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Una storia di FrancescoFrancica

Questa storia è presente nel magazine Musica & Parole

Mille colori... mille paure

ma la verità?

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3 minuti

Pubblicato il 07 febbraio 2019 in Recensioni

Tags: #musica #storia

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La magia sta nell'incontro.

L'incontro è novità, crescita, opportunità.

L'incontro è partire dagli antipodi per trovarsi e scoprire che sorridendo sai che sono felice, così se piango sai che sono triste e se non conosci la mia lingua ti basta guardarmi in faccia per sapere come sto, cosa penso, cosa provo. Alle parole ci penseremo poi, la lingua che parliamo qui è la musica.

L'incontro è la ricerca di un luogo dove possiamo scambiarci le emozioni e se la terra che ti ha cresciuto è fradicia di sofferenza ed passione allora mi capirai se i miei accordi sono in minore, allora ti capirò se nella tua scala ci metti quella malinconica, deliziosa e preziosissima nota blue.

Giuseppe nasce a Napoli ne 1955; nei bassi dove è nato saranno anche passati dieci anni dalla fine della guerra ma la fame quella no, suo padre è un portuale e non ha nemmeno i soldi per comprare la foto annuale scolastica del figlio figuriamoci se riesce a sfamarne sei, quindi lo lasciano crescere a due zie acquisite che lo allevano e lo portano fino alla fine degli studi. Giuseppe diventa ragioniere, probabilmente per il pezzo di carta perché la formazione se la fa da sé, con la chitarra sulle spalle sognando di calcare le scene.

La culla della musica italiana è la sua terra e la sua terra ha da poco incontrato il popolo liberatore e l'incontro è stato davvero molto intenso, i segni sono dappertutto, nelle sonorità della canzone melodica che incontra il country, il jazz e il blues e nel colore della pelle di tanti coetanei nati dall'incontro dei liberatori nelle lenzuola delle signorine affamate.


Ce lo vedo: chitarra che ormai è diventata parte integrante del suo corpo, occhi sognanti, la sensibilità tangibile dell'artista, la capacità di vedere tutte le sfumature dei colori in tutti i "vichi", l'orecchio capace di rassicurarsi circa la propria solitudine ascoltando il crescere del vociare dei bimbi che sale dalle strade, lo stupirsi ancora dell'odore di mare nell'aria e del sapore amaro del sole nonostante ci sia nato e cresciuto insieme, il senso di capire il perché quella cartaccia abbandonata nessuno la vede più, la pazienza di ascoltare i milioni di parole che i forestieri sprecano cercando di descrivere la città sua senza mai riuscire a coglierne la vera essenza, la pazienza di aspettare la fortuna...


A diciotto anni, quando in te cresce il demone della poesia, queste cose ti viene di metterle nero su bianco, ti viene di vomitarle su un foglio come se dovessi liberarti di un peso, di un male, di un'infezione. Le butti lì, poi le riguardi e scopri che quella roba ha più senso di un milione di parole e in quattro versi hai racchiuso millenni di storia, tonnellate di mattoni, chilometri di passeggiate, l'andirivieni della risacca, l'oceano di lacrime versate, intrecci di sguardi e di incontri, tavolozze di colori, fragranze, sapori, rumori e carezze. Ora serve solo farci scorrere su della musica è il gioco è fatto.


Terra mia è l'album di esordio di Pino Daniele, edito nel 1977 rappresenta tutto ciò che è stata la storia dell'artista fino a lì, puoi cercare di inserirlo in un genere musicale ma ci trovi la musicalità del napoletano accostata a sonorità mediterranee, giri melodici tipici della canzone napoletana, tanto, tantissimo blues, sorrisi e lacrime, pizzica e taranta, sincopati reggae, sciorinate country, passaggi jazz e pelle nera.


Ma proprio all'inizio, appena la puntina tocca il vinile, il biglietto da visita è Napule è.

Un piano accompagnato da un oboe tesse l'intro fino all'arrivo del mandolino che ben descrive di che cosa si andrà a parlare. Il pezzo va in crescendo nell'incalzare delle due strofe che non incontrano mai un ritornello vero e proprio, vocalizzi che intrecciano un assolo sostenuto da archi, piano e mandolino. Chiude con un libitum sfumato a due voci che ripete il testo e ti lascia negli occhi il cielo di Napoli e nelle orecchie la certezza di aver appena ascoltato un capolavoro.


Napule è tutto nu suonno

e 'a sape tutt' 'o munno

ma nun sanno 'a verità...


Non chiamatela canzone napoletana, non chiamatela Blues, non chiamatela canzone melodica, probabilmente non è niente di tutto ciò, o forse è proprio tutta sta roba, per me è magia... perché la magia sta nell'incontro.


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