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Una storia di Consalvoromano

1973

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10 minuti

Pubblicato il 26 febbraio 2020 in Horror

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1973

Due giorni fa ero a un bivio.

Due considerazioni prima di voltare pagina per sempre.

A malincuore, ieri ho firmato il contratto per la vendita della casa di campagna dei miei genitori e dei terreni circostanti: un pezzo della mia vita se ne andato con loro, ma non avevo scelta, sono sommerso dai debiti e la mia azienda rischia di chiudere. La crisi economica sembra non finire mai e il prossimo anno sarà ancora più difficile.

Dopo la morte dei miei genitori, ho giurato a me stesso che non avrei mai più rimesso piede in quella casa ma il destino ha deciso diversamente.

Prima di consegnare le chiavi al nuovo proprietario devo sistemare alcune cose.


Oggi è una giornata complicata.

Il sole ormai volge al tramonto, mi trovo nella cantina della casa di campagna dei miei genitori, ho portato con me una torcia, una pala, un sacco di plastica, la mia 24 ore e il mio inseparabile orsetto di peluche, Teddy, regalo di mia moglie Caterina.
Dalla botola nascosta sotto il tappeto persiano ho recuperato i resti dei corpi delle persone uccise da mia madre tra il settembre e l’ottobre del 1973 a Rocca Forte delle Murge, nella Terra del Sole.
Poco distante dalla casa, vicino ai campi di grano della Tenuta Masciopinto, sorge un antico e abbandonato cimitero indiano: è in questo luogo sconosciuto che con la pala ho scavato una fossa nella quale ho seppellito il sacco di plastica contenete le ossa rinvenute nella cantina.
La chiamiamo Terra del Sole perché è raro che piova da queste parti ma in serata è annunciato un forte temporale con raffiche di vento. La protezione civile è in preallarme e pronta a intervenire in caso di bisogno. Ha consigliato a tutti i cittadini di rimanere in casa questa notte.
Prima di far ritorno a casa, fumo una sigaretta.
Quando decido di partire, il cielo è plumbeo. Lampi e fulmini annunciano l’imminente temporale. Incomincia a piovere a dirotto. Il vento smuove le chiome degli alberi, la tempesta mi accompagna per tutto il tragitto verso il mio appartamento nel centro di città.
- Dannazione! il terreno ha ceduto e la strada che porta sulla provinciale è interrotta da una frana. Mi guardo intorno esausto e affamato: l’unica via di fuga è un sentiero sconnesso e al buio. Non è indicato sulla mappa.
Dopo aver percorso 7 km di strada dissestata, ho di fronte il MARVELLOUS HOTEL. Date le circostanze, non mi resta che prenotare una stanza per questa notte.
Quindi parcheggio la mia vecchia Audi del 65’ nell’area riservata ai clienti e leggo la scritta sul cartello:

BENVENUTI

L’aria è ormai gelida. La pioggia è così fitta e fastidiosa che ho la vista annebbiata. Barcollando e infreddolito mi dirigo verso la hall dell’albergo. Non è come me lo immaginavo. L’albergo è una struttura imponente e moderna ma non ricordo il nome, forse è di recente costruzione. La hall è spaziosa ed elegante. Entro, bagnato fradicio, in punta di piedi. C’è una signora anziana dietro al bancone, ha l’aspetto di una vecchia megera, mi fissa con i suoi occhi grandi e gli zigomi pronunciati, come fosse infastidita dal mio arrivo.
“Buonasera, signore. Mi chiamo Margareth, benvenuto al Marvellous Hotel, in cosa posso aiutarla?” mi domanda corrucciata.
“Desidero una camera confortevole per questa notte, signora Margareth”. Ho l’aria stanca e un cattivo odore.
“Sono 70 euro a notte.”
Annuisco e mi assegna la camera numero 1973.
“Decimo piano, ala est.”


Pioggia e ancora pioggia... la notte è lunga... ho paura... ho fatto la cosa giusta?

- Non ne posso più per questa notte!, sospiro, - Come immaginavo… è una topaia. Sono allibito e inviperito. - Ho pagato 70 euro per un buco di stanza!. Entro e sbatto la porta con vigore.
Fuori continua a piovere a dirotto. Abbasso la tapparella per isolarmi dal mondo esterno e dal cielo che tuona.
Appoggio la mia 24 ore sullo scrittoio, poi, come un rituale, prima di andare a dormire, stringo tra le mie braccia il mio orsetto Teddy, lo posiziono sul comodino accanto al letto. È il mio parafulmine contro i mostri del passato: - Mi raccomando, fai buona guardia amico mio!.
Poi mi faccio una doccia per togliermi di dosso l’odore di puzzo e di piscio che si respirava nella cantina dei mie genitori. L’acqua calda scorre sulla mia pelle purificandomi l’anima. Anche se poco intonato, amo canticchiare una canzona sotto la doccia, mi rilassa.
Dopo essermi lavato, mi corico, anche se il letto è confortevole non riesco a dormire, i pensieri tamburellano nella mia testa senza sosta: - Ho fatto la cosa giusta? non lo saprò mai, penso.
Mi guardo intorno, la stanza è piccola e inquietante
Appeso alla parete di fronte al letto, c’è un quadro raffigurante il volto di una donna dalla pelle diafana e lo sguardo profondo. Sembra voglia dirmi qualcosa. Forse è solo suggestione. Però è una bella donna anche se ha l’aria un po’ triste.
C’è un televisore: è un vecchio modello di televisore, di quelli che non si usano più.
C’è un calendario fermo al mese di ottobre.
Il riscaldamento non funziona e la camera è gelida.
Il telefono è muto.
Andrea mantieni la calma... sarà colpa del temporale se non funziona niente in questa stanza, penso.

L’albergo non è silenzioso. La vegetazione è molto fitta in questa zona. Il vento smuove le fronde degli alberi, il cane di guardia abbaglia spaventato dai tuoni e dai lampi e mi tiene sveglio. C’è un continuo andirivieni nei corridoi. Passi e voci si susseguono incessanti disturbando la mia quiete.
Accendo la televisione per ingannare il tempo ma invano: ASSENZA DI SEGNALE. Maledico la pioggia.
Nel frigobar c’è una birra, bevo per scaldarmi un po’. Poi credo di essermi addormentato perché l’orologio sul mio comodino segna la mezzanotte del 26 ottobre. Un rumore attira la mia attenzione: la luce nel bagno è accesa e l’acqua scorre. Avrò lasciato il rubinetto aperto... che distratto che sono…, penso.
Controllo, chiudo il rubinetto del lavandino e prima di spegnere la luce mi guardo allo specchio e sbuffo: - Che stupido!.
Chiudo la porta del bagno, qualcuno ride alle mie spalle, mi volto di scatto, accanto al mio letto ci sono cinque persone tra cui la stessa donna raffigurata nel quadro appeso di fronte al mio letto o almeno le assomiglia. Mi viene incontro sorridente, mi prende per mano.
- Non aver paura, mi dice con tenerezza. Mi accompagna a letto come fossi il suo bambino. Continua ad accarezzarmi e sorridere. Assomiglia tanto a mia madre, è dolce come lei. Sono come incantato, forse è solo un sogno meraviglioso, non voglio svegliarmi.
- Raccontami una favola!, la imploro con le lacrime agli occhi.
Come ogni bambino ho paura del buio e di quello che vi si nasconde dentro. Al primo rumore, sgattaiolavo via dalla mia stanza e correvo da mia madre che mi abbracciava e stingeva così forte da scacciare via le mie paure. Poi per aiutarmi ad addormentarmi, mi raccontava la favola di cappuccetto rosso, la mia preferita, perché amavo il finale con il cacciatore che uccideva il lupo cattivo e salvava la bambina e sua nonna. Solo allora, mi addormentavo felice tra le sue braccia. Quanto mi mancano quelle notti! Quanto mi manca mia madre!
Ma è solo un sogno che dura poco.
La sua voce mi annuncia addolorata:

Tra poco sarà tutto finito, Andrea!

All’improvviso, le ante della finestra sbattono con vigore come sospinte da una mano invisibile. Il vento gelido mi avvolge, il tempo si ferma, ho i brividi e la donna che ho accanto al mio letto, piangendo, mi tira verso di sé e mi abbraccia per riscaldarmi e confortarmi come se sapesse quello che sarebbe successo di lì a poco: - Non aver paura, Andrea!.
La sua voce mi percuote, una scarica di adrenalina attraversa il mio corpo. Il battito cardiaco accelera, il cuore mi esplode dal petto. I ricordi più profondi ma anche più dolorosi si fanno pian piano largo nella mia testa. Pian piano, emergono in superficie, quasi impazzisco. Ho voglia di fuggire, essere in un altro posto, al sicuro, lontano dai miei ricordi più scabrosi.
- Non ricordi proprio nulla? mi domandano in coro quelle persone.
- Vi prego, andate via. Lasciatemi in pace! gli urlo contro. Mi tremano le gambe.
- Guardaci Andrea… non riconosci i nostri volti? insistono i fantasmi.
Mi faccio coraggio, sospiro, li guardo cercando di individuare qualcosa di familiare nei loro volti ma è inutile. Niente. Ho un vuoto di memoria.
- Io… non mi ricordo di voi… perché dovrei? ho gli occhi rossi e sono madido di sudore.
- Invece dovresti” mi rispondono adirati.
Quelle anime sono intorno al mio letto, mi circondano, urlano e imprecano contro di me: - Bastardo!.
Il vetro della finestra si rompe in mille pezzi. La lampadina va in corto. La televisione si spegne.
Tutto l’albergo è al buio. È solo un incubo? Domani sarà tutto finito e tornerò al mio lavoro. Sì, domani tornerò a casa mia lasciandomi questa storia alle spalle. Tornerò a vivere. Ma adesso ho paura. Mi sento un topo in trappola. Ho paura del buio come quando ero bambino perché nell’oscurità si nascondono i mostri cattivi. Che angoscia! Che vergogna!
Mi fa male il petto. Presto, qualcuno chiami il 118 o per me sarà la fine! Penso dentro di me.
Poi, la stanza incomincia a fluttuare. Tutto ruota intorno a me, sarà forse colpa dell’alcool? Le pareti si muovono, il soffitto si abbassa. La stanza diventa sempre più piccola! Oddio! Mi manca il respiro… la testa mi gira…
La donna si mostra la più gentile con me. Mi rincuora: - Presto sarà tutto finito, Andrea! continua a ripetermi con insistenza.
Gli altri, invece, sono furiosi, e violenti: - Che tu sia maledetto, Andrea!, mi dicono, - Brucerai all’inferno!.
E’ solo un attimo, la stanza si illumina, la mia 24 ore è aperta, le prime pagine dei giornali che conservo da allora sono sparse sul pavimento:

Il macellaio di Rocca Forte delle Murge colpisce ancora.” - 20 settembre 1973

Un altro omicidio a Rocca Forte delle Murge!” - 25 settembre 1973

Arrestato il macellaio di Rocca Forte!” - 28 ottobre 1973

Una donna dietro i delitti di Rocca Forte!” - 28 ottobre 1973

Liberata la presunta colpevole dei delitti della Terra del Sole!” - 20 dicembre 1973

Scagionata: manca l’arma del delitto!” - 20 dicembre 1973

Allungo il braccio verso il comodino per afferrare il mio orsetto di peluche ma Teddy non c’è. Mi agito ancora di più, il battito accelera ancora di più, ho un nodo alla gola. Madido di sudore, abbasso gli occhi: Teddy è sul pavimento.
- Eccoti! lo afferro. Che sollievo!
- Guarda dentro di lui…, mi dice la donna accennando un lieve sorriso.
No, non voglio, non voglio ricordare. Piangendo, lo stringo forte tra le mie braccia. C’è una cerniera nascosta sotto la maglietta azzurra, la apro, dentro c’è qualcosa. La donna aveva ragione: è un coltellino a serra manico ed è sporco di sangue.

- Cosa significa? gli domando ma conosco già la risposta.
- E’ il nostro sangue, Andrea. Mi ripetono in coro i fantasmi.

Un’altra scarica di adrenalina mi percuote con più vigore. I ricordi bussano alla mia porta con insistenza, ormai non posso non aprire: - DEVO FARLO! DEVO ACCETTARLO!
Adesso riconosco i volti di quelle persone, ricordo i loro nomi:

Luigi Specchia

Anna Cassani

Giulia De Simone

Pietro Schicchi

Mia madre


“Mi ricordo di voi e di quello che vi ho fatto ma a oggi sono una persona diversa. Ho messo su famiglia. Sono guarito e mi sono ricostruito una vita nuova.
- Invece, noi non abbiamo potuto realizzare i nostri sogni. In frantumi, tanti anni di sacrifici. Perché, Andrea?.
- Quelle voci erano dentro la mia testa e mi ripetevano di uccidervi. Cercavo di giustificarmi.
- Sei uno squilibrato. Meriti solo di soffrire e di morire.
- Perdonatemi!.
- E’ troppo tardi, ormai.

Le voci mi accompagnano fin da bambino ma oggi ho imparato a conviverci e a controllarle. La notte del 26 ottobre 1973, mia madre ha scoperto il mio segreto: ogni volta che uccidevo qualcuno, di nascosto, ripuliva la cantina lavando via ogni traccia di sangue e nascondendo i cadaveri nella botola, in cantina.
Poi una mattina mi sono svegliato in un letto di ospedale in stato confusionale. Non ricordavo più nulla del mio passato.
I quattro fantasmi mi indicano il coltellino a serra manico che avevo riposto sul comodino.
- Prendilo e poni fine alla nostra agonia! Il tono della loro voce è cambiato: è più bellicoso ma allo stesso tempo percepisco un senso di accettazione.
Guardo fuori dalla finestra: ha smesso di piovere, un ghigno compare sul mio viso, poi afferro il coltellino e mi taglio le vene. In quel momento, la porta della mia stanza si apre e le fiamme dell’Inferno mi avvolgono.



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