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Una storia di AlessandroCiviero

Dolore

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23 minuti

Pubblicato il 01 aprile 2021 in Viaggi

Tags: #Dolore #vita #delusione #amore #separazione

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Cosa avrebbe potuto dirle? Sapeva di essere stato un vigliacco. Un vero uomo non si comporta così, ma piglia il toro per le corna e affronta la situazione di petto, magari prendendo a cazzotti quell’altro e riconquistando così la posizione che gli compete. Compresa sua moglie e la vita di prima.

Già, la vita di prima. Solo un mese fa era un perfetto uomo medio. Sveglia alle sette meno un quarto, doccia e colazione, venti minuti di traffico, parcheggio riservato, caffè alle macchinette e le sue sette ore e mezza nel cubicolo di cristallo di consulente bancario. Altri venti minuti di traffico, una sosta dalla mamma anziana e poi a casa. Cena alle otto con lei in sottofondo che lo aggiornava sulle faccende domestiche o sul gossip, fiction alla TV e poi a letto presto, ché domani si ricomincia. Sesso una volta alla settimana, poi ogni quindici giorni; il dieci lo stipendio, il venti la rata del mutuo, le bollette; le ferie in agosto con i cognati. Così per dieci anni.

Poi, un giorno, torna a casa e la trova in lacrime nel salotto lindo e perfetto come una bomboniera. Discorsi apparentemente senza senso, in cui dentro c’è di tutto. La casa, la macchina, la suocera, il finanziamento, il tran tran quotidiano, un’amica, un certo amico. E da lì capisce che tra di loro è finita.

Lei non si sente appagata, dice che la sua vita è piatta, che, insomma, tramite questa amica ha conosciuto un uomo; si sono visti due, tre, quattro volte. Dice di essersi innamorata. Dice che non vuole farsi sfuggire l’ultima opportunità di essere felice, perché ora non lo è… e non vuole continuare a fingere.

Lui non reagisce. Sono anni che non si sente un uomo appagato, che ha una vita regolare, quindi piatta, che nell’ambiente di lavoro conosce quotidianamente giovani donne, senza necessariamente innamorarsene; non si vede con nessuno, e non pensa minimamente al fatto di non essere felice. Nonostante ciò, non si mette a piangere in salotto.

Quindi, cosa avrebbe potuto dirle? All’improvviso lei aveva già preso le sue cose e si era chiusa la porta dietro le spalle. Nei giorni seguenti, il tragitto verso il lavoro, il caffè alla macchinetta, le sette ore e mezza nel cubicolo, il traffico del rientro, la visita alla mamma, la cena alle otto, senza sottofondo, la fiction alla TV e il letto vuoto erano il retaggio di una vita imperfetta che egli non riusciva a scrollarsi di dosso.

Il volano aveva girato un mese. L’ingranaggio si era poi finalmente inceppato ed egli aveva lasciato il suo cubicolo al piano terra della filiale ed era salito di sopra, dove si trovavano gli uffici direttivi. Aveva preso una lunga aspettativa, si era recato dalla mamma anziana, le aveva dato un bacio e aveva aperto il portone del garage.

La vecchia automobile di papà era lì ferma da chissà quanto, come dimostrava la patina di polvere. Le ruote sgonfie, la batteria, tolta dalla sua sede, giaceva ormai scarica sopra una mensola. Un telone grigio dal tempo e indurito dall’inerzia copriva una sagoma familiare, che gli era tornata in mente e gli aveva fatto scattare la scintilla per salire le scale quel mattino.

Tolse la coperta alzando un fastidioso polverone. Strinse gli occhi, tossì, starnutì e quando gettò fuori dal garage il vecchio telo, ecco riapparire la Moto Guzzi Falcone in tutta la sua vetusta solidità. Il rosso fiammante sembrava un po’ spento e il grigio di qualche ragnatela s’insinuava nel bruno cupo del motore a vista, nonostante la copertura.

Indubbiamente c’era tanto lavoro da fare, ma ora non aveva più la scusa del tempo. Ora, di tempo, ne aveva quanto voleva. Ma, come sempre, non si mise subito al lavoro. La sua indole gli imponeva di ponderare attimo per attimo tutto il significato della sua decisione, dei suoi gesti e delle conseguenze. Inforcò la motocicletta. Il sellino triangolare scricchiolò per le molle indurite e la vecchia pelle che s’ingrinziva. Il manubrio dava un senso di sporcizia e lo sterzo era duro, gli pneumatici sgonfi rendevano tutto più pesante. Per un attimo considerò l’eventualità di lasciar perdere. Però adesso aveva tempo e nessuna giustificazione. Sul cellulare cominciò a cercare i centri specializzati in pezzi di ricambio originali e finiture della Guzzi.


Nei due mesi successivi tutto era cambiato, fin dal mattino, quando si alzava con calma dal letto, faceva colazione e, invece di infilarsi nel traffico, usciva a piedi per una lunga passeggiata, si fermava a prendere un espresso nello storico bar del centro, che frequentava da giovane ed era rimasto immutato negli anni, poi tornava a casa dei suoi. Salutava la mamma con un bacio, scendeva in garage e apriva il portone.

Si impegnò molto in quei giorni e, mentre lavorava al restauro del Falcone di papà, non aveva tempo per i rimpianti e di pensare alla sua ex, schivando così le istanze dell’amor proprio e i barlumi di orgoglio che facevano a pugni nella sua coscienza. Dribblava le preoccupazioni, scacciava i dubbi, ignorava le stilettate di qualcosa che pungeva ogni tanto all’altezza del cuore.

Tra carena e parafanghi, viti e bulloni, l’argano per sollevare il motore e smontarlo pezzo per pezzo; scucirlo e ricucirlo, togliendone la patina del tempo, e riesumando pian piano non solo la sua antica passione per la meccanica, ma anche la gloria delle ottime cose fatte un tempo, cercava di dimenticare il dolore.

Gli venivano in mente tante cose, durante la giornata, mentre lavorava concentrato sul restauro della moto di suo padre e fingendo di fare solo quello. In realtà stava cercando di ingannare se stesso. Ma il lavoro procedeva bene e questo bandiva l’illusione di una vita perfetta che non sarebbe più ritornata. Allora sopravvenivano i ricordi.

L’infanzia felice in quella casa che per suo padre, e quindi per tutta la sua famiglia, era stata dimora e bottega. Al piano di sopra l’appartamento, dove ancora viveva sua madre, al pianterreno l’officina dove suo padre riparava le auto. Appena tornato da scuola pranzava, mentre suo papà aveva già quasi finito e, prima di fare i compiti, lo andava a trovare in officina, quando suo padre riprendeva a lavorare e lui stava lì incantato a guardare mentre stringeva bulloni, svuotava coppe dell’olio, spariva nella buca con la lanterna dal lungo filo che gli serviva per controllare le sospensioni o i semiassi. Dopo un po’ tornava di sopra e studiava. Due o tre pomeriggi a settimana, davanti all’officina si fermava il pulmino della squadra di calcio e lui saliva per andare agli allenamenti, ma fino all’ultimo guardava, fuori dal finestrino sul retro, il portone del garage allontanarsi dietro la curva. Quando lo riaccompagnavano ormai era buio, ed egli ricordava le luci accese ed il portone spalancato, sia d’estate sia d’inverno, fino a tardi. Risentiva i rumori del martello che picchiava, del compressore che soffiava e delle portiere delle auto che sbattevano, quando i clienti soddisfatti venivano a ritirare l’auto riparata.

Dopo la scuola dell’obbligo e i pomeriggi passati a giocare a calcio o imparando con suo padre i segreti della meccanica, aveva dovuto scegliere l’indirizzo delle superiori. Ragioneria, come andava all’epoca, perché papà aveva sempre desiderato un figlio contabile, che non si sporcasse le mani in officina, magari assieme a lui a fare il meccanico, a oliare pistoni, a far girare gli ingranaggi, a soddisfarsi della propria fatica e del proprio lavoro manuale. E così era stato.

Si rivedeva adolescente, un tipo tranquillo, a cui piaceva anche studiare e che non aveva nessun successo con le ragazze. Esclusa qualche festa di capodanno tra amici e compagni di scuola, era un tipo casalingo e non aveva mai avuto il pallino del rubacuori. Qualche ragazzina, qualche scaramuccia, qualche esperienza adolescenziale, ma niente fidanzate. Avrebbe voluto frequentare l’università, economia e commercio, ma al momento del diploma il lavoro di suo padre non andava benissimo. Non c’erano i soldi per farlo studiare; quindi l’estate era trascorsa ad aiutare al garage, invece di godersela al mare, in spensieratezza con gli amici. Poi, il vice direttore della filiale della banca di cui la famiglia era cliente, aveva assecondato la richiesta di suo padre per un tirocinio. A settembre aveva iniziato il cammino per diventare cassiere. Non usciva molto in quel periodo e sua sorella si stava preoccupando per lui, tanto da invitare a casa una delle sue amiche per presentargliela.

Stava ripensando a quegli anni vissuti sugli stereotipi, sulla normalità, sempre pronto a inevitabili sì. Pensava, diceva e faceva esattamente quello che gli altri si aspettavano da lui, ed era sempre stato così sin da ragazzino. Ma, d’altronde, come avrebbe potuto deludere sua sorella? Aveva fatto il galante con questa ragazza, che non gli piaceva particolarmente, ma egli non riponeva molta fiducia nel proprio aspetto fisico e nei suoi mezzi caratteriali, né nutriva molte speranze nelle occasioni in generale.

Gli avevano sempre fatto credere che la vita fosse un compito da svolgere, che gli eroi fossero relegati alle pagine dei romanzi e l’amore esistesse solo nell’idealizzazione delle canzoni. In quell’ottica, si era fidanzato con l’amica di sua sorella.

Nello stesso periodo lo assunsero definitivamente in banca e ciò convinse la sua fidanzata che, dopo tutto, fosse un buon partito. L’unica cosa che lui percepì come un certo cambiamento era quella di avere la vita organizzata da una persona che non era più della sua famiglia.

In breve, si ritrovò sull'altare con le scarpe lucide e la gardenia all’occhiello a giurare davanti a Dio e agli uomini che quella sarebbe stata la donna della sua vita, senza alternative. Fondamentalmente più che la donna della sua vita diventò lui stesso parte di quella donna, ovvero un elemento della sua esistenza; colui che avrebbe provveduto al sostentamento economico, quanto basta a coprire la rata del mutuo e a permetterle di non lavorare. Aveva assolto al proprio compito come un monaco cistercense, senza pretese, assecondando ogni suo desiderio. Alla fine pensava che se sua moglie fosse stata felice lo sarebbe stato anche lui. Invece, solo qualche settimana prima, tutto ciò si era rivelato una beffarda illusione; l’ineluttabile conclusione di una storia senza capo né coda, il naturale sbocco di un fiume di verità costruite ad arte che navigavano in superficie e menzogne che ribollivano sul fondo.

Un sapore metallico gli era sceso dalle narici fino in gola mentre stava terminando di riverniciare la carrozzeria della Moto Guzzi Falcone. Eppure aveva indossato la mascherina col filtro, come sapeva di dover fare. Significava che quel cattivo boccato era conseguenza dei suoi pensieri e delle proprie delusioni. Qualcosa che non poteva essere sostituito dal lavoro manuale, dall’impegno che dal mattino alla sera profondeva per riconquistare almeno una piccola parte di quella vita che gli era scivolata tra le dita da troppo tempo. Probabilmente una vita che non aveva mai tenuto in mano. Questa consapevolezza gli impose una certa urgenza nel terminare il lavoro che aveva iniziato. La luce dell’officina rimaneva accesa fino a tardi, e anche se sua madre a volte lo chiamava dal piano di sopra per chiedergli se avesse preferito rimanere per la cena, egli non rispondeva affatto o si limitava a ringraziarla e dirle che sarebbe tornato a casa.

Anche se trovava l’appartamento freddo e buio fin dal mattino precedente e da quello prima, non rinunciava a tornare a casa per la cena, magari acquistandola da asporto lungo la strada o al bancone della gastronomia del supermercato. Non voleva privarsi del suo letto, delle sue comodità e di affermare con una sorta di puntiglio che quella era ancora la sua casa, il suo posto nel mondo e ciò che aveva faticosamente conquistato. C’era il mutuo da pagare, i conti da far quadrare, ora che si era preso quella pausa di riflessione; soprattutto, la sua lei n’era andata per scelta, per un rigurgito di egoismo e d’innata propensione al capriccio. Quando quel periodo di velleità e autocompiacimento le fosse fluito dai sentimenti e dalle sensazioni fisiche, cosa avrebbe fatto? Probabilmente sarebbe tornata da lui. Era una remota possibilità, ma nel caso si fosse realizzata, lui cosa avrebbe fatto? Temeva di conoscere la risposta, tanto che l’evasione nelle trame della solita fiction alla TV non erano più sufficienti e il sonno notturno era quello di qualcuno che non aveva più motivo di risvegliarsi al mattino.

Nelle nuove serate solitarie ascoltava musica con le cuffie, spesso con il volume sparato al massimo, mettendo i dischi della sua giovinezza, dell’adolescenza e del periodo precedente a quello in cui aveva conosciuto sua moglie. La musica a tutto volume serviva ancora una volta per attutire le istanze dell’amor proprio e i barlumi di orgoglio che facevano a pugni nella sua coscienza. Gli serviva per non sentire il dolore.



Un colpo secco del tallone e il mese di lavoro e d’impegno ricevettero la risposta del motore Guzzi che non tambureggiava e picchiettava con quel ritmo caratteristico da più di trent’anni. La moto suonava perfettamente ad una leggera sgasata della manopola sostituita da un ricambio da collezionisti. Lo scappamento cromato come nuovo vibrò leggermente emettendo un lieve fumo biancazzurro, segno di una carburazione perfetta. Il rosso del serbatoio e del telaio fiammeggiava al sole di una bella giornata e le cromature brillavano di un colore argentato, quasi a specchio. Anche il motore a vista aveva riacquistato lucentezza e i pneumatici nuovi erano neri come carbone e lucidi come pelle lavorata.

Era orgoglioso del lavoro che aveva portato a termine e pensò che anche suo papà lo sarebbe stato di lui, ora che aveva fatto tutto ciò che doveva fare; che era stato il figlio che aveva dovuto essere e che la vita si era presa comunque quello che aveva voluto, senza il suo consenso. Ma indugiò solo fugacemente su queste considerazioni.

Lasciando la motocicletta accesa sul piazzaletto davanti all’officina, salì le scale esterne della casa dei suoi e andò a chiamare sua mamma. Lei, con un sorriso da anziana comprensiva, uscì sul terrazzo per essere almeno accondiscendente con il buon umore del figlio, il quale si dimostrò sereno ed entusiasta di aver finalmente ottenuto dalle sue mani qualcosa che sentiva appartenergli completamente. Lui disse che si sarebbe fermato per il pranzo, forse anche per la cena, perché aveva intenzione di provare la moto, facendo un lungo giro verso le colline.

L’anziana madre ne fu felice, ma gli intimò di lavarsi a fondo prima di entrare in casa, perché era conciato male, unto di grasso praticamente dalla testa ai piedi, con le mani sporche e nere come quelle di suo padre.

Dopo aver spento il motore e essersi gustato per qualche istante ancora il frutto delle sue fatiche, andò a farsi una doccia. Rimase sotto il getto caldo e rilassante più del dovuto, mentre l’acqua faceva scivolare via la patina causata dal lavoro ma anche quella che gli velava l’anima e gli incrostava il cuore. Con una piccola spazzola curava gli interstizi tra le dita, i polpastrelli anneriti dall’arte della meccanica, i residui depositati sotto le unghie. Sfregò per bene gambe e braccia, come per regalarsi un massaggio rilassante. Si lavò bene i capelli, facendo schiumare parecchio shampoo e risciacquando con abbondanza, in modo che la carezza dell’acqua tiepida gli facesse bene all’anima, oltre che al corpo.

Mentre si asciugava avvolto nel grande telo di spugna, il riflesso nello specchio appannato per metà gli restituiva un’immagine nuova di se stesso. Gli sembrava di essere più tonico, più atletico, certamente più fiero di sé. Qualcosa nello sguardo, però, lo richiamò verso le sue fisime, che adesso sapeva prive di fondamento, ma gli impedivano di cancellare, usando una spazzola dura e risoluta, le ossessioni che gli appesantivano il cuore.

Era inevitabile che pensieri più o meno mirati, sensazioni più o meno accentuate finissero per riportare a galla l’immagine di lei, soprattutto in quel giorno in cui aveva deciso di dirgli addio e lo aveva fatto in quel modo così patetico e senza qualità. Al confronto, la sua perenne mancanza di personalità e mordente era sembrata ben poca cosa; anzi, l’atteggiamento della sua ex l’aveva riportato a galla da anni di alzate di spalle, rinunce a priori alla sua voce in capitolo e la naturalezza con la quale si era sottomesso sempre a tutto e a tutti. No, certamente sapeva che non era vero, ma se lo diceva per darsi un tono, ora che gli sembrava di aver fatto qualcosa, di aver raggiunto un traguardo, di non essere rimasto alla finestra a guardare.


Le lasagne preparate dalla mamma avevano un gusto meraviglioso ed evocativo. Il vino rosso e secco amalgamava ancor di più i ricordi di quel desco famigliare con la semplicità dell’attimo, nonostante l’assenza di suo padre, scomparso ormai da tanti anni. Ovviamente suo papà gli mancava, e quell’assenza era stata per molto tempo motivo di privazione e incompiutezza, ma il sorriso della donna anziana che stava pranzando con lui gli diede la certezza che, anche se gli fosse mancata la terra sotto i piedi, lì avrebbe trovato comprensione e gentilezza. Sua madre non gli aveva fatto troppe domande, non aveva invaso la sua sfera, o cercato di comprendere invano il suo stato d’animo. Aveva accettato quella nuova situazione con il proprio modo di esprimersi, semplice ed amorevole.

Dopo mangiato aiutò a rigovernare, come faceva da bambino, assieme alla sorella più grande, fino al momento in cui era stato estromesso da quelle faccende quando, più grandicello, aveva iniziato a frequentare gli allenamenti di calcio. Non si concesse un po’ di riposo ma, dato uno sguardo fuori verso la luminosa giornata che ancora si prospettava nel pomeriggio, uscì ed avviò il motore della Moto Guzzi.


Un leggero piegamento del polso sull’acceleratore e il motore vibrò docilmente, rispondendo come un orologio svizzero alla sollecitazione. La strada scorreva liscia, l’aria gli veniva incontro lambendogli con decisione il viso. In cantina, a casa della madre, aveva trovato il vecchio casco di suo padre, aperto ed ora non più omologato, con la fibbia che si chiudeva sotto il mento e, stringendo un po’ troppo, faceva male al sottogola. Assieme al casco c’erano anche gli occhialoni paraocchi dal cinturino ormai malandato, che raccolse lo stesso e infilò nella tasca del giaccone.

Era un piacere sentire il motore del Falcone che rombava ritmando la corsa liscia e non forsennata ma regolare come un accompagnamento jazz in sottofondo. Le case del paese erano ormai alle spalle. La campagna circostante, inondata di vento visibile dalle fronde degli alberi in lontananza sui campi aperti, dava il giusto sapore di libertà. A breve la strada avrebbe cominciato dolcemente a salire e, dopo appena una decina di chilometri, la pianura avrebbe lasciato posto alle prime ondulazioni del terreno. Le colline illuminate dal sole, che gli scorreva alle spalle dal mezzogiorno nel suo percorso inesorabile verso ovest, lo attendevano a portata di vista. Le strade fuori dai centri abitati si stringevano e l’asfalto era meno liso e consumato dalle ruote di frequenti passaggi dei mezzi di trasporto. Il fondo, quasi più granuloso, sembrava dare una miglior aderenza alle ruote ed invitava a salire.

Ora i campi si restringevano e il panorama era via via diverso. Le coltivazioni lasciavano spazio a prati recintati da palizzate di legno lungo la strada. I centri abitati si sgranavano in fattorie sparse e rade. Gli alberi maestosi al limitare dei pascoli preannunciavano i boschi che infoltivano le sommità delle irte colline. Effettivamente, dopo pochi altri chilometri, la strada cominciava ad inerpicarsi, ma il Falcone restaurato rispondeva bene. Il motociclista assecondava anche con l’atteggiamento del corpo le sinuosità della via. I tornanti in salita non davano comunque problemi ed il motore tambureggiava e vibrava alle sollecitazioni dell’acceleratore e delle marce.

Le fronde delle piante ad alto fusto fiancheggiavano la strada che correva lungo la costa della collina e oltre queste si intravvedevano gli avvallamenti che erano man mano più profondi. Gli alberi si frapponevano ai raggi del sole creando ombre allungate sull’asfalto e sulla parete della collina, ora più scoscesa e vicina. Qualche noce rocciosa spuntava dal terreno erboso e i tornanti erano modellati su muretti di pietra a secco. Egli sapeva che, scollinata quella salita boschiva dall’aroma verdeggiante di muschio ed erba umida, si sarebbe trovato alla sommità del versante più esposto al sole e dal panorama completamente diverso.

Piegando leggermente le spalle verso il manubrio, sentiva la fatica di condurre la vecchia e pesante motocicletta dovuta alla prolungata inattività. Di fatto, non ricordava nemmeno più da quanto tempo non andava in moto. Non aveva mai avuto la passione per le due ruote, in realtà, ma aveva imparato per esigenze artigianali, per così dire, quando suo papà gli faceva provare le motociclette dei clienti che aveva appena riparato. Ancora una volta era stata una cosa imposta dall’alto, dalla quale non aveva voluto o potuto sottrarsi. Non se ne pentiva, ed almeno quello era motivo di soddisfazione e non di rimpianto.

Poco distante sulla salita, corrugando la fronte per stringere la vista infastidita dall’aria più fresca e pungente, intravide lo spigolo della parete in pietra, che quasi invadeva la strada particolarmente stretta. Era la caratteristica dell’antica osteria che delimitava la salita di quella collina. Il caseggiato, vecchio e solido, era costruito in pietra e si confondeva con l’ambiente circostante, con il tetto di ardesia grigia, le porte e le finestre dagli infissi di veterana quercia. Sia per gli escursionisti pedoni, sia per quelli motorizzati che salivano in collina da quel versante, la locanda era una tappa quasi obbligata. Anche lui ci era stato in passato, con gli amici, per mangiare qualcosa di veramente rustico e dal sapore primitivo e per brindare con quel loro vino asprigno ma fresco, in estate, o con il caffè alla grappa, durante il rigido inverno, che veniva bevuto a turno, dalla stessa grolla di legno, coi beccucci sporgenti a cerchio attorno al bordo decorato. Le vecchie ante pesanti della porta d’ingresso sembravano spalancate.

Il Falcone però tirò dritto perché, a poco più di cento metri, la strada superava il picco della collina e continuava in discesa. Egli sapeva che, dall’altra parte della altura, sul punto più alto della strada, la vista sarebbe cambiata radicalmente, mostrando un panorama del tutto diverso da quello ombreggiato e nascosto da dov’era appena transitato. Ed ecco infatti che, con una leggera piega a sinistra, la strada superava l’ultima quinta di roveri solide e frondose, da cui filtravano i raggi del sole ormai basso, ma ancora molto luminosi. Infatti, il passaggio repentino dall’ombra che gli alberi gettavano sulla strada, alla piena luce del sole quasi lo accecò temporaneamente. Prudentemente, lasciò l’acceleratore, scalò le marce, frenò gradualmente, procedendo la corsa fino allo slargo della strada, poco innanzi, dove una cortina di alberi segnava il limitare del bosco e l’inizio della discesa. Da quel lato la collina era esposta a sud, affacciandosi al sole, che adesso era basso e si stava per accomiatare.

Tutta la distesa sotto i suoi occhi era quasi un anfiteatro che si sviluppava gradualmente verso la pianura ed era regolato a falde e gradoni interamente coltivati a vigneto. La vista era spettacolare perché, dall’alto della sommità, non era impedita dalla vegetazione boschiva, del tutto assente, ma l’evidente intervento della mano dell’uomo, aveva piegando la natura al suo volere e alla sua esigenza, creando uno scenario degno di essere ammirato ed apprezzato.

Le falde della collina sembravano coperte erbose adagiate sugli strati di roccia sottostanti, e il poco terreno ricco di minerali era ottimo per la coltivazione della vite. Le piante erano sistemate in filari dall’andamento matematico, tanto che un lieve spostamento dell’occhio dell’osservatore non perdeva gli allineamenti, neanche da diverse angolazioni. Tutto era perfetto e studiato. Tutto era calibrato e pulito; dal terreno sottostante i sesti di coltivazione, alle stradine bianche, battute e delimitate, che conducevano alle piantagioni.

Dai terrazzamenti geometrici ai declivi naturali, anch’essi punteggiati da regolari file di vigne, lo sguardo si protendeva verso la pianura dove giacevano, in successione, campi coltivati, i paesi, le aree produttive, la fascia costiera, fino al mare. Egli dapprima osservò, coi i piedi poggiati a terra, ma ancora piegato con le braccia tese sul manubrio. Poi si alzò col busto, come a gettare lo sguardo oltre. Con le dita della destra cercava di slacciare la fibbia del casco che gli stringeva fastidiosamente sotto il mento, pizzicandogli la pelle. Restò immobile, come privato di quell’aspettativa che l’aveva portato fin sopra la collina.


I colori gli apparivano contrastanti, in quel momento. Il verde, il giallo, il rosso e l’azzurro pallido dei vigneti sembravano un monito, una prova che potesse esserci qualcosa di diverso, e che in effetti c’era, più in basso. La luce del sole che si offuscava lentamente e gradualmente liberava dei grigi inaspettati, seguiti da una specie di bruma appena percettibile, che spuntava dal suolo. I campi coltivati parevano addormentarsi allo spengersi impercettibile dei colori. I paesi più in basso che sembravano animarsi in quella foschia, rispetto alla statica luce del sole, si punteggiavano di illuminazioni artificiali, arancioni, bianche, azzurrognole. La pianura era abitata qua e là da fabbriche e comignoli, dai quali striavano impercettibili pennacchi di fumo, come l’alito di un’inquietudine nascosta nel sottosuolo.

Gli parve che l’odore del bosco alle sue spalle fosse sostituito dal sentore di una grande incognita che saliva da lontano, oltre la pianura, dal mare che non si vedeva, precluso dalla distanza e dall’avanzare della sera. Il ricordo di valli verdi, chiome fruscianti e fiumi dallo sciacquio costante svaniva nell’amaro sapore del crepuscolo.

Avrebbe voluto vedere la linea sottile della costa, da sopra la collina, ma adesso non era più possibile e forse il mare gli sarebbe sembrato una distesa oleosa e compatta che conteneva ogni rimorso e pentimento, ogni occasione perduta ed ogni scelta non compiuta. Il mare che, nel ricordo delle estati da bambino, era come un paradiso di gaiezza e spensieratezza, oggi incatenato in un sogno che apparteneva solo al passato.

Ripensava alla sua vita di appena due mesi prima. Tutto era racchiuso in un involucro protettivo cresciuto a strati, che altri avevano adagiato su di lui costruendogli una corazza di completa inconsapevolezza e dedizione.

Il ricordo di suo padre, il rispetto per sua madre, il lavoro in banca, la disciplina e l’accondiscendenza verso i superiori e con i colleghi, la morbosa attenzione ed amorevolezza per sua moglie. Ormai, la sua ex moglie. Il sangue gli stava gelando nelle vene, e con un gesto nervoso e secco si accomodò il bavero del giaccone, pompando sulla manovella del volano, per riaccendere la moto.

Il Falcone riprese il rombo, ma la testa del motociclista era in preda ad una sconosciuta eccitazione, ad un vago moto di risveglio che però non riusciva a fuggire il torpore.

La strada, quasi buia, cominciò a scendere disegnando traiettorie ondulate sul crinale della collina. I tornanti erano dolci, ma la Guzzi pesava sotto la fatica e i pensieri che si accavallavano nella sua testa. La mente scorreva come un fiume, seguendo il fascio luminoso del fanale anteriore, e parlava di porte chiuse alle spalle, di risposte silenziose, d’inviti turbinosi a ricercare qualcosa che non c’era, o non c’era mai stato. Una strada che scorreva sghemba verso un mare cupo, dove il silenzio parla molto più forte delle parole e di promesse non mantenute.

L’aria che gli sferzava il volto era molto più rigida di quella del pomeriggio e gli faceva lacrimare gli occhi, tanto che avrebbe voluto fermarsi e trarre di tasca gli occhialoni da motociclista, vetusti e forse inutili, credendo gli sarebbero serviti a fingere che quelle lacrime non fossero dovute all’unica cosa che era rimasta veramente sua. Il dolore dentro di sé.


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