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Una storia di SilentBlue

Amaris

La figlia della notte

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13 minuti

Pubblicato il 04 marzo 2020 in Thriller/Noir

Tags: #amnesia #misterioso

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-La morale di questa favola è che il male non si nasconde solo nel buio.-

La voce è solo un lieve sussurro e per colpa del ticchettio insistente dell'orologio devo concentrarmi per riuscire a sentirla.

Mi sembra di conoscerla, ma...chi è?

È leggermente profonda, così dolce e gentile , ma mentre continua a parlare la voce si fa più triste e tanto ferita.

-A volte il male si nasconde vicino a te, dietro sorrisi e falsa gentilezza di persone a cui tieni.-

Si ferma per qualche secondo, come se volesse prendere fiato, ed il ticchettio diventa assordante senza quella bella voce, spero che riprenda subito a parlare.

-Tieni sempre gli occhi aperti...-

La voce è preoccupata...forse lo è per me?

-Amaris.-


Una voce, mi sembra maschile, sta sussurrando qualcosa, ma non riesco a sentire.

Sembra preoccupata, ma non è solo quello…

Paura? Cosa c'è che fa così tanta paura? Non voglio aprire gli occhi se c'è qualcosa di spaventoso.

-Spero di esserci riuscito.-

Ora la voce è molto vicina e, nonostante tutto, la sento a malapena, forse non voleva farsi sentire da nessuno.

Questo leggero calore sulla guancia è...una carezza? È così calda e piacevole.

Ma...perché la mano trema un po'? Forse è ancora spaventato?

Gli occhi sono così pesanti, ma devo aprirli e vedere cosa sta succedendo. Tenere gli occhi chiusi non mi aiuterà a far scappare via la mia paura, anzi.

All'inizio non riesco a vedere bene perché ho ancora la vista appannata, ma strofinando un po' gli occhi riesco a vedere meglio, notando che seduto sul divano su cui sono stesa c'è un uomo dall'aria preoccupata ed un po' spaventata.

-Ben sveglia.-

Cerco di alzarmi lentamente dal divano mettendomi seduta, ma appena lo faccio inizio a tremare per l'aria fredda che sento sulla schiena.

-Hai freddo piccola?-

Sento un fruscio al mio fianco e subito dopo qualcosa di caldo posarsi sulla mia schiena. Quando mi volto verso l'uomo noto che ora non ha più la giacca addosso, giacca che mi ha posato sulle spalle.

Sento la mano dell'uomo accarezzarmi dolcemente la testa, cercando di tranquillizzarmi, ma perché quello più spaventato sembra lui? Cosa c’è di tanto spaventoso?

Apre più volte la bocca, come se volesse dirmi qualcosa, ma poi la richiude e scuote leggermente la testa.

Anche se non so chi sia questo signore, non essere sola mi rende più tranquilla.

La porta cigola leggermente ed il signore si blocca per qualche secondo, per poi avvicinarsi un po' di più a me, come se volesse proteggermi.

Appena si apre completamente la porta vedo una donna avvicinarsi a noi.

Non so perché, ma ho voglia di scappare, ma l'unica cosa che riesco a fare è nascondermi dietro al signore, sbirciando ogni tanto per tenerla d'occhio.

Ha un sorriso dolce, ma continua a farmi paura, ma il signore adesso sembra meno spaventato di prima.

Arrivata di fronte a me ed al signore, la donna si è abbassata leggermente verso di me, dandomi un bacio sulla fronte.

-Che hai piccola?-

La voce della donna è dolce, così come il bacio di prima, ma per qualche strana ragione la frase del sogno mi torna in mente e non riesco a fidarmi troppo.

-Non dovresti aver paura: sei con la mamma ed il papà adesso.-

Sentendo la parola mamma sento una strana sensazione, come se ci fosse qualcosa di sbagliato, di diverso dal solito…


Diverso dal solito? Perché, come sono le cose di solito?

La testa mi sta scoppiando, cercando di ricordare qualcosa, qualunque cosa, ma nulla...nemmeno il mio nome.

-Chi sono io?-

Sento gli occhi pizzicare e la vista inizia ad appannarsi, così strofino leggermente gli occhi, cercando inutilmente di non piangere. Sento le lacrime bagnarmi le guance e la bocca, anche se cerco di fermarle continuano a scendere.

A quella frase i due sobbalzano per la sorpresa, ma mentre la donna...cioè mamma sembra sollevata, quasi felice, mentre il signore, che dovrebbe essere papà è così triste e...sembra che abbia fatto qualcosa di male.

-Sei la nostra bambina.-

Perché sei così felice mentre io non ho ricordi?

-Maya.-

Perché questo nome non mi sembra mio?




Due mesi esatti.

Sono passati due mesi da quando ho perso la memoria e ci siamo trasferiti.

La mamma dice che mi avrebbe aiutato cambiare aria e di non preoccuparmi troppo della mia amnesia, ma è così brutto non ricordare. Ogni volta che mi sforzo a portare a galla il mio passato non vedo che il nulla e la testa inizia a girarmi.

Nulla sembra mio, ma di qualcun altro, nemmeno le parole dolci che la mamma mi dice o i teneri abbracci di papà.

Persino chiamarli mamma e papà mi suona così strano, come se non dovessi chiamarli così.

-Maya si è fatto tardi: dovresti metterti a letto e dormire. Domani hai scuola.-

Quasi cado dalla sedia quando sento mamma parlare. Non avevo notato che fosse entrata in camera.

-Ok.-

Quando mi metto sotto le coperte mamma mi rimbocca le coperte e mi lascia un bacio sulla fronte, ma, come ogni sera, ho come l'impressione che manchi qualcosa.

Osservando la libreria noto il libro di fiabe e favole che papà mi ha comprato quando siamo andati tutti e tre in giro per negozi. Ricordo di essere rimasta imbambolata a guardare il bel disegno sulla copertina e il titolo della raccolta di favole. Non so perché, ma quando l’ho visto ho sentito, e sento ancora, un forte calore al cuore e non ho potuto che chiedere di comprarmelo.

-Lascio la porta aperta, così entra la luce dal corridoio?-

Mamma apre leggermente la porta e sento il ticchettio dell'orologio a cucù provenire dall'altra stanza che, non so perché, mi inquieta parecchio.

-No!-

La voce mi è uscita più alta di quanto volessi, spero tanto che mamma non si sia arrabbiata e mi sgridi, ma detesto il suono di quello stupido orologio e non voglio sentirlo.

La sua espressione si è fatta accigliata, non capendo la mia reazione, ed esce dalla stanza lasciando la porta aperta.

I passi si fanno più lontani, per poi sparire quando sento la porta della stanza affianco chiudersi.

Non so perché ogni sera rimane sempre la porta aperta, ma quel rumoroso ticchettio non riesco proprio a sopportarlo. Meglio chiudere la porta.

La stanza appare così tranquilla e sicura al buio, immersa nel silenzio della sera. Adoro quando posso stare così, senza poter vedere tutte quelle cose sconosciute, ma quando mi stendo sul letto sento come se mancasse qualcosa di importante. Non importa quanto tempo passi, provo sempre quella sensazione.

-Posso entrare?-

-Si, ma chiudi la porta.-

Appena entrato in stanza papà chiude la porta alle sue spalle, dato che sa che il suono del cucù mi da fastidio.

-Come stai?-

Ogni giorno papà me lo chiede con aria triste e preoccupata, ascoltando sempre con attenzione la mia risposta.

-Sto bene, ma è ancora tutto strano.-

Dico quasi sempre la stessa cosa e papà sospira sollevato, per poi guardarmi con lo stesso sguardo di due mesi fa, ma ora so come si chiama l’emozione che prova: senso di colpa.

Perché continui a fissarmi così? Cos’hai fatto di così cattivo da farti stare così male?

Dopo avermi accarezzato la testa si avvicina alla libreria, fissando il libro che ha comprato pochi giorni fa.

-Vuoi che te ne legga una?-

-Si, ti prego.-

Ho davvero tanta voglia di sentirne una e papà ridacchia vedendo la mia reazione, ma non riesco a prendermela: è bello vederlo sorridere grazie a me.

Sentendo la favola però mi sembra di conoscerla, ma se era la prima volta che l’ascoltavo, come può essere possibile?

-La morale è che bisogna tenere sempre gli occhi aperti perché il male può nascondersi vicino a noi.-

Non so perché, ma quando ho sentito che la favola era finita ho sentito il bisogno di dire la morale, come se qualcuno stesse per chiederlo.

Papà sembra così pallido adesso, illuminato dalla luce della lampada sul mio comodino.

-Come fai a conoscerla?-

Sembra così spaventato dalla risposta così decido di dire una bugia, anche perché non so nemmeno io come faccio a conoscerla.

-Me l'ha raccontata una mia amica a scuola.-

Sentendo quella bugia papà sembra calmarsi e posa il libro al suo posto per poi augurarmi la buonanotte ed uscire dalla stanza, mentre io sento le palpebre farsi più pesanti ed il sonno avvicinarsi.



-Amaris.-

-Perché mi chiami così?-

-Perché sei nata a mezzanotte, nella notte più lunga dell'anno, proprio come me. Sai, il tuo nome significa figlia della notte.-

-Chi sei?-

-Non ti ricordi più di me?-

Perché questa voce mi sembra così familiare e dolce, ma sconosciuta? Perché ho come l'impressione sia l'unica cosa ad appartenermi?

-Meglio così. Senza ricordi sei al sicuro, piccola mia.-





Le due piccole porticine dell'orologio si aprono, facendo uscire il piccolo cucù che inizia a cantare.

È da anni che quell'orologio riesce a svegliarmi tutte le notti, o almeno mi sveglia da quattro anni a questa parte.

Per lo meno oggi posso girare indisturbata per casa, dato che mamma e papà sono usciti per un appuntamento.

Sulla scrivania c'è ancora un foglio con soli tre nomi scritti sopra: davvero un albero genealogico sterile.

Inizialmente non mi importava tanto questo compito di scuola, ma le risposte evasive dei miei non fanno che insospettirmi e l'unico luogo dove potrei trovare le risposte che cerco è lo studio di mia madre.

Di fronte alla porta della stanza sento una strana sensazione di angoscia.

-Non farlo Amaris.-

Quella voce...perché la sento da sveglia? No, non è il momento di pensarci, probabilmente è solo la mia fervida immaginazione..

Quando abbasso la maniglia la luce si spense a causa di un blackout che ha colpito probabilmente tutto il quartiere, dato che la luce dei lampioni all'esterno non illuminano più il corridoio, e la porta stranamente non si apre, come se qualcuno la tenesse chiusa dall'altro lato.

Forse è solo una mia strana idea e, molto probabilmente, è solo colpa del vento che entra della finestra aperta dello studio a bloccarla. Non posso spaventarmi per una sciocchezza simile: non sono più una bambina che si impressiona per le sue stupide fantasie infantili.

-Fermati.-

È la prima volta che sento quella voce tanto preoccupata e la cosa mi spaventa, ma quando i lampioni all'esterno si riaccesero, illuminando nuovamente il corridoio, la porta dello studio si aprì.

Coincidenze, solo coincidenze.

Mamma ha rimasto le luci tutte accese, meglio non spegnerle altrimenti potrebbe scoprire che sono entrata qui senza permesso.

Non dovrei metterci troppo a trovare ciò che mi serve, dato che qui regna l'ordine assoluto ed ogni documento è nel suo raccoglitore, messi in ordine nella libreria, ma...cos'è quel libro sulla scrivania?

No, non è un libro, ma un album di mie foto da piccola, ma non l'avevo mai visto prima di adesso: i miei hanno detto che le avevano perse tutte durante un trasloco. Perché?

Sfogliando l’album noto che in quasi tutte le foto sono o sola o con la mamma, ma sembra così diversa nelle foto, più dolce e sorridente.

Ma dov'è papà? Perché non c'è in nessuna foto?

Sull'ultima pagina c'è scritto "alla mia gioia più grande, Amaris".

Cosa sta succedendo? Sta diventando tutto troppo strano. Meglio chiudere quest'album, controllare solo i certificati di nascita e poi uscire subito da qui.

I certificati di nascita sono qui ed ecco i nomi dei nonni, ma il mio certificato non c'è.

Perché?

Meglio posare questi documenti e uscire. Forse hanno solo messo altrove il mio e poi non ne ho nemmeno bisogno.

Sulla libreria, dove c'era il raccoglitore, vedo una foto.

Strano posto dove metterla, si è riempita di polvere, che schifo.

Pulendo la foto vedo che ci siamo io e la mamma che mi tiene in braccio sulla sinistra, a destra c'è papà ed al centro....mamma!

All'improvviso nella mia mente dei ricordi si fecero strada, accompagnate da sensazioni ed emozioni ormai dimenticate.


-Perché se l'incidente l'hai causato tu io sono diventata sterile mentre tu, una lurida troia, hai una figlia? Perché?!-

La mamma impugna un paio di forbici puntate al petto della mamma, della mia vera mamma

Vederle entrambe, una di fronte all'altra, da quasi l'impressione di guardare una persona riflessa in uno specchio, se solo non fosse per lo sguardo crudele e glaciale della mamma.

-Ti prego, fa di me ciò che vuoi sorellina, lo merito, ma non far del male ad Amaris.-

Le forbici affondano nel petto di mia mamma seguendo il tempo dettato dal fastidioso ticchettio del cucù presente nella stanza.

Improvvisamente la mamma, con le mani sporche e viscide, si avvicina stringendo saldamente le forbici.

Papà cerca di bloccare la mamma sussurrandole una semplice frase.

-Se la lasci in vita potrai avere la figlia che tanto desideravi, che tanto desideravamo.-


Un medaglione dondola lentamente davanti ai miei occhi.

-Piccola, guarda attentamente il ciondolo e ricorda: tutto questo non è mai successo. Tu non ricordi niente-


La corrente salta di nuovo e io rimango completamente al buio, mentre mi rendo conto di essere caduta a terra.

-Scappa piccola.-

Il suono della porta d'ingresso mi fa risvegliare dalla trans. Io non dovrei essere qui, devo uscire, ma le gambe non vogliono collaborare.

Si stanno avvicinando, non posso scappare, ma cosa faccio? Afferro la foto e mi nascondo sotto la scrivania.

Spero solo che la corrente non torni subito, altrimenti non so cosa potrebbe succedere.

-Perché la porta è aperta?-

La voce di quella donna mi fa accapponare la pelle: mi sembra ancora di sentirla stridula e glaciale come quella notte, mentre l'odore del suo costosissimo profumo era dalla puzza del sangue.

-Calmati cara, l'avrai dimenticata.-

-Io non la dimentico mai aperta. Sarà stata Maya.-

Non devo far rumore, non devo far sentire il mio respiro pesante. Premo con forza le mani sulla mia bocca per non far uscire nemmeno un fiato mentre sento i miei occhi pizzicare.

Si avvicina alla scrivania, ma grazie al buio ed alle pareti laterali in legno non vengo scoperta, ma quando vedo aprire il cassetto chiuso a chiave e tirar fuori una forbice arrugginita mi terrorizza, paralizzandomi sul posto.

Papà si avvicina e la afferra per le spalle, facendola voltare per guardarla in viso, sperando di farla riprendere.

-Cosa vuoi fare e perché hai ancora questa forbice?-

Per qualche istante lui rimane in silenzio, per poi vederlo tremare leggermente.

-Non vorrai mica ucciderla? Lei è nostra figlia ricordi?-

-Devo farlo, è colpa sua se non ho una figlia.-

Il suono delle forbici che affondano nell'addome di papà mi fa gelare il sangue.

-Fermati, lei non è tua sorella.-

Dopo che papà ha urlato questa frase, la mamma estrae la forbice dal suo corpo e lo spinge a terra, mentre papà teneva la mano premuta sul suo addome, cercando di non morire dissanguato.

-Lei vive in Maya, se non la uccido mi porterà via tutto.-

Detto ciò la vedo uscire dalla stanza, diretta verso la mia stanza, chiamando il mio nome con dolcezza, in netto contrasto con ciò che vuole farmi.

-Scappa subito.-

Il viso di papà ora è rivolto verso di me, con gli occhi pieni di lacrime.

-E non pensare a me.-

Seguendo il suo consiglio esco dal mio nascondiglio, lo scavalco per poi correre verso l'ingresso, ma quando sto per afferrare la maniglia sento qualcuno tirarmi per i capelli e sussurrarmi all'orecchio.

-Avrei dovuto ucciderti anni fa.-

L'ultima cosa che sento prima di sentirmi cadere nell'oblio è qualcosa colpirmi alla schiena ed il suono delle sirene della polizia.



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