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Una storia di BrunoMagnolfi

Attenzione alle mani.

Uno dice: "No, io non ci sto"

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3 minuti

Pubblicato il 21 febbraio 2021 in Altro

Tags: #1788 #attualit #raccontobreve

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Uno dice: "No, io non ci sto a questo stupido gioco ". E l’altro: "Tu fa come vuoi, però sappi che tutto sta semplicemente nel dire le cose, in certi casi anche con abbondanza di parole, ma senza farle mai comprendere del tutto". Lui lo guarda, attende che magari aggiunga qualcosa, infine volge lo sguardo a terra come per cercare soluzioni. "Si, lo avevo capito; è già chiaro, più che evidente”, dice in conclusione. “Però secondo me non si arriva da nessuna parte comportandosi in questa maniera, ed alla fine questo atteggiamento mentale può anche semplicemente diventare per qualcuno una tortura addirittura peggiore di una qualsiasi sofferenza fisica". L'uno si muove leggermente sulla sua sedia con braccioli vecchia ed in parte sgangherata, l'altro resta immobile sopra una delle panche, riflettendo meglio sulle parole che ha appena ascoltato. Poi il primo dice: "ho sempre pensato che la comunicazione fosse l'elemento fondante della civiltà, non posso certo cambiare idea adesso soltanto perché mi è più comodo". "Secondo me non vuoi renderti conto”, fa l’altro; “qui non si tratta di massimi sistemi, è soltanto una questione di sopravvivenza; nient'altro".

L’orologio a parete segna con il solito scatto meccanico un altro nuovo minuto, e i due si alzano in piedi nello spogliatoio, poi si incamminano svogliatamente verso il loro reparto di lavoro, all'interno dello stabilimento dove sono occupati con un contratto ordinario ma oramai in scadenza. "Vedi", prosegue quello mentre si avviano lungo il corridoio che porta alle officine; "non c'è più niente che possa mostrarsi limpido come lo vorresti tu. È proprio la gente stessa ad aver maturato una specie di autodifesa. In ogni settore si dice qualche cosa pensando contemporaneamente a qualcos'altro, che come minimo risulta leggermente diverso, se non del tutto un altro argomento; è normale, sta solo a chi ascolta il compito di decifrare al meglio quello che riesce a comprendere di tutta la faccenda". Poi i due si dividono di malavoglia, e subito riprendono la loro attività alle macchine come fanno ogni volta, dandosi appuntamento alla prossima pausa, due ore più tardi.

Le presse per gli stampi continuano a sfornare i pezzi appena sbozzati, e con i guanti termici gli operai li prendono e li posizionano sui banchi per le ulteriori lavorazioni. “La meccanica è un’attività di precisione”, riflette lui adesso ripensando a quanto gli è stato spiegato; “ogni elemento non ha alcuna possibilità per presentarsi in modo diverso da come è stato progettato”. Il rumore dei macchinari in azione là dentro è notevole in certi momenti, ma dopo poco non ci si fa neppure più caso. In fondo è persino poco interessante immaginare tutti gli altri divisi tra gruppi di persone che cercano costantemente di decifrare ognuno quello che viene proposto da un altro. Tanto più che la maggior parte delle volte si tratta di noti personaggi singoli che usano quasi dei crittogrammi, tramite i quali si dicono pronti a sostenere di stare sempre dalla parte dei più deboli, di coloro che più di qualsiasi altro avrebbero bisogno di comprendere appieno quali siano i capisaldi di tutta la realtà. "Si vive in una nebbia che si fa ogni giorno sempre più fitta", pensa lui mentre segue il ritmo costante del suo compito, adeguato naturalmente a quello della macchina.

In fondo alla postazione di lavoro un grande cartello di colore rosso, interamente scritto in inglese, avverte di qualche pericolo a cui ci si espone stando da quella parte, ed il senso di ciò che è riportato là sopra si comprende benissimo, tanto da apparire quasi superfluo, specialmente se si è piuttosto esperti delle attività che si svolgono in quella zona. In caso contrario comunque, ci sarà sempre in quella linea di produzione un capoturno lì accanto pronto a spiegare che cosa vogliono dire quelle parole di richiamo all’attenzione, usando sicuramente un buon italiano e delle frasi molto chiare, magari solo un po’ urlate per superare i rumori di fondo, sempre che alla fine non sia stufo di ripeterle, ed ammesso che chi deve ascoltarle non immagini già quello che dietro ai discorsi scontati, possa in qualche maniera nascondersi, forse addirittura anche in questa occasione.


Bruno Magnolfi


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