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Una storia di utente_cancellato

L'Ospizio

Quella era una notte tranquilla. Forse più tranquilla del solito. Pensava ignara.

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6 minuti

Pubblicato il 26 maggio 2020 in Horror

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Da quasi tre anni lavoro in questo ospizio. In realtà ero titubante inizialmente sull’accettare questo lavoro, ma il bisogno di soldi non mi ha dato altra scelta e quindi dopo un colloquio poco formale col direttore ho firmato il contratto. Inizialmente i miei turni erano solo diurni, poi invece a seguito del pensionamento di alcune colleghe iniziai a fare pure i turni di notte. Adesso, da un anno a questa parte faccio solo turni di notte. Inizio alle 23 e termino alle 7 di mattina. Più che altro mi occupo della sorveglianza notturna dei pazienti più problematici, quelli che durante la notte non dormono. Di cose da raccontare ne avrei tante. Come quella volta che ho dovuto far scendere dal tetto un anziano residente che era arrivato fin lì perché nottambulo. O di riportare nelle loro stanze presunte coppie di anziani che hanno una tresca amorosa. Solitamente almeno una volta a settimana mi tocca chiamare l’ambulanza perché qualcuno si sente male. La media dei decessi è di un morto al mese. Muoiono quasi sempre di notte. Quasi sempre durante il mio turno. Fra le mie mansioni c’è pure quella di fare le punture, distribuire una lunga serie di medicinali prima di metterli a letto e spesso (quasi sempre) lavare i piatti della cena. In realtà i piatti dovrebbe lavarli la collega del turno precedente in quanto già alle 18 hanno terminato di cenare ma spesso non arriva a farli perché da quando hanno dato un giro di vite al personale ci tocca fare anche cose che gli altri colleghi non fanno perché già oberati di lavoro arretrato.


Quella era una serata tranquilla. Forse più tranquilla del solito. Almeno questa era l’idea che si era fatta non sentendo sin dall’inizio del turno lo scampanellare proveniente dalle stanze. Fuori si era scatenato il diluvio universale (pioggia, lampi e fulmini da fare impallidire anche i più coraggiosi) ma nella sua stanza/spogliatoio ci stava bene e quella stufetta a tre barre incandescenti le garantiva sia il tepore che l’atmosfera (adorava la luce rossa dei tre resistori che si diffondeva per tutto l’ambiente e solitamente non accendeva la fredda luce dell’applique perché rompeva brutalmente l’incantesimo). Aveva indossato la solita divisa verde e stava un po’ temporeggiando (approfittando della quiete) scorrendo i post sulla bacheca di facebook. Si era soffermata su un post che riportava la storia di un cane scomparso che aveva fatto ritorno a casa dopo cinque lunghi anni. Si era un po’ commossa. Si commuoveva spesso per queste cose. Forse le cose commoventi se le andava a cercare a posta per fuggire dalla quotidianità e ricavarsi un’emozione gratuita. Per concedersi un intermezzo sentimentale ai suoi giorni tutti uguali: lunghi turni di notte, la mattina a letto fino alle 14, poi la spesa e si ricominciava daccapo. Ad un tratto si ricordò di dover passare giù in sala mensa per vedere se c’era da sparecchiare.


Scese giù, aprì la porta e fu investita da un odore nauseante di pastina in brodo. Vide il lungo tavolo ancora apparecchiato coi piatti sporchi e due grossi mosconi intenti a terminare un paio di cucchiaiate di brodaglia che un ospite della struttura aveva lasciato. Prese il carrello e iniziò a riporvi i pesanti piatti sporchi di ceramica bianca ingialliti dal tempo per portarli in cucina dove li avrebbe lavati nell’ampio acquaio di acciaio inossidabile (ma quando si sarebbero decisi di fare come in tutte le altre strutture e contattare una ditta di catering che avrebbe portato un paio di contenitori verdi di polistirolo con dentro una varietà di piatti di plastica sigillati?). Mentre era intenta nel suo lavoro udì un rumore. Secco ed intenso. Proveniva dal corridoio. Ebbe un sussulto. Si affacciò impacciata. Non c’era nessuno. Solamente ombre che si allungavano al chiaroscuro delle fioche luci di servizio posizionate ad intervalli di pochi metri l’una dall’altra a pochi decimetri dal pavimento lungo il muro del corridoio. Rimase ad ascoltare nel silenzio. Pensò che doveva trattarsi di un anziano che si era alzato durante la notte. Solitamente se avevano bisogno schiacciavano il bottone e si accendeva la luce rossa sopra la porta. Ma tutte le luci erano spente. Immediatamente tornò a regnare il silenzio.


I piatti erano tutti sistemati sul carrello pronti per essere trasportati in cucina quando avvertì una mano toccarle la spalla. La prima reazione fu subito quella di fuggire senza voltarsi. Non fece che pochi passi e cedette d’impulso alla tentazione di guardare in faccia l’aggressore. Con la coda dell’occhio vide un’immagine offuscata e riprese subito a correre. Una sagoma umana la seguiva. Non stava avendo le allucinazioni: una sagoma umana la stava seguendo! L’istinto le suggerì di mettersi in salvo o sarebbe stata squartata dal coltello di un sanguinario assassino. Se l’era sempre confidato fin da quando fu lasciata da sola per i turni di notte a seguito delle ristrettezze sulle assunzioni del personale: io morirò qui dentro! Uccisa brutalmente dopo essere stata violentata. Non avrebbe potuto contare su nessuno. Era sola. Lei e un telefono adesso irraggiungibile per poter chiamare aiuto. Durante il tempo di percorrenza del lungo corridoio furono parecchi i pensieri che le balenarono in mente: ladri che volevano derubarla o ancora peggio ucciderla per non avere testimoni del loro saccheggio dentro l’ospizio. Oppure un tossicodipendente che voleva ucciderla e violentarla per impossessarsi di alcuni farmaci presenti in infermeria. Tutti questi pensieri le si intrecciavano in mente mentre fuggiva dal suo aguzzino diretta verso la porta di uscita. Giunta davanti alla porta a vetri della hall provò ad aprirla ma solo in quell’istante si ricordò che le chiavi erano rimaste nello spogliatoio. Sentiva i passi dietro lei sempre più vicini. Non aveva scelta: doveva scendere giù nel seminterrato.


Fece le scale due gradini alla volta mentre il mostro le stava col fiato sul collo. Lo sentiva dietro di lei nell’oscurità. Avvertiva i passi pesanti scendere dietro i suoi ma non ebbe il coraggio di voltarsi allora provò ad infilarsi dentro una stanza che veniva utilizzata come camera ardente per coloro che decedevano sul posto. Entrò e si chiuse a chiave con tutte le mandate che le permetteva la serratura. Sentiva i passi di quel mostro che si erano fermati dietro la porta e poi silenzio. Insospettita provò a guardare dal buco della serratura e vide una sagoma umana che si aggirava nello spazio antistante la porta. La sagoma successivamente si piazzò in un punto nel quale la figura fino allora oscura si schiarì e potè decifrare il suo volto. Riuscì ad identificarlo: lo conosceva molto bene, era il signor G., un ospite dell’ospizio residente da lungo tempo. Ebbe un attimo di rilassatezza. Colpevolizzò immediatamente la sua poca riflessività e la sua irruenza. Chissà che risate si sarebbero fatte nei giorni successivi le sue colleghe dentro l’ufficio del direttore durante la pausa caffè non appena questa storia sarebbe venuta a galla. Decise quindi di girare la chiave nel verso opposto per aprire la porta e scusarsi col signor G. per il suo comportamento troppo impetuoso. Mancava solo giro di chiave per aprire la porta quando la paura riemerse più intensa di prima congelandole le braccia. In quell’istante si ricordò che il signor G. era morto tre giorni prima.



Attenzione: questo è un racconto di fantasia. Ogni riferimento a cose, persone esistenti o a fatti realmente accaduti è da considerarsi puramente casuale.


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