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Una storia di lisa1949

Questa storia è presente nel magazine Intrecci e follie dell'anima

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Sui sedili del tram

istinto femminile

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6 minuti

Pubblicato il 07 settembre 2018 in Altro

Tags: #abuso #adolescente #diario #donna #Istinto

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Penso che l’istinto sia una qualità del DNA personale. ciascuno lo sviluppa in misura della propria sensibilità, credo.

Io, credo di avere un intuito particolarmente sensibile, quasi fosse un campanello d’allarme che mi spinge ad agire in un modo piuttosto che in un altro: e non sbaglia mai, di solito. L’istinto materno, poi, lo porto con me da che ero bambina e mi occupavo dei bimbi più piccoli, miei vicini di casa.

Questo, nel corso della mia vita, ha fatto modo che, sovente, sia riuscita a prevenire effetti traumatici, o scelte sbagliate. La storia che racconto, vuole testimoniare quanto sia importante possedere questa dote: a volte, può addirittura salvare una giovane vita.

Stamattina ho voluto rinunciare all’automobile per cui ho scelto il mezzo pubblico: mi aspetta un’amica in centro, quindi ho preferito evitare il fastidio del parcheggio.

Fortunatamente sono riuscita a sfuggire al consueto affollamento degli studenti sul tram: è insopportabile, sono valanghe, ti trascinano giù alle fermate, anche quando devi proseguire.

Una giornata gradevole, non siamo ancora usciti dall’inverno, ma Torino con i suoi viali alberati, anche se spogli e i suoi colori, mantiene un fascino tutto particolare.

Sono fortunata, trovo un paio di posti a sedere liberi. Uno è impegnato da qualcosa, quindi siedo su quello accanto, qualcuno lo avrà voluto tenere occupato.

Alla fermata successiva scendono in molti, tranne due extracomunitari di colore, in piedi vicino all’obliteratrice, e alcune signore che, probabilmente, scenderanno alla fermata del mercato. Nessuno ha interesse per l’oggetto in questione e mi incuriosisco.

Domando a un tipo seduto di fronte: «È sua questa agenda?» mi fa cenno di no.

Recupero il volume e lo apro cercando un nome che ne identifichi il proprietario.

Dai cuoricini disegnati sulle prime pagine del diario, presumo appartenga a una ragazza: sicuramente lo ha dimenticato.

A metà dell’agenda sbuca una fotografia che funge da segnalibro. L’immagine raffigura un’adolescente: carina, i lunghi capelli la rendono dolce. Gli occhi castani, però, sembrano tristi e questo a mio avviso é insolito: a quell’età immagino le ragazze molto cariche di vitalità.

Apro il volume e intuisco che l’istantanea ha il compito di carpire l’attenzione proprio lì, nella postazione in cui è messa. Non dovrei farlo, ma cedo alla curiosità e inizio a leggere.

“Mi vergogno, mi vergogno di me!”scrive. La grafia è irregolare, quasi fosse scritta da una mano malferma. Mi prende uno strano stato d’ansia e proseguo.

“Sono anni che sopporto in silenzio, ora devo fermare questo orrore e non trovo il coraggio di parlare: ho paura. Allora lo racconto qui chi sei, quello che mi hai fatto, prima di raggiungere il mio obiettivo finale.”

Poi una lista di date di fatti che mi lasciano esterrefatta.

“La prima volta che mamma ti chiese di badare a me, insieme alle tue bambine, avevo quasi sei anni, come Alessia che li aveva già compiuti. Elena invece otto.

La mattina loro erano a scuola, la zia al lavoro e a te toccava il turno pomeridiano. Tuo fratello, ovvero mio padre, era fuori città per lavoro e nonna non stava bene.

Sei sempre stato affettuoso, ma quella mattina lo fosti in modo diverso e io non capivo e ti lasciavo fare. Poi mi hai insegnato un gioco, ti piaceva tanto: mi si é rivoltato lo stomaco.

«Ti voglio molto bene, lo sai?Devi mantenere questo nostro segreto altrimenti ne saranno gelosi e non potremo più giocare insieme.» mi spiegasti. Io, però, restai scombussolata tutto il pomeriggio.

Altre volte mamma mi portò a casa da te, credendomi felice, mentre tu giocavi con me e inventavi nuove carezze. Non mi facevi male, dentro di me, però, qualcosa si stava logorando lentamente.

Con il passare del tempo compresi che Elena aveva subito le stesse attenzioni. Lo leggevo nel suo sguardo complice, io non osavo parlare.

Cercai evitarti, ma Alessia, incalzata da te, telefonava a mamma invitandomi. Lei non nutriva sospetti, era troppo presa dal lavoro, come papà.

Al mio dodicesimo compleanno, sei venuto ad aspettarmi all’uscita di scuola.

«Che ci fai tu qui?» ti chiesi alquanto preoccupata.

«Sei cresciuta, ora meriti un dono più importante.» Io leggevo chiari i suoi pensieri. Eri generoso, mi regalavi giochi e abiti e quella volta dicesti che il mio regalo sarebbe stato sorprendente. Fu terribile invece, non ti accontentasti più di giocare, decidesti di fare sul serio: diventai donna anzitempo.

Il mio corpo immaturo rigettava tutto questo e cominciai a perdere l’appetito.”

Distratta dalla storia, disgustata e incredula, sono andata oltre la mia fermata. Il racconto proseguiva spiegando tutto in modo piuttosto esplicito, fu però l’ultima frase a scioccarmi profondamente.

“Oggi ho deciso di non concederti più nulla, soprattutto per il bene delle mie cugine. Tu sei malato e hai rovinato la vita a loro e a me: non lo farai più, lo giuro. Ho scordato di proposito questo diario, sperando che qualcuno ti denunci, come meriti, anche se per me sarà finita. Mi auguro che la Gran Madre mi dia il coraggio necessario che non ho avuto sinora. Chiedo perdono a mamma e papà”: Aurora.

Sono sgomenta, la prima cosa che l’istinto mi suggerisce è chiamare la polizia, nella speranza di arrivare in tempo.

L’ho percepito seriamente come un drammatico messaggio d’addio, l’istinto materno mi guida, il mio cuore batte all’impazzata.

«Pronto, polizia? Vorrei impedire un possibile tentativo di suicidio» poi accenno rapidamente alle motivazioni, descrivendo la zona dove, il mio intuito prevedeva sarebbe successo il fatto. Assicuro anche la mia presenza: sono sicura delle mie percezioni.

Scendo dal tram e chiamo un taxi, dimenticando l’appuntamento. Devo verificare se ho intuito esattamente il punto della città a cui accennava Aurora nell’ultima frase.

Da Piazza Vittorio, proseguo sul ponte Vittorio Emanuele I, che porta alla Chiesa della Gran Madre. È già gremito di persone, sono in grande agitazione.

Un’ambulanza all’angolo di corso Casale, proprio ai piedi della collina, dove i barellieri stanno disponendo un corpo esile sulla lettiga. Dopo aver consegnato il diario della ragazza al brigadiere incaricato, mi avvicino all’automezzo.

«Siete arrivati in tempo?Come sta?» chiedo al personale medico. La ragazzina è vigile, mi guarda frastornata. La vedo minuscola avvolta nella coperta, pare una bambina, le prendo una mano e lei la stringe.

«Le adolescenti, a volte, giungono a gesti estremi senza un vero motivo: ce la farà.» risponde uno di loro. Evito di rispondere.

«Ciao Aurora, come ti senti?» Le starò vicino sino a che non arriverà la sua mamma. «Sono stata io a trovare il tuo diario. Quanti anni hai?» La rassicuro accarezzandole i capelli ancora bagnati.

«Quattordici. Grazie signora.» risponde abbozzando un sorriso, poi chiude gli occhi, voltando il viso dal lato opposto colta da un evidente imbarazzo. La sua mano tra le mie, non sono capace di andarmene.

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