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Una storia di MirianaKuntz

Escape Room

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18 minuti

Pubblicato il 25 giugno 2019 in Thriller/Noir

Tags: #amore #dark #persone #psicopatia #thriller

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Sono un ammasso di idioti, cercano la paura ma non sanno affrontarla. Coi loro telefoni accesi a registrare tutti quei video che finiranno in rete in cerca di una manciata di like, le approvazioni cybernetiche che a me fanno sempre pensare un sacco. Prima di arrivare al cancello ridono come un branco di pecore: qualcuno inizia a fare scommesse su chi si ci cagherà sotto per primo, qualcun altro, in genere i maschi, grida con spavalderia che tanto è solo una cazzata, che è un gioco per bambini, e che è lì solo per prendere in giro gli altri. Io i maschi li detesto, e infatti sono quelli di cui mi sbarazzo per prima. Non sanno piangere, in preda alle loro crisi di onnipotenza e pudore, e quando per caso qualcuno abbandona i cliché e crolla in un pianto disperato, le sue lacrime appaiono più come una farsa che una verità, e la loro paura mi disgusta al punto tale da non provare nemmeno piacere. Qualcuno implora pietà, qualcuno grida che sono un pezzo di merda, io gli rispondo sempre che ha ragione, la merda resta a galla anche quando tutti affondano.

Arrivato a trent’anni non avevo ancora un lavoro fisso, avevo provato di tutto: scaffalista, cassiere, venditore di profumi ambulante, ho persino fritto le patatine in un fast food. Talvolta le immergevo nel detersivo per piatti prima di cuocerle. Quel giusto condimento rendeva il mio lavoro meno piatto. Anche in quel caso, erano i ragazzi a sentirsi male per primi: mal di stomaco, vertigini, tosse o semplici reclami. Le donne no, resistevano ad ogni barbarie, le donne sono sempre più forte di tutto. Alla fine il mio direttore decise di licenziarmi, disse che quando era il mio turno accadevano sempre cose strane, e riceveva un sacco di lamentele. Non voleva indagare, di sicuro aveva paura di me, ma disse che era meglio se me ne andavo. La sua frase non era detta con cattiveria, risuonò quasi come una paternale, ma le parole di chi ha paura sono diverse, sono croccanti e asciutte, e quando le mastichi, fanno un suono differente. Le sue parole erano imbevute di croccantezza. Voleva che me ne andassi, ma senza inimicarmi. Le sue braccia si mossero come in un abbraccio, ma senza volerlo fare davvero. Alla fine me ne andai, con uno stipendio anticipato e tanta fame nelle tasche, ma era giusto così, forse, mi aspettava una missione più grande.

Quando vidi quell’annuncio di vendita di una casa in campagna, capii per la prima volta quale fosse casa mia. Un posto lontano dagli altri, in mezzo al niente, coi papaveri e la sterpaglia in primo piano, con l’edera infestante sulle maniglie mezze rotte. Avevo messo via soldi a sufficienza per comprare un rudere insignificante. Il proprietario sembrò molto felice di sbarazzarsene, mi confessò che la vita lontano da tutti, l’aveva depresso e cambiato, e che finalmente aveva un monolocale in città, ritrovando il gusto di sentire il caos, le macchine e i venditori ambulanti passare. Tre cose che ho sempre odiato di casa mia, e che finalmente avrei smesso di sentire come -routine- delle mie giornate. Quando mi mostrò casa, pensai che non aveva qualcosa che non andasse, era rustica, vecchia ed impolverata: la tipica casa di uno che ha vissuto senza maniacali ossessioni per il pulito ed il moderno. Le scale facevano baccano al ricongiungersi con le suole delle scarpe, i tappeti erano vecchi e logori, l’orologio principale aveva le lancette ferme, alcune finestre erano sbarrate a causa delle frequenti tormente di vento e pioggia tipiche della cittadina. Il giardino aveva un capanno degli attrezzi molto grande, con un tetto in un simil amianto che a contatto con la pioggia avrebbe fatto un concerto magnifico, almeno è cosi che immaginai le mie giornate invernali.

Una delle prime cose che avevo imparato quando ho iniziato ad avere a che fare con le persone è che la cosa che più piace agli altri è parlare di sé: questo li fa sentire importanti, li svuota da tutti quei ménage a trois di pensieri e preoccupazioni che non sono riusciti a sfogare in alcun altro modo. Le loro parole si ingarbugliano, si cambiano di posto, si spintonano, dalle loro fronti cadono piccole gocce di sudore, si strofinano i palmi delle mani, qualcuno si morde la bocca. Alla fine di tutto, a me non chiedono mai niente, e il fatto che nessuno sappia le mie preoccupazioni, le mie perversioni, i miei ricordi, mi mette al sicuro da ogni eventualità. Loro non lo sanno, ma le loro confessioni, non li rendono importanti, ma deboli.

È così che il signor Tom, ex proprietario del mio casolare, senza moglie né figli, unico figlio di una donna novantenne da poco finita all’altro mondo. Nessun amico, solo birra e patatine, così solo e perverso da ascoltare i vicini fare sesso dall’altra parte del muro. In quello squallido monolocale con una sola finestra, dove c’è puzza di piscio di gatto. Con il disordine da patatine e pizza, con l’unto sul cuscino, e il vuoto sul piazzale principale, senza macchina né cose intestate. Un fantasma in pratica. Uno che puoi togliere di mezzo senza troppe preoccupazioni. Pensai che in fondo era un favore il mio, io il mondo lo pulivo da chi lo occupava senza volerlo, senza esserne grato. Quando il signor Tom si affacciò alla balaustra delle scale, per sbaglio, mi piace pensare, la mia scarpa ha intralciato la sua, e la mia mano ha toccato con vigore la sua schiena. Quando è caduto di sotto non ha fatto nemmeno rumore. Alla fine ognuno muore come ha vissuto. Tom non valeva niente per nessuno, era in pratica una piuma nel vento, ed è così che il suo corpo è caduto ed imploso, in silenzio, come una piuma.

Quando sono arrivato anche io di sotto, ho ripreso i miei soldi dalle sue tasche. Mi sembrò di aver pagato comunque quel casolare, e il fatto che il mio denaro fosse stato per quindici minuti nella stoffa dei suoi vestiti, mi sembrava un giusto tempo per concludere quella compravendita. Il fatto che fossero tornati a me, era solo un dettaglio che non importava né a Tom né a me.

Sono sempre stato un bravo ragazzo, almeno è quello che dicono le persone che mi conoscono. Il mio problema è che non ho problemi. Penso che i problemi siano nelle teste degli altri. I loro neuroni non viaggiano alla stessa velocità dei miei. Solo gli occhi mi smentiscono. Mi fanno apparire come un bugiardo. Le mie maestre dicevano di continuo a mia madre che avevo gli occhi freddi. Che a volte sembrava non importarmi di niente, che non desideravo correre, giocare o mangiare la merenda. Mia mamma a casa mi scuoteva, e mi ripeteva sempre – cosa cazzo ti manca? Ti do da mangiare, ti lavo le magliette, ti mando a scuola, perché cazzo non sei contento?- io non ho mai imparato cosa fosse la felicità, l’ho cercata in tutti i libri che mi capitavano, persino in quelli di matematica, cercavo di capire la felicità di un calcolo venuto bene, eppure nemmeno quando il due combaciava con il tre ero felice. Lei pensava che la felicità fosse materiale, e che lei facesse il possibile per farmela avere. Io penso che alla fine lei fosse solo una prostituta che non si faceva nemmeno pagare bene, e che la sua felicità la trovasse in ogni amplesso di venti secondi al massimo. Quello che le davano i suoi uomini bastava a malapena per comprare il pane e il latte da discount. Lei è l’unica donna che non ho mai stimato, infatti un giorno, quando è sparita, non mi sono chiesto nemmeno dove fosse. Una puttana lo resta per sempre. Non mi aspettavo di più. Ma anche a lei i miei occhi facevano paura: non ridevo, non piangevo, non gridavo. Ero un pezzo di carne, e il fatto che il ghiaccio mi tenesse al sicuro, mi faceva sentire sempre un passo avanti agli altri.

Quando mi sbarazzai di Tom ebbi un’idea geniale. Pensai che alle persone piace essere il topo della storia, e che a me piaceva essere un gatto. Usare il casolare come luogo di riposo mi sembrava poco pretenzioso, è così che decisi di trasformarla in un Escape room. Ai giovani piace questa roba, ai ragazzi piace soffrire, sentire -tutto- per arrivare a sentirsi vivi.

Bastò un po' di pubblicità online per decretare la mia casa come la miglior casa -del terrore- della città. Venivano persone da diversi posti per vederla da vicino. I meno coraggiosi volevano solo scattare un selfie sulla porta d’ingresso.

La prima serata di giochi fu memorabile: il primo gruppo non lo dimenticherò mai in fondo. Due ragazzi e una ragazza. Non volevo pensare che i due usassero la ragazza per i loro scopi. Una donna non può essere una poco di buono, non può. Ogni volta che me lo ripetevo mi sembrava più vero. Tuttavia le cinque dita sul sedere della giovane di uno, e il bacio sulla bocca dell’altro, mi fece capire subito di che cosa si trattasse. I tre pensavano di usare il mio casolare come un luogo di giochi erotici probabilmente. All’entrata c’era una scatola di ferro per il pagamento anticipato. Dieci euro a testa per quaranta minuti di fuga. Anche se i due ragazzi probabilmente, nella testa avevano scambiato la u con la i. La mia casa era diversa da quella degli altri, nella mia non c’era sempre un percorso stabilito, talvolta accadevano cose che non potevi prevedere, e quasi sempre, non avevo previso una via di fuga. Lo scopo del gioco non era permettere ai ragazzi di scappare, come avevano progettato in precedenza i miei colleghi. Io decido chi vive e chi muore, e questo rende il mio lavoro il più bello del mondo. Il primo ragazzo, quello biondo, mi diede un’ impressione da subito pessima, ed è così che decisi che la sua vita non valesse l’importanza di quel gioco. Nella prima camera, diviso dagli altri, nel buio più totale, mi avvicinai piano, e bloccandolo con una mano, gli tagliai la gola. Nel buio il sangue non si vede, ma riesce a farsi sentire abbastanza. Quella ferita così profonda sembrava sfrigolare come patatine nell’olio. Uno dei suoni che amavo di più. Quando si accasciò sul tappeto chiusi a chiave la stanza uno. Quando raggiunsi i due, il ragazzo aveva già iniziato ad armeggiare con la camicia della giovane. Lei non sembrava dispiaciuta. Quel buio la rendeva disinibita abbastanza da sedersi a cosce aperte sulla mia cucina. La piccola luce di emergenza si accese proprio a ridosso dei fornelli. Il suo sedere era spalmato sulle piastre dove in mattinata avevo cotto i miei pancakes. Gridai di dividersi, che il gioco era iniziato da dieci minuti e nessuno aveva trovato la via di fuga, ma il ragazzo mi ignorò armeggiando con le mutande di lei. Decisi di spegnere la luce d’emergenza, puntare il mio fucile silenziato e fargli saltare la testa. La ragazza tirò su uno strillo, poi iniziò a ridere nervosamente. Mi avvicinai senza tradire i miei passi lontani, le accarezzai il seno, lei probabilmente pensò si trattasse ancora del suo uomo. Prima che potesse arrivarmi a piacere le diedi un colpo sulla tempia, quella giusta dose di male per trascinarla nella stanza esterna. Quando riaprì gli occhi, finalmente potei vederla alla luce dei riflettori. Era bellissima, ma di una bellezza che trovi un po’ dappertutto. Mi sembrò di averla vista ovunque negli ultimi dieci anni. Era di colore, aveva i capelli molto ricci e voluminosi. La ferita sulla tempia la rendeva più interessante. Le corde le stringevano i polsi, la garza infilata su per la bocca le copriva le labbra. I numerosi fari puntati sulla sua faccia non le permettevano di vedere al di là della stanza. Aveva gli occhi pieni di paura, e forse per la prima volta aveva realizzato che non si trattava di un Escape room, ma di una stanza della morte.


Non avevo timore di farmi vedere in faccia, d’altronde il mio scopo ultimo non era mai quello di permettere loro la fuga. La nostra sarebbe stata una storia d’amore veloce. Estiva e poco tormentata. Quando mi avvicinai per accarezzarle i capelli lei sembrò smettere di respirare. Le tirai via la garza dalla bocca. Le sue grida mi facevano venire mal di testa. Mi chiese chi cazzo fossi, e cosa volessi, e che se volevo del sesso, lei ci sarebbe stata a patto che poi l’avrei fatta andare via.

Tutta la sua bellezza svanì nel giro di due frasi, la sua faccia divenne come quella di mia madre: sporca. Il suo seno mezzo scoperto era sporco, toccato da mille mani e mille bocche. Anche la sua bocca era sporca, resa diversa da troppa saliva e umori. Lei continuava a dirmi di voler fare sesso, lo ripeteva così tante volte, che non ne avevo nemmeno più voglia. Chiusi la porta del casolare con un lucchetto grande, tenni l’escape chiuso per un po’. Quando tornai lì, la ragazza era come mummificata, la sedia aveva preso quasi la forma del suo sedere. Sembrò una corteccia rancida rimasta lì per secoli. Diede una fragranza alla stanza, che non andò via nemmeno dopo mille bagni a candeggina. La sua vita aveva cambiato per sempre quella del capanno. Quel profumo da -cimitero- arrivò quasi a piacermi, tanto che quando ero nervoso o triste o arrabbiato, me ne stavo lì seduto per terra a respirare quella -vittoria- odorosa.

La polizia non tardò ad arrivare, ma i miei occhi spaventavano anche loro, e dopo aver fatto visita solo all’interno della casa e aver visto i miei tappeti puliti, i miei fornelli lucidi, e i miei vestiti piegati bene nell’armadio, non vedevano in me alcun sospetto. Se ne andarono, probabilmente anche loro pensavano che fossi un bravo ragazzo, e a me piaceva che loro lo pensassero.

Continuai così per un po’. La mia vita si mescolava affannosamente a quella degli altri, ma senza unirsi mai per davvero. Ci incontravamo nei momenti giusti di noia ed oppressione. Per un certo periodo mi sembrarono tutti uguali i miei visitatori. Fino a quando un gruppetto di persone silenziose si avvicinò alla -casa del demonio- ormai non venivo più visto come il padrone dell’escape room, ma come un demone. Ma si sa, come ho già detto, la paura piace alla gente, ed è per questo che sempre più persone vennero a farmi visita. Quei ragazzi erano diversi, non si spintonavano, non facevano scommesse, misero dieci euro a testa nella cassetta senza fare baccano. Il loro silenzio mi deliziava. Tra le sei teste, comparve una in particolare che faceva a pugni col buio pesto dello scenario. Una ragazza dai capelli rosso naturale, con poche lentiggini, uno sguardo che puntava solo alle le sue scarpe e a nient’altro nella stanza. Sembrava come se fosse stata costretta ad una prova di coraggio, o meglio come se si fosse trovata imbucata in un’ attività di gruppo senza che ne avesse piacere. Immagino avesse avuto euforia per un film al cinema, per un libro avvincente in biblioteca, ma non per una stanza dove devi scoprire come uscire. Non ne era il tipo, non era a suo agio in mezzo al mio vecchiume, ai miei soldati di ferro battuto, in mezzo ai fornelli della mia cucina. Lei non si sarebbe mai seduta a gambe aperte, senza l’intimo giusto, senza le calze coprenti, i pantaloni ben allacciati, probabilmente non si sarebbe mai seduta su una sedia senza conoscerne il proprietario. A me piaceva la gente così, gente che non finge paura o coraggio, gente normale che ha del timore vero. Guardavo solo lei lungo il corridoio, qualche suo amico tentava una foto di gruppo, lei si spostò i capelli all’indietro e non si sforzò nemmeno ad abbozzare un sorriso. Era triste e malinconica come la dama del mio palazzo cavalleresco. Avrei voluto salvarla, mostrarle dove si esce, eppure non volevo staccarle gli occhi di dosso, un magnetismo che non avevo mai provato per niente, nemmeno per me stesso. Quando i suoi amici la lasciarono sola, provai un sollievo disumano. Per una volta non mi sentivo né il bravo ragazzo della mia vita precedente, né il demone che pensavano tutti. Iniziavo a sentirmi -normale- di una normalità che non mi dispiaceva. Chiusi a chiave la stanza due con il suo amico ciccione, poi quella tre con la ragazza dalle lunghe trecce, la cinque, la sei. Tenni tutto chiuso. Loro sembravano apprezzare quel gioco sadico. Lei rimase nel corridoio, non le chiusi niente intorno. Non volevo udire la sua paura, quanto la sua vita. Quando accesi la luce lei sembrò fare due passi indietro, come quando vedi un mostro e non sai reagire.

«Sono solo il proprietario dell’escape, non un mostro, sai?»

Lei non rispose nemmeno, la sua faccia di porcellana divenne rosso porpora.

«Non ti piace parlare?» le chiesi sottovoce guadagnando sempre più terreno

«Si dicono tante cose su questo posto, e non so quale siano vere e quale siano false. Preferisco tacere quindi, e scoprirlo da me.»

«Il demone quindi eh? Peccato che la polizia mi adori»

«Così dicono»

«La gente dice sempre un sacco di cose, ma ti sei chiesta se le dicono giuste?»

«E’ il motivo per cui sono qui. Come ti ho già detto do poco credito agli altri. Se qui si muore, morirò. Se hanno torto stasera farò in tempo per tornare a casa e mangiare un gelato con mio fratello.»

D’un tratto il suo timore divenne coraggio. Quel andare e venire di cose mi faceva sentire vulnerabile.

«Non ti legherò. Non ti porterò nel capanno se non vorrai, ma c’è una sedia, siediti, ne possiamo parlare»

«Non immaginavo la faccia del demone così»

«Magari non lo sono, magari l’ho catturato il diavolo ed io sono il buono»

«I Demoni non li catturi nemmeno se sei bravo»

I quaranta minuti della sessione erano finiti da un pezzo. Lei non mi chiese mai dei suoi amici, col senno di poi non ho nemmeno capito se gli volesse bene o fossero solo compagni di serate. Rimasero lì chiusi nelle stanze numerate, non li pensavo, lei non li pensava, non li pensò più nessuno. Non mi chiesi se dovessero vivere o morire, quanto piuttosto come avesse vissuto Becky i suoi vent’anni.

Lei non era una chiacchierona, si notava da come parlava di sé. Non era egocentrica, aspettava che io le ponessi le domande, non era come Tom, né come gli altri ragazzi che avevo -pulito- Lei era paziente e calma. Avevo capito che aveva un fratello di sei anni, fratellastro in verità, perché sua madre era morta, e suo padre si era risposato con la vicina di casa, quella che da sempre non gli aveva mai tolto gli occhi di dosso, e aspettava solo il momento adatto per acciuffare la preda. Ma Micheal non c’entrava niente, era un bambino innocente, curioso e dolce, e lei gli voleva bene come se fosse suo fratello. Che amava l’astronomia e i libri, che la scuola le era piaciuta così tanto, che nonostante non avesse potuto continuare gli studi ufficialmente, non aveva mai smesso di studiare tra un ordinazione e l’altra. Odiava il suo lavoro, fare la cameriera era adatto alle sue compagne di classe con la parlantina e il rossetto brillante. Lei non veniva mai presa sul serio, ed era così distratta che spesso invertiva le comande e veniva sgridata di continuo. Ma era l’unico modo che aveva per portare qualche soldo a casa. Sogna di andare via Becky, in un posto dove c’è il mare e il bel tempo tutto l’anno, dove il caldo alla fine non lo senti più, perché ne sei assuefatta. Non ha mai amato, perché ha paura di perdere, e non ha molti motivi per essere felice. Quelle cose che mi aveva detto messe in fila, mi facevano sentire fortunato. Mia madre se n’era andata e non aveva messo al mondo un altro stronzo come me, avevo avuto il piacere di fare un lavoro nuovo, non volevo andarmene via da lì e questo non mi faceva sentire insoddisfatto. Tuttavia i suoi sogni, sembrarono d’un tratto diventare anche i miei.

«I quaranta minuti sono finiti, i miei amici si saranno divertiti abbastanza credo»

«Resta ancora un po’...»

«I gelati non si mangiano da soli, e del demone neanche l’ombra. Forse la gente parla davvero per parlare. Questa casa non mi dispiace, non c’è niente da cui fuggire. Non è un escape room, è una -stay room- anche se non esiste niente del genere.»

«Non tornerai…»

«Pensi in negativo sconosciuto. Se hai bisogno di stare da qualche parte, e non di fuggire, direi che questo è il posto adatto. Perché non dovrei tornare?»

Becky si portò i capelli all’indietro come suo solito fare, mise la sedia a posto, e mi salutò con la mano, senza nemmeno chiedermi il nome, o nient’altro. Liberai la stanza tre, quattro, cinque, sei. I suoi amici gridarono che era una delusione, dieci euro buttati per essere prigionieri di camere ammuffite. Lei sorrideva, ma di poco, come se avesse capito il gioco, il trucco e il cappellaio.

La guardai allontanarsi lentamente lungo il cancello. Non avevo i tappeti sporchi di sangue, né dei corpi da seppellire quella notte. Rimasi per tutto il tempo a letto, pensai a quanto fosse bella l’astronomia, le ordinazioni prese da lei, i libri e i gelati, anche se quelle cose non le avevo mai lontanamente volute, prima di quel giorno.

Mangiai un kg di gelato alla panna variegata quella notte.

Il demone della mia testa non fece casino, né mi chiedeva sangue.

Il dolce di quel gelato mi riportava da Lei. Mi chiedevo se sarebbe mai tornata.


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