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Una storia di Piperilla

Sangue di drago

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31 minuti

Pubblicato il 26 ottobre 2020 in Fantasy

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Eliezer era stanco.


Appollaiato sulla sporgenza di un cornicione del settimo piano scrutava i tetti di Roma e le sue strade, invisibile e indisturbato. A volte gli mancavano gli spazi aperti e ariosi delle campagne irlandesi, le sconfinate distese desertiche dell’Africa o dell’Australia, il nulla degli oceani, dove tutto si riduceva a un mondo fatto solo di sfumature blu. Gli mancava la solitudine – quella fisica: la solitudine spirituale lo perseguitava già da millenni.


Eliezer era stanco di essere solo: lo era stato per tutta la vita, sin da quando, draghetto neonato, aveva visto la luce per la prima volta, in un mondo che all’epoca conosceva ancora la Magia e le creature come lui, ormai estinte e considerate solo pura fantasia. Eppure doveva proprio a questa solitudine la sua salvezza: nato e quasi subito abbandonato a causa del candore accecante delle sue squame e del rosso intenso dei suoi occhi – un drago albino era malvisto nelle comunità dei draghi, perché era come il sole nel cielo: la prima cosa che tutti notavano, e un pericolo per l’intero branco – aveva vissuto per secoli in clandestinità, nascosto agli occhi dei suoi simili e di ogni altro essere vivente.


Quando si era deciso a uscire dalla propria tana, otto o nove secoli dopo la sua cacciata dal branco, ormai in grado di gestire la Magia intrinseca della sua specie e di mutare la propria forma naturale con quella degli uomini, aveva scoperto con orrore di essere realmente e irrevocabilmente solo: i draghi erano stati sterminati, al pari di molte altre creature, e la Magia era stata dimenticata. I suoi simili erano estinti e gli umani gli erano sconosciuti: non aveva più nulla al mondo. Peggio ancora: non aveva neanche più la speranza di essere compreso, accettato, amato. Ne aveva avuto la certezza quando aveva tentato di integrarsi con gli esseri umani: anche da loro era guardato con sospetto a causa della pelle nivea, dei capelli dal riflesso perlaceo e da quegli occhi che più di tutto erano la sua croce, rossi come l’Inferno, come il fuoco che sgorgava con naturalezza dalle sue fauci. La sua dannazione lo seguiva anche in forma umana.


Così Eliezer si era dato da fare. Si spalmava fuliggine sui capelli e fango sulle guance per mascherare quel candore che caratterizzava il suo intero corpo, teneva sempre gli occhi socchiusi e lo sguardo basso perché nessuno notasse le sue iridi scarlatte, e si era abbassato a fare i lavori più umili, più degradanti, pur di avere la possibilità di avvicinarsi a qualcuno, di trovare un padre, un amico, un’amante.


Non era servito: nonostante il suo aspetto in tutto uguale a quello degli uomini, nonostante le sue accortezze, gli esseri umani percepivano d’istinto che in Eliezer c’era qualcosa di diverso e lo tenevano a distanza, trattandolo con sospetto. Ed Eliezer era sempre solo.


Col passare dei secoli, Eliezer si era rassegnato a vivere ai margini della società. Lavorava per guadagnarsi il pane, e nulla di più. In fondo, che altro gli serviva? Non aveva una famiglia; non era soggetto alle malattie né all’invecchiamento; non poteva neanche essere ferito, come aveva scoperto quando un incauto ladruncolo aveva cercato di derubarlo e pugnalarlo, nel Basso Medioevo. Soltanto alla maniera dei vecchi cacciatori di draghi qualcuno avrebbe potuto ucciderlo, ma quell’arte era ormai andata perduta. Eliezer era condannato a millenni di vita solitaria, senza la consolazione di un po’ di compagnia o di una briciola d’affetto. Ormai si era rassegnato: non c’era nulla che potesse fare.


Quel giorno di dicembre, umano ma invisibile, Eliezer osservava l’umanità che si muoveva sotto di lui, persone che interagivano, amandosi o detestandosi, e sentì di nuovo, per la prima volta dopo tanto tempo, l’antico morso della solitudine.


Chi non abbia mai provato una vera e totale solitudine non può comprendere i sentimenti di Eliezer; chi non sia mai stato completamente solo pur trovandosi circondato dalle persone, chi non sia stato ignorato da ogni altro essere vivente, chi abbia conosciuto, almeno una volta, la rassicurante sensazione che si prova nell’essere oggetto dell’attenzione altrui – anche di quella di uno sconosciuto, e per un solo, fugace momento – non ha idea di quanto fosse feroce la consapevolezza di essere un povero, misero granello di polvere nelle vastità dell’Universo.


Eliezer lo sapeva; e neanche riconoscere di essere una creatura maestosa e leggendaria, intrisa di Magia fino alla punta degli artigli, poteva aiutarlo. Solo una cosa poteva: scendere tra gli uomini.


L’aveva fatto spesso, Eliezer. Quando il peso del silenzio diventava troppo per le sue spalle, si rendeva visibile e si mescolava agli altri esseri umani, ignorando le occhiate che puntualmente gli venivano rivolte e beandosi della vicinanza di esseri viventi diversi da se stesso. Era solo una vicinanza fisica, è vero; ma per uno spirito tormentato come il suo, era comunque un balsamo.


Così Eliezer protese le dita verso l’appiglio più vicino e iniziò la propria discesa. Anche in forma umana, conservava la capacità di aggrapparsi alla minima sporgenza e arrampicarsi senza alcuno sforzo. In breve tempo raggiunse la strada, si nascose in un angolo riparato e chiuse gli occhi: sentì la propria Magia scorrere in rivoli lungo tutto il suo corpo, pizzicando piacevolmente. Quando riaprì gli occhi e tornò sulla strada, ebbe la certezza di essere tornato visibile: le occhiate e le risatine di un gruppo di adolescenti e gli sguardi stralunati di alcuni passanti glielo confermarono.


Fingendo di non accorgersene, Eliezer iniziò a camminare tra la folla a testa alta: le persone si scostavano al suo passaggio, facendogli spazio, e lui attraversava quella improvvisata terra di nessuno con l’orgoglio di chi sa di avere una croce sulle spalle e la trascina con fierezza.


Quello che Eliezer ancora non sapeva è che a volte la solitudine finisce all’improvviso.


*


Gloria avanzava sul marciapiede con il passo svelto e l’aria distratta di chi ha molto da fare. Le braccia cariche di pacchi e pacchetti le impedivano di risistemarsi gli occhiali da vista che le erano scivolati sul naso: mancavano pochi giorni a Natale, e come ogni anno lei aveva rimandato l’acquisto dei regali finché non aveva proprio più potuto sottrarvisi.


Camminando urtò parecchie persone; alcuni si voltarono infastiditi, ma di fronte al sorriso genuino che campeggiava sempre sul suo volto, nessuno trovò il coraggio di rivolgerle parole scortesi. Erano la forza di Gloria, quel sorriso e quel perpetuo buonumore: era amata, circondata da amici e famiglia, aveva un lavoro che faceva con passione e nessun motivo per essere scontenta. Quando era nata, figlia tanto desiderata e finalmente avuta, era subito stata avvolta dall’amore e dalla premura dei genitori; il suo carattere estroverso e la sua naturale sensibilità l’avevano resa capace di accattivarsi le simpatie altrui senza sforzi; la gentilezza con cui trattava gli altri era sempre stata ripagata. La bambina era fiorita in una ragazza vivace e popolare, per poi tramutarsi in una donna che, seppure normale, era a suo modo una privilegiata. Una privilegiata che non aveva mai sperimentato la solitudine, la cui gioia di esistere e vivere non era mai stata offuscata da nulla.


Gloria era un raggio di sole.


E come un raggio di sole in una giornata piena di nubi, attirava l’attenzione: non perché fosse bellissima o fuori dall’ordinario, ma perché c’era qualcosa, in lei, che metteva allegria. Camminava tra la gente e non c’era una sola persona che non si voltasse a guardarla almeno per un attimo, beandosi di quel calore passeggero che scaldava senza bruciare.


Infatti, proprio perché vi era sempre stata immersa, Gloria non riusciva a capire quanto fosse piacevole il delicato, perpetuo tepore dell’amore altrui: non aveva mai conosciuto il freddo, quindi non capiva appieno cosa fosse il calore. Ne era circondata senza trovarci nulla di sorprendente e lo emanava senza neanche saperlo.


Era sicura di sé, Gloria, e delle sue idee, ma quello che la vita non le aveva mostrato, non lo comprendeva: la sua vita le aveva riservato soltanto amore tenero, confortevole, privo di rischi, e lei non riusciva a immaginare che nella vita reale potessero esistere quei grandi amori tragici, brucianti, trascinanti di cui parlavano tanti libri. L’amore distruttore di Catherine e Heathcliff la faceva sorridere di incredulità; di fronte alle traversie di Jane e Mr. Rochester scuoteva la testa; la tragica fine di Edoardo e Ottilia non suscitava in lei alcuna compassione. Ascoltava le sue amiche parlare dei loro innamorati, dei sentimenti che provavano, e non riusciva a non pensare che esagerassero; osservava le coppie che la circondavano prendersi e lasciarsi, e trovava prive di senso le scene tragiche che inevitabilmente si verificavano. Per Gloria, l’amore non poteva mai distruggere.


Quello che Gloria ancora non capiva è che talvolta sotto la cenere può esserci ancora abbastanza brace per darti fuoco.


*


Per Gloria proseguire si stava rivelando sempre più complicato, perché la gente si accalcava sul marciapiede e tutt’intorno. Finalmente raggiunse un punto in cui sembrava esserci un po’ di spazio e decise di approfittarne: mentre tentava contemporaneamente di raddrizzarsi gli occhiali, riacchiappare un pacco che stava per caderle e frugare nella borsa si dimenticò di guardare avanti.


Peccato che davanti a lei ci fosse qualcuno.


L’urto fu inevitabile. Gloria finì a terrà in un groviglio di abiti e buste che si sparpagliavano ovunque: il cappello le scivolò sugli occhiali, lasciandola temporaneamente accecata, mentre il pavimento gelido sotto le gambe le provocò un gran brivido.


Due mani salde ma gentili la afferrarono per le braccia e la rimisero in piedi, per poi scostarle il berretto dagli occhi.


«Mi scusi, mi scusi, non l’avevo proprio vista… sono così sbadata…» balbettò Gloria, spostandosi i capelli dal viso e guardandosi intorno alla ricerca delle proprie cose. «Sa, oggi è impossibile farsi largo in mezzo alla folla, non c’è verso di passare… neanche stessero sgomitando per un posto in prima fila a uno spettacolo mai visto!». Le stesse mani che l’avevano sollevata le restituirono una bracciata di pacchi, che lei tentò di afferrare con una mano sola, mentre con l’altra smanacciava verso il marciapiede per recuperarne altri. «Grazie! E insomma, quando finalmente ho trovato un po’ di spazio mi sono distratta…»


Gloria tacque per un istante: aveva sollevato lo sguardo sulla persona che aveva urtato e che ora la stava aiutando, e aveva incrociato due occhi di un colore impossibile.


«Oh, wow! Sono lenti a contatto?» chiese la ragazza, sporgendosi verso l’uomo e scrutandolo attentamente.


Eliezer si ritrasse, a disagio. «Manca qualcosa?» si costrinse a chiedere.


«Oh, chissà!». Gloria controllò intorno ai propri piedi e poi tra le proprie braccia. «Pare di no. Ma sei bianco! Come fai ad avere una pelle del genere?» aggiunse, curiosa.


«È sempre stata così» rispose lui, sempre più in imbarazzo: la gente lo stava fissando, se possibile, persino più di prima, e avrebbe voluto andarsene di lì.


«E gli occhi?» continuò Gloria.


«Anche gli occhi». Eliezer cercò disperato un varco nella folla; gli parve di scorgere un punto in cui non c’erano molte persone accalcate, ma quando tentò di sgusciare via, Gloria allungò una mano – miracolosamente senza far cadere nulla – e agguantò Eliezer per il polso, trattenendolo.


«Ehi, aspetta! Dove scappi? Visto che ti ho urtato e mi hai anche aiutata, volevo offrirti un caffè per scusarmi e ringraziarti. O magari preferisci un tè? A me il tè piace. Con i biscotti, poi…». Scorse l’espressione stralunata di Eliezer e si mise a ridere. «Scusa. Parlo troppo, vero? Non posso farci niente, è più forte di me, quando comincio non c’è modo di farmi smettere…». Gloria si morse le labbra per evitare di scoppiare di nuovo a ridere. «L’ho fatto di nuovo. Avanti, accetta la mia offerta… se sei fortunato, mi scotterò la lingua e riuscirò a non parlare per trenta secondi!»


«Io… io…» farfugliò stordito Eliezer, sentendosi in trappola.


Gloria ne approfittò senza ritegno. «Perfetto. Andiamo, conosco un posto carino e tranquillo!» decise, trascinando Eliezer in mezzo alla folla.


*


Eliezer non era tipo da frequentare bar. In effetti Eliezer non era tipo da frequentare posti in cui ci fossero altre persone, il che, nel ventunesimo secolo, equivaleva più o meno alla maggior parte dei luoghi sulla terra emersa.


Sebbene Gloria avesse scelto un bel locale, Eliezer si sentiva come un animale allo zoo. Forse dipendeva dal fatto che si erano seduti a un tavolo accanto a una grande vetrata. O magari dalla gente che si era fermata dall’altro lato della suddetta vetrata, con il naso schiacciato sulla superficie trasparente per osservarlo meglio.


«Ehi!». L’esclamazione rabbiosa di Gloria e la forte botta che aveva dato con la mano al vetro fecero sobbalzare i curiosi. «Che avete da guardare? Sciò!»


Riluttanti, gli sconosciuti si allontanarono lungo il marciapiede, evitando le occhiatacce della donna.


«Così va meglio, vero?» disse Gloria, di nuovo allegra. «Certa gente proprio non la capisco. Nessuno fa tutte queste scene se vede una persona con la pelle nera, e si comportano come imbecilli solo perché tu hai la pelle bianca. Be’, non “bianca” nel modo in cui la intendono di solito, ma proprio bianca bianca. Ah, ce li porta due cappuccini, per favore?» aggiunse, rivolta a un cameriere che passava accanto a loro. Lanciò un’occhiata tranquilla al suo compagno. «Scusa, ho ordinato anche per te senza neanche chiederti di cosa avevi voglia».


Di tornare su un cornicione dove nessuno possa vedermi, ecco di cosa ho voglia! urlava una voce nella testa di Eliezer. Ma, sconvolto e stordito com’era dalle chiacchiere di quella donna, non sarebbe riuscito neanche a balbettare una cosa del genere, figuriamoci gridarla.


«Ma parli ogni tanto?» continuò imperterrita Gloria, incurante del disagio di lui. «Non ti mangio mica, sai, e non è che possa parlare solo io!»


«Si direbbe il contrario» replicò Eliezer con voce flebile.


«Ah, ma allora ce l’hai ancora, la lingua!» ridacchiò lei, per nulla turbata dalle parole scortesi dell’altro. «Allora, io» disse, indicandosi il petto, «sono Gloria. Ora sentiamo: com’è che ti chiami?».


«Eliezer» rispose l’interpellato, rassegnandosi: quell’umana era una furia, e non aveva alcuna speranza di tenerla a freno. Tanto valeva assecondarla: così magari si sarebbe stancata e lui avrebbe avuto l’occasione di scappare.


«È un nome strano» commentò Gloria.


«Anche tu sei strana» ribatté Eliezer, sulla difensiva, prima di rendersi conto della situazione: lui, un drago albino, peraltro ultimo della propria specie, stava dicendo a un’umana qualunque che era lei quella strana. Eliezer si mise a ridere.


«Che c’è di divertente? Fa’ ridere anche me!» protestò la donna.


«Pensavo che è ipocrita, da parte mia, definire “strano” qualcuno» rispose il drago.


«Oh, sciocchezze. Ho conosciuto gente molto più strana di te» tagliò corto Gloria. «Oh, grazie» sorrise all’indirizzo del cameriere che aveva appena portato loro i cappuccini.


Eliezer preferì non rispondere; zuccherò il cappuccino e ne bevve avidamente una sorsata, gustandolo. Era raro per lui fare una cosa tanto normale come fermarsi in un bar a bere qualcosa – e di sicuro mai in compagnia – quindi gli sembrava tutto speciale. Continuò a bere, tenendo gli occhi fissi sulla tazza, e quando li risollevò trovò Gloria che lo fissava apertamente.


«Che c’è?» farfugliò mentre la poca tranquillità riacquistata svaniva rapida.


«Niente» rispose placida Gloria. «È solo che penso di non aver mai visto nessuno bello come te. Inizio a capire perché la gente ti fissa».


«La gente mi fissa perché sono diverso» disse mesto Eliezer.


«Sì, forse» concesse Gloria. «Però non si può negare che nel tuo essere diverso, sei bellissimo».


Eliezer arrossì. Non aveva mai incontrato nessuno – né tra i draghi, né tra gli umani – per cui il suo aspetto fisico fosse una cosa buona, e quei complimenti lo imbarazzavano.


«Grazie» balbettò.


Gloria si sporse in avanti, scrutandolo con gli occhi socchiusi. «Ti ho messo in imbarazzo?» chiese. «Sì, ti ho messo in imbarazzo» si rispose da sola un istante più tardi. «Non capisco come sia possibile. Sono sicura che te lo dicano spesso. Che sei molto bello, intendo, non che ti hanno messo in imbarazzo. Certo, se reagisci sempre così, allora di sicuro ti diranno anche questo…»


«Nessuno mi dice che sono bello» la interruppe Eliezer, mentre le chiazze rosse sul suo volto aumentavano. «Nessuno mi parla mai, a dire il vero».


«Forse dipende da te. Ci hai mai pensato?» rispose Gloria. «Sembri più timido di un bambino. Pare che tu abbia persino paura di guardare le persone negli occhi!»


«Come posso guardare la gente con questi occhi?» replicò disperato Eliezer, indicandosi il volto. «Sono orribili, mettono paura!»


«Sono unici» rispose piano Gloria. «Ed è difficile che le persone comprendano la bellezza di ciò che è raro o unico».


Eliezer rimase senza parole. Mai nessuno gli aveva parlato come stava facendo Gloria. Per la prima volta si sentiva accettato; per la prima volta non si sentiva solo. Stava sperimentando quel tepore a cui Gloria era tanto abituata e con cui circondava gli altri senza nemmeno rendersene conto. Quasi automaticamente, il drago protese una mano e sfiorò quella di lei: dapprima timoroso, poi con maggiore audacia, fino a stringerla.


«Non ho mai osato sperare che esistesse qualcuno come te» le disse.


Stavolta fu Gloria ad arrossire: Eliezer la stava fissando e sembrava incantato, come se non avesse mai visto niente di simile. Qualche volta Gloria aveva visto delle persone fissare con quell’espressione un’opera d’arte, o recitare una preghiera, e la sconvolgeva che uno sguardo simile potesse essere rivolto proprio a lei.


Gloria abbassò gli occhi ed Eliezer sorrise, ricordando un vecchio proverbio dei draghi: a volte i fuochi più piccoli possono scaldare più di un intero incendio.


*


Quando Eliezer si era separato da Gloria, quel pomeriggio poco prima di Natale, era certo che non l’avrebbe mai più rivista. Quel pensiero gli faceva male al cuore e aveva tentato con tutto se stesso di soffocarlo, di relegarlo in un angolo della propria mente, di convincersi che avrebbe fatto meglio a superare in fretta la cosa perché se anche Gloria avesse voluto vederlo di nuovo – e nonostante le emozioni provate quel giorno, Eliezer non avrebbe scommesso un soldo su quell’eventualità – lei era comunque umana: sarebbe morta in un battito di ciglia, secondo i suoi standard di drago.


Ovviamente Eliezer aveva capito ben poco di Gloria, e cioè che quella donna era tanto ostinata quanto chiacchierona.


Eliezer era seduto su un prato a Villa Borghese, un paio di giorni prima di Capodanno, invisibile come sempre: a occhi chiusi prendeva dei profondi respiri dal naso, annusando l’aria. C’era odore di pioggia, e lui si augurò che facesse abbastanza freddo perché ci fosse anche un po’ di neve. Amava la neve – le distese innevate della Siberia e quelle ghiacciate dei Poli erano gli unici luoghi in cui non si fosse sentito fuori posto, mimetizzato com’era con le sue scaglie bianche in mezzo al bianco – e avrebbe voluto averne intorno qualche fiocco senza dover volare altrove.


Era immerso in questi pensieri quando sentì un rumore di passi e una voce stranamente familiare.


«Eliezer?» chiamò la voce. «Eliezer, lo so che sei qui. Non chiedermi come ma lo so. Forse è un sesto senso, o magari ho sviluppato un superpotere! Qualcuno potrebbe aver messo un siero per incrementare le mie capacità mentali, in quel cappuccino. O magari mi hai fatto un incantesimo…»


Eliezer sospirò. Anche se non ne avesse riconosciuto la voce, quel fiume di chiacchiere non poteva arrivare che da una persona. Si decise a tornare visibile e aprì gli occhi, in attesa.


«Eccoti, finalmente!» sbottò Gloria quando lo trovò. «Potevi anche darmi un indizio su dov’eri!»


«Ero certo che i tuoi superpoteri ti avrebbero guidata molto meglio di me» la prese in giro prima di rendersi conto di quello che stava facendo: stava scherzando. Aveva appena fatto una battuta.


Gloria sedette accanto a lui sull’erba. «Allora, Elie, ti sono mancata?»


Il drago arrossì. Quella donna era sfacciata in modo incredibile, e questo lo mandava in confusione ancor più della sua semplice presenza.


«Io… cosa… perché?» farfugliò.


«Prendi fiato, Elie» lo rabbonì Gloria. «Ti stavo solo stuzzicando un po’!»


La donna scoppiò a ridere tenendosi lo stomaco, mentre gettava indietro la testa e il cappello di lana scivolava via, lasciandole liberi i capelli biondo scuro. Eliezer si scoprì a fissarla e si sentì come se stesse volando: provava lo stesso senso di libertà, la stessa euforia in fondo allo stomaco, insieme a qualcos’altro che non sapeva identificare.


Gloria si buttò di schiena sul prato e tese una mano verso di lui. «Mi fai compagnia?» chiese. «Visto da qui, il cielo è bellissimo».


Eliezer si sdraiò e sbirciò il cielo riflesso negli occhi di Gloria. Aveva sempre pensato che il posto più bello da cui guardare il cielo fosse il cielo stesso, ma non ne era più tanto sicuro.


*


Con il passare dei giorni, Eliezer scoprì che, così come gli esseri umani sembravano essere in grado di percepire che in lui c’era qualcosa di diverso, Gloria aveva la capacità di percepire la sua presenza e basta. Dopo quell’incontro al parco, tante altre volte la donna l’aveva trovato quando lui era invisibile e nascosto; e se all’inizio il drago aveva pensato che fosse solo una coincidenza, a un certo punto si era dovuto ricredere.


Una notte di gennaio particolarmente fredda, Eliezer, dopo la mezzanotte, si era rifugiato in un boschetto in uno dei tanti parchi di Roma. Lì, nascosto a occhi indiscreti, si era spogliato e fissava il cielo buio attraverso le fronde degli alberi. Ormai era da parecchio che si era confinato in quella forma umana, e di recente il desiderio di volare era diventato insopprimibile. Quindi aveva pensato che non ci fosse nulla di male in un giretto nella gelida aria invernale, quando nessuno poteva vederlo spiccare il volo.


Eliezer chiuse gli occhi e sentì il proprio corpo cambiare, le ali spuntargli in mezzo alla schiena, mentre tornava alla sua forma naturale. Era appena tornato alla sua vera altezza – oltre quattro metri – quando un forte fruscio di foglie lo riportò alla realtà.


«Elie! So che sei qui, ma non capisco che ci fai in mezzo agli alberi a quest’ora di notte!» disse la voce di Gloria, vicinissima. Eliezer fu preso dal panico: non poteva tornare umano – il passaggio da una forma all’altra richiedeva alcuni minuti che lui ora non aveva – e non poteva spiccare il volo, perché in quel caso Gloria l’avrebbe visto. Ma non poteva neanche restare fermo dov’era, perché non poteva sperare che la donna non notasse un enorme drago albino alto quattro metri e dalla stazza di alcune tonnellate fermo in mezzo agli alberi. Insomma, Eliezer non vedeva via d’uscita.


«Eliezer!» tuonò ancora la voce di Gloria. «Per quale motivo dobbiamo sempre giocare a nascondino io proprio non lo capisco…»


Gloria si interruppe: era appena sbucata nello spiazzo in cui si era rifugiato Eliezer, e si era trovata di fronte il drago. Eliezer alzò il muso verso il cielo, decidendo che ormai tanto valeva alzarsi in volo e sparire.


«Oh mio Dio!» esclamò Gloria, senza fiato. Mosse qualche passo verso il drago e lui iniziò ad agitarsi, spaventato sebbene lei non potesse nuocergli in alcun modo. «Oh no, no, ti prego, non avere paura!» lo supplicò la donna. «Non voglio farti del male – non credo neanche che potrei, insomma, tu sei enorme e io confronto a te sono una formica… ma tu… tu sei vero?»


Eliezer sbuffò, sofferente e anche un po’ incredulo. Ma sul serio Gloria gli stava chiedendo se era vero? Invece di scappare? Quella donna doveva avere qualche rotella fuori posto.


Intanto Gloria si era avvicinata ancora di più; Eliezer la sentì trattenere il fiato e si rese conto che, distratto dai propri pensieri, aveva abbassato il muso per guardarla. Girò subito il collo verso un’altra direzione, ma aveva l’impressione che ormai il pasticcio fosse fatto.


«Eh no, non ci provare! Guardami!» disse Gloria. Quando il drago non obbedì, non si fece scrupoli a dargli un pugno: Eliezer, talmente sorpreso dal grado di follia che Gloria stava raggiungendo – insomma, chi mai prenderebbe a pugni un drago? – finì per fare proprio quello che lei voleva.


Gloria si specchiò in quegli occhi rossi e, anche se al posto suo nessun altro avrebbe creduto a quello che vedeva, nella sua mente non passò nemmeno per un istante l’idea che potesse essere tutto uno scherzo, o un’allucinazione.


«Elie, sei tu?» bisbigliò Gloria.


Eliezer non vedeva cos’avrebbe potuto fare per smentire l’intuizione – giusta – che Gloria aveva appena avuto. Spiccare il volo? Ruggire? Incenerirla? Non aveva senso. Così abbassò il muso fino a che i suoi occhi non furono alla stessa altezza di quelli di lei.


«Lo sapevo che eri tu» mormorò Gloria, senza fiato, afferrandogli il muso squamoso tra le mani e appoggiandovi la guancia. «Lo sapevo che eri speciale, lo sapevo che eri unico».


Eliezer mugolò piano, lasciandola fare. Il tocco di Gloria sulle sue squame era caldo: gli ricordava il fuoco con cui sua madre lo scaldava quando era ancora nell’uovo, aveva quella stessa carica, quella stessa capacità di rassicurarlo, di farlo sentire accettato, voluto, amato.


Il drago si chinò fin quasi a sdraiarsi sul suolo freddo e spinse appena Gloria con la testa.


«Che c’è, Elie?» bisbigliò lei. Eliezer la spinse di nuovo e accennò con la testa alla propria schiena. «Vuoi che salga?». Gloria si mise a ridere, un po’ isterica. «Che vuoi fare, portarmi in groppa come un cavallo?»


Eliezer mugolò più forte e agitò le ali, rischiando di sradicare parecchi alberi. Gloria sgranò gli occhi, comprendendo finalmente le sue intenzioni.


«Oh no, questo è molto, molto peggio!» disse. «Vorresti… vorresti… volare con me sulla schiena?»


Il drago emise un verso rauco e profondo, poi appoggiò la testa a terra e la fissò con occhi imploranti: voleva volare e voleva farlo con Gloria.


«Oh, e va bene» sbuffò lei. «Hai vinto. Ma non farmi cadere! Non voglio morire sfracellandomi al suolo da chissà quale altezza. A proposito, quanto in alto puoi arrivare? Non senti freddo? E poi…»


Eliezer grugnì forte e sbuffò: piccole volute di fumo fuoriuscirono dalle sue narici, e Gloria gli fece la linguaccia.


«Ho capito, salgo» si arrese; andò verso il fianco di Eliezer e cercò cauta un modo per salirgli in groppa. Stanco di aspettare, Eliezer la afferrò per il cappotto con i denti e torcendo il lungo collo se la depositò all’attaccatura tra le scapole. Attese che Gloria si sistemasse e trovasse un buon appiglio alle creste ossee che gli spuntavano sul retro del collo, poi spiccò il volo.


All’iniziò non sentì che le urla di lei: di paura, di incredulità, di eccitazione. Gloria urlava e la sua voce andava persa nel vento e nei poderosi colpi d’ala del drago, che facevano fischiare l’aria intorno a loro. Eliezer si beava nella sensazione del volo: ogni tanto saliva di quota e attraversava ciuffi di nuvole, immergendosi in quel bianco lattiginoso e umido. Di solito volava al di sopra di strati compatti di nuvole o addirittura dentro le nuvole, in modo da mimetizzarsi, ma quella notte non ce n’erano abbastanza. Ogni volta che si tuffava in una nuvola sentiva le urla di Gloria trasformarsi in risate, e ben presto ci furono solo quelle: non c’erano più la paura e lo sconcerto dell’essere in groppa a un drago, ma solo l’euforia del volo. Quella Eliezer la conosceva bene: era l’unico momento in cui si sentiva quasi felice, e aveva voluto ardentemente che anche Gloria sperimentasse quella sensazione totalizzante, in grado di far dimenticare qualsiasi altra cosa. Volarono a lungo alla luce della luna, che si rifletteva sulle squame di Eliezer facendole brillare d’argento.


Sentendo Gloria tremare di freddo sulla sua schiena, Eliezer tornò verso terra e planò di nuovo al sicuro nel boschetto. Gloria scese dalla sua schiena e si mise in disparte mentre il drago si acciambellava tra gli alberi: lentamente le ali, le creste ossee e gli artigli si ritirarono, le squame si appiattirono e lisciarono fino a tornare soffici ed Eliezer tornò alla sua forma umana. Mentre si rivestiva, Gloria gli si avvicinò e prima che lui potesse capire cosa stesse accadendo, lo baciò.


Quel bacio era persino meglio che volare. Come il tocco delle mani di Gloria, sulla pelle di Eliezer le labbra di lei erano calde, bollenti, infuocate: avevano lo stesso calore, la stessa intensità delle fiamme, e per la prima volta nella sua lunghissima vita, Eliezer si sentì a casa tra le braccia di qualcuno.


Eliezer schiuse la labbra, lasciando che fosse Gloria ad approfondire il bacio, ad afferrarlo, a piantare le unghie nella sua pelle candida: lui si limitò ad abbracciarla, quasi temendo che da un momento all’altro la donna potesse scappare.


Ma Gloria non aveva nessuna intenzione di andarsene: continuò a baciarlo, togliendogli l’aria, e più lo baciava più aveva voglia di non staccarsi, e il tocco delicato delle mani di Eliezer sembrava infiammarla, riempiendole il petto di calore tanto da farla annaspare…


Gloria si staccò dalle labbra di Eliezer e lo fissò: al di sotto della pelle ogni vena, ogni capillare spiccava, brillando violenta attraverso l’epidermide nivea, quasi fossero pieni non di sangue ma di fuoco.


«Sei meraviglioso» sussurrò la donna, ammaliata. «E sei caldissimo!» aggiunse quando si rese conto che le braccia di Eliezer scottavano: era come toccare dei tubi di metallo pieni d’acqua bollente.


«Sono un drago» rispose lui con notevole calma. «Abbiamo il fuoco dentro, e quando siamo felici, il nostro fuoco canta».


«Quanti altri draghi ci sono in giro?» gli domandò Gloria, curiosa.


Eliezer s’incupì. «Nessuno» rispose. «Io sono l’ultimo. Con la mia morte, la mia specie si estinguerà».


«Ehi, ehi, ehi» disse severa Gloria, afferrandogli il volto nonostante fosse bollente e costringendolo a guardarla negli occhi. «Ascoltami attentamente. Primo: non voglio sentirti parlare di morire. Secondo: sì, sei l’ultimo della tua specie, ma in un certo senso, sei il primo. Da te, la tua razza può rinascere».


«E chi mai vorrebbe stare con me?» disse amaro Eliezer.


«Io, per esempio» rispose dolcemente Gloria. «Te lo giuro, Eliezer: tu non sarai l’ultimo dei draghi».


Alzatasi in piedi, Gloria si sfilò lentamente il giaccone sotto gli occhi confusi di Eliezer. Seguirono il maglione e le scarpe, poi i pantaloni e la maglietta: Gloria rimase seminuda nel freddo della notte invernale, guardando Eliezer negli occhi senza vergogna. Tornò a sedere accanto al drago e si strinse a lui, scaldandosi contro il suo corpo.


«Gloria» mormorò Eliezer quando le labbra di lei sfiorarono di nuovo le sue. «Che stai facendo?»


«Sai perché ho accettato di salire sulla tua schiena, prima, mentre eri un… un… drago?» rispose lei. «Ti ho guardato negli occhi e ci ho visto soltanto una cosa: il desiderio di volare con me» proseguì. «Volevi che io provassi quella sensazione meravigliosa, una sensazione che non avrei potuto immaginare neanche nei miei sogni più vivaci. In queste settimane, di te ho capito una cosa: che sei sempre stato solo. Quindi adesso voglio essere io a farti provare qualcosa che credo tu non abbia mai sperimentato prima». Gli prese le mani e se le portò sui fianchi, poi gli baciò la linea della mascella e tornò a guardarlo negli occhi. «Voglio che tu sappia cosa si prova a fare l’amore con qualcuno che ti ama» sussurrò.


Eliezer scosse la testa, allarmato. «Gloria, non si può» disse frenetico. «Tu non capisci. C’erano storie tra la mia gente, su quello che accadeva quando draghi e umani si… si univano. Voi siete così fragili, così delicati… potrei ferirti, potrei spezzarti le ossa… ucciderti…». Deglutì a vuoto. «Ci sono state altre donne, in passato, ma non provavo per loro quello che provo per te. Ero così infelice, così indifferente, che la mia parte di drago era quasi… quasi morta, mentre ora la sento forte, forte come quasi mai l’ho sentita, e temo quello che potrebbe farti. Quello che io potrei farti».


Gloria si specchiò nelle iridi rosse che aveva di fronte, e in quelle di lei Eliezer vide solo fiducia.


«Non ho paura, Elie» sorrise. Gli passò le braccia intorno al collo e lo strinse a sé. «Fai l’amore con me».


Eliezer chiuse gli occhi e si abbandonò a Gloria. Sentì le sue mani sfiorarlo e spogliarlo e vide i suoi occhi guardarlo con reverenza mentre lui la faceva sdraiare sull’erba e le sfilava i pochi indumenti che ancora indossava. Baciò ogni centimetro della sua pelle e ogni volta che la assaporava sentiva il proprio sangue infiammarsi sempre di più, diventare simile a lava ardente, e accendere ogni parte del suo corpo.


Sotto di lui, Gloria non riusciva a spostarsi né a chiudere gli occhi. Nonostante Eliezer stesse diventando incandescente, nonostante lei si sentisse bruciare, il piacere che provava e la meraviglia dell’osservare quel corpo brillare dall’interno come una stella la tenevano inchiodata dov’era. Era sicura della propria scelta: neanche le prime scottature che le dita di lui le stavano lasciando sulla pelle potevano farle cambiare idea.


Un gemito della donna in cui si mescolavano piacere e dolore bloccarono Eliezer.


«Gloria» bisbigliò, fermandosi per un istante: amava Gloria, non poteva farci nulla, e ora che aveva baciato e toccato il suo corpo morbido e accogliente, temeva di non riuscire più a fermarsi. La guardò negli occhi. «Io… io credo che dovremmo smettere».


«No». Il sussurro disperato di Gloria lo colpì quanto le sue mani, che si aggrapparono a lui nonostante ormai fosse come toccare il metallo incandescente. «No, Elie. Ti prego, non ti fermare».


Come poteva resistere a quella supplica? Eliezer se lo chiese, mentre l’eco di quelle parole si spegneva nel silenzio della notte. Non poteva: era questa la verità. Lui, che non era mai stato accettato per quello che era e che si era sentito inadeguato per tutta la propria lunghissima vita, dopo tanta solitudine aveva finalmente scoperto cosa significasse essere amato incondizionatamente: Gloria gli aveva fatto assaggiare quel nettare ed Eliezer sapeva che non sarebbe riuscito a fermarsi, che l’egoismo avrebbe prevalso, spingendolo a berne ogni goccia, anche se questo significava distruggere la donna che gli aveva fatto quell’incredibile dono – e anche se farlo lo faceva sentire gretto e meschino, proprio perché anche lui l’amava.


«Mi dispiace» mormorò mentre diventava un’unica cosa con lei. Strizzò le palpebre e lacrime bollenti caddero dai suoi occhi sul volto di Gloria come pioggia.


«A me no» rispose Gloria, stringendolo a sé con tutta la forza che aveva. «Non potrei mai pentirmi di questo, Elie. Giurami che non macchierai quello che abbiamo con degli stupidi rimorsi».


Ormai Eliezer non poteva fare nulla se non annegare in Gloria: le sue parole, il suo totale abbandono, il suo amore, sgretolavano ogni tentativo del drago di tirarsi indietro. Quanto più sentiva quel sentimento così forte travolgerlo come un’onda e sommergerlo, togliendogli il fiato, tanto più il fuoco che gli scorreva dentro cresceva, rendendolo simile a una fiamma viva.


E quando la loro unione fu al culmine e ognuno ebbe riversato tutto se stesso nell’altro, Gloria sorrise. Sorrise senza rimpianti mentre il suo corpo martoriato dal calore si disfaceva lentamente in cenere sotto gli occhi di Eliezer e quel che restava di lei si mescolava al pianto dell’uomo che amava.


Chiuse gli occhi, Eliezer, quando della donna che aveva condannato a morire soltanto perché l’aveva amato non rimase che cenere. Chiuse gli occhi e per un attimo si concesse di fare proprio quello che Gloria gli aveva chiesto di non fare: biasimò se stesso. Si odiò per essersi concesso il lusso di amare l’unica persona che avesse mai potuto ricambiarlo, si detestò per averle permesso di innamorarsi, si disprezzò per non avere avuto la forza di strapparsi da quella dolcezza mai provata prima e salvare così Gloria.


Riaprì gli occhi, Eliezer, e vide fluttuare davanti a sé uno sciame di scintille infuocate che sostavano ostinate davanti a lui, quasi a ricordargli la promessa fatta. L’uomo si asciugò le ultime lacrime e le scintille si mossero: si sollevarono verso l’alto come sospinte da un vento gentile e si allontanarono, diventando minuscole e sparendo una alla volta. E nel momento stesso in cui anche l’ultima scaglia di luce non fu più alla portata degli occhi di Eliezer, una nuova stella si accese nel cielo sopra la sua testa: una stella bianca e luminosa circondata da un alone rosso come il fuoco, che sembrava brillare rassicurante nella sua direzione.

Inginocchiato a terra, Eliezer capì che ormai restare umano non aveva più senso: lasciò che il proprio corpo tornasse alla forma originale, quella stessa forma che solo poche ore prima aveva svelato la sua natura più profonda a Gloria.


E quando fu tornato quello che era stato in origine, il drago sollevò il muso e ruggì al cielo.



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