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Una storia di CuorDiPolvere

Cordenar e la Corona d'Oro

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6 minuti

Pubblicato il 31 ottobre 2018 in Avventura

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Un vecchio re canuto venne tramutato in ghiaccio e pietra dacché venne a sapere della scomparsa di suo figlio. Di giorno in giorno lo si vide torbido nel parlare, lento nell'agire e nel pensare: nel malcontento pensò ai veleni che le donne di corte erano solite innaffiare vini ed acque, e colla sicurezza che hanno i folli di creder le panzane, fece decollare la regina e le sue ancelle.


Il popolo, sconvolto, andò in tumulto ed ecco cadde il regno: venne proclamato lo stato di disgrazia. Lungo i confini corse voce del sovrano mentecatto, ebbro di deliri, che a stento ricordava il proprio nome e ripeteva giorno e notte quello del suo erede smarrito.
Si presentò col buio un cavaliere errante a batter sulle mura del castello: sedicente curatore di malocchi, stupì tutta la corte sguainando spada e scudo per sfidare il re nel singolar tenzone. Si giocava la vita, diceva, per guadagnarsi la corona, giurando sul suo sangue e sulla testa degli antenati che il mignolo della sinistra gli era stato benedetto da una santa nel suo pellegrinaggio verso est, sotto la decrepita torre d'ebano, dove s'era rinchiusa per clausura, e che dalla polvere dell'osso suo avrebbero fatto una tintura capace di guarire ogni sorta di malanno.

Disperato e folle, il monarca fece il gesto sacro della sfida e diede mano alla spada; con due giravolte prese forza il cavaliere: gli mandò in pezzi lo scudo con la prima e gli trafisse il cuor con la seconda.


Assistettero alla scena i dignitari, i buffoni e i servitori, piangendo alcuni e ridendo altri - ma nello scontento tutti quanti per il nuovo re, che s'era involato fuori dal castello portando con sé la corona e dichiarando, spudorato, che il regnare gli faceva schifo.


Dovunque i maghi dabbene si fecero pian piano necromanti, i guerrieri bramosi di razzie andarono in branco come lupi e quanti erano rimasti fedeli all'onore finirono per smarrire del tutto la strada e trasformarsi in mostri avidi di quel niente che per l'uomo perso è tutto.

Per guadagnarsi il titolo di cavalieri, i pochi rimasti sani in cuore e in testa giuravano sulla propria gola l'eterna fedeltà al prode San Zalfurio, vittorioso condottiero contr'ogni male. Veniva chiesto loro un buon cimelio di battaglia, sacro abbastanza da richiamare il Fuoco sulla terra, a mó di sacrificati in vita per la lotta al nero cuore che batte dietro le costole di ogni uomo.


Fu a tal proposito che Cordenar peregrinò nel regno maledetto: la corona, gli era stato detto, di celeste forgia aveva i crismi.

I secoli si erano portati via ogni dannato e da confine a confine di quel reame non c'era più chi raccontava storie, né chi arava i campi e stabiliva regole ed eserciti. Tutto era ormai finito, bell'e dimenticato.


In rima baciata o in prosa di buone parole, i poeti erranti avevano lasciato scritto sulle pietre di quell'infausto vincitore: lo chiamavano "Il Piangente", sovrano abdicante e primo signore di tutti i cuori morti annegati di tristezza. Quanti fra i poeti erranti che menavano di spada per gioco o per dovere, tenevano ancor stretta in mano alla morte le lunghe spade bastarde sulla cui lama avevano inciso nomi e direzioni: ad est, dicevano in rune, stava un castello sottosopra, rovesciato all'incontrario sottoterra così che le guglie e le torri affondavano nei visceri del mondo.

Vi giunse per miracolo al portone, che altri non era se non una lunga torre d'ebano caduta in pezzi, i cui sotterranei si aprivano di grata in segreta.


La scesa, fra sistole e diastole, rivelò quanti poveracci s'erano avventurati per morire di tristezza nelle torri più profonde: Safàl, Cavaliere del Vento, donna di profondissima fede, che in forma di cadavere parlò per raccontargli la sua storia. Diceva di esser giunta col fuoco in petto perché amante segreta del re ma, una volta in loco, un pensiero dopo l'altro la incupirono e ne trasse infinita tristezza; si lasciò morire nel tormento che l'amore è odio.
Nella guglia più bassa, dove la terra si fa dura e incontra la scorza incandescente del mondo, giaceva in armatura e polvere Orbas, Cavaliere delle Ossa: gli disse, lui, che il cuor degli uomini è già marcio, imbrigliato di radici profonde come il mare ed altrettanto scure e terrificanti, che per quello si era lasciato divorare da quei mostri che si nutrono di lacrime.
Più in basso ancora, nelle segrete più nascoste, per sfizio diede colpo d'occhio e v'incontrò Gurmod il Cavalier del Sangue, mai sazio di massacri che, nonostante il perdono concessogli, mai si diede pace per l'aver assassinato tanta gente quanti ciuffi d'erba v'erano sui colli.


Non più grande di una cava la sala del trono, dallo scranno in pietra nera. Giaceva sopra questo un cadavere lamentevole. Mostruose le fattezze, più che trono s'era fatto cella per quella sua convinzione d'orrido che né il cuore, né la testa degli uomini o dei santi avevan tanto sale da essiccare quel suo strazio.


Il gocciolio della nuda pietra, l'eco dei suoi passi e l'ombra che gli masticava i piedi sfiancarono Cordenar nella discesa: a parlare coi cadaveri si fa presto a prenderli sul serio. Di graffiar sui muri o sussurrare non erano capaci; parlavano da rancidi angoli di bocca, tediavano in discorsi penosi chi li stesse ad ascoltare.


Si girava fra le mani la corona d'oro il vecchio re Piangente alternando ai singhiozzi un ammaliante capriccio di malinconici passati, consumati insieme alle vecchie ossa del suo corpo.


"Pensavo -cominciò a dire- che questo affare avesse reso piano il mastico dei miei mostri. Ancor vi cerco nel suo lume il mio, e pure non ne vedo traccia..."


Era un giovane scappato per disperazione dalle ansie del suo regno, che già in rovina stava andando come ogni cosa che si appresta alla vecchiaia e poi alla morte, portatore di un fardello così grande che -presto o tardi- gli fece ammalare il cuore di malinconia e tristezza. A luna alta in cielo pensava al caro viso di sua madre, a quello del padre suo, e se ne rammaricava in continuazione per la delusione che ad entrambi aveva dato. Non suonavano campane nel castello sottosopra, nessuno lo chiamava più per nome e se lo ripeteva ormai da tempo immemore, come suo padre chiamava disperato giorno e notte il povero figlio perduto Laureon.


E benché avesse la corona non osava mettersela in testa.
Cordenar se la riprese e tornò in capo al mondo per finire il suo calvario.


Sovrappensiero cercò la strada al suo santuario ma non fu buona ragione a condurlo nelle stesse sale dove il figlio ammazzò il padre.
Se la infilò in testa seduto sullo scranno del monarca e il nero focolare gli suggerì di prendere le redini del mondo per guidarlo nell'abisso.


Trovò fede in cuore, che nessuno aveva fatto in tanto tempo, e scelse il sacrificio.


Tra gli aguzzi monti e le scoscese valli fino al mare si circondò il reame con le fiamme, e il mondo prese fuoco per nascondere quei mostri che, nel buio, covavano speranza di tornare a vendicarsi di ogni torto ed ogni cosa.


Oltre le terre devastate il fuoco brucia ancora, alto fino al cielo. E il cuor di cavaliere ormai sovrano, offerto in sacrificio, prese il posto fra i suoi mostri.

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