tantissimi bambini giocavano in cortile, divertendosi come solo loro sanno fare: si rincorrevano l’uno con l’altro, giocavano con un vecchio e sgonfio pallone in cuoio, disegnavano con dei rametti sulla sabbia.

Mi avvicinai ad una bambina, avrà avuto sui cinque anni. Sofficissimi capelli ricci le contornavano uno splendido viso.

<< Come ti chiami ? >> le chiesi in inglese.

Inizialmente mi guardò intimorita con le mani dietro la schiena, poi fece un salto ed urlò: << Nawa >>

<< Che bel nome Nawa >> . La presi per mano, era calda e secca a contatto con la mia pelle.

Durante le ore di scuola stetti vicino a lei. Quando la maestra disse che la lezione era finita, i bambini uscirono gioiosi; allora Nawa mi chiamò e mi porse un foglio bianco: era un disegno che rappresentava noi due vicine ad un leone.

L’abbracciai e le mie lacrime si intrisero nella sua maglia bucata.

Un Sole cocente colpiva le terre aride del Kenya.

Stavo per raggiungere i campi coltivati, quando passai di fronte ad una discarica.

Un bambino sedeva su un vecchio cuscino, gli occhi lacrimavano e numerose mosche gli ronzavano vicino.

Si guardava attorno in cerca di cibo, in cerca di aiuto.

Gli andai subito incontro, ma il bambino si spostò, spaventato. Cercai di parlargli, ma non ci riuscii. Tremavo.

Portava solo un paio di mutande sporche, le dite dei piedi sanguinavano, le labbra secche.

Mi avvicinai una seconda volta e lo presi in braccio.

In quel momento pensai al motivo per cui si trovava lì, da solo, abbandonato alla fame.

Non trovavo davvero un motivo per cui essere umani dovessero soffrire così tanto.

Camminavamo verso la mensa, le sue braccia strette attorno al mio collo.

In quel momento mi sentii come una madre, una donna che deve proteggere il suo piccolo.

Era così, perché il colore della sua pelle, la sua situazione sociale, la distanza dalla sua terra alla mia ci rendevano comunque vicini e uguali.

Non potevo desiderare posto migliore dove stare, perché lì mi sentivo felice, mi sentivo bene.

Una gazzella saltava in un campo in lontananza: mi sentivo a casa.








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