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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine PICCOLI OMICIDI QUOTIDIANI

ANNUNCI PUBBLICITARI / ADVERTISING

(..Eve la filatropica).

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26 minuti

Pubblicato il 28 aprile 2020 in Humor

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EVE
EVE

ANNUNCI PUBBLICITARI / ADVERTISING


Hallo George ... (al telefono).

Hallo Eve.

George hai un momentino per me, volevo raccontarti un fatto che mi è accaduto di recente. Dimmi pure Eve, sono in auto, ma aspetta che passo al viva voce. Dimmi ti ascolto. Allora, sai il mio ascensore, quello a vetri intelaiato di mogano rosso e trafilature in ottone che, come già ti ho detto, di tanto in tanto sale fino all’ultimo piano e ridiscende vuoto? C’è solo quello nel tuo palazzo, o quale altro? Beh, stamattina sentendolo salire che non era il solito orario, mi sono chiesta chi potesse averlo chiamato? Chi sta salendo? Chi ne discende? Insomma, quello che poi fanno tutti quanti ogni qual volta prendono un ascensore. Non tutti, solo tu Eve, e qualcun altro di mia conoscenza. Fatto è che mi viene da curiosare dall’occhiolino della porta per sapere dove si ferma. Lo spioncino Eve, si chiama spioncino. Va bene, chiamalo come vuoi. Devi sapere che in certe circostanze addirittura intuisco a quale piano si fermerà, ma non chiedermi come faccio, senz’altro dal modo in cui viene pigiato il dito sulla pulsantiera, penso.

Nel caso del mio piano riesco a capire finanche di che tipo di persona si tratta, in special modo quelli che si recano nell’appartamento accanto al mio. Per lo più lo deduco da come suonano il campanello o se invece bussano alla porta, se hanno le scarpe pulite, se portano il cappello o la veletta, da che cosa hanno in mano. Incredibile quanta gente sale e scende le scale di un qualsiasi edificio durante l’intera giornata. Gente insospettabile eppure colpevole di qualcosa. Magari senza neppure saperlo, solo per il fatto d’essere entrata nel portone, d’aver preso l’ascensore, essersi fermata al piano, davanti a quella porta, suonare quel campanello o bussare, è per me sufficiente a farne dei colpevoli.

Non so dire perché, ma si tratta pur sempre di individui in qualche modo sospetti. È soprattutto nel modo anonimo in cui arrivano ed escono furtivi che li rende equivoci, il breve tempo che si intrattengono a suggerire qualcosa di losco. Ne arrivano di tutti i tipi, uomini e donne, giovani e di mezza età, uomini coi baveri dei colletti alzati, con cappelli flosci tirati sulle ventitré, donne con la stola di falsa pelliccia, con il trucco rifatto. Una cosa è però comune a tutti indistintamente: tutti portano gli occhiali scuri con o senza montatura. Se sono da sole o da vista, non mi è dato sapere. Senza montatura hai detto? Si, proprio così. Allora devono essere alieni! Fatto è che non se li tolgono mai. Neppure quando attraversano la soglia dell’appartamento accanto al mio. E dire che all’interno non è poi così ben illuminato. Anzi, il contrario. Già l’androne d’ingresso del palazzo è tutt’altro che quello che si può definire “un posto al sole”, per non dire del pianerottolo che, specialmente nelle giornate d’inverno è illuminato solo quando s’apre la porta d’ingresso. Sempre che all’interno tengano accesa una qualche luce. Cosa questa, che avviene di rado.

Capita invece che un uomo vestito di grigio, con il cappello floscio, che quando piove sgocciola sul pianerottolo, salga a piedi per le scale. Lentamente, quasi senza far rumore, copre le sei rampe che lo conducono al terzo piano, osservando minuziosamente tutte le porte che incontra. Controlla i nomi corrispettivi sui campanelli a distanza ravvicinata, come fosse miope, quindi scruta nel mio occhiolino, e regolarmente scrolla il cappello davanti alla mia porta, sul mio zerbino, prima di bussare alla porta accanto, che strano a dirsi gli viene aperta subitamente. Altri invece suonano il campanello anche tre volte senza ricevere risposta alcuna. Quantomeno curioso, no? Al ché si siedono sulle scale e aspettano mentre fumano una sigaretta, che poi, regolarmente, lasciano accesa davanti alla mia porta. Finché qualcuno dall’interno arriva ad aprire.

Stranamente salgono e scendono uno alla volta, senza incontrarsi mai. Solo il diavolo sa come facciano. E il diavolo in qualche modo c’entra, perché spesso vedo che ridiscendono con le mani ficcate nelle tasche e il volto oscurato per un qualche rifiuto ricevuto. Ma soprattutto sono le donne che, certamente più spavalde degli uomini si fermano sul pianerottolo, aprono la borsetta, tirano fuori il pacchetto delle sigarette, ne accendono una, non senza prima aver frugato a lungo per trovare l’accendino, quindi aspirano una lunga boccata di fumo che poi immancabilmente mi gettano in faccia davanti all’occhiolino.

Ah, dimenticavo, tutte indistintamente, prima di aprire la porta dell’ascensore, sollevano la testa di lato con uno scatto secco come per riordinarsi i capelli, ma che in verità sembra di sfida.

E i loro occhiali? Che siano a fascia, oppure oculari, o della foggia più arzigogolata, ovviamente taroccati anche se firmati, sembrano straordinariamente inglobati nelle fattezze del viso, quasi che la materia plastica, ma anche quella metallica, sia nata con loro e con loro sviluppatasi attorno agli occhi. Qualcosa che le fa sembrare, in modo eclatante, simili a quelli che tu chiami alieni. Sempre che gli alieni abbiano quelle facce lì. Cosa che non è mai stata appurata. Di fatto gli alieni siamo noi. O meglio siamo noi che ci travestiamo da alieni.

Fatto è che quell’uomo in grigio col cappello floscio, sì proprio quello, un giorno bussa alla mia porta.

Ovviamente mi trattengo dall’aprirgli, anche se, devo ammetterlo, la mia curiosità di conoscerlo è pressoché grande. Abituato com’è, che gli aprono subito la porta, devo averlo lasciato interdetto, poiché, bussa di nuovo ripetute volte. Capisci, alla mia porta. Chi l’avrebbe detto che alla cinquantesima volta che lo vedo arrivare sul mio pianerottolo avrebbe sbagliato porta, e insistesse pure affinché gli venisse aperto. Tutto sommato è un bell’uomo, sui cinquanta, con la carnagione né chiara né scura, i baffi grigi sopra le labbra carnose, la barba incolta, gli occhi … pardon, gli occhiali neri come la notte senza luna. Del tipo aprite donne che è arrivato Jack lo squartatore, oppure il Mostro di Dusseldorf in trasferta a Londra, che so? Posso aprirgli la porta? Che fare? Cosa pensare? Come minimo si è informato sul mio conto, sa che a quell’ora, a mezzogiorno, sono sola in casa. Fatto è che non apro e mi limito a osservarlo dall’occhiolino. Quando, improvvisamente, vedo delle mani furtive afferrarlo per un braccio e trascinarlo dentro la porta accanto che si richiude con un tonfo.

Mai avrei immaginato che qualcuno dall’interno potesse sentire quel bussare pacato. Qualcuno di certo tiene d’occhio le scale, il pianerottolo, la mia porta. Qualcuno che come me, scruta dall’occhiolino cosa avviene nel mio appartamento, chi ricevo, quando arrivano i miei amici e a che ora se ne vanno, ecc. Oh, my Good! Sono senz’altro informati anche su Arthur, il giovane medico che di tanto in tanto viene a farmi visita. Non è lecito che lo si sappia, è pur sempre un uomo sposato. Del resto, non è colpa mia se mi capita sempre più spesso di non dover stare bene. In fondo si tratta pur sempre di una visita medica. Ginecologica Eve, ginecologica! Fa differenza? Tu George, dici che dovrei smettere di farmi venire di queste caldane? Preferisco non rispondere sull’argomento, non al telefono. Eve ti spiace se ne riparliamo quando sarò lì. Non oggi ovviamente. Vediamo, magari la prossima settimana.

Dici sempre così George, ma non sei più venuto, cosa ti è capitato? Sono stato molto preso dal lavoro e lo sarò ancora per un po’. Parto domani per Parigi, e mi tratterrò lì per una settimana, circa. Secondo te che dovrei fare se quell’uomo dovesse bussare ancora alla mia porta? Non saprei, o forse si, vestiti di nero e recita la parte della vedova addolorata. No, non mi si addice. Trasformati nella povera donna sola che cerca l’uomo della sua vita, che la ami, e soprattutto che la scaldi. Oh se vorrei, ma non mi sembra il caso. E se fosse uno stupratore? Beh, dovrebbe andarti bene Eve, in fondo è quello che cerchi, non è così? Non scherzare George, ho una paura matta.

Non staresti lì a osservare dall’occhiolino, come lo chiami tu, tutti gli avventori del palazzo, non ti pare? Hai provato a informare la Polizia? Di cosa? Del fatto che nell’appartamento accanto succedono certe strane cose. Quali strane cose George? La gente in casa propria può ricevere chi vuole. Quindi non sei tu che vai a raccontare in giro le stranezze che accadono nel tuo condominio? Io, figuriamoci! Hai pensato che se fosse un ladro, potrebbe … Derubarti? Comunque non temere per i tuoi quadri, gli originali sono conservati nel cavò della banca, quelli appesi alle pareti sono solo delle copie.

Così sono circondata da falsi? Falsi uomini, falsi amanti e forse anche falsi medici, per non dire dei gioielli. Sono al sicuro anche quelli. Se stavi aspettando Arsenio Lupin puoi smettere di sperare. Le cronache lo danno per defunto almeno cento anni fa e seppure fosse ancora in vita sarebbe decrepito. Non è proprio quello a cui pensavo in questo momento. Vedi Eve, voi donne avete questo di bello, avete la capacità di vivere il presente fuori dalla realtà, la quotidianità immersa in un vago alone di superficialità che vi rende eteree, lontane, perse in un mondo “altro” che per quanto sia, non vi appartiene. E soprattutto possedete la grandezza di saper mentire: agli uomini che amate, agli amici che vi ruotano attorno, a voi stesse, se non altro per capacitarvi d’essere vive, di convincervi che esistete. Mentre invece … Esistiamo George, eccome se esistiamo. Voi uomini dovreste farvene una ragione, abbiamo il sopravvento, possediamo certamente molte carte da giocare, più di quante ne abbiate voi. Solo che noi non amiamo “divagare”.

Lasciamelo dire Eve, in quanto a divagazioni siete maestre, è vero, ma basta prendere un discorso che non vi piace che subito cambiate atteggiamento, parlate d’altro, guardate altrove. Che forse tu non fai lo stesso George? Non sai più cosa inventarti per dirmi che non verrai a trovarmi. È quasi un mese ormai che non ci vediamo. Sai cosa penso?, che puoi fare a meno di me, che non ti manco affatto. È la tua ambizione di donna a farti parlare così, perché in fondo vorresti avere tutti gli uomini ai tuoi piedi. George non hai pensato che potrebbero aver fotografato anche te? Fotografato, perché? In ragione della tua posizione, potrebbero volerti ricattare.

Ricattare me? Anche! Adesso che ricordo qualche volta mi è sembrato di vedere come dei flash fuori dell’occhiolino. Ancora con questo occhiolino, si chiama spioncino Eve, lo spioncino. Oh smettila George, non mi piace chiamarlo così, fa sembrare come se qualcuno voglia spiare chi. No, certo, invece occhiolino fa pensare a un voluttuoso adescamento. Tra i due davvero non saprei quale è il peggiore. Ma adesso devo lasciarti mia cara. Non mi dici neppure una parolina dolce, George? D’accordo, sei adorabile. Chiamami, quando sei di ritorno. Da dove? Ma se hai appena detto d’essere in partenza per Parigi, o più semplicemente devo pensare a una bugia? Mi taccio.


Hallo George, sei ancora lì? Se hai ancora un momentino vorrei raccontarti quanto mi è capitato la settimana scorsa. D’accordo, purché sia breve. Allora, erano appena passate le nove ora di Londra, quando arriva un tipo alquanto strano, magro da sbigottire, una lampada a stelo, completamente vestito di nero, con gli occhiali scuri sul volto così bianco da sembrare infarinato. Che sia un clown? Penso. Un brivido mi corre lungo la schiena nel vedere che scruta la mia porta con fare sinistro. Suona il campanello. Provo sbigottimento e panico, non so che fare. Non c’è nessuno, rispondo. Ride beffardo, o forse sorride mordace. Sembra pronto ad azzannare la preda qualora io apra la porta. Chi è? Chiedo.

Sono l’inviato dall’agenzia per le Onoranze Funebri, ci ha chiamato lei. Un becchino? Questa poi, mi mancava proprio, se c’è un punto di vista, uno scopo, e un modo di vivere che abiuro è di pensare costantemente alla morte. Che faccio gli apro? Mi chiedo. Si, gli apro, se non altro per dirgli che deve aver sbagliato indirizzo. È sicuro che … Mi ascolti signora, comprendo il suo modo d’agire, per così dire d’essere risentita, tuttavia il nostro intervento si rende alquanto necessario. Ma io… riesco appena a dire. Capisco, faccia un’analisi della sua vita interiore, la dominante non può essere che l’espressione di ciò che va fatto, che si deve fare tramite un’agenzia ben organizzata come la nostra.

Generalizzando potrei dire che si tratta di un cambiamento di stile di vita, che la crisi che sta attraversando è comprensibile, seppure necessaria per trovare la forza di continuare, come dire, per sopravvivere nel rispetto di quei sentimenti che intende manifestare, e che noi la aiuteremo a raggiungere, col mettere assieme e ordinare l’operazione complessiva del funerale per il quale siamo stati chiamati. Se mi permette ci terrei a chiarire una cosa... gli dico, ma vengo repentinamente interrotta dalla sua irreprensibile loquacità. Capisco. Qualunque cosa signora. Siamo qui per questo, la consideri cosa fatta.

Quando ci si esprime in maniera completa, si dimostra volontà e scopo, una mente chiara, una ferma volontà e abilità pratica. Qualità che rendono l’approccio costruttivo, senz’altro distintivo. Immagino rispecchi la sua volontà, distinguersi dagli altri, che desideri svolgere dinamicamente e inflessibilmente tutta l’operazione allo scopo di conseguire risultati tangibili, di materializzare, per così dire, nella maniera più accurata, un addio onorevole al defunto che non lasci dubbi sul raggiungimento della pace raggiunta con gli altri e con il mondo intero. In questo modo lei diviene, in un certo senso, la vera creatrice dei suoi sentimenti, di quello stato emozionale che guiderà il defunto verso quel processo vitale e misterioso che l’accompagnerà nell’al di là.

Se mi provo a definire più esattamente la qualità preponderante della nostra organizzazione è la disciplina che ci siamo imposti. Anche per questo le dico che sta facendo la cosa giusta, non a caso la disciplina che adoperiamo nel condurre ogni singola operazione, grazie al coordinamento diretto, conduce senza deviazioni verso gli scopi che ci siamo prefissi. E con questo mi permetta di non aggiungere altro. Ma le pare, solo che non sono la persona interessata, c’è che lei caro signore deve aver sbagliato indirizzo. È sicuro di aver suonato alla porta giusta? Che forse doveva suonare alla porta accanto. Ah, vuol dire che non è qui l’agenzia di advertising, dove si fanno gli annunci economici, commerciali e quant’altro? No. Ah, mi scusi. E comunque, per qualsiasi necessità le lascio il mio biglietto da visita con riportati tutti i numeri di telefono diurni e notturni, nonché il nostro indirizzo se volesse degnarci in futuro di una sua visita che sarà senz’altro gradita. Come si dice, anche se, facendo le corna, nessuno di noi può sapere quando succederà. Indubbiamente le auguro che ciò accada il più tardi possibile, anche se conosco una “teoria degli opposti” cosiddetta, che serve a misurare la “stravaganza” di noi esseri umani, in cui viene affermato un principio inequivocabile. Se mi dedica un attimo del suo tempo magari gliela enuncio. Non ho scelta, l’ascolto.

Sì, grazie. Allora dicevo… se si pretende di avere un pavimento nero, allora la scelta del gatto ricade sul viola. E poiché non si è ancora visto un gatto viola, allora si fa viola il pavimento, in modo che la scelta non può che ricadere su un gatto nero. Altrimenti si sceglie un gatto bianco che sta bene con tutto. Morale della favola, che cosa vuole vendermi? Nulla, solo dirle: che nella vita tutto dipende da che gatto si vuole. Che non c’è bisogno di morire per occuparsi del proprio funerale, basta essere un tantino lungimiranti e la cosa è fatta. Ciò per dirle che post mortem siamo in grado di occuparci noi di tutto, senza, ovviamente arrecare alcun disturbo a lei e ai suoi più stretti congiunti.

Da parte mia è doveroso aggiungere una considerazione importante, di sottoscrivere una polizza assicurativa, d’importanza fondamentale per chi vuole accertarsi della propria auto-realizzazione. Per un istante ho temuto si occupasse anche della ristrutturazione dell’appartamento in vista di lasciarlo in eredità. Indubbiamente signora, ci occupiamo anche di quello, qualsiasi cosa pur di far rispettare le sue ultime volontà. Ma come si dice George, se devo proprio andarmene, che mi si lasci morire in pace, non ti pare? Se ne vada, gli dico. Lo vedo rinculare fino a sbattere col posteriore contro la porta accanto che si apre senza necessariamente dover bussare.

Mi chiedo se esiste una categoria di persone più insolenti, arroganti, sfrontati che superi quella dei venditori porta a porta, dei cosiddetti rappresentanti di articoli commerciali, o anche pubblicitari, cioè di quanti si occupano di reclamizzare prodotti d’ogni tipo. Del resto per la “teoria degli uguali” che appunto serve a misurare la “stronzaggine” della categoria, è detto: “Non dite a mia madre che mi occupo di pubblicità, piuttosto ditele che lavoro in un bordello”. Quanto basta per far cadere le braccia a chiunque abbia ancora voglia di comunicare con gli altri esseri umani di qualsiasi risma e condizione sociale. Non la pensi così anche tu? Io, no, forse dimentichi che sono un pubblicitario.

Ascolta George. Ma io, veramente… Sta a sentire, alcuni giorni fa, sarà stato verso mezzogiorno, scende dall’ascensore una tipa orrenda, ovviamente con gli occhiali scuri, la quale, senza richiudere la porta dietro di sé, si guarda attentamente nello specchio, prima da un lato poi dall’altro, si cotona i capelli, si passa il rossetto sulle labbra, quindi con uno scatto altezzoso della testa, si volta e s’avvia rapida, lasciando l’anta dell’ascensore aperta, e va a sbattere contro la porta di fronte alla mia. Questo tanto per dire qualcosa sull’auto-realizzazione, quando invece si fa del tutto per rendersi abominevoli. Se proprio voglio fare un elogio alla bruttezza, preferisco affidarmi a Umberto Eco, il quale, recentemente ha aggiunto qualcosa di veramente significativo alla “teoria degli opposti e degli uguali”: “Di solito s’intende la bruttezza come l’opposto della bellezza, tanto che basterebbe definire la prima per sapere cosa sia l’altra”.

Fatto è che quella tipa è così brutta che mi viene spontaneo chiedermi a quale “tipo” umano appartiene? O meglio, a quali “tipi” deve la sua appartenenza? Poiché sembra che ognuno di noi appartenga a più d’uno e non necessariamente umano. Ovviamente una risposta ce l’ho: senz’altro appartiene al “tipo” animale-umano. Capisco solo adesso dove, come e perché, il povero Darwin abbia preso ispirazione per la sua teoria dell’evoluzione. Rifacendo evidentemente il percorso in senso inverso, attraverso il regresso, l’involuzione, la degenerazione di certi tipi di donna! Devi sapere George, cos’altro mi è capitato, a proposito dei tipi umani di cui stiamo parlando, indovina? Non riesco a immaginare, ma aspetta, vediamo, stavamo valutando la necessità pratica di individuare a quali tipi appartengano certe persone. È così?

Non proprio, quanto invece dicevamo che l’importanza di ciò risiede nella sua applicazione su noi stessi. Si, certo. Ora dimmi George, tu che sempre ci ammorbi con la bellezza dell’arte, secondo te, l’amore di una donna brutta per un uomo bello, è diverso da quello che prova un uomo brutto nei confronti di una donna bella? Buona domanda davvero, alla quale da parte mia è alquanto imbarazzante rispondere. Ecco, io non credo di essere la persona più adatta per farlo, se non mi dici la ragione per cui mi fai questa domanda. Dimmi piuttosto cos’hai in mente?

O niente di personale George, ovviamente, se è a quello cui stavi pensando. No, immagino, ci mancherebbe, ho ben altre preoccupazioni cui dedicarmi. Ma, poiché l’amore è una delle parole più usate e, probabilmente, abusate dopo “io” e forse “denaro”, dovremmo sapere entrambi piuttosto bene che cosa intendiamo per “amore”, non trovi? Tuttavia, se ci soffermiamo e proviamo realmente a pensare al suo significato, scopriamo con imbarazzo che l’amore ci appare come qualcosa di impenetrabile, contraddittorio e misterioso, e se ce ne domandiamo una definizione chiara, e completa, non sappiamo più che dire. Questa sorprendente e imbarazzante scoperta ci aiuta a comprendere un’importante verità psicologica e cioè che l’esperienza e la conoscenza sono due cose assai diverse.

Scusa sai ma in questo non ti seguo George, hai eluso la mia domanda rispondendo con qualcosa di filosofico che non è farina del tuo sacco. Qualche volta dovresti volare un po’ più basso, e permettere agli altri di seguirti senza doversi masturbare le cervella. Certe volte trovo che anche tu non sia da meno nelle tue elucubrazioni e io non trovo un nesso con quanto vai affermando. Cosa vuol dire “la sua importanza risiede nella sua applicazione a noi stessi”, se poi non lo verifichi sulla tua persona. È un fatto che sono sempre gli altri che devono adattarsi, misurarsi, proporzionarsi a te e non viceversa. Ecco, visto? In questo sei diversa da me, ti trovi ad affrontare qualcosa che assomiglia più a un arroccamento, che non a un incoraggiamento a dare scacco. Se siamo onesti con noi stessi, la tipologia dell’amore tra un uomo e una donna è diversa in quanto sono diverse le aspettative che i soggetti mettono in campo.

Voglio farti partecipe di una massima appartenente alla “teoria degli uguali” che ho appena messo a punto: “Se come si dice, dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna; dietro a ogni stronzo d’uomo, c’è sempre una donna di merda”. Che te ne pare? Funziona! Ma ne ho appresa un’altra George che dovresti aggiungere alla “teoria degli opposti” e che recita: “Se è vero che due linee parallele non s’incontrano mai, vanno fermate sul nascere e decidere da che parte farle andare”. Come dire che:

“Si può anche pensare di mandarle a fare in culo”, che è poi quello che penso di fare con te. Degna di nota, direi. È un’opportunità che hai per liberarti definitivamente di me, e io di te. La scelta come vedi è reversibile. A ogni piè sospinto si presenta sempre l’altra faccia della medaglia. Non è mia intenzione litigare con te, continuo invece a pensare a quanto hai detto poco fa, su come possa rivelarsi arbitraria la nostra conoscenza dell’amore da entrambi i punti di osservazione. Siamo esseri diversi, ormai dovresti saperlo.

Non ci deve sorprendere se l’esperienza di essere o di essere stati appassionatamente innamorati non ci fornisca una comprensione intelligente della vera natura dell’amore. Una tale comprensione è veramente difficile da acquisire, perché nelle varie esperienze d’“amore” esistono elementi contraddittori e diversi, vi ritroviamo una mescolanza di istinto e intuizione, impulso attivo e sentimento passivo, avidità e ossessività da una parte, corpo e anima, desiderio e generosità, spirito altruistico e donazione di sé, dall’altra.

Il mistero sta nell’offrirsi, in quella donazione di sé che fluisce inesorabile dai silenzi e dagli sguardi che l’amante rivolge all’amata e che, inavvertitamente, si trascinano in quel territorio ignoto tra la vita e la morte dove, il sentimento d’amore provato l’ultima volta, può essere sorprendente come la prima. In fondo è questo l’amore, un conseguirsi di vicendevoli offerte che non prevedono un prima e un dopo, bensì un continuum di reciproche emozioni, cui dare la più completa soddisfazione. Come vedi non si può solo scegliere il meglio per sé, senza pagarne lo scotto, cara Eve. Come dire che non è necessario prenderlo nel culo per ammettere d’essere gay, vero George?

È cosa di una settimana fa che sul newspaper (ometto il nome per una questione di riservatezza, poi spiegherò il perché, anzi, spero che lo capirete da soli) ho letto un annuncio relativo alla vendita di una rivoltella. Curioso, mi sono detta, pensando a quale “tipo” di persona potesse interessare l’acquisto di un tale oggetto. Così ho alzato la cornetta del telefono, ho composto il numero d’appartenenza e ho chiesto le necessarie informazioni.

Ovviamente mi ha risposto un uomo. Non c’è da stupirsi. Solo un uomo può voler vendere una pistola senza chiedere per quale ragione si è interessati al suo acquisto. Oltretutto, senza accertarsi se la persona intende farne un uso personale verso se stessa oppure rivolgerla verso qualcun’altro. Cosa questa, che dovrebbe essere la prima e inconfutabile domanda da rivolgere al possibile acquirente. Te lo assicuro Eve, non è affatto così.

Nel caso specifico del suicidio, suggerito da forte diniego o da contrasto in ambito amicale, parentale, o di affettiva intima necessità, condizionato da relativo scontro esistenziale, che tuttavia aiuta a togliersi dalle palle non solo dei possibili rivali ma, anche degli avversari, degli antagonisti. In breve tutta la risma di quanti sono contrari, gli ostili, i malevoli, i maldisposti che, altrimenti, non ci lasciano vivere. Nel caso invece di possibile omicidio, a meno che non sia per legittima difesa, ritengo opportuno fare le dovute valutazioni per diradare dal campo le nebbie di una perfida evoluzione della cattiveria umana. Sebbene con risvolti senza dubbio immorali, relativi al principio etico che vede il bene contrapposto al male e che, se vogliamo, va a influire negativamente sul giudizio rivolto all’agire comportamentale.

Mi sono perso. Ma come George, non è forse detto che “se il nemico non lo si può abbattere, bisogna farlo re”? Allora facciamolo re e poi abbattiamolo. Orbene, per la “teoria degli opposti” pur vale “evviva il re, morte al re!” ma non si può uccidere tutti quelli che non la pensano come noi, non credi? Perché no, non penso vi sia un perché in tutte le cose. O almeno, è una di quelle cose su cui intendevo discutere con te George, la prossima volta che mi onorerai di una tua visita. D’accordo Eve, facciamo che ne riparliamo la prossima volta, purtroppo mi si è fatto tardi. Ora ti lascio… In che senso? No, aspetta, George, lasciami finire almeno quanto ti stavo dicendo. Sì, scusami, ma vedi… penso che sarei già arrivato a Parigi.

Tornando al fatto, dopo l’avvenuto contatto con lo sconosciuto della pistola, ci accordiamo su una cifra iniziale col sovrapprezzo per il silenziatore incorporato e la possibilità di una

prova dell’effettivo funzionamento dell’oggetto.

La consegna, espletata in forma anonima, ha luogo l’indomani, cioè oggi, all’indirizzo dell’agenzia di advertising. Si, quella che sta sul mio pianerottolo, alla porta accanto, tanto per capirci. In fondo, mi sono detta, è un luogo di libero scambio, tanto vale perché lo sia anche di libero arbitrio. L’ora? Senz’altro quella intorno a mezzogiorno, la meno convulsa per il via vai degli avventori che salgono e discendono in ascensore a ritmo frenetico. Del resto è una giornata uggiosa, non fa che piovere da stamattina alle cinque. Ah, ma io ho pianificato tutto George. Arrivata l’ora dell’appuntamento esco di casa senza chiudere la porta a chiave e salgo le due rampe di scale che portano al piano di sopra. I condomini del quarto piano sono già fuori, chi al lavoro, chi a fare compere.

Nell’attesa mi siedo sui gradini, al riparo dall’essere vista. Un primo avventore esce dall’ascensore e entra nella porta accanto alla mia, per poi uscirne quasi subito con dei plichi in mano. Nel frattempo che l’ascensore attraversa i piani, qualcuno sale lentamente le sei rampe di scale che lo conducono al terzo piano. È davvero estenuante, non ho ancora compreso perché ci impieghi così tanto. Quando sta ormai per arrivare all’ultima rampa, ridiscendo, chiamo l’ascensore, apro le porte come per uscirne e le richiudo alle mie spalle. È lui, l’uomo dal vestito grigio col cappello floscio, prima controlla a distanza ravvicinata i nomi sulle porte del piano, quasi fosse miope, quindi scruta nel mio occhiolino. Lo incontro sul pianerottolo. È lei, mi chiede? Si, rispondo. Le ho portato la merce, dice, e come sempre scrolla il cappello dalla pioggia davanti alla mia porta, sullo zerbino. Lo fa davanti a me, ma ti pare?

Sono presa da una rabbia furente, tipica di chi si sente offendere arrogantemente nella propria persona. Se c’è qualcuno che davvero non sopporto sono gli uomini curiosi, i miopi, gli arroganti, gli indiscreti, i menefreghisti, i malfattori, i ladri, i furfanti, gli stupidi, gli ottusi, i poco perspicaci, gli insolenti, i prepotenti, i presuntuosi, i negligenti, gli spocchiosi, i qualunquisti, i disonesti, i delinquenti, i criminali, i dispotici, i violenti, i cattivi in genere. Quali, tra le donne? Ovviamente tutte. In poche parole l’umanità intera Eve. Ti prego, non aggiungere altro George. Ma, io so già che non apprezzi il mio comportamento. Neppure lui, l’uomo che ho di fronte, e che adesso mi guarda. Ricambio il suo sguardo. Oggi piove a dirotto, dice, quasi scusandosi per il suo gesto. Me ne sono accorta. Rammenti madame, per la “teoria degli uguali” “la pioggia che deve ancora arrivare non può essere migliore o peggiore di quella ch’è già passata, è comunque bagnata”, dice, mentre dalla profonda tasca dell’impermeabile tira fuori un astuccio avvolto nella carta di giornale, legato con un elastico che gli gira tutt’intorno. Lo apre e mi porge la rivoltella.

È davvero bellissima, ben levigata, nera, lucida. Pensavo fosse meno semplice da maneggiare, dico. Innesta il silenziatore. È carica dice. Vuole provarla? Sì, rispondo. Sparo. L’uomo cade all’indietro contro la porta dell’ascensore, che si richiude. Penso che per la “teoria degli uguali” chi egli fosse in passato non mi riguarda, senz’altro un uomo della peggiore specie, tanto quelli sono tutti uguali. Piuttosto voglio pensare al presente, e allora mi viene in mente che si tratta di un uomo qualsiasi, anzi, di un qualsiasi uomo. In quanto al futuro, può anche capitare di ricredersi, ma non mi sembra davvero questo il caso. Non trovo il tempo di riflettere su ciò, allorché sento squillare il telefono di casa, entro e richiudo la porta d’ingresso alle mie spalle. Mi sento l’ansia addosso. Non certo per l’atto in sé, quanto per la fretta di chiudere la porta proprio mentre stava salendo qualcuno. Figuriamoci, con il terrore che ho che qualcuno bussi alla mia porta.

Rispondo che sono ancora affannata. Odi sempre tutti gli uomini, vero Eve? O caro Arthur, sei tu, che piacere sentirti! È il mio medico personale. Come al solito la tua telefonata arriva al momento giusto, mi sento così, così.. Così come? Sento il cuore che mi batte. È certamente un bene, vuol dire che sei ancora viva. No, intendevo dire che mi batte forte. Effettivamente ti sento un po’ affaticata, magari è solo perché sei venuta a rispondere di corsa, non voglio pensare che batta forte per me. Non pensi sia il caso di dargli una guardatina?.. gli chiedo. Stasera, magari sul tardi. Figurati non l’ho lasciato neppure finire di parlare. Ti aspetto, gli dico. Come dici George, nel frattempo sei arrivato da queste parti? Sei nelle vicinanze? Stai arrivando? Sei sotto il portone? Oh, che meraviglia, sali! Come dici c’è la Polizia? Non saprei! Che dici, non ti lasciano passare? L’ascensore è bloccato? Hanno trovato un uomo nell’ascensore. Sarà un drogato. No, è morto, qualcuno gli ha sparato a bruciapelo.


Oh che orrore! Immagino sarà incappato nei soliti inconvenienti. Comunque puoi sempre salire a piedi, in fondo che vuoi che sia, sono le solite sei rampe di scale.


FINE



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