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Una storia di Marcantina_

Rivelazioni

Quando una semplice domanda può rimettere in discussione tutto

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25 minuti

Pubblicato il 26 gennaio 2021 in Storie d’amore

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Si era sbagliata.

Per tutto questo tempo si era sbagliata e lo aveva capito solo adesso che quegli occhi nocciola la stavano fissando insistenti con fare inquisitorio.

Tanto erano vivi, quegli occhi sembravano due piccole fiammelle accese nel legno di castagno; avevano un colore tenue, come se fosse schiarito dalla loro proprio stessa luce, che, sottostante, li illuminava.

Un colore caldo, accogliente, avvolgente, e un’innata inclinazione all’investigazione erano i tratti distintivi di quegli occhi che ora, proprio con la stessa intensità del fuoco che arde, erano lì a scrutarla in cerca di una risposta, di un segno che dimostrasse che lei era lì presente, viva. E che era lì per lui.

La tanto agognata risposta alla presenza di quell’enigma fatto donna stentava ad arrivare e loro, piccoli curiosi, nonostante tutto l’impegno possibile, finivano, puntualmente, per scontrarsi con un muro fatto di fredda diffidenza e distacco.

Da inguaribile curioso quale era, come da manuale, per tutta la sera lui le aveva posto una svariata gamma di domande che coprivano quasi tutto lo scibile possibile circa un essere umano; nello svariato portofolio di domande che aveva sventolato c’era anche la più difficile: “cosa vuoi fare da grande?”.

“Cosa vuoi fare da grande?”. Una frase, cinque parole, venti lettere, un punto interrogativo. Una cosa banale, una sorta di prassi: una frase. Eppure in quel momento, per lei, la vita non era affatto normale e quella non era solo una frase: era un fulmine a ciel sereno. Anzi, una tempesta di fulmini arrivata improvvisamente da chissà dove e che non aveva nessuna intenzione di andarsene. Almeno non prima di aver devastato tutto l’ambiente circostante con rovesci impetuosi e raffiche di vento degne dei più maestosi monsoni.

“Cosa vuoi fare da grande?” le aveva attraversato il cervello da parte a parte e tanto repentinamente da non fargliene rendere nemmeno conto: d’un tratto, all’improvviso, come il manto celeste del cielo terso sparisce alla vista, oscurato da nuvoloni scuri colmi di pioggia e attraversato da subitanee scosse elettriche, lei, d’un tratto, non era più .

Aveva balbettato qualcosa circa dei progetti futuri che aveva messo in cantiere nell’ultimo anno, ma che, negli ultimi mesi, all’insaputa di tutti – e forse anche di se stessa – aveva rimesso più volte in discussione, senza mai, però, trovare una risposta soddisfacente.

  • «Ora mi piacerebbe proseguire gli studi e nel frattempo farò qualche lavoretto per mantenermi, in attesa della prossima laurea.

Eh sì, sai, ho ricevuto un’offerta per il lavoro più bello del mondo: non posso rifiutare.» - Un attimo di silenzio. E ripensandoci: - «Ma qual è il lavoro più bello del mondo? »

  • «Be’, dipende. È soggettivo. »
  • «Sì. Ma per te. Per te qual è il lavoro più bello del mondo? »
  • «Per me il fotografo. »

“Per me il fotografo”. Eppure lui, nella vita, faceva un lavoro che non aveva nulla a che vedere con il fotografo. Non avevano in comune nemmeno un singolo particolare. Non avevano in comune nemmeno l’iniziale.

Quando parlava del suo lavoro, lui, era contento, sembrava appassionato, soddisfatto, ma in effetti, per come ne parlava, sembrava quasi che tutto si riducesse al fatto che lo facesse guadagnare molto.

Un lavoro di responsabilità, fatto di professionalità, impegno, sacrificio, dedizione e che rendeva molto in termini di denaro.

Eppure, per lui, il lavoro più bello del mondo era il fotografo.

Ed ecco un’altra doccia fredda: se lui che era riuscito ad arrivare a svolgere il lavoro per il quale aveva tanto faticosamente studiato, un lavoro soddisfacente, redditizio, se lui pensava che il lavoro più bello del mondo fosse uno che era lontano anni luce da quello che quotidianamente svolgeva, ma quali speranze aveva lei di essere felice nello svolgere un lavoro anonimo modellato sul modernissimo modello alienante della catena di mansioni ripetitive da svolgere come automi senza speranza e senza passione? un lavoro che avrebbe dovuto sostentarla per un’altra manciata di mesi durante i quali si sarebbe dovuta impegnare in un percorso di studi che non sapeva nemmeno più se fosse quello giusto per lei.

Da qualche tempo niente la appagava più, niente la stimolava, niente di niente le faceva brillare gli occhi e tremare il cuore. Da mesi a questa parte avvertiva una strana euforia, una rinnovata e inspiegata voglia di vivere e di ardere di emozioni travolgenti e selvagge, ma senza trovarne mai davvero. L’idea c’era, mancava la realizzazione pratica. E così finiva tutto in un turbinio di emozioni contrastanti e, per questo, spietatamente opprimenti: un’altalena mossa da un moto ondulatorio costante e perpetuo che la faceva sembrare più il pendolo di Schopenhauer piuttosto che una ludica distrazione per bambini.

Un’euforia strana quella degli ultimi mesi, perché era piatta.

Un ossimoro, in effetti, perché per definizione l’euforia non poteva essere piatta.

Eppure così era.

Ma d’altronde non c’era molto da stupirsi: in fin dei conti si stava pur sempre parlando di lei, un’antitesi vivente; la dimostrazione materiale e pratica della contraddizione; l’incarnazione più funesta della teoria pirandelliana dell’essere Uno, Nessuno e Centomila.

Le donne che quella donna era non si sarebbero potute contare nemmeno sulla totalità delle dita delle due mani. Forse sarebbe servita una giunta e tuttavia, molto probabilmente, non si sarebbe riusciti a risolvere l’enigma.

Faccia di Sfinge. Una volta l’avevano definita così e forse non era un caso che proprio i rompicapi più contorti della settimana enigmistica portassero il nome di quell’essere dal il corpo leonino e la testa umana. Cento donne in una, eppure la Sfinge impediva a tutte di trasparire, condannate a una perenne faccia da poker stampata in viso, incorniciata da una muraglia protettiva spesso abbastanza da non farsi toccare dall’esterno e, soprattutto, non far uscire assolutamente niente e – soprattutto - nessuno dall’interno. Tutte quelle donne erano state perfettamente confezionate, confinate nel proprio spazio vitale, sistemate ad arte di funambolo in un equilibrio ricostruito a fatica, mattoncino dopo mattoncino, con un collante fatto di lacrime amare e sofferenze, negli ultimi cinque anni. Un equilibrio che sembrava essere perfetto. Certo, tutto era retto da questa euforia piatta, vuota di significato o di uno scopo ultimo, ma quantomeno non c’era più il dolore a rigarle il viso di sale e non c’era più nessuno capace di incrinare il suo mondo così faticosamente rimesso in piedi.

O almeno così credeva.

  • «Sei molto fredda. Sei di ghiaccio. Sembri quasi cattiva, sai.»

Le aveva detto lui al primo appuntamento. E come dargli torto. Perfino lei sapeva che era la verità spietata. Quante volte era stata accusata di essere gelida, insensibile, completamente disinteressata al mondo degli affetti umani. Ma quanti di quelli che la avevano tacciata di insensibilità erano riusciti a leggerle negli occhi quella supplica costante di amore; lo stesso amore che fin troppe volte aveva donato incondizionatamente per finire abbandonata a se stessa, con il cuore a pezzi e il petto desolato, proprio come la steppa artica in cui il permafrost ha congelato tutto l’ambiente circostante nel tempo e nello spazio per non lasciar speranza alcuna di poter vedere un giorno fiorire qualcosa.

Fin troppi si erano permessi di giudicarla insensibile, fuori di testa ed estremamente pallosa nella sua liturgia del dialogo, che, proprio come un rito, per lei era doveroso osservare meticolosamente in ogni suo dettaglio e passaggio, ogni qual volta i suoi sentimenti si fossero sentiti minacciati.

Fin troppi pochi si erano prodigati ad ascoltarla e rassicurarla.

E così spontaneamente disse:

  • «Non è vero. Non sono cattiva e tantomeno fredda: basta saper toccare i punti giusti e mi sciolgo, sono fin troppo tenera.»

E lo disse spontaneamente, come se le parole le fossero sgorgate dal profondo dello stomaco, per arrivare alle labbra, come solo la verità più sincera fa.

Ma quasi nessuno era arrivato al punto di riuscire a vedere la magia. Quantomeno non negli ultimi cinque anni.

In realtà una volta qualcuno quei tasti li aveva toccati, ma lo aveva fatto con poca delicatezza. O almeno non quella adeguata al maneggiare degli strumenti così fragili e di così grande valore. Li aveva toccati e ritoccati così tante volte e con così tanta insistenza, giorno dopo giorno, che alla fine li aveva resi praticamente inutilizzabili.

Li aveva toccati come si tocca il pulsante che chiama l’ascensore quando siamo di fretta: impazienti, spingiamo ripetutamente l’indice su quell’interruttore, come se quel movimento ossessivo delle nostre dita possa farlo arrivare più velocemente. Lo facciamo, incondizionatamente, anche se sappiamo perfettamente essere solo un’illusione: l’ascensore ha i suoi tempi, arriverà esattamente quando sarà il momento e non esiste niente che possiamo fare per accelerare quel processo che è naturale. Per di più, per quanto tendiamo a raccontarci delle frottole circa il nostro comportamento, in realtà quel gesto convulso la dice molto lunga e racconta più storie di tutte le parole che potremmo mai proferire. Il nostro indice agitato non dimostra che siamo impazienti di salire sull’ascensore perché abbiamo voglia di usufruire dei suoi comfort, ma, al contrario, attesta il fatto che siamo esseri irrispettosi dei suoi tempi e irruenti nel mettere al primo posto il nostro desiderio egoistico di salirci perché abbiamo bisogno di usufruire dei suoi comfort. Dimostra anche che, evidentemente, siamo in ritardo nella nostra vita e che, di fronte alla vista di quel vagone elettronico che può trasportarti nel posto in cui desideri andare e nel minor tempo possibile – sicuramente minore di quello che impiegheresti a piedi – vediamo una succulenta scorciatoia a cui non possiamo rinunciare: in ritardo non vediamo l’ora di accaparrarci quanto più possibile, e così procediamo con quel gesto ossessivo e ripetitivo dell’indice, la cui velocità ci dà l’illusione di accorciare il tempo che ci separa dalla vista del dischiudersi di quella porta scorrevole che apre il passaggio verso il dopo.

Una volta quei tasti qualcuno li aveva toccati, ma con ossessività, con poca delicatezza, con superbia, con egoismo. E la magia era successa, perché volente o nolente l’ascensore, con i suoi tempi, arriva sempre, ma i tasti, quei poveri tasti, a causa di quella impazienza aggressiva si erano danneggiati irreparabilmente. Come quando spingi fortissimo e il pezzettino di plastica resta incastrato, in obliquo, nel suo alloggiamento, e, così, non può più essere utilizzato: è solo fermo. Fermo nella sua euforia piatta.

La stessa in cui era caduta lei negli ultimi mesi e che la portava ad aggirarsi nei meandri della sua vita con un furore degno delle più sfrenate baccanali, ma sempre rigorosamente in apnea.

La respirazione è fondamentale per l’equilibrio psicofisico, perché solo respirando a pieni polmoni si riesce a riconnettersi con se stessi e trovare la pace interiore necessaria per vivere lucidamente, sempre presenti, anima e corpo, nell’hinc et nunc.

Che poi era l’unica cosa che davvero conta.

Impossibile quantificare le volte in cui le era stata ripetuta questa formula magica; inutile dire che ancora, chiaramente, non era riuscita a farla sua. Il “qui e ora” per lei era un posto e un tempo inabitabile, sempre scissa tra un doloroso passato e un avvenire incerto che le stringevano, rispettivamente, il polso destro e quello sinistro e tiravano forte a loro, strattonandola avanti e indietro come in un improvvisato gioco del tiro alla fune, ma con una violenza tale da trasportarla in una dimensione o l’altra sottraendola da quel presente che a gran voce reclamava la sua partecipazione, senza mai, però, ottenere una risposta positiva.

  • «Se posso dirtelo, ti vedo assente. Sei molto distaccata. Alle volte ti parlo e sembra che tu non mi ascolti nemmeno.»
  • «Sì, scusa, hai ragione. Ma giuro che ti ascolto. Registro tutto, solo che faccio un po’ fatica ad aprirmi. D’altronde non si può avere tutto subito.»

D’altronde non si può avere tutto subito, no. L’impazienza è dei deboli e solo chi ha la perseveranza e la speranza negli occhi di trovare del buono nel mondo, riesce a vedere i fiori nascosti dalle macerie del tempo. È fin troppo semplice poter godere della vista di tante rigogliose corolle stando di fronte alla vastità di un prato punteggiato di milioni di colori sotto l’attenta orchestrazione della primavera.

Ma quanta pazienza ci vuole per poter godere della vista del rosso fiero di un papavero che è sbocciato nonostante le avversità dell’ambiente circostante facendosi strada a forza tra le piccole crepe che il tempo ha prodotto ai margini della banchina di una stazione ferroviaria e, tenace, resiste giorno dopo giorno al passaggio irruento e tumultuoso di quel treno che gli sfreccia vicino a tutta velocità scompigliandogli i teneri petali? Ci vuole fin troppa pazienza, è vero, ma lo spettacolo è unico e impagabile.

Perché in fin dei conti, con lei era tutta una questione di saper toccare i tasti giusti. Era sempre stato così.

Ma sarebbe stato molto più semplice se quelli non fossero stati resi inagibili da quel tocco irruento cui erano stati sottoposti fin troppo a lungo.

L’unica via di accesso al suo cuore era stata sbarrata a forza con uno scarico abusivo di detriti di emozioni-immondizia che ostruiva il passaggio; i pulsanti di accensione della sua tenerezza erano stati irreparabilmente danneggiati; il futuro gridava con forza per richiamare la sua attenzione; il passato, che sarebbe dovuto essere seppellito anni luce lontano da lei, stava cercando di farsi strada con le unghie e con i denti per riaffiorare utilizzando come canale privilegiato quegli occhi marroni che da qualche tempo la fissavano curiosi alla ricerca di risposte: il presente non era altro che un affollamento costante di un mix di pensieri letali che necessitavano, tutti, di una risposta immediata, ma a cui era quasi impossibile rispondere lucidamente e lei, lei non vedeva via d’uscita. Dove era il maniglione antipanico? Perché la sirena di allarme stava suonando a perdifiato, ma all’orizzonte non si vedeva un estintore, una scala antiincendio, qualsiasi cosa che potesse portarla in salvo il più velocemente possibile? All’orizzonte nulla di nulla.

Anche questa volta era rimasta sola a combattere contro quei mostri che per tutta la vita l’avevano accompagnata affollandole la testa di paure e ansie. Sola e soffocata, brancolava tra le buie vie della sua vita in una condizione di perenne apnea.

Una volta le avevano detto una cosa riguardo i neonati che l’aveva colpita profondamente e in modo quasi irreversibile, data la pregnanza.

Capita, a volte, che i neonati, quando si attaccano al seno materno per nutrirsi, presi, forse, dall’entusiasmo del momento più godurioso della giornata, ovvero il pasto consumato su una delle più eleganti e familiari tavole imbandite possibili, succhino con una foga tale da dimenticarsi di respirare. E così entrano in uno stato similare all’apnea. Uno stato mistico in cui la respirazione, la cosa più immediata e naturale di cui l’essere umano sia capace, in quanto elemento fondamentale per la nostra vita, esattamente alla stregua del battito del cuore, diventa uno dei movimenti più ardui da compiere. A un tratto respirare regolarmente diventa quasi impossibile e i polmoni vanno in deficit di ossigeno. Così i neonati, in apnea, con i polmoni inerti a causa della mancanza di ossigeno, per liberarsi da quella morsa asfissiante e tornare a respirare, piangono. Semplicemente piangono. A pieni polmoni, a bocca aperta e a più non posso, quasi a voler gridare al mondo intero che loro erano oppressi e quasi asfissiati e, per tornare a respirare regolarmente, per tornare alla loro normalità, hanno dovuto fare l’unica cosa possibile: piangere. Forti, fieri, senza timore e senza remore: piangere.

E da quando le avevano raccontato questo piccolo aneddoto sui neonati, era rimasta esterrefatta perché aveva pensato che, per quanto durante il corso della vita cerchiamo a tutti i costi di evolverci e diventare adulti mirabili, in fin dei conti siamo esseri semplici e per quanto la vita, con i suoi duri insegnamenti voglia, a volte, fuorviarci, noi non smettiamo mai di essere, nella sostanza, dei neonati. Quando ci viene presentata l’occasione che ai nostri occhi, in quel momento, si presenta come una delle più succulente possibili, noi ci buttiamo a capofitto e, ingordi, ne vogliamo sempre di più e sempre di più; arraffiamo con foga quanto ci è possibile, con l’unico scopo di soddisfare quel nostro bisogno rimasto fin troppo a lungo inappagato. E così ci dimentichiamo di respirare.

Quando la vita ci attanaglia, quando gli eventi ci sopraffanno e le emozioni si aggrovigliano e ci opprimono, noi, anche se adulti, come i neonati, piangiamo. Oppure gridiamo, ci facciamo accecare dalla rabbia e iniziamo a dire tutto quello che ci passa per la testa in un monologo così raffinato da far invidia ai più celebri flussi di coscienza novecenteschi. Oppure ricorriamo ad alcune attività che abbiamo appreso durante il corso della vita, e che, proprio a causa delle avversità abbiamo imparato ad utilizzare a nostro favore per sfogare i nostri sentimenti più reconditi senza dover far uso della parola e, allo stesso tempo, per far sgorgare le lacrime più amare senza dover rigare le nostre guance. Ecco così che prendiamo un foglio e una penna e iniziamo a riversare nero su bianco tutti i nostri pensieri in un pianto asciutto e silente, ma non per questo meno disperato. O ci libriamo in una danza eseguita sulle note della canzone che più ci scalda il cuore e ci riconnette con le nostre emozioni più profonde, e, ad ogni movimento, contraendo i muscoli e allungando gli arti nello spazio circostante disegniamo nell’aria, con il nostro corpo, la materializzazione del pianto. Oppure imbracciamo il nostro strumento preferito e trasformiamo le nostre lacrime in note agrodolci che si diramano nell’etere a partire da quelle dita che si muovono sofferenti. O ancora fissiamo i nostri singhiozzi dolorosi su una tela, disegnando e pitturando tutto il nostro dispiacere di mille colori. O ancora ci cimentiamo nello sport in cui siamo più bravi e puntiamo a vincere.

Scaliamo montagne, nuotiamo, corriamo, segniamo in porta o andiamo a canestro, tiriamo di scherma, alziamo i pesi di ghisa, ci mettiamo i guantoni e picchiamo più forte che possiamo, montiamo a cavallo e galoppiamo a più non posso o, di contro, ci esercitiamo negli esercizi più tecnici e di precisione; scriviamo, danziamo, suoniamo, dipingiamo. Ci cimentiamo nelle attività più disparate, ma per tutto quel tempo noi, semplicemente, piangiamo.

Che poi nessuno si sofferma mai a pensare al significato originale delle parole. Il linguaggio è un concetto innato e, proprio per questo, fin da piccoli siamo abituati ad attribuire in modo quasi univoco un significato a una parola, dimenticandoci, però, che i vocaboli esistono da secoli e hanno, perciò, una vita molto più lunga ed intensa di quanto possiamo anche lontanamente immaginare. Essi hanno visto la luce in tempi talmente remoti rispetto alla nostra nascita che non possiamo nemmeno concepire in quali contesti siano nate né perché, e hanno viaggiato attraverso i secoli, veicolate dalle migliaia di bocche che questi lunghissimi tempi hanno partorito e, su di esse, nonché attraverso esse, si sono trasformate e hanno assunto la forma con la quale si presentano oggi. Quasi impossibile dire perché nel corso del tempo gli uomini abbiano preferito utilizzare e quindi tramandare il latino plangēre a discapito del cugino di primo grado flēre, ma fatto sta che oggi piangiamo e gli attribuiamo il semplice significato di flēre, quando invece plangēre nasconde al suo interno una gamma di emozioni miste e funeste. E infatti, quando noi piangiamo, non ci limitiamo a compiere l’atto meccanico di far sgorgare una sostanza salina dai nostri condotti lacrimali, ma anzi noi plangiamo: gemiamo nei nostri lamenti, ci agitiamo e ci dibattiamo, ci battiamo il petto in segno di disperazione, mentre, spontanee, le lacrime più salate di qualsiasi conto che la vita ci abbia mai presentato sgorgano incessanti e ci rigano il visto per posarsi sul petto, dove incontrano le nostre mani chiuse in pugni degni dei più abili pugili creando una danza fatta di percussioni eseguita sulle note di amari singhiozzi.

Per lei le parole avevano sempre avuto un’importanza fondamentale. Fin da piccola, con la curiosità che la contraddistingueva, amava andare a caccia dei significati nascosti delle parole che solo l’etimologia sapeva svelare. E se le altre bambine giocavano con le bambole, lei, di contro, si dilettava con i dizionari. Sicuramente un’attività alquanto strana e morbosa per una bimba, ma quantomeno le aveva insegnato a soppesare ciascuna parola che uscisse dalla sua bocca o da quella altrui. Ogni vocabolo, anche se entità astratta e, perciò, inconsistente aveva un peso e lei questo lo sapeva bene e mai avrebbe permesso che nessuno, a partire da lei, bistrattasse o usasse in modo improprio quel vastissimo patrimonio umano che la parola era, scrigno scintillante di reconditi segreti e fulvide emozioni, nonché di significati sottesi e di grande valore. Era sempre stata affascinata dalle parole e sapeva per certo che anche loro, come tutti gli elementi che si trovano su questo mondo, avevano una loro autonoma personalità e, nondimeno, una propria sensibilità: usarle in modo improprio le avrebbe offese a tal punto che oro si sarebbero vendicate: arrivate indisposte e arrabbiate all’orecchio dell’interlocutore, inevitabilmente, avrebbero creato un effetto iperbolico di quel sentimento aggressivo e maligno e, di conseguenza, avrebbero offeso anche il destinatario di quel messaggio, in origine innocente. Era certa che fosse così, e perciò lei si prodigava sempre nello scegliere con cura le parole da dire - e soprattutto quelle da non dire - e che si adattassero al meglio alla circostanza e al messaggio che voleva mandare al suo ascoltatore. Lei nutriva un profondissimo rispetto per le parole e, proprio in virtù della consapevolezza della loro emancipazione dalle cose terrene donata loro dalla connaturata etereità, allo stesso tempo le temeva follemente. Quella loro peculiarità di trascendenza, infatti, è ciò che le rende sfuggevoli e non malleabili, cosa che le rende meravigliose e allo stesso tempo temibili, in quanto è ciò che permette loro di prendere il sopravvento, quando si abbassa la guardia.

Le parole hanno ben coscienza delle loro potenzialità e non hanno paura di esibirle in pubblico. Per questo bisogna usarle con cura. E proprio per questo bisogna stare molto attenti a pronunciarle ad alta voce. Anche questa prerogativa le era stata insegnata dai latini: nella loro ottica, infatti, pronunciare un vocabolo ad alta voce non era dissimile dal manifestarlo apertamente, palesarlo, ma anche, in un certo senso, profetizzarlo. Dare voce a un pensiero, nella concezione latina, significava renderlo vivo, conferirgli una fisionomia e una consistenza. Lei, che da sempre era stata ligia nell’osservare tutte le regole che la lingua impone, diligente e composta come era, sapeva bene che non si poteva contravvenire ai dettami della Lingua per eccellenza, poiché i latini sapevano certo il fatto loro e se dicevano che le cose stavano così, non potevano essere altrimenti. E infatti lei sapeva bene che se avesse pronunciato quelle parole che tanto a lungo si era tenuta nascoste dentro, seppellite e represse sotto strati di permafrost, se avesse pronunciato i suoi sentimenti e i suoi pensieri, quelli, d’un tratto, avrebbero preso forma e lei non avrebbe più potuto fare finta che non esistessero. Come puoi ignorare qualcosa che ti sta di fronte e chiede di te?

E, forse, proprio per questo adesso che quegli occhi marroni la guardavano con insistenza in cerca di risposte, lei, per quanto volesse raccontar loro ogni singolo istante della sua vita e condividere ogni pensiero che le passava per la testa, non riusciva a spiccicare una parola, colpita da un’afasia fulminante paralizzante.

Lui stava lì a fissarla intensamente con quegli occhi nocciola in attesa di un segnale che però faticava ad arrivare.

  • «Insomma, cosa vuoi far da grande? È importante saperlo.»

Lui era una forza della natura, non si fermava mai, sempre pronto a buttarsi a capofitto in una nuova avventura. Era un terremoto e questa sua tracotanza si palesava bene anche nel suo modo di parlare: letteralmente una macchinetta senza freni. Le aveva già fatto milioni di domande della natura più disparata e adesso ecco una delle più difficili – Cosa vuoi fare da grande?. Di certo, però, in quel fiume di si era dimenticato di porle la più doverosa: “quanto tempo è passato dalla tua ultima relazione?”.

Era passato tanto tempo, forse nemmeno troppo a dire il vero, eppure le sembrava che quella storia appartenesse a una vita passata, lontana, seppellita tra le macerie di ricordi dei più teneri e amari allo stesso tempo e brandelli di un cuore straziato da un amore praticamente impossibile. Sembrava una vita fa, ma, di colpo, senza avviso, stava bussando con insistenza alla porta del presente e non sembrava voler scendere a compromessi: voleva entrare a tutti i costi.

Le mani che, anni prima, avevano toccato – ammaccato – i suoi tasti magici avevano erano accompagnate da due occhi indimenticabili. E si stavano ripresentando, violentemente, attraverso quelle stesse mani e quegli stessi occhi che ora erano davanti a lei e che lei stava guardando attentamente.

Il suo appuntamento dagli occhi marroni, stava parlando, raccontandole aneddoti di vita passata: lo sguardo era fisso in un punto, le mani che gesticolavano ad arte disegnavano una danza nell’aria. Lei lo guardava, ma vedeva lui.



I ricordi nascosti con così tanta fatica e per così tanto tempo, ora, impietosamente vogliosi di un riscatto stavano facendosi strada con le unghie e con i denti tra le macerie che, ora, non riuscivano più, con il loro peso, a seppellirli, tanta era la forza con cui stavano avanzando.

Qualcuno, una volta, tanto tempo prima, quei pulsanti magici apri-porta dell’amore li aveva toccati – ammaccati. Ed era proprio lui.

L’amore più intenso e travolgente che avesse mai vissuto, eppure anche il più doloroso. Vissuto sempre nell’ombra, nella costante paura dell’abbandono al sentimento: vissuto nell’orrore di accettare di essere umani e di avere un cuore che batte ed è capace di amore.

Troppo cerebrale per lasciare spazio alle emozioni; troppo ingenua per non capire che esse, lo spazio, se lo ricavano a prescindere dal nostro raziocinio e, dopodiché, fiere, ti piegano ai propri voleri. Volente o nolente. E non ti resta altra scelta che seguirle, se non vuoi rischiare di essere lacerata internamente in una lotta dicotomica continua tra il cuore e il cervello.

Ma questo lo avrebbe capito solo più tardi, quando ormai era troppo tardi, quando quella faida interna aveva ormai lasciato numerosi cadaveri sul campo di battaglia e i pochi sopravvissuti, feriti.

E da quel giorno si era ripromessa che mai più avrebbe lasciato che qualcuno potesse nuovamente mettere in subbuglio il suo mondo, come aveva fatto lui.

Inutile dire che quell’appuntamento dagli occhi marroni finì molto velocemente per non fare mai più il bis.

Per anni era stata convinta di quel che le sue relazioni le avevano insegnato: darsi a qualcuno significa perdere la propria libertà.

Ma solo dopo aver detto addio a quegli occhi marroni si era resa conto che la verità che per anni aveva portato con lei non era altro che la più grande delle bugie: affidarsi a qualcuno non ti tarpa le ali; in realtà non esiste quasi niente al mondo che ti renda più libero.

Abbattere il muro, aprire il cuore e accogliere a braccia aperte l’altro e, con esso, tutte le emozioni e le sensazioni che può suscitarti, lasciarsi andare al flusso e donarsi al 100% significa finalmente essere liberi di non indossare più la maschera che fino a quel momento ti ha nascosto il volto e l’anima.

Pirandello diceva che tutti indossano una maschera. Anzi, molte maschere: una diversa per ogni occasione e circostanza. Un pacchetto formato famiglia di maschere ci viene dato in dotazione sin dalla nascita e noi, per tutta la vita, diligentemente – e a tratti gelosamente – le custodiamo nel nostro armadio personale, tra un mostro e uno scheletro; un ventaglio di personalità entro cui scegliere la più opportuna in modo da essere sempre perfettamente adeguati al contesto.

Per tutta la vita indossiamo maschere che sono state preconfezionate appositamente per noi dalla società che ci circonda, la stessa che ti esorta ad essere libero e felice e, allo stesso tempo, ti intima il comportamento da dover tenere per non risultare “strano”, “diverso” e cioè non accettato.

Lei era sempre stata “strana”, “diversa” e se ne era sempre vergognata tremendamente, tanto da essere arrivata, a un certo punto della sua vita, a desiderare ardentemente di essere come tutti gli altri: avere interessi comuni, desideri comuni: essere omologata. Che per lei, oltre che fonte di pace con se stessa, era anche l’unico modo per essere accettata dagli altri. E perché no, anche amata.

Ma più si addentrava nell’età adulta e più collezionava storie disastrose più comprendeva che le cose non stavano esattamente così come invece era convinta: in realtà la maschera, l’omologazione sono la prigione; la gabbia della personalità, il biglietto di sola andata per la mediocrità dell’anima, nonché dei sentimenti.

La realtà era più semplice di qualsiasi elucubrazione mai fatta: solo mostrarsi in tutta sincerità è la chiave per essere amati.

Per anni aveva creduto che darsi fosse sbagliato, la cosa più terribile che una persona potesse fare a se stessa: scoprirsi di fronte all’altro aveva un solo risultato: essere feriti a morte.

Ma solo ora che quegli occhi marroni se ne erano andati e per sempre aveva capito che la libertà vera consiste proprio nel darsi incondizionatamente. Ché mostrarsi nudi, spogliati di ogni pregiudizio, privi di qualsiasi tipo di maschera che la vita sociale impone, non è pericoloso, ma anzi è il solo modo di essere liberi.

Liberi di esprimersi.

Liberi di amare.

Liberi di godere.

Liberi di vivere e di farlo di gusto.

Liberi di soffrire.


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