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Una storia di Gian2901

L’OROLOGIO DELLA CUCINA

Con una sua logica

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2 minuti

Pubblicato il 17 gennaio 2020 in Altro

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Le lunghe lancette nere dell’orologio grigio appeso in cucina ticchettavano rumorosamente. Era quasi assordante, se si concentrava la propria attenzione solo su quel suono.

Tic.

Tac.

Tic.

Tac.

Tremendo.

Se si metteva pure a fissarlo, la leggera vibrazione che poteva scorgere allo scorrere di ogni secondo lo mandava fuori di testa. Aveva come l’impressione di iniziare a tremare anche a lui, assieme alle lancette.

Tic.

Tac.

Tic.

Tac.

Diventava sempre più insopportabile. Ogni secondo che passava.

L’odore che riempiva la stanza era acre, pungente. Un fortissimo odore di chiuso aveva impregnato qualsiasi cosa. I cuscini delle sedie, i bicchieri nella credenza. Il frigo era acceso, ma dentro non c’era nulla se non un barattolo aperto di giardiniera, cosparso di muffa dentro e fuori.

Tic.

Tac.

Tic.

Tac.

Più ci pensava, più effettivamente quella situazione sembrava paradossale.

Non ricordava da quanto fosse seduto lì, al buio.

Non si ricordava nemmeno più il suo nome.

Puzzava, tanto, tutto. Ma non capiva se era lui o la stanza a emanare quel terribile fetore.

Le lancette si muovevano, vibrando. E così i suoi occhi. Le palpebre si aprivano e chiudevano a tempo con il loro movimento.

Tic.

Tac.

Tic.

Tac.

Il cuore gli batteva, fortissimo. Due, tre battiti al secondo. Aveva la sensazione che gli stesse per volare fuori dal petto. E stava sudando, tantissimo.

La fronte gli grondava come un nevaio a fine luglio.

E la puzza si faceva sempre più forte, e insopportabile.

Stava impazzendo.

Tic.

Tac.

Tic.

Tac.

E così, all’improvviso, urlò. Fortissimo.

Urlò fino a quando ebbe aria nei polmoni.

Urlò fino a quando non ebbe la sensazione che gli si strappassero le corde vocali.

Riuscì a svegliarsi dal torpore e alzarsi dalla sedia su cui era come inchiodato.

Sangue, sentiva odore di sangue. Un fortissimo odore di sangue. Ma non lo vedeva, da nessuna parte.

Si girò di scatto, trovando la maniglia della finestra prima con la faccia che con le mani.

Tic.

Tac.

Tic.

Tac.

Il ticchettio si era fatto come esplosivo.

Non poteva resistere oltre.

Allungò le mani per cercare il catenaccio delle inferiate. Niente da fare, era come impossibile aprirle.

Preso dalla disperazione, iniziò a dare calci e pugni, come impazzito.

Tic.

Tac.

Tic.

Tac.

Colpiva il legno consumato dal tempo a tempo con il rumore delle lancette. Un colpo con le mani, uno con i piedi.

Un pugno.

Un calcio.

Tic.

Tac.

Dopo pochi secondi che sembrarono secoli, il legno cedette, di colpo, nel momento esatto in cui stava preparandosi a sferrare l’ennesimo calcio.

Una luce accecante lo travolse, con un’energia che lo lasciò come pietrificato.

Ma non per molto.

La violenza contenuta nel calcio che era pronto a sferrare era tanta che gli fece perdere l’equilibrio.

Scivolò.

Non un urlo, non una lacrima. Solo il ticchettio delle lancette.

Tic.

Tac.

Tic.

Tac.

Poi il nulla.


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