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Una storia di Purpleone

Merlock Sholmes e il caso delle banane

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11 minuti

Pubblicato il 19 giugno 2020 in Humor

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Era una giornata per niente particolare quella che trascorrevamo quel quindici di aprile nel nostro appartamento in Baker Street. Io ero impegnato nella stesura delle mie memorie militari mentre il mio amico, l’inarrestabile e infallibile investigatore Merlock Sholmes, era alle prese con il suo nuovo violino Birmano con il quale, in tutta sincerità, se la cavava altrettanto male.

Una giornata dunque come tante finché non suonarono alla porta.

“Dottore, credo abbiano suonato.”

Quasi non feci una piega, ormai più che avvezzo alle formidabili deduzioni di Sholmes, e mi sottrassi alle amorevoli rotondità della mia poltrona per andare alla finestra. Mi sporsi quel poco che bastò a vedere, davanti al portone, un tizio in abito scuro.

“Giustappunto un probabile questuante, Sholmes.” dissi chiudendo la finestra.

Il mio amico fece un condiscendente cenno con la testa e m'invitò ad andare lesto ad aprire. Ottemperai all’incombenza di scendere al piano terra con malcelata titubanza poiché la nostra padrona di casa, la signora Groptermaster, era assente da giorni. Afferrai quindi la palla di stracci che stava sulla mensola accanto alla porta e aprii la medesima con circospezione. Diedi una rapida occhiata al pianerottolo e con cautela mi affacciai alla balaustra. Eccolo, nascosto al suo solito sotto i drappi che rivestivano il divanetto, quasi di fronte alla porta d'ingresso… per Bacco! Chiedo scusa. Non avete idea di cosa o chi io stia parlando.

Dovete sapere che da qualche mese, quella megera che ci ostiniamo ad avere come padrona di casa, ha accolto, sotto il comune tetto, un orribile cagnaccio figlio di innumerevoli e innominabili incroci, dopo averlo salvato dalle profonde ma purtroppo lente acque del Tamigi. La bestia, in virtù di questa grazia ricevuta, venera la sua padrona come di più non potrebbe e il risultato è che nessuno può entrare o uscire da questa casa se la signora Groptermaster è assente.

Però è pur sempre un animale e non può certo competere con il genio del grande Merlock Sholmes. La palla di stracci (imbevuta di un narcotico usato dagli indigeni della Bolivia) che tenevo in mano era, per l'appunto, una sua invenzione.

Con il mio miglior lancio da esperto giocatore di cricket feci carambolare il manufatto ad un passo dal muso della bestia che, come di consueto, si precipitò ad azzannarlo in men che non si dica, lanciando latrati da far accapponare qualsivoglia tipo di pelle. In pochi secondi l’ottimo sedativo fece il proprio dovere e così, senza altro indugio, andai finalmente ad aprir l’uscio al nostro visitatore che intanto non smetteva di verificare l’efficienza del nostro nuovo batacchio.

Passammo rapidi davanti al novello Cerbero che, nonostante fosse tra le braccia del Morfeo delle bestie, conservava intatto il suo cipiglio: zanne scoperte, bava alla bocca e occhi sgranati iniettati di sangue. Recuperai la palla che stringeva fra le zampe ed esortai il nostro visitatore a salir le scale con passo lesto. Sapevo che l’effetto del narcotico sarebbe cessato fra pochi secondi e non era il caso di indugiare oltre. Appena chiusi la porta alle nostre spalle mi giunse, infatti, l’inconfondibile tramestio delle frenetiche zampe che sempre accompagnava il risveglio del bastardo.

Sholmes ci accolse in piedi, accanto alla finestra. Si voltò lentamente e squadrò il nostro visitatore da capo a piedi. L’uomo era in palese imbarazzo e cincischiava un orribile baschetto blu che teneva tra le mani.

“Vi prego, accomodatevi” disse Sholmes indicando un’orribile puff indonesiano, regalo di non so più quale Alto Dignitario.

“Lo stare così in piedi non gioverà di certo al vostro basco né al mio costosissimo tappeto Sardo-Ungherese.”

Il nostro visitatore, infatti, non solo maltrattava il proprio copricapo ma strofinava pure i piedi avanti e indietro come se gli scappasse di farla.

“In cosa possiamo esser utili?” domandò con grazia il mio amico ed io, per non perdere una sola sillaba di quanto fra poco si sarebbe detto, tesi le orecchie più del necessario urtando maldestramente una deliziosa porcellana alla Zuava.

Lo schianto che questa fece frantumandosi a terra rimbombò nel silenzio della stanza facendo voltare Sholmes nella mia direzione.

Bastò una sua occhiata per gelarmi le ossa.

Riportai le orecchie in posizione fisiologica e, facendomi piccolo piccolo, mi accinsi ad ascoltare le pene del nostro ospite.

“Mi chiamo Frederick Clunterbester”, esordì egli “e ho assolutamente bisogno del vostro aiuto.”

Sholmes restò muto.

Io restai muto.

Il tizio continuò:

“Anche se siete acuto come dicono, vi assicuro che il rompicapo che sto per affidarvi non mancherà di mettere a dura prova le vostre meningi.”

Di fronte queste insinuanti parole il volto di Sholmes parve trasformarsi: gli occhi divennero due fessure lampeggianti, le narici gli si allargarono tanto da sembrar froge e la fronte, già alta per natura, gli divenne altissima e più corrugata d’un campo arato.

Era l’inconfondibile ritratto dell’intelligenza offesa.

Mettere in dubbio le capacità del mio amico non era certo il modo migliore per farne richiesta ma l’uomo parve non accorgersene e continuò imperterrito.

“Il mio problema, signor Sholmes, sono le banane. Possiedo, sull’altra sponda del Tamigi, la più grande fattoria di questi frutti dell’intera Inghilterra e ultimamente ho notato un fatto a dir poco singolare: trovo dappertutto decine e decine di banane sparse per ogni dove; le trovo sul pavimento di casa, nei campi e nei sentieri che portano ai depositi, intorno e dentro le baracche dei lavoranti e perfino accanto alle latrine; di questo passo metà della mia produzione finirà in concime. Sono quasi certo che si tratta di uno sporco tiro della concorrenza portoghese, ma col vostro aiuto sono sicuro che quei manigoldi avranno la lezione che meritano.

Sholmes si voltò lentamente e mi guardò come solo lui sa fare.

“Mi sembra un caso veramente bizzarro, voi che ne pensate Zotzon?”

Sicuramente non era la mia giornata: prima la statuetta di porcellana, adesso una domanda a tradimento. Preso del tutto di sorpresa tardai nel formulare una degna risposta e Sholmes mi spedì un’occhiata che, se avessi sputato per terra ad un pranzo reale, non sarebbe stata peggiore. Confesso che ne fui turbato ma non lo diedi a vedere.

Nel frattempo il nostro ospite si era alzato e quando Sholmes gli ebbe assicurato il nostro interessamento, egli gli abbrancò le mani e gliele baciò manco fossero state quelle dell’Arcivescovo di Canterbury. Era una scena che oserei dire disgustosa ma Sholmes, da vero uomo di mondo, si godette solo cinque minuti di adorazione poi, con fare paterno rassicurò lo sbaciucchiante e gli chiese due giorni di tempo per pensarci sopra. Dopo di che indicò, ahimè, la palla di stracci che stava sulla mensola.

No, non era la mia giornata.

Di fronte all’uscio, prima di sfidare nuovamente la fortuna, lanciai un’occhiata al mio (qualche volta indisponente) amico. Quello che vidi mi mise di buon umore perché non aveva imbracciato il violino per una delle sue solite lamentazioni sonore. Aveva invece iniziato la lettura di un famoso classico di Sir Arthur C. Greenpfermayer Jr. intitolato “Il tritone d’altura”. Era un buon segno: forse non era poi così in collera col sottoscritto. Con l’animo parzialmente sollevato schiusi la porta e mi accinsi ad affrontare la Bestia del piano di sotto.


Diverse ore dopo, durante la cena, Sholmes non mi rivolse parola ed io pensai che fosse ancora seccato per il mio comportamento del pomeriggio, ma così non era. Quando ci fummo accomodati nel salottino, mentre sorseggiavamo un ottimo brandy di zucca da egli medesimo distillato, mi chiese molto garbatamente di portargli l’Almanacco delle proprietà.

“Ecco qua”, disse laconico dopo aver sfogliato l’imponente tomo per qualche minuto.

Mi avvicinai e, scrutando da sopra le sue spalle, vidi che aveva trovato la sezione cartografica relativa alla proprietà del nostro cliente. Diedi una rapida occhiata alla piantina sotto disegnata e, leggendo l’estensione delle terre coltivate, trassi un leggero sibilo di genuino stupore.

“Caspita Sholmes, che razza di labirinto. Si potrebbe diventar vecchi cercandone l’uscita.”

Il mio amico sollevò lo sguardo e mi trapanò il cranio con una delle sue famose occhiate in tralice. Pensai si fosse nuovamente irritato invece, chiudendo l’Almanacco, si levò in tutta la sua statura lasciandosi sfuggire un mezzo sorriso sghembo.

“Caro dottore, vedo con sommo piacere che il mio brandy di zucca stimola perfino le vostre modeste, se pur operose, cellule cerebrali.”

Sicuramente non produssi un’adeguata espressione facciale e fui oggetto dello sguardo che egli riserva di solito all'orribile totano ripieno che la signora Groptermaster ci serve il secondo venerdì di ogni mese.

“Voi non vi rendete conto, caro John, di come siete andato vicino ad intuire la verità. Ora, vi prego, rassettate la tavola; devo pensare.”

Così dicendo prese una pipa di pregevolissima fattura, un autentico “cotto” fiorentino e, dopo averla caricata con tabacco aromatico di Sumatra, si mise a pensare a più non posso.

Mentre lavavo le stoviglie, buttai uno sguardo al mio amico immerso nei pensieri e nel fumo, e non potei fare a meno di provare, almeno per un attimo, un pizzico di malinconica invidia.


La mattina dopo mi alzai di buon’ora e, convinto d’essere il primo dei due a essersi liberato dalle adunche braccia del Dio dei Sogni, andai a preparare la colazione anche per Sholmes.

Con non poco stupore lo trovai seduto laddove stava la sera prima: nella stessa eretta posizione e con la pipa ormai spenta che gli pendeva incerta dalle labbra.

Non si era mosso per tutta la notte.

Un giorno o l’altro, pensai, dovrò fargli un discorsetto circa questa malsana abitudine di concedersi riposo. Quando gli fui di fronte vidi che aveva gli occhi aperti, fissi e immobili quasi fosse uno dei tanti merluzzi esposti sulle bancarelle del Tamigi e, in un primo momento, mi preoccupai alquanto, almeno finché non notai il suo petto muoversi al ritmo della respirazione. Mi risolsi così a scuoterlo da quel suo insano modo di dormire ma ci misi troppo zelo e persi l’equilibrio spingendolo all’indietro, con tutta la poltrona e il sottoscritto cavalcioni per soprammercato.

Al suo risveglio rimase molto male nel vedere che aveva sconquassato, finendoci sopra, un pregevole tavolino fatto a mano dai carcerati di Fletcherwood, cosicché le migliaia di zolfanelli usati nell'opera erano adesso sparpagliate per tutto il pavimento. Sarebbe stato arduo ricomporli nel giusto ordine ma sapevo che, avendo causato il guaio, non mi sarei potuto tirare indietro.

Senza degnare il manufatto di una seconda occhiata Sholmes mi afferrò per un braccio con fare cospiratorio.

“Ho trovato la soluzione, caro Zotzon e il merito, ne sarete contento, è anche vostro!”

Rimasi confuso e stupito di fronte a questo attestato e, mentre il cuore mi balzava in petto per l’emozione, Sholmes mi ordinò una rapidissima vestizione.

“Andiamo a trovare il nostro re delle banane.” disse sorridendo.


Qualche ora dopo eravamo comodamente adagiati nelle soffici poltrone dello studio di Frederick Clunterbester.

Sholmes sorseggiava parcamente un distillato di banane mentre io ero ingordamente alle prese con il mio quindicesimo frutto e non ne ero ancora sazio.

Le banane sono per me una vero ghiottoneria, sin da quando le assaggiai, per la prima volta, durante il mio servizio in India e vi confesso che non ne ho mai abbastanza.

Quando il grande investigatore parlò, pendevamo letteralmente dalle sue labbra. Prima di continuare però ci fece lasciare la presa.

“Volete essere così cortese da radunare in giardino tutti i dipendenti?”, chiese Sholmes garbatamente “Sono sicuro che la concorrenza non abbia niente a che vedere con questo caso.”

L’uomo uscì per organizzare la riunione e poco dopo, nel grande cortile, Sholmes passò in rassegna tre lunghe file di braccianti che colà erano radunate.

Avanzò lentamente tra di loro finché non fu al cospetto di un ragazzetto di forse undici o dodici anni al quale chiese il nome e le mansioni.

“Trasporto l’acqua e faccio altre commissioni per i braccianti, signore.”

Rispose l’imberbe diventando rosso e tenendo lo sguardo fisso a terra.

“Eccellente!” fece Sholmes visibilmente soddisfatto.

“La soluzione di tutto è in questo garzone.” esclamò rivolgendosi al Clunterbester "Date un’occhiata ai vostri registri e vi accorgerete che la dispersione delle banane è iniziata immediatamente dopo la sua assunzione.”

Eravamo di stucco e poiché il collegamento alla soluzione del caso, implicita in quelle parole, tardava a farsi strada nelle nostre cervici, Sholmes continuò:

“Si tratta della poco nota “Sindrome di Pollicino”, sulla quale l’esimio professore Ernest Mokenwalken ha ampiamente dissertato nelle sue due ultime monografie.”

Poiché né io né il Clunterbester demmo segno di conoscere l’una o l’altro, Sholmes riprese:

“Il povero ragazzo, trovandosi da un giorno all’altro a dover vagare per questa enorme e labirintica proprietà temeva di smarrirsi e, come il Pollicino della favola, in mancanza di briciole di pane, non ha trovato di meglio che seminar banane per ritrovare la via. Disegnategli una mappa accurata della vostra proprietà e il problema sarà risolto.”

Eravamo esterrefatti e il Clunterbester, che non aveva mai visto Sholmes all’opera, non si capacitava.

“Siete veramente eccezionale Sholmes!” esclamò. “Come posso sdebitarmi?”

Il grande investigatore disse che il pagamento del suo onorario sarebbe stato sufficiente. Dopodiché, compiuta questa materiale ma necessaria incombenza, levammo il disturbo.

Una volta in treno, sulla via del ritorno, non potei trattenermi.

“Come ci siete arrivato Sholmes?”

“Questa volta, caro dottore, il merito è sopratutto vostro. Ricordate quel che mi diceste a proposito della vastità della fattoria? Fu quell'osservazione a mettermi sulla giusta strada. Il resto è solo opera del mio genio naturale.”

Mi occorse quasi un intero minuto per assimilare quanto il grande Sholmes aveva detto e, pudicamente, mi voltai verso il finestrino affinché egli non vedesse il rossore orgoglioso che mi saliva al viso. Con la coda dell’occhio sbirciai il mio compagno di avventure e mi accorsi che dormiva.

Con gli occhi aperti, ovviamente.

Birbante d’uno Sholmes!


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