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Una storia di Gibatt

Lettere di carta da zucchero

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Pubblicato il 25 gennaio 2019 in Altro

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Da bambino mi recavo a trovare la nonna tutte le domeniche.

La mia nonna paterna.

Dalla mia casa alla sua dovevo percorrere una strada in salita di quasi un chilometro.

E lungo quella via vi abitavano un paio di altri parenti dei miei parenti.

Non proprio miei diretti. Eppure salendo dalla nonna mi fermavo a salutarli, quasi ogni volta.

Non so perché facessi questo. Non era né un obbligo né un vero e proprio bisogno.

Forse era un piccolo rito.

I bambini del resto riescono ad essere sorprendenti per via di certe loro condotte del tutto imprevedibili.

C'era poi anche un'altra ragione che spingeva il mio passo verso la casa della famiglia d'origine di mio padre, e cioè: il fatto primo, che la nonna mi dava una lauta mancia che mi rallegrava la giornata di festa con un gelato al cinema e poi e poi... adesso che penso... ero attratto dall'atmosfera di quella casa, aveva di antico e di misterioso, nel senso che la nonna conservava alcune testimonianze, in veste di foto, piuttosto che di vecchie lettere, o di qualche cimelio addirittura, del tempo in cui il proprio marito, scomparso da molti anni, tanti che neanche l'avevo conosciuto, faceva questo o quello, o i fratelli del marito, cioè i cognati della nonna che erano partiti per l'America tanto tempo prima.

Ebbene quando la nonna apriva il cassetto del vecchio mobile che si trovava nella sua camera, per prendere il portamonete con i soldi per la consueta mancia, io, che le stavo dietro di un passo, e che, essendo ancora piccolino non riuscivo a vedere dentro quel cassetto, venivo investito da una fragranza floreale intensa e breve.

Sicuramente la nonna faceva uso di quei prodotti che servono a profumare la biancheria, o forse erano le lettere stesse, arrivate dalla lontana America, che conservavano ancora intatte le profumazioni di chi aveva vergato le righe.

Non so, però per qualche momento si formava nella mia mente di bambino il baleno di una grande meraviglia.

La nonna mi raccontava sempre qualcosa, aneddoti, o anche frammenti di qualche sua vicenda che per il solo fatto di essere stata vissuta da lei, assumeva i contorni e le fattezze di evento eccezionale, con sempre abbozzato però un refolo di mistero e di indicibile.

La nonna per esempio diceva, non so, che la lettera giunta qualche giorno prima da una cognata conteneva notizie e dettagli che io però non avrei potuto capire perché troppo piccolo e... nel dirmi questo la nonna mi faceva due facce in sequenza mixata, si direbbe oggi, prima come di sbalordimento e subito dopo di bonomia e comprensione; io rimanevo a mia volta con tanto di naso, per non riuscire a capacitarmi di cosa la nonna volesse intendere e/o sottintendere. Però. Però ricordo con le note di un intenso scambio di emozioni tra me e lei quei preziosi momenti delle domeniche mattina.

Perciò andavo da lei per la mancia, è vero, ma tornavo sempre più ricco, e non certo per i soldini che mi dava.


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