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Una storia di Raffaele

Peli superflui

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6 minuti

Pubblicato il 18 settembre 2020 in Horror

Tags: #fantasy #Horror #Racconti #Urban

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La prima volta era Maggio.

C’erano da un po’, ma complice la bella stagione alle porte, li aveva studiati. Sarebbe stato maggiorenne di lì a breve, ma i peli aveva cominciato a svilupparli già un paio di anni prima. Senza pensieri all'inizio, un problema adesso: sembravano crescere in modo esponenziale, anche se l’idea stessa gli metteva allegria. Era ridicolo. Però la vergogna aumentava con i giorni, verso i coetanei sopratutto, le ragazze su tutti.

Finché avesse avuto braccia e gambe coperte in pochi lo avrebbero notato, ma la faccia?

“Che palle” mormorò guardandosi allo specchio.

Il viso era pieno di peluria. Non sembrava neanche barba. I capelli, tagliati corti, esaltavano maggiormente il suo aspetto e sembrava anche più grande per la sua età.

A radersi ci aveva rinunciato. Nessuno gli aveva insegnato un modo efficace e definitivo per farlo (ma esisteva?) e chiederlo a qualche esperto gli sembrava a quel punto patetico.

A cosa sarebbe servito? Il giorno successivo avrebbe dovuto ricominciare, quindi, a meno di non sottoscrivere un abbonamento giornaliero ad un salone di bellezza – con tutte le conseguenze (patetiche) del caso – depilarsi faccia e corpo sarebbero state azioni per lui perpetue ed infinite per non dire costose. Trattamenti con il laser? Ancora più patetici! Aveva speso – sottraendo un capitale ai sui risparmi – inutilmente soldi per mesi solo per farsi cuocere come un pollo allo spiedo.

“Al diavolo!” sbottò allontanandosi dallo specchio.


Non sapeva se i genitori avessero intuito quel suo disagio sempre più opprimente, ma parlarne era fuori discussione. Non era capace di farlo. La sua non era una famiglia di qualche soap televisiva dove tutti si siedono ad un tavolo se c’è un problema da affrontare. Macché! Piuttosto, nella sua mente adolescenziale, aveva sviluppato poco per volta l’idea che i suoi vivessero come un branco, uniti sì, ma per uno scopo – difesa, caccia o quella che era la metafora più appropriata – e poi, ognuno per conto proprio: il padre a rincorre una carriera in interminabili orari d’ufficio, la madre con il suo giro di amiche e iniziative di ogni genere – purché fossero fuori dalle mura domestiche – e i fratelli, due ed entrambi più grandi di lui, che vivevano la propria vita da fuori sede universitari in qualche casino di una grande città metropolitana di cui, in quel momento, non voleva ricordare il nome.

“Affanculo” borbottò per mettere a tacere i suoi stessi pensieri.

In quel momento, il pulsare di ogni singolo capillare nel proprio corpo gli sembrò suadente. Il sangue scorreva dentro di lui con una melodia. Cuore, muscoli e perfino le ossa rispondevano a quel suo stato d’animo armonizzandosi.

“Uao!” sussurrò appagato da quella sensazione quando l’odore del caffè gli fece rivoltare lo stomaco.


La finestra della cucina era aperta. Si avvicinò attratto dal’odore. Sporgendosi lo individuò nel bar sulla strada proprio di fronte il suo palazzo. Sei piani sotto.

“Sento le nocciole” sussurrò.

C’era un bel po’ di gente ai tavolini e li poteva distinguere singolarmente. Coppie, amici, tutti giovani, tutti con volti vispi e per nulla annoiati.

“Mah!” borbottò, “Mezzanotte passata e ancora a bere quella robaccia?”.

Non gli piaceva il caffè, ma non riusciva a distogliere lo sguardo.

Il mal di testa lo colse all'improvviso. Gli facevano male gli occhi come se la luce fosse diventata troppo intensa. Un emicrania con i fiocchi.

Anche le voci dei ragazzi laggiù sembravano una cacofonia di rumori e suoni così distinguibili da farlo impazzire.

“Ma che cazzo” disse premendosi le mani sugli occhi.

“Non è niente, devi mangiare solo qualcosa”.

La voce lo fece sobbalzare. Si voltò impaurito cercando un intruso che non c’era. Era solo in casa e lo sapeva.

“Capita. Nulla di cui preoccuparsi. Sei sotto stress in questo periodo. Mangia che ti passa”.

Cominciò a preoccuparsi: aveva forse le allucinazioni? Possibile che un emicrania avesse quell'effetto?

Guardingo, ispezionò la cucina. Era al buio, ma ci si muoveva bene, perché la sua vista era eccellente, tuttavia non individuò un’altra presenza.

“Sono qui” disse la voce così vicino da farlo sobbalzare nuovamente.

Da una pentola d’acciaio lucido messa ad asciugare sul lavello, il suo volto riflesso gli sorrideva. E con una mano lo salutava.

“Ma che cazzo!” sbottò nuovamente incredulo.

“Tranquillo!” disse il suo riflesso, “Sono la tua anima, quello che ti porti dentro. Non sei pazzo. Questo succede solo quando si rifiuta la propria natura” e gli strizzò l’occhio con fare amichevole.

Avvicinandosi, il suo riflesso non cambiò. Sembrava proprio che ci fosse rinchiuso, nella lega della pentola, un ragazzo con le sue stesse sembianze.

“Ma questo è impossibile! Sto sognando ad occhi aperti!”.

Il suo riflesse scosse la testa. “Non si sogna ad occhi aperti. È una cavolata. Questo è reale. Tu sei reale. Sei diverso dagli altri, tutto qua”.

“Diverso?”.

“Andiamo! Vuoi dire che non lo sapevi?”.

“Io non so di cosa parli” replicò lui ormai sconcertato da quel dialogo surreale.

“Balle! Sei un uomo lupo! Un licantropo come piace dire ai fighi.

Oh! Ma per piacere! Che faccia fai! Non essere ridicolo!

Hai visto tuo padre? Conosci tua madre? Incontri i tuoi fratelli?

Insomma, non essere patetico!

Neghi l’evidenza e lo posso capire, è l’età, ma tra qualche ora sarà diverso.

È normale che prima della maturità si faccia fatica ad accettare certe cose, ma da adulto cambierà. Io lo so!

I tuoi fratelli ce l’hanno fatta lo stesso e da soli. Cosa credi? Che un lupo mannaro adulto abbia tempo per i discorsetti da soap opera? Certe cose le si capiscono e basta, quindi smettila di fare l’idiota, salta da quella finestra, sbrana quei perdigiorno nottambuli e cerca di diventare un lupo maturo!”.


Per un po’ restò a bocca aperta senza replicare. Come allucinazione era troppo complicata. Anche come sogno, a dire il vero.

Il fatto era anche che aveva fame, una maledetta fame da lupo se proprio doveva ammetterlo, e l’odore del caffè da basso lo faceva innervosire.

Erano sintomi della licantropia?

“Tu che dici?” sentenziò il suo riflesso come se avesse letto i suoi pensieri.

Sospirando, lui si avvicinò alla finestra. Era quello che voleva? No, non di certo. Era quello che doveva fare? Sì, se voleva sopravvivere.

Sorridendo, scosse la testa. Sembrava in quel momento tutto così ovvio.

Voltandosi verso la pentola sul lavello non vide più il suo riflesso parlante. Ovvio anche quello: era sceso a patti con la sua natura. Lo aveva accettato.

Fissando i ragazzi al bar, si concentrò su alcuni in particolare. Grattandosi il mento rifletté a voce alta.

“Posso scegliere i più coglioni. Be, quelli che per me sembrano più coglioni. Magari offro un servizio alla società. Devo parlane con il branco. Sì. Non ha senso scatenare il panico con una carneficina. Del resto, non mi sembra di averne sentito parlare né in TV, né sui giornali.

Come si nutre il mio branco? Lo fa sicuramente con metodo. Già, come in quei romanzetti per adolescenti dove i lupi mannari o i vampiri uccidono solo animali pericolosi o gente cattiva”.

Si mise a ridere. Prima piano, poi talmente forte da ululare. Mentre lo faceva, il suo corpo cambiò completamente e complice la luna piena, si trasformò in un lupo dal mantello folto e nero. Aveva appena compiuto diciotto anni.

“Che stronzata la questione morale” pensò nella sua nuova anima da lupo e con un balzo si lanciò dalla finestra.


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