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Una storia di IBonamiciFredducci

Il concerto

Dopo quel concerto, nulla per lei fu come prima...

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9 minuti

Pubblicato il 14 dicembre 2019 in Storie d’amore

Tags: #concerti #lgbt #muse #musica #rock

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Era un anonimo mercoledì, era sera, c’era un venticello piacevole e profumato. La tensione tra i Blocchi era alta ma non allarmante, la gente pensava al futuro con relativa tranquillità e faceva programmi a lungo termine, fino ad allora la prospettiva dell’apocalisse nucleare non si mostrava (benchè qualche personaggio di spicco già la paventasse), e nessuno aveva ancora usato il termine “distruzione mutua assicurata 2.0”.
Il Coyote si era raccomandato diverse volte: sosteneva che non sarei dovuta mancare a quella serata dei “L.E.D.T.”. I “L.E.D.T.” erano il gruppo fondato proprio dal mio mentore: la sigla stava per “Lato Esterno Della Tetta” (omaggio ai “Sideboob”, la band di Joey Caputo in “orange is the new black”). Nel gruppo lui era alla tastiera ed al synth, il Watusso alla batteria, un ragazzone russo di nome Arkhip (amico di vecchia data di entrambi) al basso, un altro nostro collega di nome Thomas alla chitarra e come voce una italiese di nome Liling.
Figa una band che vede tra le sue fila due poliziotti ed un pusher, tra l’altro fornitore ufficiale (oltre che mio) dei componenti del gruppo, vero?
Ad ogni modo Liling era bella e brava ma, non molte settimane prima di quella sera, si era trasferita a Milano col suo futuro marito che aveva ottenuto un gran bel posto di lavoro come funzionario nella Sede del Governo della Provincia Cinese della Penisola Italiana.
I LEDT erano rimasti quindi senza una vocalist ma, forse per un incredibile intervento divino, Caterina Volpe era entrata nella vita del Coyote: aveva ottenuto il trasferimento dalla Polizia Postale alla Squadra Mobile, aggregandosi al nostro reparto, aveva subito legato col Coyote ed i due erano addirittura diventati coinquilini (un giorno, magari, vi racconterò anche del perché il povero Ispettore Capo si fosse trovato praticamente in mezzo alla strada per colpa mia). Io ancora la conoscevo poco: pensavo che fosse bellissima, certo; ma era sulle sue e non mi dava molta confidenza...sembrava intimorita da me.
Volpe condivideva molti interessi nerd col Coyote ed amava cantare e lo sapeva fare molto bene: il mio “secondo padre” le aveva subito chiesto di diventare la nuova cantante dei LEDT e dopo una serata in sala prove col gruppo era sembrata a tutti una soluzione fantastica: con la sua voce aveva letteralmente ammaliato i componenti della band.
Quella sera la mulatta dagli occhi cangianti avrebbe fatto il suo debutto come nuova frontwoman dei LEDT, ma io questo non lo sapevo.
Il locale dove si sarebbero esibiti si trovava in zona Testaccio e si chiamava “L’Officina di Dante”.
Dante altri non era che lo splendido Amstaff pezzato della padrona del locale, che aveva il permesso di fare quello che cavolo gli pareva ed era sempre in giro in quella che si chiamava “Officina” perché, fino a soli 2 anni prima, era effettivamente un grande centro di riparazione e revisione di autoveicoli: loghi di famose case automobilistiche appesi sui muri, pezzi di auto un po’ ovunque, sedute composte solo da sedili e divani presi da auto e pullman, cassette industriali per gli attrezzi, 3 motori completi usati come tavoli (semplicemente appoggiandoci sopra dei piani di robusto vetro infrangibile) e due ponti sollevatori che tenevano altrettante auto d’epoca a 3 metri di altezza ne erano testimonianza.
Il Coyote era stato chiaro: avrei dovuto raggiungere il locale poco prima della loro esibizione. Ero al corrente che Liling aveva abbandonato la band perché era andata a vivere a Milano col marito e visto che i LEDT tornavano ad esibirsi era chiaro che avevano trovato una nuova voce e, conoscendo il Coyote alla perfezione, sapevo che aveva la fissa delle frontwoman e quindi non avrebbe mai scelto un cantante; ma ripeto che ignoravo che avrei visto salire Volpe con loro sul palco.
Ancora oggi mi chiedo per quale motivo lui avesse messo su quel mistero: che prevedesse l’effetto che mi avrebbe fatto la “meticcia” e lo volesse amplificare con quella sorpresa???
Entrai: mi sentivo una Dea con addosso un qipao nero di pizzo, corto, bello da togliere il fiato...e degli anfibi gialli con suole e lacci neri. Quella sera, sollevate sul ponte, c’erano due lussuose, rare e incomprese ammiraglie: una Rover SD1 di un meraviglioso color celeste ed una Alfa 6 color bronzo, seconda serie. Dopo aver accarezzato il festoso e scodinzolante Dante (fa pure rima) mi flippai su quelle due fantastiche berline ma mi raggiunse alle spalle una delle barladies: -Tu sei Manx, giusto?- ed io, voltandomi e squadrando dubbiosa la procace damigella, annuii. Con un accento romano fortissimo, che evito di cercare di riprodurre scrivendolo perché mi pare assurdo e non so farlo bene, mi disse che il Coyote voleva che mi mettessi proprio sotto al palco...e mi dette il drink che aveva in mano.
-Questo è per te: Moutai doppio- -Xièxiè, qīn ài de...ma è un moutai “corretto”, vero?- -Il Coyote ha detto che non ce n’è bisogno: goditi il concerto, Lentiggini!!!-.
Guardai la barlady allontanarsi in direzione della sua postazione (fornitissima), chiedendomi se quel “Lentiggini” le fosse venuto spontaneo o glielo avesse suggerito il Coyote, che spesso mi apostrofava così anche in omaggio a “Lost” (Sawjer chiamava così Kate), buttai giù un sorso di moutai e mi sistemai davvero sotto al palco, ancora nascosto al pubblico da un sipario di un arancione spento.
Il locale era abbastanza affollato e, appena il sipario si aprì, quasi tutti mi raggiunsero sotto la ribalta: mi guardai intorno e, ad occhio e croce, saremo stati circa 300.
Il palco non era gigantesco, ma comunque abbastanza spazioso e con un impianto audio coi controcazzi e luci fighissime.
Mi ero messa proprio in mezzo e mi trovai esattamente sotto all’asta col microfono della nuova vocalist, non ancora presente sul palco. Il Watusso era dietro, seduto alla sua splendida e vistosa batteria color porpora.
Alla mia destra, ovvero alla sinistra della misteriosa nuova cantante, in piedi c’erano Arkhip col suo basso Warwick e Thomas con la sua Stratocaster . Il lato opposto era occupato dal Coyote con pianoforte digitale Yamaha, Moog e laptop. Proprio il gigante barbuto, vestito di nero dalla testa ai piedi ma con una vistosa kefiah rosanero al collo, si rivolse ai presenti: -TONGZHIMEN HAO!!!!!!! Siamo i LEDT, e stasera presentiamo la nostra nuova cantante: fate un applauso a CATERINA VOLPE!!!!-
Lui mi indirizzò uno sguardo che significava “Sì, proprio lei” e mi sorrise.
Volpe fece il suo ingresso sul palco: era bella come il sole… Bella come il sole? Era molto più bella del sole perché quello è solo una palla di fuoco nel cielo: non è propriamente BELLO! Volpe indossava una t-shirt rossa con il logo in nero della “Nerv” tagliata in modo da lasciarle il ventre scoperto, un paio di pantaloni neri che definire “aderenti” è dire poco e un paio di decollètè rosse come la maglietta, con tacchi vertiginosi.
Raggiunse il microfono con movimenti flessuosi. Il suo visino dolce era appena “sporcato” da un po’ di trucco leggero su quei grandissimi occhi verde cangianti, il caschetto platinato che la rendeva davvero unica era coperto da una bombetta.
Uno sguardo ai componenti della band, uno sguardo a me: restai già imbambolata per un istante. Il Coyote attaccò col piano e riconobbi subito “Apocalypse, please” dei Muse: col senno di poi posso affermare che, pur essendo la canzone nata con tutto un altro senso, quella fu davvero una scelta profetica.
Quando Volpe partì mi bastò sentirle cantare “declare this an emergency” per iniziare ad avere la pelle d’oca e i brividi. Aveva una voce bellissima, completamente diversa da quando parlava… Non sto dicendo che avesse un tono brutto o fastidioso nelle conversazioni; ma non c’era paragone con quello che usava cantando: La sua voce, piuttosto alta e squillante tanto da sembrare quella di una ragazzina, diventava più bassa, corposa, incisiva e maledettamente sensuale cantando.
Sul primo inciso (“And this is the end of the world”, ripetuto due volte) mi guardò. Mi sentii sciogliere. Il cuore iniziò a correre all’impazzata, il respiro a farsi più veloce. Tutti gli altri membri della band suonavano come dei Maestri e facevano backing vocals perfette, armonizzate da Dio: era tutto bellissimo. Mi ritrovai a pensare che ricordavo che i LEDT fossero un bel gruppo, ma non a quei livelli: Volpe sembrava aver avuto un effetto estremamente positivo su ciascun componente della band. I suoni del sintetizzatore ed i bassi facevano vibrare ogni cellula del mio corpo, il piano del Coyote dava corpo, potenza, solennità e lui era oggettivamente un gran figo mentre lo suonava ; ma presto il trip salì verso un livello del tutto diverso: accadde dopo il secondo inciso, quando ci sono i vocalizzi…
Dio, i vocalizzi: già nella versione originale io mi eccito (mentalmente ma anche fisicamente) con i vocalizzi in falsetto di Matt Bellamy, figuriamoci in quell’occasione!
Volpe sul palco, davanti a me, in posizione rialzata come la Divinità che in quel momento avevo la certezza che fosse. Nella brevissima parte strumentale dopo il ritornello si inginocchiò, si sporse verso di me e mi passò la bombetta. Lasciai meccanicamente il bicchiere di moutai che si schiantò per terra e probabilmente il liquore schizzò i miei anfibi gialli. Restai a fissarla con la bocca spalancata come se mi avessero appena lobotomizzata, incapace di muovere un solo muscolo. Mi mise lei in testa la bombetta, e partì con i vocalizzi senza mai interrompere il contatto visivo con la sottoscritta. Ebbi l’impressione che tutto il pubblico, le barladies ed il resto della band svanissero: restammo solo noi due, come sospese in un nulla scuro ed avvolgente.
Fu un’esperienza a metà tra il mistico ed il sessuale: sui vocalizzi finali e sulla parte terminale del piano, che il Coyote sembrava lì lì per distruggere da come “pestava” sui tasti, sperimentai qualcosa di incredibilmente simile ad un vero e proprio orgasmo. No, non sto scherzando: lo giuro.
Quando la canzone finì gli applausi e le grida mi fecero riapprodare alla realtà: ero sudata, ansimante e spaesata…e il cuore viaggiava più o meno sui 140 battiti al minuto.
Volpe mi sorrise prima di voltarmi le spalle per bere un sorso di birra dal boccale che era posato vicino alla batteria. Il Coyote notò in che stato mi trovavo e staccò per un momento la mano sinistra dal laptop, indicandomi e ridendo.
Quella era stata solo la prima canzone, e ne avrebbero fatte altre 16. Uscii da quel concerto completamente fatta di endorfine e ossitocine, che il mio organismo aveva prodotto in quantità industriali. Non mi ero mai sentita così bene in tutta la mia esistenza.
Ho in seguito chiesto innumerevoli volte al Coyote, ed in 5 lingue diverse, che cazzo mi avesse messo (o fatto mettere) in quel moutai ed ha sempre risposto: -Moutai. In quel moutai c’era solo moutai, GIURO-.

Da quella sera...anzi, dalle prime parole di “Apocalypse, please” che Volpe cantò, fui completamente in suo potere...sotto il suo incantesimo.



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