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Una storia di Veronicadegregorio

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Un caffè all'acqua piovana

#ildono

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4 minuti

Pubblicato il 14 dicembre 2018 in Spiritualità

Tags: #ildono

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Quando decisi di partire per la landa infernale di Nuevo Laredo, in Messico, amici e familiari pensarono che fossi pazza. Andavo a fare la volontaria in una casa d'accoglienza per migranti, sulle rive del Rio Bravo. Tre aerei, diciotto ore di volo ed eccomi là, sul confine con il Texas, in uno dei Paesi più pericolosi al mondo, piegato dalla miseria, dalle nefandezze prodotte dagli interessi economici dei governi americani e dalle sanguinose leggi dei cartelli della droga. Un mondo di violenza, senza diritti, lungo tre fusi orari, dove stuprare una donna è un diritto e l'infanzia e la vita non hanno valore. Da casa mi chiamavano tutti i giorni. Volevano che tornassi. Ma avevo fatto una scelta e, pur consapevole dei rischi che correvo ( da quelle parti, soprattutto se sei straniero, ti rapiscono,ti stuprano, ti ammazzano e poi chiedono il riscatto alle famiglie e al governo del Paese di appartenenza), ci restai sei mesi. Se non fosse stato per l’impossibilità di cambiare la data del volo, ci sarei rimasta molto più tempo. Non so quanto. So solo che la sera prima della partenza mi sentivo disperata. Non volevo più tornare. In quel luogo mefistofelico, devastante e desolato, avevo scovato tesori che, sapevo, non avrei trovato da nessun’altra parte. Le facce dei “miei” migranti centroamericani con il loro carico di storie inenarrabili; le risate e gli spaghetti notturni “ alla napoletana” con miei amici volontari colombiani e guatemaltechi; la faccia smagrita e dolcissima della Border Collie con i suoi otto cuccioli e di cui mi presi cura; i denti da latte del sorriso di Juanito, un bambino senza scarpe e con una canottiera a brandelli, al quale regalai vestiti e un pallone; sono soltanto alcuni dei doni preziosissimi con i quali, e oltre ogni misura, il coraggio, la determinazione e diciotto ore di volo furono ripagati. Ma il più prezioso fu e resterà il caffé preparato da Lupita. Novantadue anni, con tutti quelli in più che incide sul viso un’esistenza travagliata, viveva in una catapecchia di lamiera, senza neanche il cesso. Era una donna antica. Il pigmento della pelle, la robustezza dei capelli, bianchissimi e ispidi, le labbra grosse, i grandi e pacifici occhi neri, erano il libro della sua storia. Svelava la discendenza dai volti di antenati, incatenati e strappati all’Africa, di un paio di secoli prima. Ci andai con Cassia, una mia amica e suora brasiliana che, in silenzio, combatteva una battaglia inutile contro un cancro devastante che se la portò via qualche mese dopo quella mattina. Cassia faceva visita a Lupita una volta alla settimana, le portava alimenti e qualche abito dismesso. Trovammo Lupita seduta su una poltrona vecchia e malconcia, davanti all'area di nessuno che circondava la sua casa, in compagnia di rigogliosi cactus e vasi traboccanti di piante carnose in fiore. Spalle diritte e sguardo fiero, sembrava una regina. Guardava davanti a sè, intorno al nulla puntuto dai cactus. Scrutava un regno, il suo. Insieme ai cactus e a un misericordioso colibrì, ne era l'unica padrona. Quando mi scorse con Cassia, imparentata come lei con antichi schiavi africani, s'accese d'un sorriso che illuminò anche la miseria. Non lo dimenticherò mai più. Una "gringa" (donna di razza bianca) europea e benvestita che andava a farle visita, era un fatto che la onorava e davvero eccezionale. A modo suo (un modo che mi commosse e che ogni volta che lo ricordo continua a commuovermi) mi trattò come un importantissimo ospite di riguardo. Con un gesto della mano m’invitò a sedermi sul più spazioso, e anche più stabile, di due grossi bidoni di latta, quello più scomodo lo indicò a Cassia. Si alzò, s’infilò nella catapecchia e si mise ad armeggiare. Uscì con una vecchia caffettiera senza il manico e scelse una bottiglia d’acqua, tra le tante che stavano allineate vicino a un gigantesco e rigoglioso cactus. Interpretando la curiosità che mi lesse in viso, Cassia mi sorrise “ E’ acqua piovana, Veronica, le serve per preparare il caffè”. Osservavo Lupita muoversi in tutta quella desolazione con destrezza, quella concessa dalla rassegnazione e dall’abitudine. Mi chiesi da dove diavolo le provenisse il senso di pace e di serenità che promanavano da ogni poro del suo essere. Lo capii quando mi porse il caffè. Era una donna ricca, ricchissima, di tutto l’amore del mondo. Quello che il suo sguardo pacifico mi offerse, insieme a una tazza sbeccata contenente un indimenticabile caffè all’acqua piovana.

Veronica de Gregorio

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