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Una storia di Acewriter

Questa storia è presente nel magazine Spunti di scrittura: #ildono

Una storia di Natale

#ildono

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58 minuti

Pubblicato il 18 dicembre 2018 in Fiabe

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Mentre camminava, ammirava estasiato le vetrine illuminate di mille colori e figure, di giochi colorati, di dolci glassati e splendenti di zucchero. Camminava e sentiva l'odore delle frittelle calde pervadere l'aria, penetrando nelle sue narici di bambino. Percepiva nell'aria le vibrazioni positive che la percorrevano da parte a parte, irradiate dalle luminarie e dagli addobbi natalizi, che rendevano le vie così piene di gioia e di spirito natalizio. Perfino l'insegna della Farmacia, che segnava il giorno 21/12, gli sembrava allegra e gioconda, con il suo sfavillare di luci verdi. Gli piaceva molto quella parte dell'anno, così carica di aspettative e di buone intenzioni. Era il momento della condivisione e dell'affetto.

Sua madre, di solito così severa e rigorosa, si lasciava un po' andare e cercava di non punirlo se combinava qualcosa. Talvolta, quando glielo chiedeva, poteva persino lasciare qualcosa come uno o due euro per comprarsi qualcosa. Allora si avventurava per le vetrine del centro, cariche di così tante leccornie e meraviglie da essere bastevoli ad un uomo fino alla fine dei tempi e comprava qualcosa. Da un paio di anni aveva preso l'abitudine di comprare il necessario per imparare il mestiere di suo nonno. Suo nonno materno, Adelmo, aveva una botteguccia in una via piccola e stretta e tutte le brave persone che avevano bisogno di riparare o restaurare i propri mobili, era da lui che si recavano. Era molto vecchio, tipo sessant'anni o giù di lì, età inconcepibile per lui. Da un paio di anni aveva cominciato a insegnare ad Alex le basi del suo lavoro, che il ragazzino adorava, assorbendo in ogni istante quanto più fosse possibile per lui. Gli piaceva da morire le cose che gli mostrava, gli strumenti che utilizzava, le sostanze che metteva sopra questo o quel mobile o pezzo di legno. Adorava l'aria costantemente impregnata dell'odore della colla e del mastice, di cui le mani del vecchio, almeno mentre lavorava, erano sempre ricoperte. Si lamentava in continuazione di questa o quella cosa, ma soprattutto si lamentava del fatto che troppo spesso i clienti preferivano quei mobili fatti con i trucioli e segatura, impedendo gli affari dei "piccoli artigiani". Infatti non è che che gli affari andassero granché bene per lui, ma lui diceva che preferiva passare del tempo nel suo laboratorio, piuttosto che stare tutto il tempo in casa assieme alla nonna.

Un altro motivo per cui quel Natale gli piaceva era che suo padre era finalmente tornato a casa. Sua madre gli aveva detto che era stato via per un viaggio di lavoro all'estero. Di tanto in tanto lui mandava anche una cartolina. Con il tempo lui aveva capito che le mandava sua madre, per via del timbro postale dell'Ufficio postale due isolati più avanti. Poi suo padre, in un fumoso pomeriggio di un Lunedì, era entrato dalla porta di casa con un sorriso felice. Alex gli era saltato al collo, riempiendolo di baci. Erano rimasti abbracciati così, per qualche minuto.

<<Credo proprio di essere affamato. Facciamo colazione?>>, aveva detto alla fine. Si erano guardati a vicenda e si erano diretti al tavolo della cucina. La mamma stava cucinando della minestra di patate e rape su un fornello da campeggio a due fuochi, che servì in due ciotole sbeccate. Alex affondò il cucchiaio nella zuppa, che avrebbe anche avuto per pranzo e forse anche per cena, mangiandone avide cucchiaiate e guardando suo padre fare altrettanto, mentre non smetteva di sorridergli. Sua madre, Sofia, si unì alla tavolata, ma continuò a fare occhiate nervose a suo padre, che con lo sguardo cercava di tranquillizzarla. La cosa non era sfuggita ad Alex. Subito dopo fu la volta delle domande, a cui Roberto, il padre di Alex, cercò di rispondere il meglio che potesse. Ad un certo punto sua madre lo mandò a giocare in camera, nell'altra stanza della casa, dove dormivano lui e i suoi genitori. In un angolo stava il suo letto, con accanto un mobiletto recuperato da un mercatino dell'usato per pochi euro che usava come scrivania per fare i propri compiti. Al centro uno sgangherato letto matrimoniale coperto da un patchwork di coperte, mentre una serie di tubi legati assieme, come quelli delle impalcature e delle cassette della frutta fungeva da armadio per tutti e tre. Si sdraio sul letto e rimase lì un paio di minuti, prima di avvicinarsi alla porta della camera, rimasta socchiusa.

<<...continuare così. Io non posso più continuare così. Alex non può continuare così.>>, disse lei con rabbia.

<<Io...lo so, lo so.>>, replicò lui stancamente. <<Sto cercando di ritornare in affari. Ieri sono stato tutto il giorno a ritrovare i miei vecchi contatti. C'è n'è stato uno, credo l'unico, che ha detto di potermi assumere come commerciale nella sua ditta. Non è granché, ma è un punto di inizio.>>

Da quello che ne capiva Alex, suo papà faceva il venditore di servizi e materiali presso una grande azienda, che vendeva a piccole aziende, come "fortitore?" (Alex non era sicuro che fosse questa la parla giusta). Si era affidato ad un commercialista disonesto, che invece di fargli pagare le tasse se le era tenute per sé, sparendo di punto in bianco nel nulla. A quel punto l'ufficio delle tasse era venuto a riscuotere, e suo padre era finito in carcere per evasione. Alex non capiva come si potesse finire in carcere se si evade. Non era una contraddizione? Queste cose naturalmente non gli erano state raccontate, ma le aveva carpite a poco a poco dalle conversazioni degli adulti, mentre faceva finta di non ascoltare.

Sua madre fece una smorfia. <<Voglio solo che Alex faccia una vita abbastanza decente. Una vita di cui non si debba vergognare.>>

Suo padre annuì. <<E' quello che voglio anch'io. Voglio ricominciare. Tornare alla vita di prima.>> Fece un sorriso amaro. <<Magari non proprio come prima.>>

Sua madre sulle prime rimase seria, simile ad una statua di sale. Poi finalmente un'increspatura si formò ad un angolo della bocca e un sorriso cominciò a formarsi su quella bocca, diventata tanto seria e rigida in questi due anni. Una lacrima le scese sulla guancia, accompagnata da un'altra. Poi si fecero più copiose. Lei a stento tratteneva i singhiozzi. Si appoggiò alla spalla del papà, mentre a schiena tremava e sobbalzava.

<<Non dovrai più sopportare tutto da sola.>>, fece lui, la voce percorsa dall'emozione. <<D'ora in poi ci sono io accanto a te. Non dovrai più resistere a niente da sola, perché ci sarò io al tuo fianco.>> Restarono così per diverso tempo: lei abbracciata a lui piangendo, lui che le accarezzava i capelli dolcemente e un ragazzino, troppo maturo e intraprendente per la sua età, un'età in cui lo studio e i giochi dovrebbero essere l'unica preoccupazione, che li osservava teneramente attraverso la fessura dell'uscio.

Più tardi la madre uscì a lavorare. Aveva trovato impiego come donna delle pulizie di case private. All'inizio era stata dura e lei aveva trovato lavoro presso una sola casa. I soldi che portavano a casa erano una miseria e lei aveva dovuto ingegnarsi non poco per arrabattarsi. Poi, grazie al passaparola aveva cominciato a lavorare più ore e aveva potuto tirare un po' più il respiro. Adesso lavorava presso case di maggior prestigio e aveva potuto chiedere qualcosa di più. Con l'arrivo di Roberto le cose sarebbero migliorate e magari avrebbero potuto fare qualcosa di più per suo figlio.


Mentre camminava per andare a scuola, con lo zaino tutto rosso di sua madre sulle spalle, Alex ammirava le vetrine colorate, sorridendo gaiamente nella pungente aria dicembrina. Adorava quel periodo e voleva che tutti fossero più allegri, nonostante in giro si notassero soltanto visi cupi e sguardi spenti. Quindi salutava le persone che incontrava, aiutava questo o quella persona e salutava l'ortolano o il droghiere, che stavano aprendo i loro negozi. Arrivò all'altezza di un incrocio e si fermò. La palla rossa del semaforo gli aveva intimato l'alt. Gli si fece accanto un ragazzino, che era uscito un minuto prima da un portone del palazzo all'angolo. Ad Alex piaceva quel palazzo. Era alto e all'ingresso c'era un'antica portineria fatta in legno di noce, con una statua di un angelo sull'angolo.

<<Ciao Alex.>> gli fece il ragazzino con tono spento.

Alex si voltò e lo vide. Era Giovanni, un suo compagno di classe delle elementari, con cui si era ritrovato poi alle medie. <<Oh, ciao Giovanni. Come va?>>

Giovanni fece spallucce. <<Tutto bene, credo. I miei hanno di nuovo litigato ieri. Non riescono a decidere dove andare a passare le vacanze. Io sarei dalla parte della Mamma.>>

<<E dove vorrebbe andare?>>

<<Ehm ... mi pare l'abbia chiamato Seiscel. Non ricordo bene. Ma ho visto le foto della spiaggia e sono spettacolari. Davvero bellissime.>>

Scattò il verde e attraversarono la strada. Costeggiarono l'edificio all'angolo e girarono a sinistra all'angolo successivo.

<<Ah! E tuo padre, invece, dove vorrebbe andare?>>

<<Ha parlato di Saint-Tropez, ma a me non piace sciare e poi fa troppo freddo. Preferisco la spiaggia con la sabbia calda.>>

Alex annuì, ma aveva solo una vaga idea di quello di cui parlava Giovanni.

<<Tu, invece? Vai da qualche parte?>>

Alex scosse la testa. <<Rimaniamo tutti assieme qui a casa, a goderci il Natale in compagnia.>>

Giovanni lo guardò incuriosito. <<Tuo padre è tornato?>>

<<Sì, finalmente.>>

Erano quasi arrivati di fronte alla scuola.

Giovanni sorrise. <<Sono felice che sia tornato tuo padre a casa tua. Senti, per festeggiare, ti va di venire a casa mia per il pomeriggio? Possiamo giocare a quello che vuoi.>>

Alex lo guardò, dubbioso. <<Devo avvisare a casa, prima.>>

<<Puoi farlo da casa mia, con una telefonata.>>

Alex arrossì leggermente. <<Non abbiamo un telefono.>>

<<Capisco.>>

I due rimasero in silenzio per qualche istante. <<Allora vorrà dire che oggi tornerai a casa per avvisarli e poi vieni a casa da me. Che ne dici?>>

Questa volta fu Alex a fare spallucce. <<Credo possa andare bene.>> Era un po' incerto in realtà. Voleva aiutare la madre in casa e voleva anche aiutare il nonno al laboratorio. Ma se si fosse preso un pomeriggio per se, non credeva che ci sarebbero stati problemi.

Il sole era bello alto nel cielo quando uscì da scuola. Era immensamente felice per un foglio di carta, con un bel 9 scritto in grande in un angolo, con sotto la scritta:

"Ben articolate le operazioni. Fai attenzione alle somme fra frazioni", un leggero ammonimento da parte della professoressa Traci, di algebra. Era intelligente e studiava sodo, perché voleva dare sempre il massimo, come avevano fatto i suoi genitori per una vita. Salutò i compagni di classe, qualche pacca sulle spalle, poi si incamminò per la via con l'amico Giovanni e Simone, un suo compagno di classe.

<<Cazzo! Per colpa del professore di Storia ho preso un 4!>>, fece Simone, schiaffando con rabbia il foglio che aveva in mano sul palmo dell'altra.

<<Ma tu avevi studiato?>>, gli chiese Giovanni.

<<Beh, non tanto. Ma lui ha fatto una verifica a sorpresa!>>

Giovanni fece spallucce. <<Lo sai che intorno a questi giorni fanno delle interrogazioni o delle verifiche.>>

<<Merda!>>

Alex era un po' infastidito dall'uso di quelle parole. Sua madre diceva che le persone che usano le parolacce disonorano se stesse e la propria intelligenza.

<<Non ti preoccupare. All'inizio dell'anno prossimo potrai rifarti abbondantemente.>>, gli fece Alex in tono conciliatorio.

<<Parli bene, tu. Hai la media del 9 in quasi tutte le materie.>>, lo rimbeccò l'altro, sgarbatamente.

Ad Alex dispiacque molto che il suo compagno avesse risposto in quel modo. <<Posso darti una mano quando vuoi con lo studio, se ti va.>>

Simone pareva sul punto di dare un'altra rispostaccia, ma parve ripensarci. <<Lo terrò presente.>> Poi si salutarono; Simone girò a destra, mentre Giovanni e Alex proseguirono dritto.

<<Non dovresti prendertela sempre così a male.>>, fece Giovanni ad Alex, che aveva la faccia intristita.

Alex scosse la testa. <<Non posso farci niente. Ogni volta che vedo qualcuno che ha bisogno devo cercare di aiutarlo.>>

Giovanni fece spallucce. <<Allora per te non c'è scelta. O continuerai a combattere, o morirai provandoci.>> Poi esplose in una risata. <<Ci vediamo a casa mia più tardi.>>


Roberto era stato tutta la mattinata in giro per la città, domandando, chiedendo, parlando e discutendo, ma senza effettivamente poter concludere qualcosa di concreto. Aveva cercato di riprendere i vecchi contatti con i suoi vecchi fornitori e i suoi colleghi. Tuttavia non aveva riscontrato un effettivo risultato in tutto il suo vagare e darsi da fare.

Si era come creata una cortina fumogena fra sé e il mondo che prima tanto conosceva e frequentava. L'essere stato in prigione aveva completamente stravolto non solo il suo status sociale ed economico, ma aveva fatto cambiare opinione di sé di quanti precedentemente fossero in rapporti con lui o soltanto lo conoscessero di fama. Era estremamente avvilente constatare quanto una scelta sbagliata avesse portato ad una catastrofe così disastrosa non solo per sé, ma anche per tutta la sua famiglia, che era stata trascinata nel baratro assieme a lui.

Ovunque fosse andato, si era visto rivolgere sguardi ostili e carichi di dubbi. Persone che prima gli si erano professate amiche, adesso lo guardavano dall'alto in basso. E il motivo lo conosceva perfettamente: la prigione. Solo per il fatto di essere stato dichiarato reo e aver scontato una pena in un luogo di detenzione per un crimine del quale non era stato neanche lui l'artefice, era stato bollato come criminale e messo alla berlina da chiunque fosse mai entrato in contatto con lui. Persino i condomini dello stabile dove aveva abitato prima cercavano di evitarlo. Lui, con a sola colpa di essersi fidato di una persona che questa fiducia aveva sfruttato a proprio vantaggio, era messo alla berlina e trattato come un volgare ladro.

Era una cosa che lo colmava di rabbia e disperazione. Adesso si trovava seduto su una sedia sgangherata, in una cucina rimediata e messa insieme alla bell'e meglio, all'interno di un edificio pericolante e fatiscente. Ancora si domandava, nonostante i due anni di reclusione, come si fosse potuti arrivare a quella svolta della vita, a quell'apice inverso, a quella depressione sociale di cui era diventato alla fine sia vittima che carnefice.

Si portò le mani alle tempie e se le massaggiò leggermente, cercando di liberarsi di quella tempesta cerebrale di quesiti irrisolti e accuse reciproche. Sulle prime non reagì affatto a quei colpetti leggeri che aveva udito, tanto era preso dalle sue elucubrazioni. Ma quando i colpi si ripeterono, allora fu costretto ad alzarsi, anche solo per capire da dove provenissero.

Realizzò infine che provenissero dalla porta, che aprì.

Davanti a lui c'era quello che in cuor suo poteva definire il ragazzino più felice e allegro su cui avesse posato lo sguardo. Gli stava porgendo un foglio di verifica con un grosso 9 scritto con inchiostro rosso ad un angolo del foglio.

Sulle prime Roberto non comprese appieno, ma dopo aver dato un'occhiata più approfondita, comprese cosa fosse quel foglio. Si mise in ginocchio e abbracciò suo figlio, ricolmo di affetto e di autocommiserazione per essersi lasciato andare allo sconforto ed alla frustrazione che aveva provato prima. Aveva di fronte l'esempio perfetto di come si dovesse essere nella vita. Suo figlio, appena dodicenne, aveva una tale grinta ed energia da non permettere alla sorte avversa della vita di avere ragione della sua felicità e del suo impegno.

Era una cosa su cui riflettere abbondantemente. Parlarono un po' di come Alex andasse a scuola e di come erano i rapporti con i compagni di classe

<<Papà, posso andare a giocare con un amico che abita qui vicino? Torno presto, così poi posso aiutare la mamma a pulire casa.>>

Suo padre lo guardò dolcemente. <<Non preoccuparti delle faccende di casa. Vai pure a giocare. Te lo sei meritato.>> Poi parve pensarci un attimo. <<Anzi, se ti chiedono di fermarti a cena, digli pure che per noi non ci sono problemi.>>

Alex sembrò subito confuso, poi sorrise. <<Oh, grazie papà. Dai un bacio alla mamma.>> Mise un paio di cose nello zaino e poi corse fuori dalla porta, con un sorriso largo stampato in faccia.

Roberto ringraziò mentalmente per la presenza di una persona come Alex nella sua vita. Se lui, che aveva appena dodici anni non si era fatto dallo scoramento e dalla vergogna a causa della situazione attuale, ma anzi ne aveva fatto un punto di inizio per darsi ancora di più da fare, come poteva lui, un uomo di trentacinque anni gettare la spugna di fronte a cose come quelle che erano accadute? Non era ammissibile, né mai lo sarebbe stato.

Rinvigorito da quel pensiero, una sorta di boccata di aria fresca metaforica, prese il giubbotto e se lo infilò, per poi uscire di casa. A Sofia aveva lasciato un biglietto sul tavolo.

Arrivato sul ballatoio, si incontrò con una vecchietta che proprio in quel momento stava salendo le scale, con le buste della spesa. Preso da un momento ispirato, si offrì di aiutarla a portare i sacchetti colmi di acquisti.

<<Ah, lei è un gentile signore. Ma non vorrei incomodarla.>>, gli fece lei, sorridendo.

<<Nessun incomodo. E' un piacere.>>, replicò lui. prendendole le borse.

<<E' davvero cortese. Non sono tante le persone come voi, lo sa?>> Saliva le scale attaccandosi al corrimano.

Roberto aggrottò la fronte. <<Cosa intende con "come voi"?>>

La signora sospirò. <<Anche suo figlio... Alex, giusto? Dicevo, anche Alex mi da spesso una mano quando mi incontra. E' proprio un bambino coscienzioso.>>

Roberto annuì sbuffando, mentre arrancava per le scale con le braccia cariche. Finalmente arrivarono al piano dove abitava la vecchina. Aspettò che armeggiasse con le chiavi per la serratura. Una volta entrato, si diresse sbuffando al tavolo della cucina, dove appoggiò le sporte cariche.

<<Ah, lei è stato davvero gentile. Posso ricompensare tanta generosità con una tazza di the, o un caffè, magari?>>

Roberto attese di riprendere fiato , prima di risponderle. <<La ringrazio per l'offerta, ma devo proprio andare.>>

<<Che fretta che hanno sempre i giovani di oggi! Non si riesce mai a trattenerli per due chiacchiere.>>

Forse era perché quell'adorabile vecchina gli ricordava tanto sua madre, scomparsa qualche anno fa. Magari era per l'aspetto candido e delicato, tuttavia Roberto ebbe un ripensamento e rimase a parlare con quella dolce signora. Molto probabilmente era anche dovuto al moto interiore che suo figlio aveva destato in lui, che lo indussero ad aprirsi completamente all'anziana condomina e a sfogare le proprie paure e le proprie perplessità che covavano in lui da troppo tempo. Un fiume di parole parve riempirgli la gola, quasi impazienti di uscire dalla sua bocca e le raccontò di sua moglie, di suo figlio e della scuola, dei suoi trascorsi in prigione e della difficoltà di trovare un lavoro che gli potesse permettere ti trascinare la sua famiglia fuori dalla miseria in cui erano caduti.

Quando ebbe finito, si sentì svuotato, ma felice. perché sentiva che quel peso sul petto che gravava da tanto tempo si era finalmente alleggerito.

Quando uscì dal portone, il sole era notevolmente calato nel cielo. Indeciso sul da farsi e consapevole che fosse troppo tardi per fare qualche cosa di produttivo per quella giornata, si diresse verso la piazza più vicina, verso destra. Percorse la via, ancora carico di pensieri ma con un sorriso stampato sul volto. Passò di fronte a vari negozi, pensando a quanto sarebbe stato bello poter condividere con tutta la famiglia un bell'arrosto o un cotechino di fronte ad una tavola imbandita. Sospirava, rimirando le prelibatezze che le vetrine impietosamente offrivano al pubblico i loro sgargianti colori e le loro variopinte fantasie e accostamenti. Malediceva mentalmente tutte quelle leccornie, una volta così conosciute e assaporate e adesso così aliene, così sconosciute e irraggiungibili.

Era dibattuto, perché detestava quelle cose che adesso gli si presentavano di fronte con una simile sfrontatezza, tuttavia le desiderava con la più veemente intensità, come un bambino che desiderasse un barattolo di biscotti di cui ne è stato vietato prenderne il contenuto. Tuttavia, non è che lo desiderasse per sé, piuttosto li voleva per suo figlio e per sua moglie, che tanto avevano sopportato in tutto questo tempo, facendo buon viso a cattivo gioco e continuando a mantenere la testa alta a fronte di tutte le avversità.

Continuò a camminare, curvo sulle spalle, per la strada affollata di persone, ma senza che se ne avvedesse. Camminava, gravato dai suoi pensieri e dalle sue difficoltà, senza dare il minimo segno di notare le persone che gli stava accanto e che felicemente stava accalcandosi per comprare gli ultimi regali in vista del Natale ormai imminente.

A passi pesanti e cadenzati arrivò fino alla piazza, su cui si affacciavano diversi palazzi molto vecchi, risalenti al secondo dopoguerra e una chiesa, costruita in stile neoclassico intorno alla metà del 1600. Sulla piazza trovavano spazio diversi esercizi, tra cui un fornaio, un calzolaio, un macellaio e una drogheria. All'angolo c'era una vecchissima osteria, che pare ci fosse già prima che costruissero la chiesa e fungesse da serraglio per i viaggiatori. Ora come allora, un'insegna svettava sull'angolo dell'edificio ove era situata, indicando la posizione a tutti coloro che stanchi delle fatiche del viaggio o della giornata, potevano ivi trovare riposo e di che rifocillarsi. Con lo sguardo triste, rivolse i passi proprio in detta direzione, finendo per entrare nel locale avvolto nell'ombra dei portici. L'interno sapeva leggermente di muffa e di alcolici, specialmente birra e vino. C'era un bancone lunghissimo di fronte all'entrata, su cui troneggiava una vecchia macchina per il caffè espresso, in evidente contrasto con il locale antico. Dietro stava un signore che a vederlo pareva vecchio quanto la locanda stessa. Si avvicinò a bancone e si fece dare una birra.

<<Ciao Rob. Come ti vanno le cose? Mi sembri stanco.>>

<<Ciao Ste. Sono stanco. E' tutta quest'aria del Natale.>>

Stefano finì di pulire il boccale che aveva in mano, poi lo appoggiò al bancone. <<Ti conosco da quando eri piccolo. So che il Natale non è il periodo più allegro per te. Ma abbattersi non serve a niente. Ricordati che hai un figlio che ti adora e una moglie che ti ama. Non dimenticartelo.>>

<<Lo so. Lo so.>> Prese la sua birra e si avviò ad uno dei tavoli. Adesso era di malumore e voleva stare da solo, quindi scelse un tavolo in fondo, che sembrava abbastanza distante dagli altri avventori lì intorno. Mentre beveva osservava gli altri di sottecchi, notando ben poche facce allegre lì intorno. Ad un tratto, un uomo che era rimasto appoggiato al bancone si avvicinò all'angolo in cui stava Roberto, sedendosi ad un tavolo proprio accanto a lui. Era grande e grosso, avvolto in un pesante pastrano di lana blu.

<<Le da fastidio se mi siedo qui?>> A dispetto di quello che ci si poteva aspettare, la voce era profonda ma gradevole a udirsi. Roberto, che non voleva attaccar briga con nessuno, anche se era nella disposizione d'animo giusta per farlo, acconsentì.

Lo sconosciuto si slacciò leggermente il bavero della giacca, rivelando una faccia rugosa, segnata dal sole e dalle intemperie. Gli occhi parevano quelli di uno che avesse fatto viaggi fino in capo al mondo e poi oltre.

Rimasero così, ognuno badando a guardare il mondo attraverso la lente del fondo del proprio bicchiere.

<<Non ci sono poi tanti musi allegri, nonostante stia arrivando il Natale.>>

Roberto sulle prime pensò che stesse pensando ad alta voce, ma dovette ricredersi quando alzando lo sguardo incontrò quello dello sconosciuto.

Fece una smorfia. <<Natale! Cosa ci sia di buono nel Natale? Sciocchezze! E' solo una festa per gli sciocchi. E chiunque la pensasse diversamente dovrebbe essere bollito nel suo stesso brodo ed essere servito a pranzo.>>

Lo sconosciuto ebbe un sospiro profondo. <<E' un pensiero un po' cupo.>>, disse mestamente. <<Di certo avete degli affetti in casa, a cui rivolgere le vostre attenzioni.>>

Bevve un altro sorso. <<Certamente, ma che importa?>>

<<Importa eccome! In questo periodo di giubilo si deve restare accanto ai propri familiari e godere della altrui compagnia.>>

Quasi la birra rischiò di andargli di traverso. Gli sembrava quasi che l'uomo con cui stesse discorrendo fosse uscito da un libro di Louisa Alcott o di Rosamunde Pilcher. Un personaggio da romanzo alla Gordon Pym, in cui la finzione e la realtà si mescolano in maniera indissolubile.

<<Ma parla sul serio?>>

<<Certamente. Non potrei mai scherzare su una cosa come il Natale.>>

Roberto rimase così, basito. Faceva fatica a far collimare quello che gli usciva dalla bocca e quello che vedeva con i suoi occhi, un uomo duro e levigato da mille pericoli e traversie.

<<A vederla non direi che ci crede davvero. Sembra un uomo di una certa ... grinta.>>

Questa volta fu lui a fare una smorfia, ed era di dolore e di tristezza. <<E' stata la vita a condurmi su questo sentiero.>>

<<Spiegati un po', vecchio.>>

<<Avevo una moglie e due figli, un maschio ed una femmina. Lavoravo come commerciante di pesce, dopo una vita spesa a fare il pescatore, ero riuscito a crearmi uno smercio e gli affari andavano bene. Avevo creato un bel giro di clienti e fornitori, ma ero ossessionato dall'idea di far andare bene gli affari, continuavo imperterrito a lavorare e lavorare, trascurando in continuazione la mia famiglia. Mia moglie continuava a dirmi di prendermi del tempo per me stesso e per la mia famiglia, ma io non avevo orecchie per quelle parole, che mi parevano folli e prive di alcun significato. Dio, che sciocco che sono stato!>>

Si prese la testa fra le mani per qualche istante, ma si riprese quasi subito e dopo aver bevuto un altro goccio riprese a raccontare.

<<Sapevo bene che ormai quella del lavoro era diventata un'impellenza, una mania. Ma questa cosa non bastava a fermarmi dal continuare. Arrivai al punto di non vedere nemmeno più la mia famiglia, la quale mi aveva chiesto solo il favore di passare del tempo insieme. Non cuore per quelle suppliche. Alla fine mi distrussi la vita da solo. Lei finì per non essere più disposta ad aspettarmi, perché qualunque cosa dicesse non era in grado di raggiungermi. Se ne andò, portandosi via i bambini e io non ne seppi più nulla. Era la vigilia di Natale.>>

Rimase lì, senza parlare per qualche tempo. <<I miei bambini! La mia famiglia! Tutto perduto. Tutto spazzato via per colpa dell'avida ricerca del denaro, del benessere e della posizione sociale. Se non fossi stato così cieco, adesso sarei a casa insieme ai miei affetti, e non a ingozzarmi di birra, parlando con degli sconosciuti solo per avere un po' di compagnia.>>

<<Beh, via, ha fatto tutto ciò per la sua famiglia. Credo anzi che sia stato trattato con estrema ingiustizia, considerato quanto si è sacrificato per la sua famiglia. Secondo me sono stati dei profondi ingrati a comportarsi a quel modo.>>

L'omone scosse la testa. <<Ragazzo mio, sono arrivato ad una discreta esperienza di vita, alla mia ormai veneranda età. Posso affermare, senza tema di smentita, che l'inseguimento dei soldi è solo una corsa futile e che non porta risultato alcuno che sia in alcun modo soddisfacente. Ciò che interessa ai suoi cari è la vicendevole compagnia e dell'altrui affetto, senza tenere in considerazione quanto abbiano effettivamente in banca o sotto il materasso. Non si curano se ciò dal quale sono contornati siano oggetti in avorio e oro, o piuttosto oggetti fatti della più comune materia, quale il coccio o il ferro. Dovrebbe tenerlo bene a mente quando si butta a capofitto in un lavoro.>>

Roberto scosse la testa, dibattuto. <<Se agisco in un modo, lo faccio per il bene di coloro che mi stanno a cuore! Talvolta bisogna fare dei sacrifici, in nome di un bene maggiore. Non può andare sempre bene tutto. Non viviamo nelle fiabe e non ci sono lieto-fini al termine della storia. Tutto quello che possiamo fare è continuare a vivere l'avventura in cui ci si trova, convivendo con i propri sbagli e con le proprie piccole vittorie.>>

Il vecchio inspirò profondamente. <<Non credo che lei l'abbia sempre pensata così. Sembra quasi che qualcosa nella sua vita sia capitato che l'abbia indotto a pensare costì, ma può ancora redimersi. Nella vita sono gli incontri giusti a condizionare il suo andamento.>>

Si fece più vicino, gli occhi parevano tizzoni ardenti, scaturiti dal più profondo baratro infernale. Una mano gli strinse il braccio in una stretta ferrea, ineludibile. La sua voce pareva aver catturato tutto il suo essere, paralizzandolo e congelandone le membra fino al midollo. <<Ascolti, prima che faccia giorno verrà guidato da tre figure, la cui funzione è la chiave per la salvezza della sua anima. Faccia bene attenzione a quel che le dicono, da ciò potrebbe dipendere tutto il suo futuro. Non perda questa occasione, perché non ne avrà altre a disposizione.>>

Poi l'uomo si spense, curvo sul tavolo, quasi che infine il peso degli anni e delle fatiche patite lo avessero finalmente raggiunto, infiacchendolo. <<Perché sono stato così cieco e sordo?>>, ripeté, mentre la schiena arcuata sobbalzava a seguito dei singhiozzi.

Lo sconosciuto rimase così, piagnucolando lievemente, mentre la sua essenza stessa, la sua figura pareva quasi scomparire, schiacciata dai sensi di colpa. Roberto fu preso da un brivido, che lo percorse lungo tutta la spina dorsale e il freddo pareva ora abbandonare il suo corpo in ondate di crescente intensità. Solo la presenza di quel signore strano pareva togliere vita allo spazio circostante, cosa di cui era il solo ad accorgersi, dato che era il solo presente nelle vicinanze. Si sentì preso dall'imbarazzo e senza far rumore si alzò dal tavolo, per dirigersi al bancone.

<<Ragazzi, quel tipo è veramente assurdo!>>

L'oste lo guardò con aria interrogativa. <<Non capisco di cosa tu stia parlando.>>

Roberto presunse che Stefano non avesse guardato nella sua direzione. <<Mi sono seduto ad un tavolo in fondo al locale, a bere la mia birra, quando mi si affianca un omone, che comincia a riempirmi le orecchie di storie sulla santità del Natale, sul rapporto con la famiglia e quant'altro. Una lagna colossale. Mi chiedo da dove salti fuori certa gente.>>

Poi si interruppe, disorientato dalla ancora maggiore aria interrogativa che si figurava sul volto del gestore della locanda. <<Continuo a non capire. Nessuno è andato da quella parte.>>

<<Ma mi stai prendendo in giro? Verso di là.>> Indicando con il dito si voltò a guardare, notando che dove prima aveva visto e parlato con quell'uomo, adesso non c'era più anima viva. Siccome non aveva uscire nessuno dall'osteria, fu doppiamente confuso da questo fatto, e un senso di vertigine lo colse, per lasciarlo subito dopo.

Non gli pareva possibile che un uomo di quella stazza e altezza non solo potesse andare da una parte ad un altra del locale senza essere notato, ma che potesse addirittura sgusciare via da dietro le spalle e lasciare il locale, su quel vecchio assito scricchiolante senza che lui se ne avvedesse minimamente.

Fu preso da un attimo di sconcerto, ma che durò, per l'appunto soltanto un istante, un attimo fugace di disorientamento, da cui si riebbe prontamente. Voleva dire che , semplicemente si era distratto, e che quel vecchio era passato in quell'attimo di distrazione. Scosse la testa, appoggiò il bicchiere al bancone e prese la porta di uscita.

<<Tutte sciocchezze! Bah.>>

Aprì la porta, avventurandosi per la strada.


Sofia stava facendo un solitario sul tavolo della cucina, aspettando il momento i cui lo stufato sarebbe stato cotto. Lo chiamava stufato, ma in realtà c'era ben poca carne dentro, per poterlo considerare tale. Girò un paio di carte, con fare pensieroso, mentre ascoltava la pentola sobbollire dolcemente alle sue spalle. Alex era in camera e stava studiando molto attentamente il periodo storico delle guerre greche e le nazioni europee. In un angolo una radiolina trasmetteva musica di natale, che rendevano più languido e sentimentale quel momento di vita in casa e in famiglia. Sofia sospirò, ma non era un sospiro sereno e tranquillo. Da un paio di giorni Roberto era diventato scostante e assente, come se restare a casa per il periodo Natalizio fosse diventato insopportabile. Sofia sapeva bene che Roberto da sempre non aveva un buon rapporto con il periodo natalizio, fin dai primi momenti in cui lo aveva conosciuto. Le aveva raccontato che quel periodo gli ricordava il periodo in cui era stato insieme ai suoi genitori, la cui separazione era avvenuta proprio in quel periodo dell'anno, richiamava in lui tristi e orribili momenti di vita famigliare terribilmente distrutti.

Più di una volta aveva provato a parlarne con lui, cercando di farsi dire che cosa fosse capitato, ma lui era sempre riuscito a schivare la domanda, dileguandosi.

Tuttavia, non credeva che fosse un trauma o il risultato di una violenza subita, ma piuttosto la spiacevole volontà di ricordare accadimenti molto sgradevoli e sentimentalmente orribili, che trasformavano i momenti odierni in una determinata e precisa sofferenza dell'essere. Era una cosa che, nonostante fossero passati molti anni, da quando si fossero messi assieme,

non era ancora arrivata a comprendere pienamente.

Adesso Roberto era in giro, chissà dove, alla disperata ricerca di un lavoro. Lei avrebbe preferito che almeno oggi fosse a casa, a passare un po' di tempo con la sua famiglia, ma sembrava che questo gli fosse impossibile. Guardò il calendario appeso alla parete, che segnava il giorno 24 Dicembre. Aggrottò la fronte corrucciata. Le spiaceva immensamente che gli fosse così difficile passare quei momenti così importanti assieme alla sua famiglia, e tuttavia la cosa non gli risultava così strana, abituata a questa sua convinzione, perché anche prima di allora, da che aveva memoria, aveva sempre avuto quel tipo di comportamento sotto le feste. Ma in cuor suo sperava che col tempo questa sua avversione per la festa della natalità se non sparisse, che almeno venisse smussata dagli affetti e dai rapporti famigliari, in modo che potesse riempire il vuoto che gli colmava il cuore.

Le venne da domandarsi se questa avversione sarebbe mai stata superata, o se sarebbe rimasta così, immutata, per il resto della vita. tirò un altro sospiro, mentre si alzava a dare una mescolata alla pietanza che cuoceva sul fuoco e osservando le volute di vapore che saliva, confondendosi con il colore grigiastro del soffitto affumicato.

Si risedette, pensando ancora al fatto che da quando era uscito di prigione non aveva fatto altro che cercare continuamente un lavoro, uscendo al mattino presto e rientrando la sera molto tardi. Le pareva che stesse esagerando, perché sebbene fosse vero che non navigavano nell'oro, era anche vero che non erano così disperati da non poter passare in compagnia i momenti di festa come quello. Almeno sotto Natale.

Anche questa era una cosa che non la sorprendeva più di tanto. Anche prima di finire in carcere era sempre il primo ad arrivare al lavoro e l'ultimo ad andarsene. Non si era mai preso una giornata di malattia o un giorno di ferie oltre i termini di legge obbligatori, continuando a lavorare indefessamente e in continuazione con una lena senza pari. Talvolta un simile comportamento l'aveva lasciata perplessa, ma con il tempo si era abituata.


Roberto era appena uscito da un palazzo, deluso per l'ennesimo diniego che si era sentito proferire. Le faremo sapere, si era sentito dire, ma sapeva fin troppo bene che non sarebbe mai stato richiamato. Non lo facevano mai.

I fiocchi di neve avevano cominciato a cadere un paio di ore prima e adesso davano alla città un idilliaco e fiabesco aspetto. L'acqua nei rigagnoli si era ghiacciata e in alcuni punti era facile scivolare, cadendo su quel cuscino candido. Inoltre sembrava che la nebbia si stesse alzando pigramente.

Percorse il marciapiedi, dirigendo i propri passi verso il centro della città, dove aveva sentito che un grande magazzino stava cercando personale per impersonare alcuni Babbo Natale. Sarebbe stata un'assunzione temporanea, un lavoro tappa-buchi, come lo avrebbe chiamato prima della prigione, mentre adesso era accolto come una manna dal cielo, ma avrebbe fatto in ogni modo comodo. Era un modo come un altro per poter ricominciare a guadagnare qualcosa, a risollevarsi dal pozzo oscuro di fango in cui erano precipitati.

Gli spiaceva che Sofia non capisse. Gli spiaceva che non vedesse la situazione per come la vedeva lui, per come la percepiva. Quante volte gli era capitato di litigare, spesso fino al punto di fare le valigie e andarsene, per il suo attaccamento quasi maniacale ai soldi ed al lavoro, che lo avevano portato a perdere qualsiasi contatto con tutti gli amici e con quasi tutti i parenti.

Aveva, tuttavia, sofferto troppi patimenti quando era piccolo, troppa fame e soprusi sofferti, per permettere anche solo per un giorno di farlo provare non solo a lei, ma soprattutto a suo figlio. Non lo avrebbe mai permesso. I passi rapidi lo portavano alla fine del prossimo isolato, quando si scontrò con un altro uomo, proveniente da dietro l'angolo, facendogli perdere l'equilibrio. Il suo corpo fece una leggera rotazione per evitare di cadere di nuca e il gomito destro fu il primo a battere per terra. Un lampo di luce gli si accese nella testa, mentre il dolore si spargeva nella sua mente. Si sedette sull'asfalto tenendosi l'articolazione per qualche minuto, prima di accorgersi che l'altro uomo gli stesse dicendo qualcosa.

<<...dispiaciuto, signore, avevo la vista occupata dai pacchi. Si è fatto male?>>

Roberto si tirò su lentamente, dolorante, mandando un grugnito. <<Non è niente. Anche io non stavo badando a dove andavo.>>

<<Beh, l'importante è che nessuno dei due si sia fatto male.>>, replicò l'uomo con un sorriso, alzandosi dal marciapiede.

Veramente io mi sono fatto un male cane, si disse, mentre si rimetteva in sesto gli abiti.

<<Roberto?>>, gli chiese l'uomo con tono sorpreso. La domanda lo spinse a guardare in faccia l'uomo con cui si era scontrato, trovandovi Riccardo Parti, un suo vecchio compagno d'infanzia.

<<Riccardo! Che ci fai qui?>> La sorpresa lo aveva completamente spiazzato.

Lui se la rise, sotto i baffi folti color castano. <<Beh, camminavo, no?>>

Roberto fece una smorfia sia per il dolore al gomito, sia per la battuta inattesa. Riccardo abbracciò l'amico, che non se lo aspettava, né voleva ricevere contatto fisico minimamente. Un po' infastidito, alla fine venne lasciato dalla stretta e il senso di disagio se ne andò via.

<<Beh, un po' freddo come saluto, ma so che sei sempre stato così.>> Gli sorrise, ed era uno di quei caldi sorrisi amichevoli, che tanto riscaldano il cuore delle persone che sanno accettarli. Tuttavia il cuore di Roberto era, fino a quel momento, totalmente incapace di accogliere alcuna forma di calore, tanto che il gelo pareva aver preso tutto il posto possibile al suo interno.

Seguì un sorriso freddo, annuendo. <<Hai fatto compere per la famiglia, Riccardo? Sei ben carico, a quanto sembra.>>

<<Già. Sai, sotto Natale le commissioni sembrano non finire mai. E ti ritrovi sommerso da pacchetti e buste della spesa senza neanche accorgertene, tanto da farti rassomigliare ad un animale da basto.>>

Roberto sbuffò leggermente tra le labbra, curvate in un ghigno. L'altro fece un altro sorriso pieno e colmo di energia in risposta. <<Ah! Il solito pragmatico Roberto. Sempre scettico e legato ai soldi. Sempre freddo e severo, verso il mondo ostile!>>

<<Ebbene? Non è che sia una visione così sbagliata della società. Ognuno pensa al proprio bene, senza curarsi se il proprio vicino stia bene, arrivando persino ad ignorare il proprio famigliare più prossimo, tanto ognuno è impegnato a vivere la propria vita!>>

<<Parrebbe quasi, a sentirti parlare, che tu non creda non soltanto nella bontà, ma perfino nell'amore.>>

L'altro riassunse la sua espressione seria, quasi come se dovesse schermirsi. <<Credo nell'amore, ma ciò non significa che esso esista nella mia testa o nel mondo in cui vivo. Vedi tu l'amore, mentre cammini per le strade. Odori forse l'amore, passeggiando per la campagna? La odi, mentre sei in fila in banca? la risposta è no. L'amore è una finzione. Soltanto un espediente per far vendere più cioccolatini il giorno di San Valentino! Differente, certamente, è l'affetto, il sentimento di legame che lega gli uni agli altri, fino a quando vi sia convenienza o diletto nella altrui compagnia.>>

L'altro lo guardò, fissamente e senza proferire parola, mentre una strana aureola di luce lo contornava. Pareva quasi che la luce gli sgorgasse dalla testa o da quel viso così piacevole, contorno degno di un siffatto amabile sorriso, mentre tutto intorno a lui si faceva sfocato e confuso.

Che accade? Forse l'alcool aveva finalmente fatto quell'effetto che in realtà mi aspettavo facesse ormai molte ore addietro? Possibile che la caduta possa in qualche modo aver compromesso in qualche modo il mio stato cosciente? Mentre pensava a queste cose, il suo amico gli si era avvicinato, e la luce pareva essersi fatta più forte e più calda, quasi da essere insostenibile al suo sguardo. Si guardò intorno, cercando di capire se fosse solo lui a vedere lo strano fenomeno che stava accadendo, ma si accorse solo allora che non vi era persona alcuna attorno a lui e che la strada, da affollata e piena di luci, pareva ora diventata come una landa desolata.

Si sentì mancare, e si appoggiò all'amico, che lo sostenne, come se pesasse come una piuma nella brezza mattutina.

<<Ti senti bene? Sembri pallido.>>, gli chiese Riccardo, sorridendogli.

<<Si, forse. Non ne sono sicuro. Mi sento un po' confuso.>>, gli disse lui, balbettando leggermente.

<<Passerà. Fai respiri lunghi e profondi. Forse l'urto è stato più duro del previsto. Capita un certo scombussolamento. Facciamo due passi, Ti aiuteranno sicuramente. Mi raccomando, però, di restare attaccato saldamente a me.>>

Si senti come trascinare via e sollevare nell'aria. La vertigine si unì alla confusione ed al senso di smarrimento, mentre tutto diventava sempre più distante e impreciso. Una sensazione di svuotamento lo pervase in tutto il suo essere, portandolo a desiderare quasi di cadere da quel carosello su cui si era ritrovato, pur di avere la sensazione del solido suolo sotto di sé, anche se avesse dovuto caracollare per farlo.

<<Non aver timore di niente, Roberto. Sono qui per aiutarti. Lasciati portare. Quando il percorso è incerto i passi debbono sempre essere ben ponderati.>>

La nebbia li colse, sia inaspettatamente quanto intensamente e essi procedevano in un mondo fatto di foschia in cui luci intermittenti facevano capolino come saette, per sparire altrettanto velocemente nel turbinio di quella notte ferale e gioiosa al contempo. Pareva essere passato un tempo interminabile, quando finalmente tornarono a toccare il terreno, almeno per quanto pareva a Roberto, fermandosi davanti ad un vecchio edificio.

La luce pareva ora tornata, tanto che tutto era illuminato a giorno.Roberto dovette sbattere diverse volte gli occhi, prima di riuscire a vedere qualche cosa oltre le proprie palpebre.

Il vecchio edificio era una vecchia scuola dell'inizio del secolo scorso, con mattoni a vista e una vecchia insegna di legno sbiadita dal tempo. Le finestre dai vetri crepati facevano passare qualche baluginio di colore pastello, mentre le risate dei bambini riempivano l'aria di un'atmosfera allegra e spensierata.

Le labbra di Roberto tremavano abbondantemente, mentre dalla bocca usciva un suono gutturale e sordo. <<M-ma, ma questa è l-la mia scuola!>>

Il sorriso di Riccardo si fece, se possibile, ancora più ampio. <<Esattamente. Tale e quale a come la lasciasti allora! Guarda i bambini giubilanti con le loro cartelle ben chiuse. I loro spiriti sono ricolmi del più caldo amore per i propri cari e della più accesa convinzione che il giorno di oggi, Natale, sia il giorno più magico e ricolmo di affetto dell'anno.>>

Roberto si voltò repente verso la figura al suo fianco, dalla cui testa sfavillava una luce sfavillante e quasi densa, adesso tornata seria. <<Oggi è Natale? Pochi istanti fa eravamo ancora alla sera della Vigilia, e ora siamo in pieno giorno di Natale? Com'è possibile tutto questo?>>

Riccardo sollevo le spalle. <<Semplicemente siamo passati al giorno dopo. Ma ciò non è importante. Adesso...>>

<<Ma quello è Carlo! Carlo Rigoni! E' come quando andavamo a scuola assieme!>> La voce di Roberto era rotta dall'emozione. <<Ci sono tutti! Tutti quanti i miei compagni di classe di allora. E' incredibile!>>

La figura accanto a lui annuì, osservando i bambini che vociando e gridando, accompagnati mano nella mano dai propri genitori, uscivano festanti dalla scuola per andare a mangiare a mezzogiorno nelle proprie case.

<<Me lo ricordo. Quell'anno la scuola era rimasta aperta fino al giorno di Natale per un'errore di programmazione dei giorni di vacanza invernale. Ma i maestri, per solidarietà degli alunni, prepararono delle giornate di giochi per i tre giorni precedenti, finita con una festa in palestra nella mattinata di Natale con i genitori dei compagni di scuola. Uno dei più bei Natali che ricordi.>>

<<Immagino.>>

<<Ma come mai è come se mi trovassi dentro il mio ricordo? E' quasi come se vedessi dall'esterno il mio ricordo.>>

La figura si limitò a sorridere, senza proferire parola per qualche minuto.

Poi: <<Sembra che non tutti i bambini escano dalla scuola.>>

Roberto annuì, intuendo il significato delle parole dell'amico, o presunto tale. <<E' rimasto invero un bambino in classe.>>

Come trascinati, ma senza forza, entrarono a scuola, arrivando fin dentro ad un'aula, solo alla prima apparenza vuota. In un angolo, affacciato alla finestra, vi era un bambino di otto anni appena, che osservava mestamente gli ultimi crocchi di bambini che si allontanavano sul marciapiedi.

La voce di Roberto si fece lieve e piatta, alla vista del bambino. <<Quello sono io, il Roberto bambino.>>

<<Non può sentirti.>>, gli fece l'essere. <<Come mai quel bambino è rimasto tutto solo in quest'aula di scuola? Come mai non è uscito accompagnato dai suoi genitori?>>

Roberto sospirò. <<Suo padre... lui era nel commercio del pesce. Se ne andò quando compì sei anni. Fu sua madre a continuare a crescere lui e sua sorella, quando poteva. Lavorava giorno e notte per poterli mantenere, facendo continui sacrifici. Quel giorno, purtroppo, era al lavoro. Arrivò sua sorella nel tardo pomeriggio, quando ebbe finito i suoi lavoretti. Mi pare fosse impiegata come aiutante- tuttofare di una sarta. Allora ci barcamenavamo come potevamo. Io stesso, l'anno dopo, cominciai a lavorare come garzone in un panificio, il cui proprietario ci conosceva da quando gattonavamo.>>

<<Capisco.>>, replicò la figura. <<E' stata un'infanzia impegnativa.>>

<<Si può dire così.>>

La giovane creatura alla finestra vide gli ultimi bambini scomparire dietro l'angolo e una lacrima, brillando sull'occhio, colò, cadendo sulla rosea guancia.

Roberto singhiozzò leggermente, commosso dalla scena. <<Povero Bambino!>>

La figura al suo fianco si voltò verso di lui. <<Provi pena per lui?>>

Roberto corrucciò la fronte, pensoso e triste al contempo. <<Vorrei soltanto rassicurarlo, fargli capire che va tutto bene. Vorrei potergli dire che tutto andrà per il meglio. Vorrei fargli capire che non è stato lasciato solo.>>

Riccardo gli sorrise. Gli parve quasi di aver compiuto in salto senza muoversi. Il sole si era notevolmente abbassato. Nella stanza era comparsa una ragazza. Il bimbo le si fece incontro correndo e la abbracciò.

<<Mi dispiace di averti fatto aspettare.>>, disse lei, baciandogli la fronte.

<<Non fa niente, Flora. Ne ho approfittato per studiare un poco.>>

Lei sorrise amorevolmente e gli sistemò la giacchetta. <<Mi dispiace che tu abbia dovuto rimanere qui per Natale.>> Il sorriso era incrinato da un velo di tristezza.

Lui rispose con un'alzata di spalle. <<Non fa niente. Non è che ci tenessi particolarmente.>>

<<Allora adesso andiamo a casa. La mamma torna tardi dal lavoro. Ho preparato un piatto che ti piace tanto.>>

Insieme se ne andarono mano nella mano, sorridenti, ma interiormente sconfortati. Li videro uscire dall'aula, avventurandosi per il corridoio. Poi fu come se tutto si dissolvesse e rimanessero solo Roberto e la sua guida, immersi in un mare di tenebra sconfinato e loro ad osservarlo, muti.

Furono di nuovo come trascinati senza muoversi. <<Andiamo. Non abbiamo ancora finito.>>

Il velo di tetra nebbia calò e si ritrovarono in un ufficio. L'edificio era di costruzione industriale, probabilmente una vecchia teleria, riadattata ad uffici.

<<Questo posto... lo conosco!! Certo! Era il primo ufficio. Qui ho cominciato la mia carriera di agente commerciale. Lavoravo per Berzmann, lo "Svizzero", un bravissimo uomo e capo.>>

<<Come mai lo chiamavate lo "Svizzero"?>>

A Roberto scappò una risatina. <<C'erano tre motivi per cui lo chiamavamo in quella maniera. Il primo è che era effettivamente nato in Svizzera, anche se venne a vivere qui dall'età di dieci anni. Il secondo motivo era che era estremamente preciso e puntuale, come un orologio svizzero. Il terzo ed ultimo motivo era che aveva una passione per i formaggi stagionati, motivo per cui aveva sempre un forte odore di formaggio addosso, come il formaggio della regione elvetica.>>

La figura annuì col capo. <<Questo giorno, lo rammenti?>>

Roberto fissò brevemente le persone nella stanza. <<Era due giorni prima di Natale di diversi anni fa. Di solito veniva organizzata una festicciola fra colleghi per il periodo natalizio. Quell'anno invece fu organizzata una grande festa in sala mensa, con lunghe tavolate imbandite e una sala da ballo decorata con striscioni e palle di Natale.>>

<<Sembra una bella giornata... Come mai questa dovrebbe essere speciale?>>

<<Perché questo è il giorno in cui lei.>>, disse Roberto sospirando. <<Mi fu presentata da un collega. Lavorava nell'ufficio stipendi, all'epoca. Se qualcuno me lo avesse chiesto allora, avrei detto che tra noi era scoccata immediatamente la scintilla, mentre oggi mi verrebbe più da dire che era stato come le onde del mare, un crescendo ad alterne salite e discese, come solo quei grandi amori sono capaci, non una fiamma ardente e piena, che tanto più ardentemente brucia, tanto meno dura, ma un fuoco di brace, ardente ma dal fuoco meno rapido. E' così che conobbi Sofia, mia moglie. Fu allora.>>

<<Ma non fu tutto rose e fiori, o sbaglio?>>, disse la figura, dandogli un sguardo sbieco.

Roberto annuì debolmente. <<Non cominciai immediatamente a lavorare come commerciale. Ero da poco uscito dalla scuola di ragioneria e mi misero alla scrivania all'ufficio contabilità. Fu lì che conobbi Sofia, che lavorava nel mio stesso ufficio. Mi piacque da subito, ma non ebbi coraggio immediatamente di rivolgerle la parola. Fu solo quel giorno che ebbi l'occasione per dirle più di due parole di seguito. Era primo pomeriggio. Ci fu un'intesa immediata. Parlammo per ore, seduti su un divano di pelle consunto della sala relax. Avremmo potuto rimanere così, ognuno sazio dello sguardo dell'altro. Successivamente ci mettemmo in accordo per poterci rivedere di lì ad un paio di giorni, ma quello che successe poi mandò a monte ogni piano.>> Poi tacque, osservando le figure nella penombra della stanza. C'era una donna, appoggiata ad un muro dell'ufficio, che guardava le due figure al centro, di cui si poteva riconoscere facilmente la figura del giovane Roberto, che parlava ad un uomo seduto dietro alla scrivania.

<<Sig. Berzmann, comprendo come, visto che la fine dell'anno sia imminente, ma...>>

<<Lei fa parte dell'ufficio contabilità, e come tale deve adempiere ai suoi doveri nei confronti di questa azienda.>> lo interruppe Berzmann, serio in volto. <<Sono molto spiacente per questa incombenza. Comprendo perfettamente come sia quasi inopportuno, considerata la data della richiesta, ma non posso chiederlo ad altri che a lei.>> Fece una piccola pausa. <<Lei è l'unico a non avere una famiglia, quindi è la persona ideale perché si possa assentare per il tempo necessario.>>

Roberto fece per parlare, ma le parole gli morirono in gola. Sapeva che non si sarebbe potuto tirare indietro. Disse soltanto, dopo un attimo di pausa: <<Fra due giorni è Natale. Non è assolutamente possibile che riesca a finire prima di allora.>>

La faccia del sig. Berzmann si fece allora più addolcita. <<Sono davvero spiacente di dover lasciare questa patata bollente nelle sue mani, ma prima della fine dell'anno verranno a fare i controlli contabili, e per allora tutti i nostri libri contabili, tutta la nostra documentazione deve essere stata messa in ordine. Altrimenti la nostra azienda verrà sanzionata.>>

A quel punto Roberto parve arrendersi, perché, sospirando debolmente, accennò un sì con il capo.

Berzmann lo prese a parte, andando in un angolo dell'ufficio. <<Vorrei che, mentre mette in ordine i nostri archivi, rivedesse un paio di documenti che sono stati messi lì. Niente di eccezionale, giusto un paio di correzioni. Questa è la lista dei documenti da riguardare e le relative revisioni.>>

Roberto si scurì in volto, perplesso. <<Ma, signore, pensavo non si potesse fare correzioni a documenti del genere.>>

Berzmann taglio corto a quel punto. <<Non si deve preoccupare. sono dei piccoli cambiamenti che avevamo già in mente di fare. Si è trattato semplicemente di prendere la palla al balzo e approfittare dell'occasione. Non è niente di particolare. Sono cose che le aziende fanno in continuazione.>>

A quel punto la scena cominciò a sfumare, perdendosi nei contorni. Le tre figure divennero progressivamente sempre più scure, fino a che il buio non le ingoiò, lasciando Roberto solo, accanto al suo amico all'angolo della strada. La figura dell'amico Riccardo, rimasto silente accanto a lui fino a quel momento, pose una domanda.

<<Ciò che ti disse Berzmann era vero?>>. La domanda parve rimbalzare sulle pareti del vicolo da cui erano partiti, fino a creare una sorta di eco assordante, che pesava enormemente sull'anima di Roberto.

Con la faccia contrita dal dolore e dalla colpa, e senza voltarsi a vedere il luminoso volto dell'essere accanto a sè, la cui lucentezza aveva forse paura potesse colpirlo con eccessiva violenza, l'uomo rispose :<<La parte che riguarda la classificazione e il riordino dei documenti era naturalmente vera.>> Fece una piccola pausa e trattenne il respiro. <<La seconda parte era una menzogna, di cui ero ben conscio anche allora, ma non feci niente per riparare, o anche soltanto per impedirlo. Il mio egoismo e la mia codardia mi impedirono di ergermi a confronto con lo "Svizzero", rendendomi al contempo complice e vittima di un crimine.>>

<<E cosa avvenne?>>

<<In primo luogo, fui avvinto all'influenza di Berzmann, il quale aveva con un simile stratagemma posto una Spada di Damocle sul mio capo, senza possibile redenzione. Inoltre, siccome l'azienda passò il controllo fiscale, poté continuare a effettuare gli illeciti per diverso altro tempo, impunemente. Il ricordo di quel episodio brucia ancora nel mio spirito, collegandolo alla per me infausta data, così ripulsa per l'avvenimento, che cercai di cancellarlo in ogni modo, senza ottenere, ahimè, effetto alcuno.>>

La figura parve soppesare le parole udite per qualche istante, per poi annuire. <<Il nostro tempo non è ancora giunto al termine. Un altro evento da vedere, prima del nostro commiato.>>

<<Sono pronto, spero solamente che non sia eccessivamente doloroso.>>

<<Le cose che vedi,>>, gli fece Riccardo senza voltarsi, <<sono da te volute e create. Tu stesso sei l'artefice di questo dolore e la cagione di questo vagare. E' bene che tu lo serba ben chiaro nella mente, questo fatto.>> Detto questo, fece qualche passo in avanti e alzando il braccio, discostò una tenda, rimasta fino a quel momento del tutto invisibile alla vista, tra le cui drappeggi si incuneava a tratti lieve e a tratti greve una luce calda. Quando finalmente il pesante tendone venne completamente scostato, i due ebbero accesso ad una sala da pranzo, illuminata da allegre candele e un paio di lampade, poste negli angoli. Al centro vi stava una tavola riccamente imbandita ed una signora stava poggiandovi un vassoio di lesso misto, guarnito da una ciotola ricolma di salsa verde. Accanto, vi era dell'arrosto, una terrina di purè fumante, una pirofila di verdure grigliati e altre pietanze le tenevano compagnia, incastonate tra centrotavola in agrifoglio e segnaposto che ricordavano babbi natali, pupazzi di neve ed altre popolari figure natalizie.

Una giovane donna si fece avanti, provenendo dalle spalle di Roberto.

<<Mamma, sei sempre la solita esagerata.>> disse la giovane, ed una risata riempi l'aria, come il canto di un usignolo.

La signora matura, i cui capelli avevano già cominciato ad incanutirsi, la guardò di sottecchi, sorridendo lievemente. Poi disse, seria: <<Ma se preparo sempre le stesse cose tutti gli anni.>>

<<Infatti esageri tutti gli anni.>>, le fece la giovane, ridendo di nuovo.

All'improvviso suono il campanello della porta d'ingresso, da cui entrò un giovane uomo in abito elegante.

Roberto sospirò. <<Che succede?>>, gli fece la figura che gli stava accanto.

<<Ricordo con troppa vividezza questo momento per non riconoscerlo al primo sguardo. Sono dunque condannato a patire per sempre i miei ricordi più orribili, oppure avrò un po' di requie da questa penitenza che mi affliggi con così solerte ardore, o spirito? Avrò un po' di pace da questo tormento?>>

La faccia dell'amico era, come sempre, radiosa, ma aveva assunto un colore più livido, freddo e il sorriso si era increspato, quasi come se una riga sulla sabbia fosse perturbata dal vento caldo del mare. <<Non dipende da me il tuo dolore per questi ricordi. Ciò che hai vissuto fa parte di ciò che sei diventato e se lo ricordi con tristezza o con amarezza, questo dipende solo ed unicamente da te. Giacché non dipende solo da noi la vita che viviamo, è pur sempre vero che soltanto noi possiamo fare in modo che una brutta esperienza divenga giovamento per il nostro essere.>> Detto questo serrò la bocca così tanto, che pareva non averla mai avuta aperta. Roberto allora si arrese e tornò a guardare.

La situazione si era nel frattempo animata, perché attorno al tavolo si erano uniti, oltre alla signora ed alla giovane si erano uniti il giovane elegante, un signore attempato con una folta ma corta barba bianca ed un bambino di forse un anno di età.

<<Ho sentito dire che ti hanno fatto la proposta di un'avanzamento di carriera, Roberto. Sono contento della felice novità.>>, disse il signore dalla barba bianca.

<<E' proprio una benedizione." fece la signora, servendosi una porzione di purè nel piatto.

<<In effetti da quando mi hanno cambiato di reparto, mettendomi alle vendite, posso dire di aver trovato la mia vera vocazione>>, ammise il giovane uomo con un certo orgoglio.

<<Abbiamo deciso che io resterò a casa per occuparmi di Alessandro.>> fece poi, dopo una pausa nella conversazione, la giovane donna. Tutti si bloccarono su posto.

<<Che storia è mai questa?>>, saltò su il vecchio, leggermente infervorato.

<<Beh, il fatto è che ormai guadagno piuttosto bene e volevamo dedicarci alla crescita di nostro figlio al meglio.>>

<<Ma, cara, non avevi detto che volevi continuare a dedicarti alla tua carriera, che anche la tua stava avanzando e che avreste portato vostro figlio in una scuola materna?>>

<<Si, ma adesso pensiamo sia meglio che ci dedichiamo al meglio ad Alessandro.>>

<<Lo sai che se ne aveste bisogno possiamo tenerlo noi, fintanto che lavorate, Sofia>>

<<Lo so>> rispose Sofia. <<Ma pensiamo sia meglio così.E comunque è una decisione già presa. Dalla prossima settimana finiranno i giorni di preavviso."

All'improvviso un trillo riempì l'aria del proprio rumore. Il giovane Roberto trasse dalla tasca un apparecchio nero, su cui schiacciò un tasto e lo pose all'orecchio.

<<Ah, Dottore, buonasera. Buon natale!>> poi rimase in ascolto, impallidendo leggermente verso la fine.

<<M-ma, dottore, siamo a Natale. Non si può proprio posticipare ad altra data? No, certo. Capisco benissimo. Si. Si. Beh, credo ci sia Rigoni. Anche lui è altrettanto valido. Certo. Ah, si è sentito poco bene? Mi dispiace, non ne ero al corrente. Quindi devo venire per forza io?>> A quelle ultime parole le facce di tutti si fecero preoccupate più che mai.

<<Arriverò quanto prima. La saluto. Salve.>> Con la faccia contratta in una smorfia mise fine alla conversazione.

<<Che succede?>>, volle sapere il vecchio.

<<Il mio capo aveva organizzato una 'festicciola' tra i dirigenti della nostra azienda e quelli di un'azienda con cui stiamo trattando un grosso affare e voleva un venditore che intermedi, per poter portare l'affare ad una buona conclusione.>>

<<E immagino abbia chiesto a te di occuparti della cosa.>> disse il vecchio, rabbuiato.

<<Esatto.>>

Una piccola vena prese a pulsare a lato della fronte dell'attempato genitore. <<E devi andare adesso, giusto?>>. Il tono della voce si era alzato leggermente.

<<Esatto.>>

La voce del vecchio esplose come un tuono. <<E PERDIANA, TU NON POTEVI ASSOLUTAMENTE DIRE DI NO?>>

<<Se lo facessi potrei dire addio alla prossima promozione. Ne andrebbe della mia carriera.>>

<<Sono tre anni che non festeggiavamo un Natale tutti assieme.>> continuò il vecchio, sforzandosi di trattenere il volume della voce. <<Credo che anche noi abbiamo dei diritti, riguardo lo stare con te.>>

<<Beh, io devo anche occuparmi del futuro della mia famiglia.>> Questa volta fu Roberto giovane ad essersi alterato.

<<Ci si occupa del futuro della propria famiglia anche coltivando i rapporti, non solo portando a casa del denaro.>> Questa volta era intervenuta la signora matura.

<<Mamma, per favore. Io faccio del mio meglio per assicurare un futuro dignitoso a mio figlio. Non è certo una festa che farà la differenza.>>

<<Ma che significa? Stiamo parlando del Natale. La cosa migliore che si possa fare è passarla con i propri cari.>> riprese il vecchio.

Nel mentre Alessandro dal suo seggiolone aveva cominciato a piangere, subendo l'effetto degli animi che stavano in quel momento nella stanza. Roberto giovane sbuffò. <<Non cominciamo a rompere con la storia del Natale. Come se cambiasse qualcosa. Natale è un giorno come un altro. E' una festa farlocca, degna del più ingenuo dei gonzi. Non ha alcun valore e mai ne avrà.>>

Detto questo prese il proprio giubbotto e si defilò dalla porta di ingresso, chiudendo l'uscio come la più scatenata delle furie.

<<Come finì poi?>>, domando la figura irraggiante accanto all'odierno Roberto, mentre la scena andava scomparendo di fronte ai loro occhi. La faccia di Roberto si contrasse per qualche istante. <<Io litigai per diversi giorni ancora con i miei suoceri. Ci vollero 2 mesi perché la cosa passasse e tornassimo ad essere in pace. Di lì a poco mia suocera morì. Lei cercò di rassicurarmi che non importasse, ma nel mio cuore son più che certo che a lei sia pesato non poter festeggiare in pace l'ultimo suo Natale. Questo rimorso continua tormentarmi sin da allora.>>

Solo allora aveva notato che la luce del suo cicerone si era vieppiù forte, tanto da non riuscire a rimirarlo e doversi coprire il volto con la giacca per non restare completamente abbacinato.

<<Dimmi, amico o guida che sia: ritieni tu che ci sia speranza per me nel mio futuro? Oppure sarò costretto a ricordare cose spiacevoli come adesso così sarà in futuro, quando guarderò indietro alle mie esperienze passate?>>

<<A questa domanda io non ho risposte. Io ho solo avuto la possibilità di farti vedere parte dei tuoi sbagli passati. Non ho modo di vedere oltre la coltre del presente.>>

<<E' una risposta assai fumosa ed incerta la tua.>>

La figura annui, continuando imperterritamente a sorridere. <<Così come lo è la vita. Si sa con certezza come va avanti soltanto mentre la si vive e il resto sono ombre nella notte. Il meglio che si può fare è costruirsi il proprio sentiero, senza sviare troppo da esso, ma cercando di percorrerlo fino alla fine. Esso può tuttavia portare a percorsi insidiosi od errati. Vi sono per questo motivo delle occasioni per redimere se stessi, come è capitato a te.>>

Roberto a quel punto cominciò a provare risentimento per quella orrida figura al suo fianco, che tanto più si angustiava e tanto più pareva sorridere e deriderlo.

<<Quindi pensi che io possa rimediare ai miei errori?>>

<<Chiunque, se è disposto a perdonare se stessi e a far pace con la propria coscienza è adatto ad essere perdonato.>> Ed esplose in una risata fragorosa.

Per Roberto fu la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso. Con mano tremante ma decisa prese di mano al suo amico uno dei pacchi che reggeva ancora, e glielo calò su capo con forza. La carta si ruppe e la testa dell'amico finì all'interno del pacco. La luce filtrava potente attraverso il buco. Continuò a spingere e il pacco gli parve che fosse sceso ora all'altezza delle spalle, come se ignorasse completamente la presenza della testa. Confuso, ma deciso a mettere fine a quella luce diventata così fastidiosa ed insopportabile, continuò a spingere verso il basso il pacchetto, che adesso arrivava a metà del petto. Roberto notò che la luce si era leggermente affievolita. Ciò lo motivò a continuare a spingere verso il basso. il pacchetto arrivò a metà del petto senza incontrare resistenza. Da dentro cominciò a fuoriuscire una risata, piena e gioiosa, che a Roberto parve burlarsi di lui. Fu l'ultima onta subita. Riprese a spingere il pacco verso il basso, mentre la luce trapelava e la risata era diventata per lui assordante e insopportabile. Alla fine, non senza fatica, riuscì far arrivare la scatola fino a terra, mentre la luce che filtrava era di una potenza indicibile. Il pacco prese a tremare fortemente e a dare l'impressione che pulsasse sommessamente. Roberto, con intenso impegno, continuava a pressare verso il basso, mentre ciò che vi era all'interno pareva spingere con somma forza per poter liberarsi. La lotta parve durare ore, ma erano passati probabilmente pochi minuti, quando il pulsare del pacco divenne intenso. Il pacco infine esplose in un lampo di luce accecante e Roberto venne spinto a terra dall'impatto che lo lascio inebetito per qualche attimo. Quando riprese finalmente coscienza di sé. si accorse di essere all'angolo della strada con cui si era scontrato con Riccardo. Ma, di lui, non pareva vi fosse alcuna traccia.


Continua nel secondo capitolo.



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