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Una storia di Sgarzy

La meta sulla cima dei ricordi

Ricordi d'infanzia

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9 minuti

Pubblicato il 19 agosto 2019 in Altro

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All'inizio è così, la fatica della salita impervia, i muscoli sono tesi, la fronte imperlata di sudore , un rivolo scorre lento lungo la schiena. Alla prima folata di vento il corpo si rigenera , inspiri a pieni polmoni osssigeni le cellule e poi riprendi a salire , faticosamente , ma pur sapendo che c'è una meta, c'è sempre una meta.

Procedi lentamente ma con costanza passo dopo passo, le ossa si sgranchiscono e tu senti il tuo corpo adattarsi poco alla volta a quello sforzo.

Intorno a te è il silenzio e devi adattarti anche a quello, il frastuono della città è lontano , puoi quasi percepire il battito del tuo cuore , ad ogni passo il respiro si fa più profondo e in certi momenti sembra quasi tu debba appellarti alle ultime riserve d'aria che ti sono rimaste ma poi ecco un'altra folata di vento.

Il sole è alto e cocente in cielo, in certi punti l'ambiente è così umido tanto da appesantirti ancora di più, ti fermi, ti togli lo zaino dalle spalle , ti sembra quasi di librarti nell'aria , ti ristori bevendo un pò d'acqua.

C'è ancora salita ma per qualche istante ti guardi attorno per apprezzare lo sforzo fatto e godere del paesaggio circostante, le montagne attorno si stagliano nel cielo come enormi giganti sopiti , allunghi la mano e ti sembra quasi di poterne toccare la vetta ma non è così il sentiero si snoda lungo i fianchi , tra tornanti , piccoli anfratti, attraversando dirupi per kilometri.La vetta è lontana ,troppo, meglio rimettersi lo zaino e procedere verso la meta.

Camminare in montagna per me è fatica e riflessione, memoria, ricordi, sensazioni.

Sì , direi proprio che è uno sforzo sensitivo per me .

Mi aiuta a riprendere il contatto con la parte più vera , con la parte più importante di me.

E' terapeutica.

Che strano un posto come la montagna per molti rappresenta un luogo meditativo, d'ispirazione, creativo, non nego che anche per me lo sia ma non so come spiegare ,arrivata sulla sommità mentre il mio sguardo si perde nell'orizzonte ho quasi la sensazione di poter vedere le cose in modo più chiaro, più distinto.

Sarà che in montagna ho passato molto tempo della mia infanzia, quasi tutte le estati da giugno a settembre partivo in vacanza coi miei nonni e cugini e per ben tre mesi salutavo l'afosa città e tutti i suoi abitanti, impegni, quotidianità,amici, ecc...

In quei mesi mi godevo il lento trascorrere del tempo, l'aria salubre, l'acqua pura e fresca, lo stesso cibo pareva assumere un sapore diverso, riscoprivo la bellezza del gioco all'aperto in mezzo ai prati, il sole che bruciava le guance, la compagnia dei miei nonni, dei miei cugini, degli amichetti, le infinite partite a carte, le merende quelle sane fatte di anguria e pane,il profumo della minestra sul fuoco la sera , tutto sapeva di buono, di vero, di familiare.

Ricordo che i miei nonni avevano ricavato queste umili stanze dalla cantina di una casa acquistata da mio zio , i muri erano spessi e all'interno l'aria sapeva di umido e muffa ma non così pesante da renderla invivibile.

All'ingresso c'era un unico spazio in cui avevano sistemato,sul fondo in una zona perlinata il letto matrimoniale e un paio di comodini di legno , poi con un muretto avevano suddiviso la zona giorno dove trovavano posto un tavolo, un divano e la stufa . Adiacente si trovava un piccolo cucinino e accanto ad esso una sorta di cantinetta dove i miei nonni ci mettevano i viveri , le lumache , i salami , qualche attrezzo da lavoro e il vino , ma l'odore che più di tutti regnava lì dentro era quello di gasolio della falciatrice che il mio nonno usava per il campo .

In casa c'era sempre fresco, anche nelle giornate più assolate mentre in quelle piovose o nuvolose stavi bene con la tuta e in certi giorni anche con la coperta e il fuoco acceso.

Io dormivo sul divano letto all'ingresso e la notte mi venivano a trovare tutti i rumori del mondo, il russare dei miei nonni che erano a pochi metri, il ticchettio della sveglia , il gocciolio del rubinetto in cucina , l'incessante rumore di sottofondo del piccolo firgorifero, lo scarico dello sciaquone dell'acqua del bagno dei miei zii quando anche loro abitavano la casa di sopra nel periodo estivo.

A notte fonda invece sentivi distintamente il latrare di qualche cane in lontananza, lo stridolo dei grilli e il rintocco delle campane che scandiva il tempo ogni mezz'ora.

Mi avvolgevo nelle lenzuola umide e restavo con le orecchie tirate e lo sguardo fisso nel buio quasi come a voler scrutare qualche forma di vita fino a quando non sopraggiungeva il sonno.

Al mattino mi veniva a svegliare il soffuso fischiettare di mio nonno mentre preprava il caffè e latte ed ovviamente quel buon profumo mi costringeva ad alzarmi dal giaciglio che ormai era diventato caldo e accogliente.

In realtà non vedevo l'ora di fare colazione perchè sul tavolo mi accoglieva una bella scodella di liquido fumante e pane raffermo, o pan biscotto, certe inzuppate.

Ancora oggi mi accompagna quel desiderio la mattina quando mi sveglio, l'idea di alzarmi prendendomi tutto il tempo del mondo , come quando ero bambina che sembravano colazioni infinite.

La giornata poi proseguiva tra i compiti , il rito del pranzo e i pomeriggi spesi fuori a giocare su e giù per il paese, a volte quasi annoiandosi ma andava bene così ,ora pare che uno non abbia più nemmeno il tempo per annoiarsi.

Un altro momento cardine della giornata era la spesa alla bottega, quotidianamente mia nonna mi ci mandava per comprare il latte e il pane , i due alimenti che finivano giornalmente; la bottega inizialmente era collocata esattamente agli antipodi da dove stavamo di casa , quindi per arrivarci dovevi attraversare tutto il paese , che di per se poteva anche essere un occasione per farsi due passi, se sei in età adulta o avanzata sì , ma se sei una ragazzina in fase pre- adolescenziale è una sfilata sotto gli occhi di tutto il paese che già da qualche ora è in piena attività , mettici poi qualche brufoletto e una autostima pari a una formica ed il gioco è fatto.

Ore intere dedicate alla preparazione davanti a quello che era l'unico specchio della casa ubicato nella zona più in ombra ovviamente e che quindi distorceva l'immagine , per cui per me i capelli non erano mai abbastanza in ordine, la maglietta era troppo aderente, il brufolo sul naso sembrava un cratere per non parlare del profumo, ho sempre avuto la fissa dei profumi e siccome il mondo dei più importanti eau de parfums ancora mi era sconosciuto mi cospargevo di zuccherosi intrugli a tratti vanigliati perchè l'aternativa era l'acqua di rose di mia nonna.

Dopo aver speso circa un'ora davanti allo specchio delle brame finalmente prendevo il coraggio a due mani e uscivo in direzione della bottega ed iniziavo così il mio rituale d'incontri mattutini : a vicina di casa dei miei nonni che entrava e usciva dalla sua casa mille volte al giorno, la zitella cinquant'enne del paese intenta a prendersi cura del suo giardino pieno di fiori rigogliosi, la colonia dove settimanalmente venivano in vacanza gruppi di pre-adolescenti e adolescenti che animavano le vie del paese con i loro schiamazzi ( le mie prime cotte le ho sperimentate tra le mure della colonia), la casa di una ragazza del posto che conoscevo ma che non frequentavo amica del cuore di mia cugina che trovavo molto poco affabile, la quale mamma era sempre intenta a sbrigare qualche faccenda domestica come una piccola formica industriosa.

Proseguendo percorrevo una strada in salita, che poi era la via principale , la sola, che protava in bocca alla chiesa, ricordo il forte odore acre di cantina e urina passando di lì e il motivo era presto detto, una signora anziana autoctona era solita gettare dalla finestra i propri miasmi, che schifo, non ho mai capito se lo faceva per dispetto o perchè ormai la demenza senile galoppava velocemente, fatto sta che quel tratto era per me la parte più nauseabonda. Qualche metro dopo però si apriva la piccola piazzetta con a destra il lavatoio e a sinistra la cabina telefonica e qualche parcheggio, sul fondo la chiesa posta sempre lateralmente che affaciava sul fiume .

Da lì si poteva proseguire diritto sulla strada passando attraverso un passaggio stretto oppure ci si arrampicava su un altra stradina sempre mantenendo la destra della piazza per arrivare appunto alla bottega.

Una bottega priva di qualsiasi norma igienico alimentare, anzitutto perchè il proprietario nonchè fornaio serviva il pane tenendo la sigaretta in bocca e passandosela da una mano all'altra quando doveva servire, assurdo, al giorno d'oggi probabilmente avrebbe tirato giù la serranda già da un pezzo, ma vent'anni fa tutto questo era , la normalità.

Era normale che in un paesino di neanche duecento anime ci fosse un unica bottega di alimentari che faceva anche da forneria, giornalaio, tabacchi, vendita di frechi, dove il fornaio fumava tranquillamente mentre serviva il pane a quelle centonovantanove anime rendendo l'aria all'interno del negozio irrespirabile e satura di fumo.

Però non avevi molta scelta o ti tappavi il naso o rinunciavi ma da buoni italiani amanti delle proprie tradizioni anche i miei nonni non si facevano mancare il pane sulla tavola.

Fatto l'acquisto del pane ritornavo verso casa rifacendo il percorso all'indietro, reincontrando le stesse facce di prima e le stesse situazioni, sembrava quasi un piccolo presepio che si animava nel momento esatto in cui passavo , che simpatica visione.

Prima di riprendere la via del ritorno mi fermavo sempre a bere al lavatoio l'acqua fresca di montagna , che freschezza , che purezza, era un acqua dal gusto ferroso piuttosto pesante anche a digerirla ma quanto era buona.

C'era una fontana anche vicino alla casa dei miei nonni dove usualmente mia nonna lavava i panni, diceva che quell'acqua rendeva i capi più bianchi , ed in effetti non so se era merito dell'acqua o dell'olio di gomito di mia nonna ma quando stendeva le lenzuola al sole sembravano così candide da ricordarmi le vette innevate.

Tutto in montagna era più vivido, i sapori, i colori , le sensazioni.

Ecco perchè adesso quando mi trovo a fare escursioni in montagna mi piace fermarmi per osservare il verde rigoglioso dei pini, il cielo turchese , l'aria frizzantina, sentire il sole cocente sulla pelle, tutte sensazioni evocate da un passato vissuto tra i monti, ogni passo in montagna mi riconduce ad una situazione vissuta, anche la fatica della salita mi riporta alla mente gli andarivieni su e giù dalle vie del paese, le passeggiate con la mia nonna , temeraria e instancabile donna che ci portava alla scoperta di posti magnifici inerpicandoci sui fianchi della montagna, canticchiando tipici ritornelli in dialetto bresciano o raccontandoci aneddoti sulla vita di quando era ragazza nel primo dopoguerra.

Per me la montagna è un pò come tornare a casa , è un pò come tornare tra le braccia amorevoli della mia nonna , è evocare alla mente il fischiettio abbozzato di Bandiera Rossa di mio nonno , è tornare a correre con la mente in quelle viuzze serena e spensierata come da ragazzina quando l'unica preoccupazione era cosa avrei mangiato a merenda o a cena.

La montagna per me è un mondo tutto mio , uno spazio mentale che non mi stancherò mai di cercare e di trovare .

Chiudo gli occhi e li riapro, sono in cima , sono arrivata alla meta , poso lo zaino, sgranchisco la schiena, inspiro profondamente , volgo lo sguardo all'orizzonte, ora mi è tutto più chiaro.












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